divertente: la si può con tutta comodità coordinare a quella della
Piccola Cima, anzi anche della Occidentale. Le Tre Cime, com'è noto,
furono sovente salite in un giorno solo: ci fu poi un alpinista che, non
contento di ciò, volle aggiungervi la salita del Monte Piano. Più d'una
di questo genere d'imprese venne compita nelle Dolomiti d'Ampezzo;
rispettabili fra le altre le salite del Pelmo e dell'Antelao nello
stesso giorno: e quelle, pure in un solo giorno, del Becco di Mezzodì,
della Croda da Lago, e della Tofana, compiute da un alpinista dai
garretti d'acciaio, credo il Friedmann. Ma a questo alpinismo
«cumulativo»--del quale d'altra parte nessuno ha fatto finora un
sistema--sarà sempre preferibile quello «estetico» che ci ha procurato i
libri di Tyndall e di Emil Zsigmondy.
=Ancora un tentativo all'Antelao.=
È fama che tra le innumerevoli specie del genere «homo sapiens» gli
alpinisti abbiano la testa particolarmente dura, come le roccie che
perseguitano: e v'ha chi asserisce che fra gli alpinisti italiani, nella
«scala della durezza» occupino il primo posto quelli del Piemonte...
Così avvenne che lo scorso anno, non pago di una solenne, esauriente
disfatta avuta due anni prima in un tentativo all'Antelao dal versante
Sud, volli ritentare la prova, sebbene colla quasi certezza di
ritornarmene colle pive nel sacco, e confortato nella medesima da molto
autorevoli opinioni di guide e d'alpinisti.
Soltanto, questa volta, decidemmo colle guide Zaccaria Pompanin e Angelo
Zangiacomi, di prendere le mosse direttamente da Borca di Cadore, e
cercare una via su per la parete, a dir vero molto poco promettente, che
le incombe. Un enorme ripidissimo canalone taglia in senso verticale
tutta questa parete: la prima parte della salita, a nostro avviso,
avrebbe dovuto svolgersi a zig-zag su per le roccie a sinistra del
medesimo, che non avevano l'aria di esser particolarmente difficili; a
un dato punto, sorpiombando la parete, ci pareva dover scendere per una
lunga cengia, a sinistra, nel canalone, su pel quale o per le
immediatamente contigue roccie speravamo poter continuare la salita sino
ai piedi del dentellato picco terminale: per raggiunger la sommità del
medesimo alla peggio, contavamo portarci sulla cresta Nord-Nord-Ovest e
per questa raggiungere la vetta. Per quanto era a nostra conoscenza
neppure un tentativo era stato fatto da questo lato.
La sera del 1º settembre arrivavamo dunque all'ospitale Albergo di
Borca, ove pernottammo: e l'indomani alle 2 precise partivamo per
l'Antelao. L'ottimo e amabile albergatore ci aveva fornito un uomo
pratico della località, che ci potesse guidare nella notte, pel più
breve cammino, fino alla base delle roccie.
Ciò che credevo fosse affar d'un paio d'ore al più, ne durò invece
quattro, che ci parvero interminabili, anche per la grande impazienza di
impegnare il combattimento: nè è a dire che andassimo troppo
comodamente, perchè anzi il nostro uomo, che era stato soldato sotto il
generale Pianell, e se ne teneva giustamente assai, attaccò la salita
con un tale passo da bersagliere che dovemmo presto invitarlo noi a
andare... un po' più «pianell» per non esser poi costretti a troppo
attendere la luce del giorno al piede delle roccie.
Alle 6 precise, come Dio volle, vi giungevamo e facemmo una breve sosta:
il punto è ben segnato da una permanente macchia di neve, sotto alla
quale scorre in abbondanza l'acqua proveniente dal gran canalone, di qui
solo parzialmente visibile. Qui calzammo le «kletterschuhe» e affidammo
le scarpe al nostro bersagliere, coll'istruzione di non muoversi se non
quando un nostro grido lo avvertisse che eravamo certi di riuscire:
allora avrebbe potuto tornare a Borca. Sapemmo più tardi che la poco
principesca generosità con cui lo avevamo fornito di provvigioni, gli
aveva allungato lo stomaco durante l'interminabile attesa, a un punto
tale che si dimenticò..... di star a sentire la nostra voce, e un bel
momento infilò bravamente la via del ritorno, raggiungendo Borca con una
rapidità proporzionale al numero di scarpe che aveva a propria
disposizione!
L'inizio della salita è curiosissimo: si volge subito a destra della
macchia di neve, per un enorme lastrone, dolcemente inclinato, lungo
circa 120 metri, tutto solcato da profonde striscie parallele che
attestano il lavoro d'erosione delle acque, e su pel quale le
kletterschuhe sono, per mantenere l'equilibrio, assai gradevoli. Indi ci
arrampichiamo per un facile camino di 25 metri circa, seguìto da una
comoda cengia, sempre verso destra: dal limite della cengia scendendo
pochi passi, ne troviamo un'altra che ci riporta a sinistra, verso il
canalone: poi per una serie di facili terrazze e caminetti ci innalziamo
rapidamente sino a che troviamo il primo ostacolo di qualche conto,
un'assai diritta lastra dagli incomodi appigli, che superiamo non senza
difficoltà. Pieghiamo di nuovo a destra, trovando presto un altro
lastrone, più facile, poi una comoda cengia e uno spigolo che ci portano
alla base d'un grande camino, alto 100 metri circa, che la cattiva
roccia e gli incomodi appigli, la più parte rivolti all'ingiù, rendono
abbastanza arduo; a questo camino, dopo alcune diritte lastre, ne segue
un secondo in cui, come così sovente accade, s'è impigliato un enorme
blocco, su dal quale, dopo una serie di appassionati abbracciamenti,
riusciamo a sollevarci, raggiungendo una piccola piattaforma, ove
facciamo una piccola sosta, anche per esaminare il resto della via (ore
9,40). Da questo esame poco possiamo ricavare. Per un buon tratto è
possibile, e verosimilmente facile il continuare su per la parete; ma
poi questa si erge in una muraglia dappertutto sorpiombante, e bisogna
piegare a sinistra, verso il canalone, per quella cengia di cui abbiamo
parlato, ma che di qui non è visibile, essendo mascherata da un gomito
della parete.
Alle 9,50, ripreso il camino, saliamo, diritto sopra di noi, per buone e
interessanti roccie, poi volgiamo a sinistra per una cengia breve, ma
abbastanza vertiginosa, che esige cautela, torniamo a destra di poco,
superiamo un bel camino, e si procede quindi a zig-zag, senza notevoli
difficoltà, su per la parete, finchè un comodo canalone ci riporta
alquanto a sinistra, sopra una lunga e interessante traversata
diagonale, intersecata da parecchi camini che bisogna in parte risalire,
e da un lastrone piuttosto cattivo. Poi, sempre verso sinistra, abbiamo
una lunga (circa 70 metri), piuttosto vertiginosa cengia, che ricorda
quella della Kleine Zinne; ad essa segue un bellissimo camino, non
facile, di 60 metri circa, che ci conduce (ore 11,50) a un punto
veramente caratteristico della salita: una splendida, spaziosa grotta
(ben visibile anche dal basso), pittorescamente sospesa sul vuoto in una
delle più aeree posizioni, vero nido d'aquila, senza immagine retorica,
come attestano le numerose penne di uccelletti che (accanto a
curiosissimi esemplari minerali, di cui raccogliamo interessanti pezzi)
seminano la superficie della grotta. Nella medesima, che offrirebbe un
eccellente asilo per la notte, capace com'è di una cinquantina di
persone, sostiamo una mezz'ora per la prima colazione, dopo dieci ore di
salita quasi continua. Intanto Pompanin, l'appassionato amatore delle
nuove imprese, si slega e va in ricognizione giù per la cengia che
comincia appunto qui, dove la parete sorpiomba e il procedere su per la
medesima è assolutamente precluso.
La febbrile impazienza di andare avanti mi impedisce di gustare
degnamente lo squisito piacere della splendida solitudine in cui ci
troviamo, sospesi in quel breve semicircolo ospitale di roccie, cui
incombono enormi pareti sorpiombanti, e che a sua volta incombe per
enorme altezza sulla profonda valle dove serpeggia l'argentea linea del
Boite. Dal campanile di Borca ci giunge debole debole il saluto del
mezzogiorno, poi tutto ricade nella solenne, religiosa quiete delle
grandi elevazioni...
Un grido di Pompanin, mentre stavo lasciandomi assorbire dalla
contemplazione affascinante di un paesaggio come quello, mi ripiomba
nella realtà.--«Che c'è di nuovo?» domando io.--«Impossibile!» risponde
Pompanin, e presto lo vediamo ricomparire, coi pugni stretti, e la
faccia scura..... ci racconta che la cengia dopo un breve tratto si
rompe in un a piombo che è impossibile superare: e che in ogni caso il
canalone stesso, quando in un modo o nell'altro ci si potesse giungere,
si innalza presto in un salto verticale di 70-80 metri, il quale offre
un insormontabile ostacolo. «Vuol andare a vedere anche lei?», mi dice
Pompanin, che non sa darsi pace di dover rinunciare alla impresa.
Capisco che se per caso gli accennassi a una lontana possibilità, a
parer mio, di poter tentar la prova, egli vi si accingerebbe con
entusiasmo: ma conosco troppo bene Pompanin; so che quando egli trova un
passo molto cattivo, non siamo troppo lontani dall'impossibile, e quando
lo trova impossibile, ci si può fidare.
Eccoci dunque un'altra volta, come nel 1893, dopo lunga e ostinata
lotta, suonati in piena regola dal nostro implacabile avversario. Non ci
rimaneva che riprendere, e senza indugio, la via della discesa, non
breve nè facile. Quanto sia piacevole il ricalcare la medesima, in
simili casi, è noto: pure, come Dio volle, a furia di bestemmie fra le
più saracene che si possa immaginare, giungemmo anche a capo di questa,
e verso le 18, proprio in buon punto, eravamo di nuovo al piede delle
roccie. Là ci attendeva la dolce prospettiva di dover continuare colle
kletterschuhe fino a Borca: degno coronamento della nostra sconfitta.
Fortunatamente il sagace Pompanin scoperse un'altra più comoda via per
raggiungere il villaggio, evitando il macereto, che nell'oscurità e
colle kletterschuhe, dopo 14 ore di marcia e con un fiasco in corpo di
quella forza, sarebbe stato un raffinato supplizio: invece procedemmo,
con grande vantaggio, a zig-zag giù per costole erbose, poi per la
foresta dove la romantica luce della luna ci fu guida per qualche tempo.
Alle 21 eravamo di ritorno a Borca (dove una vettura ci accolse coi
nostri sacchi... e le annesse pive) e verso mezzanotte, ora
opportunissima per un così poco trionfale ritorno, a Cortina.--O che non
ci sia proprio verso di spuntarla, con questo vecchio ostinato
dell'Antelao?
=Monte Cristallo= m. 3199.
Avevo già salito due volte, nel 1893, questa bella e popolarissima cima,
partendo da Cortina; la prima volta per la solita via di Tre Croci e del
Passo del Cristallo, la seconda volta per la parete S.SO (nuova via).
Sullo scorcio del settembre 1895, colla guida Zaccaria Pompanin, avendo
raggiunto da Schluderbach, pel ghiacciaio del Cristallo, il passo
omonimo, salimmo da questo, impiegandovi un'ora soltanto (cioè la metà
del tempo solito) alla vetta del Cristallo. L'arrampicata, interessante
e facile, si lascia forse compiere anche in più breve tempo, tanto
«logica» è, dappertutto, la disposizione dei solidissimi appigli.
Giungemmo sulla cima alle 5 di sera, avendo impiegata la prima parte
della giornata in esplorazione di un altro punto del gruppo; e vi
sostammo un'ora con tempo mitissimo.
Consiglierei caldamente, trattandosi d'una cima che si raggiunge con
tanta comodità, e dalla quale un buon camminatore può scendere in poco
più di un'ora a Tre Croci, questa salita «serale» del Cristallo, che
permetterà di assistere ad effetti di colorazione straordinariamente
belli verso il tramonto: sopratutto le gigantesche pareti del Popena
verso il Passo del Cristallo, assumono, nella luce vivissima, infuocata
del sole cadente, un'imponenza ciclopica, qualcosa di veramente
indimenticabile e come soltanto nelle Dolomiti è dato di ammirare!
AVV. LEONE SINIGAGLIA
(Sezione di Torino).
NOTE:
[33] Vedi «Boll. C. A. I.» pel 1893 (vol. XXVII, n. 60), pag.
71-170.
[34] Una settimana prima della mia ascensione, i signori F. L.
Gunther e D. M. Gunther di Berlino, colla guida Pietro Dimai, avendo
salito la Croda da Lago per la vecchia via, e discesa la Cresta
Nord, dai piedi di questa si calarono direttamente in Val Formin,
eseguendo così una prima parziale discesa della parete Ovest. La via
da me seguita nella 1ª salita qui descritta è in ogni caso
completamente diversa e si svolge tutta (salvo gli ultimi 10 metri)
sulla parete Ovest, della quale i signori Gunther intrapresero la
discesa a metà altezza circa. Vedi «Mitth. D. Oe, A.-V.,» 1895, n.
21 e 22.
Il problema glaciale[A].
SOMMARIO.--1. Cosa si intende per _êra glaciale_, e fino a qual
punto può interpretarsi come prodotta dai ghiacciai alpini.--2.
Essa si deve intendere prodotta da un periodo freddo-umido del
clima terrestre;--3. non da un periodo caldo; 4. nè da maggiore
altezza dei sistemi alpini.--5. Studi di Brückner sulle attuali
oscillazioni del clima terrestre, e sulle condizioni per un periodo
di tempo freddo-umido.--6. Di quanti gradi doveva essere inferiore
all'attuale la temperatura media nell'êra glaciale.--7. Il
raffreddamento non può spiegarsi come effetto di una diminuzione
della radiazione solare ricevuta dalla superficie terrestre.--8.
Cause possibili di una siffatta diminuzione: variabilità del sole;
ipotesi di Brückner e Dubois.--9. Ipotesi astronomica di Croll:
argomento di Schiaparelli, recentemente riprodotto da Culverwell
contro di essa; l'ipotesi è contraddetta dalle oscillazioni attuali
dei climi e dei ghiacciai. Spostamento dei poli.--10. Calcolo della
radiazione solare ricevuta dalla superficie terrestre;--11. e della
radiazione del suolo verso il cielo. Cos'è la _temperatura del
cielo_. Condizione d'equilibrio delle due radiazioni; _temperatura
solare media_ sulla terra e sul mare.--12. _La temperatura media
del cielo è eguale per tutta la terra_: importanza di questo
fatto.--13. Distribuzione media della temperatura su oceani e
continenti. Influenza degli agenti meteorologici.--14. Effetto di
una variazione nella trasparenza dell'atmosfera sulla temperatura
media;--15. sulla escursione annua;--16. e sul dislivello di
temperatura dall'equatore ai poli. La variabilità del sole
sostenuta da Brückner e Dubois è incompatibile colla uniformità
della distribuzione termica nell'epoca terziaria.--17. Il clima
terziario era un clima d'altipiano oceanico; argomento offerto dal
pianeta Marte.--18. Causa del successivo intorbidimento che
produsse l'êra glaciale: ipotesi vulcanica. La natura si svolge per
ritmi: l'atmosfera, come un organismo fisiologico, _deve_ avere dei
periodi di varia umidità e trasparenza.
1. Anzitutto ricordiamo brevemente i fatti. In un'epoca non remota nella
storia del nostro globo, anzi recentissima relativamente alla cronologia
geologica, una buona parte dell'Europa e dell'America Settentrionale
erano coperte da enormi strati di ghiaccio. In Europa erano due le aree
principali di ghiacciamento: l'una, la più grande, occupava forse senza
interruzione, coprendo cioè perfino il mare del Nord e il Baltico, la
zona dall'Irlanda alla Russia Centrale, dalle regioni polari alla
Germania e Francia settentrionale; l'altra, assai minore, era
intimamente connessa al sistema alpino, come una pesante coperta di
ghiaccio distesa su di esso e che, assecondandone grossolanamente la
struttura, coprisse co' suoi lembi tutto il contorno di catene e di
valli prealpine, invadendo a sud buona parte della valle del Po, e
distendendosi a nord fino alla Baviera, fin quasi a congiungersi colla
grande area settentrionale di ghiacciamento.
Sulla origine di questa invasione glaciale circumalpina non può esservi
dubbio: gli anfiteatri morenici, che sbarbano le principali nostre valli
lacuali e le tedesche, il contorno della zona dei depositi glaciali, che
generalmente si protende più avanti nella pianura allo sbocco dei più
vasti bacini idrografici alpini, il materiale morenico, la direzione
delle strie glaciali sulle pareti delle valli, dimostrano all'evidenza
che l'invasione è venuta dai monti. Essa non era altro che un
ingigantimento, un'ipertrofia dei ghiacciai attuali, che, continuando a
crescere per un lunghissimo periodo di anni, discesero alla pianura per
centinaia di chilometri, coprendo nello stesso tempo fino a grandi
altezze i pendii e le creste dei monti, fondendosi l'uno coll'altro al
di sopra di queste attraverso i valichi, invadendo le valli minori, fino
a formare quello strato quasi continuo, dello spessore di centinaia e
migliaia di metri, che seppellì la regione alpina.
Argomenti analoghi portano la grande maggioranza dei geologi a ritenere
che anche l'area di ghiacciamento dell'Europa settentrionale avesse il
suo centro d'origine nella catena scandinava, e rappresentasse una
espansione di quei ghiacciai, anche attualmente tanto maggiore degli
alpini. Tuttavia non mancano climatologisti autorevoli, come il sig.
Woeikof, cui ripugna l'ammettere una siffatta espansione delle correnti
alpine di ghiaccio per centinaia di chilometri sulle pianure della
Russia e della Germania: e nulla impedisce di ammettere che l'area di
ghiacciamento siasi in parte accresciuta al suo lembo esterno, o per la
maggiore copia e la permanenza delle nevi prodottevi e mantenutevi
dall'azione refrigerante della massa glaciale discesa dai monti, o per
congelamento della superficie dei mari che il signor Woeikof suppone
estesi anche a buona parte della pianura ora asciutta[35]. Questa
supposizione, per quanto non spieghi la potenza enorme di quegli strati
di ghiaccio, può apparire ancor più giustificata se si considera
l'espansione glaciale dell'America del Nord. I centri di emanazione
erano ivi non nelle alte montagne della Colombia, ma nell'altipiano non
molto elevato del Labrador e nella regione del Dominio del Canadà a nord
del Lago Superiore, in regioni cioè dove non vi è attualmente un sistema
di ghiacciai nemmeno paragonabile al nostro alpino. Eppure le traccie
dell'invasione, il _drift_ glaciale, si estendono ivi a latitudini assai
più basse che da noi, toccando fino il 37° di latitudine, al punto di
confluenza dell'Ohio col Missouri. L'area di ghiacciamento, che occupava
così assai più della metà dell'America del Nord, si fondeva a
settentrione coll'espansione emanante dalla Groenlandia, ma non si può
considerare come un prolungamento di quest'ultima, perchè la direzione
di moto della massa di ghiaccio era, a nord della Baia d'Hudson e sul
versante settentrionale del Labrador, certamente verso la Baia di
Baffin, cioè opposta a quella dei ghiacci groenlandesi.
Pare difficile spiegarsi come mai le correnti di ghiaccio emananti nel
senso delle valli, da quei centri di espansione così poco elevati, per
quanto alimentate da precipitazioni assai copiose (come lo sono, ma
certo in scala assai minore, anche attualmente per il frequente
passaggio delle aree cicloniche) potessero produrre una così vasta stesa
di ghiaccio, e pare quindi ragionevole supporre che questa siasi
accresciuta anche tutt'all'intorno per gli incrementi autonomi delle
precipitazioni locali. Conforta tale supposizione il fatto
singolarissimo che nel Wisconsin si riscontra un'area che è affatto
priva di traccie glaciali, che certamente non fu coperta dal ghiaccio il
quale pur la circondava da ogni parte, e che è anche ora una delle
regioni più povere di pioggia[36].
Volendo anche tener conto di questa circostanza, che può contribuire a
vincere la titubanza di chi non voglia ammettere una espansione dei
ghiacciai alpini attuali come causa adeguata a così immensa invasione di
ghiacci, rimane tuttavia indiscusso che da essa ne venne il primo
impulso, e che nelle regioni temperate come la nostra, dove la
permanenza delle nevi invernali è più difficile ad ammettersi, essa fu o
la causa sola o quella di gran lunga predominante sulle altre. Così il
Caucaso, l'Himalaya, la Nuova Zelanda, forse le Ande\equatoriali ebbero
la loro espansione glaciale, ma ristretta alla regione montuosa,
subordinata alla struttura orografica, semplice espansione dei
ghiacciai attuali, se ne sono rimasti; o meglio, i ghiacciai attuali,
dove ce n'è, non sono che i rimasugli, dei giganteschi ghiacciai
quaternari.
2. Il problema glaciale si riduce quindi a cercare da quali condizioni
fu determinata una così grande espansione dei ghiacciai. L'idea più
spontanea è che essa sia un fenomeno affatto conforme, benchè in scala
immensamente più vasta, alle espansioni periodiche che evidentemente si
verificarono più volte in tempi recenti, e che alcuni ghiacciai
presentano anche attualmente, sebbene la grande maggioranza dei
ghiacciai alpini sia ora in un periodo di regresso. Le attuali
oscillazioni periodiche dei ghiacciai sono indubbiamente il riflesso di
alternative del clima, alternative che il Sonklar, il Forel, il Richter,
l'Heim, ma sopratutto il Lang per la regione alpina, e poi il Brückner
nel suo colossale lavoro sulle oscillazioni dei climi[37] per tutte le
regioni climatologicamente note nel mondo, dimostrarono essersi
verificate e verificarsi realmente.
Si alternano sui continenti dei periodi di anni nei quali la temperatura
è alquanto minore, e la pioggia sensibilmente più abbondante, con
periodi nei quali ad una temperatura alquanto più elevata si combina una
maggiore secchezza. Le espansioni dei ghiacciai corrispondono, con un
ritardo di parecchi anni, vario da ghiacciaio a ghiacciaio a seconda
della loro forma e struttura, ai periodi freddo-umidi; i regressi
corrispondono ai periodi caldo-asciutti.
Noi siamo quindi portati a ritenere, per ragioni di analogia, che anche
la grande espansione glaciale dell'epoca postpliocenica corrisponda ad
un periodo freddo-umido del clima continentale, e il problema glaciale
si ridurrebbe così a ricercare le ragioni più probabili di un siffatto
periodo, che doveva essere naturalmente assai più accentuato di quelli
che giustificano i più recenti avanzamenti periodici dei ghiacciai.
In questo indirizzo sono infatti rivolti i più recenti studi
sull'argomento, i quali io mi propongo di qui riassumere il più che
potrò brevemente e chiaramente, cercando di evitare, dove potrò, la
terminologia e i simboli matematici e meteorologici, che son pur
necessari a una discussione rigorosa, ma che spauriscono, e talvolta
insospettiscono coloro che non sono iniziati a usarne anche in forma
elementare.
3. Prima però è necessario rimovere alcune teorie che non accettando,
come troppo ardita o troppo piccina, l'analogia degli attuali periodi
climatologici coi grandi periodi geologici del clima, ricorrono o a una
causa non climatologica, una maggiore altezza delle montagne (_ipotesi
orografica_), o ad una causa climatologica affatto opposta a quella che
spiega gli attuali incrementi periodici dei ghiacciai. Questa seconda,
per la sua stessa contraddizione ai fatti attuali, non meriterebbe molta
discussione, se, consacrata in Italia dal venerato nome di Stoppani, che
la sostenne vigorosamente, quando questi fatti attuali non erano ancora
assodati e messi in luce, non contasse ancora fra noi proseliti
abbastanza numerosi ed autorevoli. Secondo essa l'espansione glaciale
suppone una maggior copia di precipitazione nevosa nelle alte regioni
alpine, questa una maggior copia di vapore nell'atmosfera e quindi una
più abbondante evaporazione dei mari, la quale non può spiegarsi che con
una temperatura più elevata: dunque l'invasione glaciale fu provocata da
una condizione climatologica più tepida dell'attuale.
È facile vedere dove si annida il paradosso di questa teoria. Essa tien
conto dell'aumento di ghiaccio che può corrispondere a una maggiore
evaporazione dei mari, ma non dell'aumento di consumo che è prodotto
nella massa di ghiaccio da un aumento di temperatura. Essa cioè cura
l'aumento degli introiti, nel bilancio del ghiacciaio, e non si occupa
del contemporaneo e assai maggiore aumento delle spese. Il riscaldamento
di un solo mezzo grado centigrado solleverebbe anzitutto il limite delle
nevi perpetue di circa 100 metri in senso verticale; pochi gradi di
aumento farebbero spogliare quasi tutte le Alpi dei loro depositi di
ghiacci, come ne sono spogli o quasi (fatte le proporzioni) l'Himalaya e
le Ande equatoriali, nonostante la loro altezza e la vicinanza di mari
assai caldi, i quali danno abbondantissima evaporazione.