Sostammo qui un momento ad ammirare l'alba splendida, e il contrasto

potentemente pittoresco fra il diroccato, frastagliato bastione della

Croda, a Sud, e l'ampio circo delle cime più meridionali di Ampezzo, dal

tricuspidale muraglione della Tofana di Razes, alla rosseggiante, nobile

vetta della Croda Rossa e all'arrotondata mole del Cristallo.

Risalendo quindi il vallone di Formin, per una traccia di sentiero

serpeggiante fra il macereto che lo ingombra, alle 9,20 arrivammo ai

cosidetti «Lastoni» di Formin, curiosissimo avanzo geologico dell'epoca

glaciale, i quali già avevano colpito l'attenzione del Grohmann nelle

sue prime esplorazioni delle Dolomiti d'Ampezzo. Lì avevamo proprio

sott'occhio tutta la parete occidentale della Croda da Lago, e lì

sostammo a lungo esaminandone con avidità i possibili punti vulnerabili,

mentre ricambiavamo allegri «jodler» colla guida Tobia Menardi, che

aveva appena allora raggiunto con un inglese, la vetta della Croda, e

di là pretendeva intavolare con noi una conversazione, che mise a dura

prova i polmoni dall'una e dall'altra parte, ma con esito vittorioso

malgrado l'altezza e la distanza rispettabili!

Alle 9,45 lasciavamo i Lastoni e ci dirigevamo verso quella specie di

intaglio che s'apre all'estremità sud del vallone di Formin, e lo mette

in comunicazione colla Forcella d'Ambrizzola, quella che s'apre tra la

Croda da Lago e il Becco di Mezzodì. Il nostro piano d'attacco

consisteva nel tentare la salita della Croda per la parete (Ovest)

immediatamente sovrastante al detto intaglio, compiendo poi per la

cresta Sud, vergine anch'essa, l'ultimo e brevissimo tratto che guida

alla cima.

Alle 10 cominciammo l'arrampicata, che si presentò subito bella, sicura,

e divertente, sebbene senza alcuna difficoltà degna di nota: è una

successione variata di camini, cengie e lastroni, su pei quali

progredivamo rapidamente, non disturbati dalle cadute di pietre che si

temevano, avuto riguardo allo stato di disgregamento così evidente nelle

roccie di questo versante della Croda. Così, quasi senza accorgercene,

verso le 1½ avevamo guadagnato la cresta, dove facemmo una lunga sosta,

il colpo d'occhio essendo bellissimo sugli imponenti precipizi della

Croda stessa dal lato di Formin come da quello di Cortina.

A questo punto avevamo già risolto con insperata facilità, l'incognita

della parete ovest: rimaneva ora quella della cresta sud, che sorgeva

esile, aerea, piena d'attrattive, sino a culminare nella desiderata

cima, senza che si potesse bene giudicare della possibilità di

raggiungerla per questa via. Di qui proseguii solo, colle guide, mentre

il signor De Falkner ci attendeva, seguendo con interesse, dalla cresta,

le peripezie della rimanente salita. Gli inizi della quale,

interessantissimi, mi ripagarono subito delle scarse difficoltà della

parete: la cresta è sottilissima, a lama di coltello, in più d'un punto

assai ripida, e nel peggiore la roccia è anche pessima: vi è

specialmente un punto caratteristico nel quale si deve arrampicare a

cavalcioni, abbracciando solidamente i lati della cresta che si

sprofonda a sinistra e a destra in due imponenti dirupi, ed offre

malsicuri e scarsi appigli; il seguente tratto orizzontale è ancora

esilissimo e si percorre a cavallo, ma senza difficoltà: così

raggiungemmo un primo torrione, sul quale erigemmo un omettino di

pietra.

Davanti a noi, separata da un profondo intaglio, sorge l'estrema vetta.

Ci caliamo nell'intaglio (per quanto, in queste circostanze, le guide

raccomandino di non «cicalare»!) per un lastrone verticale e in un

punto sorpiombante, ma non difficile; nel mezzo dell'intaglio, da cui

scendono due profondi canaloni, uno verso Formin, l'altro verso Federa,

prendiamo un'istantanea dello stupendo paesaggio, poi continuiamo la

salita. Poco ci separa dalla meta: un ripido camino di cattiva roccia,

che esige una certa cautela, con breve sforzo di braccia ci guida alla

desiderata cima, che tocchiamo alle 12,20. Ivi troviamo soltanto il

biglietto della nota alpinista Jeanne Immink, salitavi con Antonio Dimai

per la via solita dei primi ascensori: d'altri seguenti nessuna traccia.

Alle 13 ripartiamo, e ricalcando, non senza attenzione, l'attraentissima

cresta, raggiungiamo il signor De Falkner, col quale scendiamo per la

parete Ovest, già pure percorsa nella salita fino alla forcella: di qui,

piegando a sud e costeggiando i contrafforti meridionali della Croda,

siamo in breve alla Forcella d'Ambrizzola, donde per la nota via

dell'Alpe Federa e di Campo facciamo ritorno a Cortina.

La salita della Punta Sud per la parete Ovest e cresta Sud è breve, ma

divertente e pittoresca in alto grado, a cominciare dal percorso del

vallone di Formin (che si compie con notevole vantaggio sulla solita

via, tutto in ombra) col suo colpo d'occhio meraviglioso sulla selvaggia

parete occidentale della Croda. Dai piedi della parete fino alla cresta

è una bella e facile arrampicata, sul genere di quella del Cristallo: il

percorso della cresta sottile e vertiginosa, è «alpinistico»,

brevissimo--ma pieno d'interesse. Cosicchè si può sperare che d'ora

innanzi la Punta Sud non sarà più quella modesta e dimenticata

«Cenerentola» per la quale fu tenuta sin ora, e--senza pretendere di

strappare il primato alla nordica sorella--verrà più sovente visitata

dagli alpinisti, come si merita.

=Croda da Lago=: PUNTA NORD.

_Prima ascensione per la parete Ovest._

In un suo bellissimo articolo sul «Tourist» il noto alpinista R. H.

Schmitt, uno dei più arditi campioni del C. A. Tedesco-Austriaco,

raccontando una salita che egli fece da solo, per la solita via, della

Croda da Lago, diceva parlando della famosa parete Ovest: «Mi parve che

questa dovesse essere la via _avvenire_ della Croda!»--Queste parole

dello Schmitt mi fecero pensare alla possibilità generica di trovare

alla bellissima montagna una nuova via; e nel 1893, dopo aver escluso

ogni tentativo per la parete Ovest, che ritenevo offrire quasi nessuna

probabilità di successo, e per di più pericolosa per la cattiva roccia e

le cadute di pietre, dedicai i miei sforzi alla cresta Nord: su per

questa, in unione alla brava guida Pietro Dimai, ebbi la fortuna di

scoprire una nuova e direttissima via più breve e più bella dell'antica,

al punto che le viene adesso da molti preferita.

Incoraggiato da questo successo, cominciai sin d'allora a formulare

vagamente un progetto d'assalto alla parete Ovest, e nel 1895 trovandomi

a Cortina d'Ampezzo, deliberai di tentarla. La bravissima guida Z.

Pompanin accettò con entusiasmo la mia proposta; ci aggregammo, come

seconda guida, l'ottimo Angelo Zangiacomi, ed a tarda sera del 28 agosto

lasciavamo Cortina pian piano, misteriosamente, col favore della

notte... e andammo a dormire all'«Albergo Tofana» a Pocòl, per

guadagnare una buona ora sull'indomani, e non dar conto a niuno dei

nostri progetti.

Alle 3,30 del giorno 29, con bellissimo tempo, lasciavamo l'albergo e

giungevamo in un'ora al Casòn di Formin. Di qui, a misura che si saliva,

per una traccia di sentiero, fra i macereti di cui è tutta coperta la

Valle Formin, e che attestano il formidabile sfacelo di questi

tormentati precipitosi fianchi della Croda, le acute guglie e i potenti

muraglioni della superba montagna si disegnavano sempre meglio sotto il

sole nascente: né si poteva contemplare senza emozione una parete come

quella cui intendevamo dar la scalata.

Già due giorni prima eravamo passati di là, quando raggiungemmo per la

prima volta dalla parete Ovest e la cresta Sud, l'estrema punta

meridionale della Croda, senza serie difficoltà: ma questa volta avevamo

da fare colla Punta Nord, il che era un altro paio di maniche: e ci

accingevamo ad un'impresa che valenti alpinisti non vollero tentare, o

tentatala fallirono. Così, osservando e studiando la nostra parete,

giungemmo presto quasi al sommo di quel curioso altipiano detto «i

Lastoni di Formin», salendo più alto di quanto apparentemente non ci

convenisse, per avere un miglior punto di vista sopra la Croda.

[Illustrazione: PIZ POPENA E MONTE CRISTALLO dal Passo Schönleiter

(versante Nord) _Prem. Stab. Calcografico A. Fusetti Milano_]

[Illustrazione: CRODA DA LAGO (VERSANTE SUD-OVEST)]

Quasi davanti a noi si rizzava arditissima la punta Nord, colla sua

doppia vetta: specialmente formidabile ci si mostrava quella gola

liscia, verticale, anzi sorpiombante, che solca la parete precisamente

in corrispondenza della forcella a cui si arriva, salendo la Croda dal

lato solito, prima di contornare all'Ovest l'estremo torrione. Su per la

gola era impossibile salire, e il suo fianco sinistro (rispetto a

chi guarda da Val Formin) offriva poco minor certezza negativa: di

comune accordo ci parve che la sola vera probabilità di successo fosse

nel tentare la salita direttamente alla punta per il costone che vi

sale, ertissimo; attaccandolo subito a sinistra di un alto e nero camino

verticale che ne solca, a metà, la base. Così, dopo lunga sosta ai

Lastoni, ritornando di poco sui nostri passi, e tagliando diagonalmente

i ghiaiosi fianchi della Croda, raggiungemmo la base delle roccie e alle

7,30, attaccavamo, nel predetto punto, la parete.

[Illustrazione: PARETE OVEST DELLA CRODA DA LAGO (PUNTA NORD), DA VAL

FORMIN.]

Le prime roccie, sebbene erte, sono facili e contro ogni attesa

abbastanza solide, per cui si progredì con relativa rapidità, tendendo

subito leggermente a sud-est nella direzione della punta. Trovammo

presto dei passi divertenti: prima una lastra diritta, poi un breve

spigolo e un erto camino di 6 metri circa; a questo seguì una bella

traversata di 30 metri circa, verso destra, che ricorda molto quella

della Kleine Zinne ed esige attenzione, sebbene il sottostante

precipizio non sia così formidabile. Dalla estremità della traversata

piegammo per pochi metri a sinistra, dopo aver provato un lastrone

impraticabile: poi proseguimmo diritto, per una successione di ripidi

salti di roccia, ma con buoni attacchi: quindi percorremmo una cenghia

che ci riportò verso destra, e che interrompendosi in un punto, dà luogo

ad una elegante «enjambée». Così giungemmo ad una piccola nicchia, nel

sottoposto canalone: seguimmo poi per poco quest'ultimo, poi un'altra

cenghia e una lastra, quasi diritto sopra noi: indi, piegando pochi

metri a sinistra, trovammo un altro passo, sorpiombante (alto 4-5

metri), a scarsi appigli, che la guida superò montando sulle spalle del

compagno; di qui seguimmo un diritto, ma non cattivo spigolo, poi

traversammo a destra fino ad un alto camino chiuso a metà da un blocco:

salimmo diagonalmente, con due belle traversate, verso destra, finchè ci

trovammo all'estremità di un ripido colatoio, donde l'ulteriore

procedere è difeso da un alto bastione sorpiombante.

Fin qui le cose erano andate bene, troppo bene: le difficoltà incontrate

non erano maggiori che sull'altra solita via; ma sapevamo che la Croda

ci riservava delle sorprese, e già sentivamo «l'odor della polvere». Un

rapido colpo d'occhio ce ne fece accorti. La roccia era per 8-10 metri

verticale, per un buon tratto sorpiombante: gli appigli quasi nulli,

distanti, rivolti all'ingiù: un rigonfiamento della parete a destra

(sotto il quale, come alla Kleine Zinne, era una nicchia ove aspettai)

offriva solo qualche problematico punto di appoggio per sollevarsi sul

braccio.

Pompanin mosse con brio all'assalto, e ci volle tutta la sua grande

abilità per superare un osso duro di quella fatta: anche perchè, dopo il

salto, vi era un buon tratto di lastrone quasi liscio; con grande stento

riuscì, trascinandosi carponi, a giungerne a capo e trovare un buon

posto, consumando tutta la lunghezza della corda..... e il dizionario

delle interiezioni. Un grido trionfante me lo annunziò: sortii subito

dalla nicchia, e, mettendo a partito tutte le mie risorse alpinistiche,

riuscii a superare il passo; come, non so dir bene, poichè si sale più

per aderenza che altro: il fatto si è che finalmente mi trovai anche io

presso a Pompanin, e dopo ci raggiunse, avendo famosamente sudato anche

lui, il bravo Zangiacomi. Questo passo magnifico è veramente difficile,

assai più che l'ultimo camino della Kleine Zinne, al quale somiglia un

poco: le mie guide lo mettono, come difficoltà, al di sopra di quello

ben noto del Winklerthurm.

Preso un po' di riposo, traversammo pochi metri a sinistra, indi, per un

lastrone ed un facile camino, giungemmo in un ampio canalone, dove si

apre una specie di larga nicchia o grotta: qui, non temendo le cadute di

pietre, sostammo a rifocillarci. Erano le 9,30, nè ci sentivamo

malcontenti dei nostri progressi.

[Illustrazione: VERSANTE SUD-OVEST DELLA CRODA DA LAGO

_Disegno di L. Perrachio da una fotografia._

=AB= Discesa dei signori F. L. e D. M. Gunther colla guida Pietro

Dimai, il 23 agosto 1895.

=CD= (_Punta Nord_) 1ª Ascensione per la parete Ovest, di L.

Sinigaglia colle guide Z. Pompanin e Zangiacomi, il 29 agosto 1895.

=EF= (_Punta Sud_) 1ª Ascensione per la parete Sud-Ovest e la cresta

Sud, di L. Sinigaglia colle guide Z. Pompanin e G. Colli, il 27

agosto 1895.]

Riprendemmo presto, con nuovo ardore la salita: dalla nicchia presso a

cui, come in molti altri punti, erigemmo un piccolo ometto di pietra,

attaccammo subito una ripida lastra di 6-7 metri che le incombe a

destra: gli eccellenti attacchi la rendono facile. Dopo avemmo la

sorpresa di un relativamente comodo e lungo canalone che ci portò presto

assai in alto, verso la cima. Finito questo ci si offrì un bivio molto

grave: a destra avevamo un ripidissimo e oscuro camino verticale, che

pareva condurre molto in su, ma che a metà offriva un punto assai

problematico: a sinistra roccie di migliore apparenza, ma di cui la

parte superiore poco prometteva. Scegliemmo queste. Prima per non facili

lastre, poi traversando un poco a nord giungemmo, avvicinandoci

progressivamente alla cresta Nord della Croda, ai piedi di uno dei

numerosi torrioni di questa e precisamente di quello che forma un

curioso caminetto-cornice che ho descritto altrove nel raccontare la mia

prima salita per tale via.

A questo punto «avevamo in tasca» la cima, come si dice: bastava

raggiungere e seguire la cresta, ma noi eravamo risoluti a eseguire

l'ascensione completamente per la parete Ovest, e voltando stoicamente

la schiena alla cresta Nord, ritornammo verso destra e imprendemmo a

contornare sul versante occidentale la formidabile parete. Questa

manovra ci procurò il secondo vero «mauvais pas» della nostra salita, di

un genere affatto diverso: qui avevamo una traversata di 25 metri circa,

per una strettissima e in un punto rotta cornice, sospesa sopra un

a-picco veramente impressionante, vertiginoso in alto grado. Colla più

grande attenzione superammo anche questo arduo passo, uno dei più

delicati che io conosca nel genere: riuscimmo così su una piccola

piattaforma ai piedi d'un erto camino di pessima roccia, difeso da un

acuto spigolo. Zangiacomi, contornato e arrampicato lo spigolo, riuscì,

colle maggiori precauzioni, a tirarsi su per quel cattivo passaggio,

dove i più grandi blocchi erano mal sicuri e pure non se ne poteva fare

a meno: strisciando quasi su per essi, arrivò al sommo del camino, e noi

tosto lo raggiungemmo. Così fummo sopra la cima di un torrione, davanti

al quale si ergeva fiera, ma vicinissima, l'estrema punta.

La vittoria era ormai nostra. Eravamo veramente sulla cresta Nord; ma

pochi minuti di facile salita ci separavano dalla meta, e non valeva più

la pena di andare a cercare inutili difficoltà sul versante occidentale,

in quel punto quasi a picco. Così scendemmo sulla cresta, e da questa in

10 minuti, superati gli ultimi due brevissimi salti, raggiungemmo la

cima. Erano le 11,50.

Ridire la gioia provata in quel momento è difficile. Mai forse gustai a

quel punto il piacere della vittoria, in alto grado condiviso dalle mie

bravissime guide, che non si stancavano di empire di grida trionfanti

gli echi della Croda, e di far segnali a Cortina, donde si sapevano

guardate. Due deliziose ore rimanemmo lassù, assaporando il nostro

successo, del quale iscrivemmo una breve nota nel libretto permanente

della cima. Alle 13,30 imprendemmo la discesa per la vecchia via, dopo

tutto sempre simpatica e interessante; dal piede delle roccie a Cortina

fu poi una comoda «flânerie», l'ardore del sole e le dolci ombre e acque

del Costeana inducendo a frequenti soste: cosicchè solo verso le 7 fummo

di ritorno a Cortina, ove alla sera festeggiammo con numerosi brindisi

la nuova via della Croda, la sospirata parete Ovest!

Riassumendo le mie impressioni su questa, debbo dire che è la più bella

e, per ora, la più difficile scalata di roccie nelle Dolomiti d'Ampezzo;

l'interesse è incessante dai piedi alla vetta, nulla di volgare in tutta

la salita; le roccie relativamente non cattive, salvo nell'ultimo

tratto: non udimmo cadute di pietre. Tecnicamente il passo più arduo è

il salto di roccia sorpiombante, nella metà inferiore della salita;

nella parte superiore la traversata, meno difficile ma sempre seria e

altamente vertiginosa: l'ultimo camino di pessima roccia, e sovrastante

a un forte salto, è di molta responsabilità per la prima guida. Il resto

della salita non offre (per citare un esempio conosciuto) difficoltà

maggiori della Kleine Zinne per la via solita.

Se la parete Ovest della Croda non potrà soppiantare almeno per molto

tempo le altre due vie, troppo più facili, per la parete Est e per la

Cresta Nord, tuttavia io spero che essa troverà un crescente favore tra

i veri ed appassionati alpinisti, come si merita. In ogni caso è una

salita che va intrapresa solo con guide di provata sicurezza, come le

mie due (per non dire di parecchie altre a Cortina), alle quali fu per

tanta parte dovuto il successo dell'impresa[34].

=Grosse Zinne o Cima Grande di Lavaredo= m. 3003.

Delle tre Cime di Lavaredo, la più alta è insieme la più frequentemente

salita, almeno da quella numerosa categoria di alpinisti che, diffidando

delle proprie forze per l'ascensione della Cima Piccola, preferiscono

contemplarne comodamente dall'alto della Cima Grande, l'arditissima

parete.

Nel vol. XXIº di questo «Bollettino» è già comparsa una briosa

descrizione di una salita alla Grosse Zinne, per parte dell'egregio

collega romano dott. Enrico Abbate; egli ha fatto precedere tale suo

articolo da un'accurata monografia del gruppo. Nulla di nuovo, almeno di

notevole, è successo da quella pubblicazione in poi, per riguardo alla

Cima Grande: le varianti trovate finora alla via solita non hanno che

una scarsa importanza: una nuova via non fu ancor possibile trovarla, e

dubitiamo assai che vi si riesca in avvenire. Dal lato nord--un enorme

muraglione liscio--la cosa è fuori questione: qualche probabilità di

riuscita possono offrire tentativi per la cresta Est (prospiciente la

Kleine Zinne) o la parete Sud-Ovest verso la Cima Occidentale. Ma

crediamo che in un caso come nell'altro si debba finire per raggiungere

o presto o tardi la vecchia via, sopratutto se si sceglie la cresta Est.

Avviandoci questa volta alla Cima Grande, la guida Pompanin ed io, non

avevamo alcuna idea bellicosa; volevamo fare una semplice passeggiata, a

scopo essenzialmente fotografico. E la sera del 5 settembre, con uno

splendido cielo stellato e un tepore eccezionale, scendemmo da Cortina a

Schluderbach in vettura, godendoci comodamente uno di quei meravigliosi

tramonti dai colori magici, inverosimili, fantastici, così frequenti nel

mondo incantato delle Dolomiti.

Alle 4½ dell'indomani lasciavamo Schluderbach, avviandoci comodamente su

per la strada di Misurina; alle 7 eravamo sulla Forcella di Lavaredo,

ove sostammo a prendere fotografie del gruppo dei Cadini, che di là si

presenta assai favorevolmente, e delle nostre Cime di Lavaredo, delle

quali la Occidentale era sopratutto in vista; magnifica punta,

dall'architettura ciclopica e d'un'alta originalità, a torto negletta

dalla più parte fra gli ascensori della Cima Grande e Piccola, perchè, a

quanto mi fu assicurato, offre difficoltà di non poco conto, tanto che

molte guide preferiscono a questa la salita della Piccola Cima, la cui

roccia è solidissima, laddove quella della Cima Occidentale è assai

cattiva.

Mentre stavamo fotografando, fummo, senza accorgercene, completamente

circondati da un numeroso gregge di pecore, che ci si fecero attorno con

tale impeto di curiosità, da compromettere seriamente il nostro

equilibrio: la guida Pompanin, a colpi di piccozza, riuscì a liberarci

da quell'imbroglio. Fu il solo punto nella salita della Grande Zinne,

dove la piccozza ci offrì un valido e quasi indispensabile aiuto!

Superata questa prima difficoltà, proseguimmo alacremente per il bel

sentiero orizzontale che costeggia la base delle Tre Zinne, fino ai

piedi del ripido canalone ghiaioso fra la Grande e la Piccola, e,

risalendo questo, in breve fummo al punto d'attacco delle roccie, comune

alla salita di entrambe le cime. Qui incontrammo la brava guida

Watschinger di Sexten, con un alpinista tedesco, reduce dalla Kleine

Zinne e diretto alla Occidentale, e sostammo mezz'ora, seguendo con vivo

interesse un'altra carovana che stava compiendo la salita della Cima

Piccola.

Alle 9 ripartimmo: la bellicosa frase d'obbligo «attaccammo le roccie»

non è qui del caso, tanto comoda, elementare è sin da principio la

salita, su per un caratteristico canalone a scaglioni simmetricamente

sovrapposti, di buona e solida roccia, su pei quali è rapido il

progredire: alla sommità del canalone un enorme masso ostruisce il

diretto passaggio, ma pel solito buco provvidenziale si gira l'ostacolo

e si riesce con tutta facilità su una prima piattaforma, donde l'occhio

spazia già sopra un vasto orizzonte. Specialmente interessante è la

vista della vicinissima Cima Occidentale, colle sue grandi scanalature

verticali, e i suoi enormi torrioni merlati.

[Illustrazione: TORRIONE DI ROCCIA SULLA GROSSE ZINNE.]

A questo punto si piega un poco verso nord, e per comodi gradini e

striscie di roccia si raggiunge uno stretto camino dalle oscurità

dantesche, assai erto e liscio, ma perfettamente facile se si mettono in

opera, senza misericordia, le più classiche fra le angolosità del corpo

umano: dal sommo del camino passammo sull'opposto spigolo, di eccellente

roccia, e in breve fummo di nuovo all'aperto, in vista della nostra

cima. Il rimanente della salita è--come quanto precedette--un gioco,

un'arrampicata di elementare facilità, infiorata di «passi retorici» e

di «luoghi comuni»: la Cima Grande di Lavaredo è il «Buon Giannetto» dei

giovani alpinisti esordienti.

Alle 10,35 eravamo sulla vetta, avendo impiegato 1 ora ½ dalla base

delle roccie. Il tempo splendido e la vista estesissima ci invitarono a

una lunga sosta, e solo alle 12,20 riprendemmo la via del ritorno. Nella

discesa, essendoci tenuti troppo sulla destra, per trovare una

scorciatoia più interessante, ci impigliammo in difficoltà che divennero

ben presto insuperabili; la stretta e bella cornice che avevamo seguìto

coll'idea di riprendere più in basso la vecchia via, rompevasi

improvvisamente facendo capo ad un rispettabile precipizio. Dovemmo

quindi rifare tutta la parte nuova, e riportarci al punto di partenza,

donde, per la via solita, in breve fummo di ritorno al piede delle

roccie, e di qui a Misurina.

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 8 / 27 段