La salita della Cima Grande di Lavaredo è breve e facile, ma abbastanza

divertente: la si può con tutta comodità coordinare a quella della

Piccola Cima, anzi anche della Occidentale. Le Tre Cime, com'è noto,

furono sovente salite in un giorno solo: ci fu poi un alpinista che, non

contento di ciò, volle aggiungervi la salita del Monte Piano. Più d'una

di questo genere d'imprese venne compita nelle Dolomiti d'Ampezzo;

rispettabili fra le altre le salite del Pelmo e dell'Antelao nello

stesso giorno: e quelle, pure in un solo giorno, del Becco di Mezzodì,

della Croda da Lago, e della Tofana, compiute da un alpinista dai

garretti d'acciaio, credo il Friedmann. Ma a questo alpinismo

«cumulativo»--del quale d'altra parte nessuno ha fatto finora un

sistema--sarà sempre preferibile quello «estetico» che ci ha procurato i

libri di Tyndall e di Emil Zsigmondy.

=Ancora un tentativo all'Antelao.=

È fama che tra le innumerevoli specie del genere «homo sapiens» gli

alpinisti abbiano la testa particolarmente dura, come le roccie che

perseguitano: e v'ha chi asserisce che fra gli alpinisti italiani, nella

«scala della durezza» occupino il primo posto quelli del Piemonte...

Così avvenne che lo scorso anno, non pago di una solenne, esauriente

disfatta avuta due anni prima in un tentativo all'Antelao dal versante

Sud, volli ritentare la prova, sebbene colla quasi certezza di

ritornarmene colle pive nel sacco, e confortato nella medesima da molto

autorevoli opinioni di guide e d'alpinisti.

Soltanto, questa volta, decidemmo colle guide Zaccaria Pompanin e Angelo

Zangiacomi, di prendere le mosse direttamente da Borca di Cadore, e

cercare una via su per la parete, a dir vero molto poco promettente, che

le incombe. Un enorme ripidissimo canalone taglia in senso verticale

tutta questa parete: la prima parte della salita, a nostro avviso,

avrebbe dovuto svolgersi a zig-zag su per le roccie a sinistra del

medesimo, che non avevano l'aria di esser particolarmente difficili; a

un dato punto, sorpiombando la parete, ci pareva dover scendere per una

lunga cengia, a sinistra, nel canalone, su pel quale o per le

immediatamente contigue roccie speravamo poter continuare la salita sino

ai piedi del dentellato picco terminale: per raggiunger la sommità del

medesimo alla peggio, contavamo portarci sulla cresta Nord-Nord-Ovest e

per questa raggiungere la vetta. Per quanto era a nostra conoscenza

neppure un tentativo era stato fatto da questo lato.

La sera del 1º settembre arrivavamo dunque all'ospitale Albergo di

Borca, ove pernottammo: e l'indomani alle 2 precise partivamo per

l'Antelao. L'ottimo e amabile albergatore ci aveva fornito un uomo

pratico della località, che ci potesse guidare nella notte, pel più

breve cammino, fino alla base delle roccie.

Ciò che credevo fosse affar d'un paio d'ore al più, ne durò invece

quattro, che ci parvero interminabili, anche per la grande impazienza di

impegnare il combattimento: nè è a dire che andassimo troppo

comodamente, perchè anzi il nostro uomo, che era stato soldato sotto il

generale Pianell, e se ne teneva giustamente assai, attaccò la salita

con un tale passo da bersagliere che dovemmo presto invitarlo noi a

andare... un po' più «pianell» per non esser poi costretti a troppo

attendere la luce del giorno al piede delle roccie.

Alle 6 precise, come Dio volle, vi giungevamo e facemmo una breve sosta:

il punto è ben segnato da una permanente macchia di neve, sotto alla

quale scorre in abbondanza l'acqua proveniente dal gran canalone, di qui

solo parzialmente visibile. Qui calzammo le «kletterschuhe» e affidammo

le scarpe al nostro bersagliere, coll'istruzione di non muoversi se non

quando un nostro grido lo avvertisse che eravamo certi di riuscire:

allora avrebbe potuto tornare a Borca. Sapemmo più tardi che la poco

principesca generosità con cui lo avevamo fornito di provvigioni, gli

aveva allungato lo stomaco durante l'interminabile attesa, a un punto

tale che si dimenticò..... di star a sentire la nostra voce, e un bel

momento infilò bravamente la via del ritorno, raggiungendo Borca con una

rapidità proporzionale al numero di scarpe che aveva a propria

disposizione!

L'inizio della salita è curiosissimo: si volge subito a destra della

macchia di neve, per un enorme lastrone, dolcemente inclinato, lungo

circa 120 metri, tutto solcato da profonde striscie parallele che

attestano il lavoro d'erosione delle acque, e su pel quale le

kletterschuhe sono, per mantenere l'equilibrio, assai gradevoli. Indi ci

arrampichiamo per un facile camino di 25 metri circa, seguìto da una

comoda cengia, sempre verso destra: dal limite della cengia scendendo

pochi passi, ne troviamo un'altra che ci riporta a sinistra, verso il

canalone: poi per una serie di facili terrazze e caminetti ci innalziamo

rapidamente sino a che troviamo il primo ostacolo di qualche conto,

un'assai diritta lastra dagli incomodi appigli, che superiamo non senza

difficoltà. Pieghiamo di nuovo a destra, trovando presto un altro

lastrone, più facile, poi una comoda cengia e uno spigolo che ci portano

alla base d'un grande camino, alto 100 metri circa, che la cattiva

roccia e gli incomodi appigli, la più parte rivolti all'ingiù, rendono

abbastanza arduo; a questo camino, dopo alcune diritte lastre, ne segue

un secondo in cui, come così sovente accade, s'è impigliato un enorme

blocco, su dal quale, dopo una serie di appassionati abbracciamenti,

riusciamo a sollevarci, raggiungendo una piccola piattaforma, ove

facciamo una piccola sosta, anche per esaminare il resto della via (ore

9,40). Da questo esame poco possiamo ricavare. Per un buon tratto è

possibile, e verosimilmente facile il continuare su per la parete; ma

poi questa si erge in una muraglia dappertutto sorpiombante, e bisogna

piegare a sinistra, verso il canalone, per quella cengia di cui abbiamo

parlato, ma che di qui non è visibile, essendo mascherata da un gomito

della parete.

Alle 9,50, ripreso il camino, saliamo, diritto sopra di noi, per buone e

interessanti roccie, poi volgiamo a sinistra per una cengia breve, ma

abbastanza vertiginosa, che esige cautela, torniamo a destra di poco,

superiamo un bel camino, e si procede quindi a zig-zag, senza notevoli

difficoltà, su per la parete, finchè un comodo canalone ci riporta

alquanto a sinistra, sopra una lunga e interessante traversata

diagonale, intersecata da parecchi camini che bisogna in parte risalire,

e da un lastrone piuttosto cattivo. Poi, sempre verso sinistra, abbiamo

una lunga (circa 70 metri), piuttosto vertiginosa cengia, che ricorda

quella della Kleine Zinne; ad essa segue un bellissimo camino, non

facile, di 60 metri circa, che ci conduce (ore 11,50) a un punto

veramente caratteristico della salita: una splendida, spaziosa grotta

(ben visibile anche dal basso), pittorescamente sospesa sul vuoto in una

delle più aeree posizioni, vero nido d'aquila, senza immagine retorica,

come attestano le numerose penne di uccelletti che (accanto a

curiosissimi esemplari minerali, di cui raccogliamo interessanti pezzi)

seminano la superficie della grotta. Nella medesima, che offrirebbe un

eccellente asilo per la notte, capace com'è di una cinquantina di

persone, sostiamo una mezz'ora per la prima colazione, dopo dieci ore di

salita quasi continua. Intanto Pompanin, l'appassionato amatore delle

nuove imprese, si slega e va in ricognizione giù per la cengia che

comincia appunto qui, dove la parete sorpiomba e il procedere su per la

medesima è assolutamente precluso.

La febbrile impazienza di andare avanti mi impedisce di gustare

degnamente lo squisito piacere della splendida solitudine in cui ci

troviamo, sospesi in quel breve semicircolo ospitale di roccie, cui

incombono enormi pareti sorpiombanti, e che a sua volta incombe per

enorme altezza sulla profonda valle dove serpeggia l'argentea linea del

Boite. Dal campanile di Borca ci giunge debole debole il saluto del

mezzogiorno, poi tutto ricade nella solenne, religiosa quiete delle

grandi elevazioni...

Un grido di Pompanin, mentre stavo lasciandomi assorbire dalla

contemplazione affascinante di un paesaggio come quello, mi ripiomba

nella realtà.--«Che c'è di nuovo?» domando io.--«Impossibile!» risponde

Pompanin, e presto lo vediamo ricomparire, coi pugni stretti, e la

faccia scura..... ci racconta che la cengia dopo un breve tratto si

rompe in un a piombo che è impossibile superare: e che in ogni caso il

canalone stesso, quando in un modo o nell'altro ci si potesse giungere,

si innalza presto in un salto verticale di 70-80 metri, il quale offre

un insormontabile ostacolo. «Vuol andare a vedere anche lei?», mi dice

Pompanin, che non sa darsi pace di dover rinunciare alla impresa.

Capisco che se per caso gli accennassi a una lontana possibilità, a

parer mio, di poter tentar la prova, egli vi si accingerebbe con

entusiasmo: ma conosco troppo bene Pompanin; so che quando egli trova un

passo molto cattivo, non siamo troppo lontani dall'impossibile, e quando

lo trova impossibile, ci si può fidare.

Eccoci dunque un'altra volta, come nel 1893, dopo lunga e ostinata

lotta, suonati in piena regola dal nostro implacabile avversario. Non ci

rimaneva che riprendere, e senza indugio, la via della discesa, non

breve nè facile. Quanto sia piacevole il ricalcare la medesima, in

simili casi, è noto: pure, come Dio volle, a furia di bestemmie fra le

più saracene che si possa immaginare, giungemmo anche a capo di questa,

e verso le 18, proprio in buon punto, eravamo di nuovo al piede delle

roccie. Là ci attendeva la dolce prospettiva di dover continuare colle

kletterschuhe fino a Borca: degno coronamento della nostra sconfitta.

Fortunatamente il sagace Pompanin scoperse un'altra più comoda via per

raggiungere il villaggio, evitando il macereto, che nell'oscurità e

colle kletterschuhe, dopo 14 ore di marcia e con un fiasco in corpo di

quella forza, sarebbe stato un raffinato supplizio: invece procedemmo,

con grande vantaggio, a zig-zag giù per costole erbose, poi per la

foresta dove la romantica luce della luna ci fu guida per qualche tempo.

Alle 21 eravamo di ritorno a Borca (dove una vettura ci accolse coi

nostri sacchi... e le annesse pive) e verso mezzanotte, ora

opportunissima per un così poco trionfale ritorno, a Cortina.--O che non

ci sia proprio verso di spuntarla, con questo vecchio ostinato

dell'Antelao?

=Monte Cristallo= m. 3199.

Avevo già salito due volte, nel 1893, questa bella e popolarissima cima,

partendo da Cortina; la prima volta per la solita via di Tre Croci e del

Passo del Cristallo, la seconda volta per la parete S.SO (nuova via).

Sullo scorcio del settembre 1895, colla guida Zaccaria Pompanin, avendo

raggiunto da Schluderbach, pel ghiacciaio del Cristallo, il passo

omonimo, salimmo da questo, impiegandovi un'ora soltanto (cioè la metà

del tempo solito) alla vetta del Cristallo. L'arrampicata, interessante

e facile, si lascia forse compiere anche in più breve tempo, tanto

«logica» è, dappertutto, la disposizione dei solidissimi appigli.

Giungemmo sulla cima alle 5 di sera, avendo impiegata la prima parte

della giornata in esplorazione di un altro punto del gruppo; e vi

sostammo un'ora con tempo mitissimo.

Consiglierei caldamente, trattandosi d'una cima che si raggiunge con

tanta comodità, e dalla quale un buon camminatore può scendere in poco

più di un'ora a Tre Croci, questa salita «serale» del Cristallo, che

permetterà di assistere ad effetti di colorazione straordinariamente

belli verso il tramonto: sopratutto le gigantesche pareti del Popena

verso il Passo del Cristallo, assumono, nella luce vivissima, infuocata

del sole cadente, un'imponenza ciclopica, qualcosa di veramente

indimenticabile e come soltanto nelle Dolomiti è dato di ammirare!

AVV. LEONE SINIGAGLIA

(Sezione di Torino).

NOTE:

[33] Vedi «Boll. C. A. I.» pel 1893 (vol. XXVII, n. 60), pag.

71-170.

[34] Una settimana prima della mia ascensione, i signori F. L.

Gunther e D. M. Gunther di Berlino, colla guida Pietro Dimai, avendo

salito la Croda da Lago per la vecchia via, e discesa la Cresta

Nord, dai piedi di questa si calarono direttamente in Val Formin,

eseguendo così una prima parziale discesa della parete Ovest. La via

da me seguita nella 1ª salita qui descritta è in ogni caso

completamente diversa e si svolge tutta (salvo gli ultimi 10 metri)

sulla parete Ovest, della quale i signori Gunther intrapresero la

discesa a metà altezza circa. Vedi «Mitth. D. Oe, A.-V.,» 1895, n.

21 e 22.

Il problema glaciale[A].

SOMMARIO.--1. Cosa si intende per _êra glaciale_, e fino a qual

punto può interpretarsi come prodotta dai ghiacciai alpini.--2.

Essa si deve intendere prodotta da un periodo freddo-umido del

clima terrestre;--3. non da un periodo caldo; 4. nè da maggiore

altezza dei sistemi alpini.--5. Studi di Brückner sulle attuali

oscillazioni del clima terrestre, e sulle condizioni per un periodo

di tempo freddo-umido.--6. Di quanti gradi doveva essere inferiore

all'attuale la temperatura media nell'êra glaciale.--7. Il

raffreddamento non può spiegarsi come effetto di una diminuzione

della radiazione solare ricevuta dalla superficie terrestre.--8.

Cause possibili di una siffatta diminuzione: variabilità del sole;

ipotesi di Brückner e Dubois.--9. Ipotesi astronomica di Croll:

argomento di Schiaparelli, recentemente riprodotto da Culverwell

contro di essa; l'ipotesi è contraddetta dalle oscillazioni attuali

dei climi e dei ghiacciai. Spostamento dei poli.--10. Calcolo della

radiazione solare ricevuta dalla superficie terrestre;--11. e della

radiazione del suolo verso il cielo. Cos'è la _temperatura del

cielo_. Condizione d'equilibrio delle due radiazioni; _temperatura

solare media_ sulla terra e sul mare.--12. _La temperatura media

del cielo è eguale per tutta la terra_: importanza di questo

fatto.--13. Distribuzione media della temperatura su oceani e

continenti. Influenza degli agenti meteorologici.--14. Effetto di

una variazione nella trasparenza dell'atmosfera sulla temperatura

media;--15. sulla escursione annua;--16. e sul dislivello di

temperatura dall'equatore ai poli. La variabilità del sole

sostenuta da Brückner e Dubois è incompatibile colla uniformità

della distribuzione termica nell'epoca terziaria.--17. Il clima

terziario era un clima d'altipiano oceanico; argomento offerto dal

pianeta Marte.--18. Causa del successivo intorbidimento che

produsse l'êra glaciale: ipotesi vulcanica. La natura si svolge per

ritmi: l'atmosfera, come un organismo fisiologico, _deve_ avere dei

periodi di varia umidità e trasparenza.

1. Anzitutto ricordiamo brevemente i fatti. In un'epoca non remota nella

storia del nostro globo, anzi recentissima relativamente alla cronologia

geologica, una buona parte dell'Europa e dell'America Settentrionale

erano coperte da enormi strati di ghiaccio. In Europa erano due le aree

principali di ghiacciamento: l'una, la più grande, occupava forse senza

interruzione, coprendo cioè perfino il mare del Nord e il Baltico, la

zona dall'Irlanda alla Russia Centrale, dalle regioni polari alla

Germania e Francia settentrionale; l'altra, assai minore, era

intimamente connessa al sistema alpino, come una pesante coperta di

ghiaccio distesa su di esso e che, assecondandone grossolanamente la

struttura, coprisse co' suoi lembi tutto il contorno di catene e di

valli prealpine, invadendo a sud buona parte della valle del Po, e

distendendosi a nord fino alla Baviera, fin quasi a congiungersi colla

grande area settentrionale di ghiacciamento.

Sulla origine di questa invasione glaciale circumalpina non può esservi

dubbio: gli anfiteatri morenici, che sbarbano le principali nostre valli

lacuali e le tedesche, il contorno della zona dei depositi glaciali, che

generalmente si protende più avanti nella pianura allo sbocco dei più

vasti bacini idrografici alpini, il materiale morenico, la direzione

delle strie glaciali sulle pareti delle valli, dimostrano all'evidenza

che l'invasione è venuta dai monti. Essa non era altro che un

ingigantimento, un'ipertrofia dei ghiacciai attuali, che, continuando a

crescere per un lunghissimo periodo di anni, discesero alla pianura per

centinaia di chilometri, coprendo nello stesso tempo fino a grandi

altezze i pendii e le creste dei monti, fondendosi l'uno coll'altro al

di sopra di queste attraverso i valichi, invadendo le valli minori, fino

a formare quello strato quasi continuo, dello spessore di centinaia e

migliaia di metri, che seppellì la regione alpina.

Argomenti analoghi portano la grande maggioranza dei geologi a ritenere

che anche l'area di ghiacciamento dell'Europa settentrionale avesse il

suo centro d'origine nella catena scandinava, e rappresentasse una

espansione di quei ghiacciai, anche attualmente tanto maggiore degli

alpini. Tuttavia non mancano climatologisti autorevoli, come il sig.

Woeikof, cui ripugna l'ammettere una siffatta espansione delle correnti

alpine di ghiaccio per centinaia di chilometri sulle pianure della

Russia e della Germania: e nulla impedisce di ammettere che l'area di

ghiacciamento siasi in parte accresciuta al suo lembo esterno, o per la

maggiore copia e la permanenza delle nevi prodottevi e mantenutevi

dall'azione refrigerante della massa glaciale discesa dai monti, o per

congelamento della superficie dei mari che il signor Woeikof suppone

estesi anche a buona parte della pianura ora asciutta[35]. Questa

supposizione, per quanto non spieghi la potenza enorme di quegli strati

di ghiaccio, può apparire ancor più giustificata se si considera

l'espansione glaciale dell'America del Nord. I centri di emanazione

erano ivi non nelle alte montagne della Colombia, ma nell'altipiano non

molto elevato del Labrador e nella regione del Dominio del Canadà a nord

del Lago Superiore, in regioni cioè dove non vi è attualmente un sistema

di ghiacciai nemmeno paragonabile al nostro alpino. Eppure le traccie

dell'invasione, il _drift_ glaciale, si estendono ivi a latitudini assai

più basse che da noi, toccando fino il 37° di latitudine, al punto di

confluenza dell'Ohio col Missouri. L'area di ghiacciamento, che occupava

così assai più della metà dell'America del Nord, si fondeva a

settentrione coll'espansione emanante dalla Groenlandia, ma non si può

considerare come un prolungamento di quest'ultima, perchè la direzione

di moto della massa di ghiaccio era, a nord della Baia d'Hudson e sul

versante settentrionale del Labrador, certamente verso la Baia di

Baffin, cioè opposta a quella dei ghiacci groenlandesi.

Pare difficile spiegarsi come mai le correnti di ghiaccio emananti nel

senso delle valli, da quei centri di espansione così poco elevati, per

quanto alimentate da precipitazioni assai copiose (come lo sono, ma

certo in scala assai minore, anche attualmente per il frequente

passaggio delle aree cicloniche) potessero produrre una così vasta stesa

di ghiaccio, e pare quindi ragionevole supporre che questa siasi

accresciuta anche tutt'all'intorno per gli incrementi autonomi delle

precipitazioni locali. Conforta tale supposizione il fatto

singolarissimo che nel Wisconsin si riscontra un'area che è affatto

priva di traccie glaciali, che certamente non fu coperta dal ghiaccio il

quale pur la circondava da ogni parte, e che è anche ora una delle

regioni più povere di pioggia[36].

Volendo anche tener conto di questa circostanza, che può contribuire a

vincere la titubanza di chi non voglia ammettere una espansione dei

ghiacciai alpini attuali come causa adeguata a così immensa invasione di

ghiacci, rimane tuttavia indiscusso che da essa ne venne il primo

impulso, e che nelle regioni temperate come la nostra, dove la

permanenza delle nevi invernali è più difficile ad ammettersi, essa fu o

la causa sola o quella di gran lunga predominante sulle altre. Così il

Caucaso, l'Himalaya, la Nuova Zelanda, forse le Ande\equatoriali ebbero

la loro espansione glaciale, ma ristretta alla regione montuosa,

subordinata alla struttura orografica, semplice espansione dei

ghiacciai attuali, se ne sono rimasti; o meglio, i ghiacciai attuali,

dove ce n'è, non sono che i rimasugli, dei giganteschi ghiacciai

quaternari.

2. Il problema glaciale si riduce quindi a cercare da quali condizioni

fu determinata una così grande espansione dei ghiacciai. L'idea più

spontanea è che essa sia un fenomeno affatto conforme, benchè in scala

immensamente più vasta, alle espansioni periodiche che evidentemente si

verificarono più volte in tempi recenti, e che alcuni ghiacciai

presentano anche attualmente, sebbene la grande maggioranza dei

ghiacciai alpini sia ora in un periodo di regresso. Le attuali

oscillazioni periodiche dei ghiacciai sono indubbiamente il riflesso di

alternative del clima, alternative che il Sonklar, il Forel, il Richter,

l'Heim, ma sopratutto il Lang per la regione alpina, e poi il Brückner

nel suo colossale lavoro sulle oscillazioni dei climi[37] per tutte le

regioni climatologicamente note nel mondo, dimostrarono essersi

verificate e verificarsi realmente.

Si alternano sui continenti dei periodi di anni nei quali la temperatura

è alquanto minore, e la pioggia sensibilmente più abbondante, con

periodi nei quali ad una temperatura alquanto più elevata si combina una

maggiore secchezza. Le espansioni dei ghiacciai corrispondono, con un

ritardo di parecchi anni, vario da ghiacciaio a ghiacciaio a seconda

della loro forma e struttura, ai periodi freddo-umidi; i regressi

corrispondono ai periodi caldo-asciutti.

Noi siamo quindi portati a ritenere, per ragioni di analogia, che anche

la grande espansione glaciale dell'epoca postpliocenica corrisponda ad

un periodo freddo-umido del clima continentale, e il problema glaciale

si ridurrebbe così a ricercare le ragioni più probabili di un siffatto

periodo, che doveva essere naturalmente assai più accentuato di quelli

che giustificano i più recenti avanzamenti periodici dei ghiacciai.

In questo indirizzo sono infatti rivolti i più recenti studi

sull'argomento, i quali io mi propongo di qui riassumere il più che

potrò brevemente e chiaramente, cercando di evitare, dove potrò, la

terminologia e i simboli matematici e meteorologici, che son pur

necessari a una discussione rigorosa, ma che spauriscono, e talvolta

insospettiscono coloro che non sono iniziati a usarne anche in forma

elementare.

3. Prima però è necessario rimovere alcune teorie che non accettando,

come troppo ardita o troppo piccina, l'analogia degli attuali periodi

climatologici coi grandi periodi geologici del clima, ricorrono o a una

causa non climatologica, una maggiore altezza delle montagne (_ipotesi

orografica_), o ad una causa climatologica affatto opposta a quella che

spiega gli attuali incrementi periodici dei ghiacciai. Questa seconda,

per la sua stessa contraddizione ai fatti attuali, non meriterebbe molta

discussione, se, consacrata in Italia dal venerato nome di Stoppani, che

la sostenne vigorosamente, quando questi fatti attuali non erano ancora

assodati e messi in luce, non contasse ancora fra noi proseliti

abbastanza numerosi ed autorevoli. Secondo essa l'espansione glaciale

suppone una maggior copia di precipitazione nevosa nelle alte regioni

alpine, questa una maggior copia di vapore nell'atmosfera e quindi una

più abbondante evaporazione dei mari, la quale non può spiegarsi che con

una temperatura più elevata: dunque l'invasione glaciale fu provocata da

una condizione climatologica più tepida dell'attuale.

È facile vedere dove si annida il paradosso di questa teoria. Essa tien

conto dell'aumento di ghiaccio che può corrispondere a una maggiore

evaporazione dei mari, ma non dell'aumento di consumo che è prodotto

nella massa di ghiaccio da un aumento di temperatura. Essa cioè cura

l'aumento degli introiti, nel bilancio del ghiacciaio, e non si occupa

del contemporaneo e assai maggiore aumento delle spese. Il riscaldamento

di un solo mezzo grado centigrado solleverebbe anzitutto il limite delle

nevi perpetue di circa 100 metri in senso verticale; pochi gradi di

aumento farebbero spogliare quasi tutte le Alpi dei loro depositi di

ghiacci, come ne sono spogli o quasi (fatte le proporzioni) l'Himalaya e

le Ande equatoriali, nonostante la loro altezza e la vicinanza di mari

assai caldi, i quali danno abbondantissima evaporazione.

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 9 / 27 段