pervenuti in qualsiasi modo a una certa altezza, vi periscono in breve
tempo, e mi conforta in tale opinione, la quale tuttavia merita di
essere confortata da altre più numerose osservazioni, il fatto che nella
neve nei pressi delle Capanne-rifugio Gnifetti e Regina Margherita, dove
sono numerose le deiezioni umane, non abbiamo trovato quella quantità di
microorganismi che era ragionevole aspettarsi. Su questo fatto dirà più
particolareggiatamente la relazione del dott. Scofone.
Ma appena s'alzi dal piano il vento ad assalire i fianchi del monte,
ecco che l'aria di montagna si carica di polviscoli non meno di quella
dei centri abitati. Questo stato di cose è pressochè abituale in alcune
zone, dove il vento regna continuamente. La punta del Monte Marzo, sulla
quale io feci le esperienze del 1883, si trova appunto in queste
condizioni, poichè il contrafforte che chiude la Val d'Aosta a destra
della Dora, di cui il Monte Marzo fa parte, è quasi di continuo esposto
ai venti, e le nubi vi fanno dimora abituale. I nomi stessi di alcuni
passaggi: Col Nivolé, Col della Nuva (da nuvola) indicano questo fatto.
Perciò si comprende come io abbia allora trovato abbondanti germi, assai
più numerosi sulla vetta dove era continuo quasi il soffiar del vento,
che non a qualche centinaio di metri sotto, dove era il casolare che ci
alloggiava[31].
Siccome lo stato atmosferico in montagna è soggetto a frequenti e
improvvisi mutamenti, così è erroneo esprimere con una media il
contenuto in corpuscoli sospesi nell'aria, come si fa per altri
componenti quali sarebbero l'acido carbonico, o l'ammoniaca, i quali,
benchè soggetti a leggere variazioni, sono pure continuamente presenti.
E se si vogliono pure aver medie, non è filtrando qualche metro cubo
d'aria per poche ore che si potranno avere i dati per stabilirle; ma
bisognerà trarli ripetendo le osservazioni nelle varie condizioni
meteorologiche che si succedono con tanta frequenza in montagna.
Il miglior metodo è ancora l'esame delle nevi, quali ho praticato in
lavori precedenti[32], perchè, sebbene non dia dei risultati
quantitativi, permette di ottenere un'idea completa dei materiali
contenuti nell'atmosfera, mentre le correnti degli aspiratori non
trascinano che i corpuscoli più sottili e leggeri.
È necessario sopratutto, discorrendo dell'aria di montagna e dei
materiali che contiene sospesi, tener presente che le condizioni lassù
non sono come quelle di una città in cui il continuo moto e il viavai
riempie l'aria di polvere e le impedisce di purificarsi, sì che la
polvere diventa un elemento _costante_ dell'atmosfera; in montagna poche
ore di calma o il sopravvenire d'una nevicata depurano quasi
completamente l'aria; ma il sorgere subitaneo d'un vento o d'una
procella di neve rigettano nell'aria i turbini di materie solide di cui
s'era liberata.
Dott. PIERO GIACOSA
(Sezione di Torino).
NOTE:
[6] Debbo anche un ringraziamento alla Ditta Narizzano la quale ci
regalò una quantità di scatole delle sue conserve alimentari
veramente eccellenti e raccomandabili agli alpinisti per la loro
ottima confezione. Anche il sig. dott. Robecchi ci spedì da Strevi
una cassetta dei suoi rinomati vini e vermuth, che furono uno dei
lussi maggiori della nostra modesta spedizione.
[7] Vedi «Boll. C. A. I.» vol. XXIII (n. 57) p. 313.
[8] Forse si potrebbe utilmente sostituire la traversa inferiore cui
si attacca il gancio in ferro per uncinare la correggia di cuoio,
con una leggera sbarra di ferro, foderata di cuoio o di stoffa per
addolcire gli spigoli. Colla traversa in legno attuale accade che
nelle scosse inevitabili della discesa, allorchè la portantina è
carica, si fenda il legno in corrispondenza delle viti che fissano
gli uncini in ferro.
[9] Nella carta dell'I. G. M., foglio 29, alla scala 1:50,000 al
lago Salzia è assegnata l'altezza di 2270 metri; ciò è evidentemente
un errore materiale di scrittura; l'altezza deve essere invece di m.
2670, come risulta anche dalle curve di livello. Nella stessa carta
il sentiero del Colle d'Olen dal versante ovest è tracciato nel
"Thalweg" mentre esso fa un largo giro per portarsi in alto sulle
balze che scendono dal Corno del Camoscio verso il piano d'Indren, e
poi giunge al colle tenendosi sempre a mezza costa.
E poichè sono su questo argomento debbo pure fare notare altre
imperfezioni della carta sul versante di Gressoney: i due ghiacciai
che coprono il fianco meridionale della Piramide Vincent, cioè
quello di Garstelet a sinistra e quello di Indren a destra, non
hanno nome sulla carta; il bel piano dove le acque del torrente che
scende da questi ghiacciai indugiano in meandri fioriti, è chiamato
piano di Zindra, mentre il nome suo è di Indren, come quello del
ghiacciajo soprastante; il torrente stesso, come è detto più sopra,
si chiama Indren e non Mos. La carta poi, benchè abbia una quota e
l'indicazione di una morena al posto in cui sorge la capanna
Gnifetti, non registra questo frequentatissimo ricovero, come non
registra più in alto l'importantissimo Passo del Lys o Lysjoch.
Eppure altri passi del Rosa meno importanti e meno frequentati, come
p. es., lo Schwarzthor, il Verra Pass, il Felikjoch e lo stesso
Passo della Sesia, sconsigliabile sempre se non ai pochissimi
ardimentosi e in circostanze eccezionalmente favorevoli, sono tutti
segnati, come lo è pure il canale Marinelli e il Jägernetzen che
hanno una importanza esclusivamente alpinistica. Di siffatte
disuguaglianze ed omissioni ho potuto constatare altri esempi. Uno
di essi è di maggior rilievo: sulla strada d'accesso al Gran S.
Bernardo, non è indicata la cantina che è a mezza via tra St.-Rhémy
e l'Ospizio. La carta dell'1:100.000 pubblicata dal Ministero degli
Interni di Francia (foglio XXVI-25, Chamonix) che si vende a basso
prezzo ed è di una grande chiarezza per le sue diverse tinte, porta
questa indicazione, la cui importanza è evidente.
[10] Queste cifre approssimative, ma fondamentalmente esatte, mi
furono comunicate dal gentilissimo sig. cav. Gaspare Mongenet,
consigliere provinciale, e si riferiscono al torrente al suo sbocco
a Pont St.-Martin.
[11] Alla calcinazione si riduce a milligr. 16,0.
[12] «Vedi Berichte d. deutsch. chem. Gesell.» anno XXVII, pag. 343.
[13] TIEMANN U. GAERTNER: _Die Chemische und
mikroskopisch-bacteriologische Untersuchung des Wassers_
(Braunschweig, Wieweg, 1889) pag. 41.
[14] TIEMANN U. GAERTNER, op. cit., pag. 107.
[15] TIEMANN U. GAERTNER, op. cit., pag. 38-39.
[16] Vedi DAMMER, _Handbuch der anorganischen Chemie_, vol. II,
parte 1ª, pag. 52. Per quanto si riferisce alla distribuzione dei
composti azotati nell'aria in varie zone e latitudini, vedi pure i
lavori di SCHLÖSING nei _Comptes rendus_, vol. 81, pag. 1252; vol.
82, pag. 969; di MÜNTZ e AUBIN, _ibid._ vol. 95, pag. 788, 919; vol.
97, pag. 240; vol. 108, pag. 1062; di MARCANO e MÜNTZ, _ib._, vol.
113, pag. 779, e gli _Annuaires de l'Observatoire de Montsouris_.
[17] ALFONSO SELLA, nei «Rend. R. Acc. dei Lincei» del 18 gennaio
1891.
[18] PORRO, nel «Boll. C. A. I.» vol. XXIV, pag. 121.
[19] _Annales de l'Observatoire météorologique du Mont-Blanc_, Paris
1893, vol. I, prefazione.
[20] «Riv. Mens. C. A. I.» vol. IX, pag. 115.--Vedi pure «Zeitschr.
d. Deutsch. u. Oesterr. Alpenverein» XX.
[21] «Nature» 16 maggio 1895.--Riferisco qui una interessante
relazione trasmessami dal dott. E. Oddone, direttore
dell'Osservatorio geodinamico di Pavia, sopra i fenomeni elettrici
osservati alla Capanna Margherita.
«Sui fenomeni luminosi al Monte Rosa la sera del 21, o 22 che sia,
agosto 1893 ricordo che lassù sulla vetta era nebbioso e vi cadeva
insignificante un nevischio. La temperatura era di -5°. Nella
vallata della Sesia imperversava il temporale. Dapprima comparvero
sui 6 parafulmini delle piccole stellette simili a brillanti di
media grossezza illuminati dal sole. La luce loro era bianca. Ma
quando i lampi in basso percotevano la montagna, quasi il suolo e
le nubi fossero anodo e catodo di una gigantesca batteria, allora
le stellette mutavansi in fiocchi allungati e sibilanti. Ed a me
appariva che dopo fulmini azzurri si avessero fuochi negativi
(stellette), dopo fulmini rossi si avessero fuochi positivi
(fiocchi). Il suono era quello del vapore che esce dalla caldaia,
attenuato ma distinto, o meglio s'avvicinava a quel zittìo che si
fa nelle sale ove si ha piacere di udire la musica ed il vicino
disturba. La lunghezza dei fiocchi era forse di un centimetro, ma
l'occhio li giudicava più lunghi.
Nuovi lampi, e comparivano le stellette, nuovi lampi ancora e
ritornavano i fiocchetti. L'intervallo era di due o tre primi.
Avvicinatosi il temporale, non solo dalle punte sui tetti, ma da
ogni asperità delle rupi, dagli spigoli dei disordinati assiti
fuori della capanna, dalla balaustrata in legno uscivano grossi
fiocchi bluastri e fatui lunghi almeno 5 centimetri. All'occhio
sembravano più estesi, la luce però era smorta ed a stento si
avrebbe potuto leggere con simili candele. In tutto se ne potevano
contare una ventina e non mutavano più in stellette. Stavano fissi,
offrendo col solo un crescendo al momento del lampo (momenti che
alcune volte col lampo sparivano totalmente per un secondo!!).
Questi fiocchi dolcemente zittivano, come fu detto sopra, mentre la
neve attorno, benchè non fosforescente, pure leggermente crepitava
e schioppettava. Ho provato a mettere la mano sui parafulmini. Il
fiocco spariva per un attimo, ma poi tornava e mi lambiva le mani
senza provocare sensazioni. Eravamo in tre o quattro fuori della
capanna appoggiati all'uscio di entrata. I capelli e la barba, ad
eccezione di qualche luminosità sui peli isolati, non davano niente,
ma se si toccavano colle mani se ne sprigionavano ramificazioni
luminose molto più intense di quelle che escono dalle macchine di
Holtz senza condensatori. La lunghezza di quelle vive fiammelle era
di cm. 5, ma ne uscivano delle maggiori se si bagnavano le dita di
saliva. La pelle irritata dava la sensazione ben nota.
L'alpenstock, alzato la punta in alto, dava fiocchi di cm. 10 di
lunghezza e di 3 cm di diametro circa. Lo zittìo che emetteva
incuteva timore. L'uomo colla bocca difficilmente sa fare più forte.
Dopo ci siamo ritirati per prudenza, ma non credo che il temporale
crescesse in intensità. Un portatore che uscì ancora rientrò
atterrito: disse che allo scoppiare di un lampo ne aveva avuto la
barba investita e la vista e la memoria momentaneamente offuscata,
ma credo esagerasse.
Il tuono al massimo del temporale rumoreggiava forte, ma prima e
dopo vedevansi i lampi ed esso a noi non giungeva.
[22] «Compt. rend.» vol. 95 (1882), pag. 919.
[23] «Compt. rend.» vol. 95 (1882), pag. 1121.
[24] «Compt. rend.» 1892, pag. 134.
[25] «Compt. rend.» 1883, pag. 525.
[26] _Om kosmiskt stoft, som med nederbörden faller till jordytan._
«Ofversigt a Kongl. Vetenshaps-Academiens Förhandlingar» 1874, nº 1.
Stockholm.
[27] A. E. NORDENSKIÖLD: _La seconde expédition suédoise au
Grönland_ (Paris, Hachette) pag. 194 e segg.
[28] Anno 1871, p. 293 (citato da Nordenskiöld, _Om kosmiskt stoft_,
ecc.).
[29] «Atti della R. Acc. delle Scienze di Torino» vol. XVIII, 28
gennaio 1888.
[30] GIACOSA, loc. cit, e «Annuaire de l'Observatoire de
Montsouris», 1884-1885.
[31] Le mie esperienze del 1883 non ebbero la ventura di essere
approvate dal dottor Miquel, batteriologo dell'osservatorio
municipale di Parigi, situato a Montsouris. Egli le critica
vivamente nell'Annuario del 1884 a pag. 531, e la sua critica
contrasta singolarmente colle lodi date al signor di Freundenreich
di Berna che avendo eseguito ricerche analoghe sulle montagne era
giunto a risultati che al Miquel parvero più attendibili. Non
risposi allora alle critiche del batteriologo di Parigi e mi limito
ora a dimostrare che il Freundenreich ed io non meritavamo _ni cet
excès d'honneur ni cette indignité_. Le alte lodi per cui è
additato alla riconoscenza del mondo degli scienziati il sig. di
Freundenreich per avere preso la determinazione di salire sullo
Schilthorn (2792 m.) e starci quattro ore per filtrarvi dell'aria
(pag. 536) e quelle che gli si tributano l'anno seguente per essere
stato al Niesen e al Théodule, non avranno avuto altro effetto che
di far sorridere il dotto Bernese che sa come a queste altezze ci si
giunga se non così facilmente come alla Torre Eiffel, certo senza
incorrere in pericoli tali da meritare di essere tramandati alla
posterità; mentre la confessione penosa d'impotenza a cui il Miquel
vorrebbe costringermi, perchè essendo in montagna e sprovvisto di
laboratorio non ebbi mezzi di far quello che non fece neppure
il sig. di Freundenreich di coltivare cioè i germi trovati per
accertarmi dei micrococchi esistenti, non mi ha punto commosso.
Entrambi gli apprezzamenti provano soltanto che il signor Miquel in
quell'epoca non sapeva ancora che cosa vuol dire montagna e lavorare
in montagna. Forse a quest'ora l'avrà imparato.
[32] «Giornale della R. Accad. di Medicina di Torino», 1890, n. 1 e
2.
Nelle Dolomiti di Ampezzo.
La seduzione irresistibile che due mesi d'alpinismo nelle Dolomiti
avevano esercitato sopra di me, mi richiamava altre due volte (1894 e
1895) nella prediletta Cortina d'Ampezzo, alla quale tornavo e tornerò
ancora sovente con quel conscio e profondo amore che la montagna sa
ispirare ai suoi fedeli, e che prende sovente, com'è qui il caso, la
veste d'una vera passione.
Ho già raccontato su altro «Bollettino»[33] le mie salite del 1893. Nel
1894 il cattivo tempo e altre circostanze avevano mandato a vuoto la
progettata campagna alpina. Darò questa volta qualche cenno sopra alcune
ascensioni che compii sullo scorcio dell'estate 1895, e il cui numero
forzatamente dovette essere limitato, avendo già due anni prima esaurito
quasi interamente il repertorio delle più interessanti cime delle
Dolomiti d'Ampezzo.
=Cadini di S. Lucano= m. 2840.
Il gruppo dei Cadini appartiene alla serie ancora abbastanza numerosa di
montagne completamente italiane, che sono dai nostri alpinisti quasi del
tutto trascurate. I Cadini sorgono a sud delle Tre Cime di Lavaredo, a
est di Misurina, eccellente punto di partenza per la loro salita. Essi
non meritano davvero, malgrado la modesta elevazione, il poco conto in
cui sono tenuti dalla più parte: perchè formano, nel loro piccolo, uno
dei più pittoreschi gruppi delle Dolomiti di Sesto; hanno soltanto il
torto--se così si può dire--di non darsi il più piccolo disturbo per
piacere. Il loro esteriore è poco promettente e non richiama in modo
particolare l'attenzione degli alpinisti, anche sotto l'aspetto
pittoresco: mentre invece a quelli che non isdegnano di penetrare in
quel piccolo mondo nascosto, ove si svelano le loro belle e fantastiche
guglie, fasciate da un ghiacciaio in miniatura, i Cadini offrono ampio
compenso, sotto qualunque punto di vista.
Molto di nuovo e di interessante vi è certamente da fare nei Cadini, e
vorrei che fosse un italiano ad occuparsene, scrivendo anche una
monografia illustrata di quel ristretto, ma bellissimo gruppo. Le due
punte principali dei Cadini di Misurina sono i Cadini di San Lucano (la
più alta m. 2840) e i Cadini del Neve (m. 2751). I primi sorgono, ben
visibili da Misurina e Schluderbach, nella parte sud-est del gruppo, i
Cadini del Neve nella parte occidentale, proprio sopra Misurina.
La prima salita dei Cadini di S. Lucano è verosimilmente dovuta ad A.
Wachtler di Bozen, colla guida Santo Siorpaes, sin dal 1870: quella dei
Cadini del Neve ad Anton Angerer, colle guide Michel e Hans Innerkofler.
Delle punte secondarie sono notevoli la Punta Nord-Ovest, salita da Emil
Artmann il 2 agosto 1890: essa è 40-50 m. più bassa dei Cadini di S.
Lucano; e la Punta Nord-Est salita per la prima volta dallo stesso
Artmann, che si occupò con speciale amore di questo gruppo e trovò pure
una nuova via alla punta più alta, per le roccie a sinistra del canalone
di ghiaccio, evitando questo; finalmente la punta più orientale, una
splendida torre dall'aspetto ardito e imponente, superata per la prima
volta dal noto alpinista luogotenente Wundt e da L. Nicolai, senza
guide, il 27 luglio 1886.
Malgrado questo, ripeto, molto resta ancora a fare nei Cadini: in ogni
caso è desiderabile che gli alpinisti cessino dal preferire i Cadini di
S. Lucano ai Cadini del Neve, che sono infinitamente più pittoreschi ed
attraenti, e offrono, a quanto pare, non disprezzabili difficoltà.
La sera del 22 agosto, in compagnia del noto alpinista signor Alberto De
Falkner, che avevo avuto il piacere di conoscere pochi giorni prima,
lasciavo Cortina, diretto a Misurina, sopra una di quelle pittoresche
carrozzelle di montagna dall'aspetto poco rassicurante, ma che compiono,
coi focosi cavalli ampezzani e guidate dall'abile e robusta mano di un
Apollonio o di un Menardi, veri miracoli di resistenza e di velocità su
per la stradetta ripidissima che conduce a Tre Croci.
Presto arrivammo all'Hôtel Tre Croci che ora è arricchito di una
«dépendance» grazie al concorso straordinariamente crescente dei
visitatori delle Dolomiti; toccammo, non senza che una patriottica
vibrazione del cuore ce ne avvertisse, il confine italiano, e salutammo
con ammirazione le eternamente irresistibili Cime di Lavaredo, sorgenti
a nord del piano di Misurina.
Fu davvero eccellente idea--ora in avanzato corso di attuazione--quella
di creare un grande albergo moderno a Misurina, che può e deve diventare
un giorno il St.-Moritz delle Alpi Orientali italiane: la posizione
splendida, l'elevazione, l'aria deliziosa, l'immunità dal vento, la
ricchissima serie d'ascensioni che si possono compiere da Misurina, la
predestinano a un grande avvenire che non le mancherà senza dubbio, ma
al quale gli alpinisti italiani devono concorrere, scuotendo la loro
apatia verso questa regione dell'Alpi.
L'attuale vecchio alberghetto di Misurina era diventato assolutamente
insufficiente ai bisogni; con tutto ciò non vorremmo vederlo scomparire,
ricordandone l'eccellente cucina e i commendevolissimi vini: e un poco
anche per quella certa sentimentalità propria dell'alpinista, che gli fa
preferire sovente, al vicino «Grand-Hôtel» dalle sibaritiche sontuosità,
il piccolo vecchio alberghetto dove sa di trovare quella bottiglia «di
fiducia», quello «stufato di camoscio» frutto delle personali fatiche
del proprietario, e degno coronamento di una riuscita intrapresa.
Nell'albergo passammo una piacevolissima serata in compagnia d'una
simpatica famiglia genovese, i Loero, che ebbero la felice ispirazione
di farsi costrurre una palazzina, nella immediata vicinanza; e col
venerando patriota prof. Regnoli, di Bologna, il quale doveva nel 1895
cercare per l'ultima volta nell'aria vibrante di Misurina il sollievo
alle invernali fatiche.
L'indomani alle 5, con tempo splendido, si partiva, accompagnati dalle
guide Giovanni Barbaria e Zaccaria Pompanin. Nostro obbiettivo, non
conoscendo ancora il gruppo, era la punta più alta, i Cadini di Lucano.
L'esordio di questa escursione, prendendo le mosse da Misurina, è
delizioso: si va per buon tratto su per la comoda strada che conduce
alle Drei Zinnen e al Toblinger Riedel, poi la si lascia a sinistra, e
si risale, su per un ben marcato sentiero, il vallone che ci deve
guidare nel cuore dei Cadini e che è così ben coronato, alla sua
estremità orientale, dal caratteristico torrione salito dai signori
Wundt e Nicolai, di cui ho fatto cenno. La scena a misura che si procede
innanzi, si fa sempre più interessante: le numerosissime guglie dei
Cadini si svelano poco a poco, ed è una simpatica sorpresa quella che si
gode dal sommo dell'erta, quando la grande «caldaia» attorno a cui sono
disposti i Cadini Orientali (e che ha dato nome appunto al gruppo)
compare improvvisamente nel suo insieme, col piccolo, ma pittoresco
ghiacciaio, circondato da belle e svelte cime di schietto carattere
Dolomitico, tra cui notevoli la più alta, che non è però la più
attraente, e le due cime NE. e NO. salite dall'Artmann, e che devono
offrire vivo interesse alpinistico.
Un ampio canalone di ghiaccio assorge dalla estremità occidentale del
bacino, sino ad una specie di forcella fra la punta di S. Lucano e
quella immediatamente a ovest, di pochi metri più bassa: è questa la
consueta via di salita ai Cadini di San Lucano, e noi ci attenemmo
«borghesemente» alla medesima, le roccie a sinistra non avendo l'aria
particolarmente interessante. Intagliando gradini su pel non ripido
canalone, presto se ne raggiunse il sommo: di qui, piegando ad est,
pigliammo le roccie, e con breve e facile arrampicata, qua e là
divertente per chi si proponga di percorrere fedelmente lo spigolo che
guida alla cima, anzichè seguire la via solita, troppo noiosa, arrivammo
alle 9 sulla vetta, cioè in 4 ore da Misurina, compresi 40 minuti di
sosta.
Non potemmo goder la vista, che dev'essere bella, il gran caldo avendo
già velato di nebbie tutte le cime culminanti: rimanemmo però fino alle
10,45, per quel fascino caratteristico dell'«ambiente» di una vetta, con
un buon sole scottante, ma temperato, a tratti, da ondate della sana e
fresca carezza del vento alpino, che fanno provare in grado così
eminente il «piacere di vivere».
Nella discesa seguimmo in parte soltanto il canalone di ghiaccio: presto
piegammo giù per le facili roccie di destra, e in un momento fummo ai
piedi del massiccio. Sotto un caldo soffocante continuammo la discesa
anelanti all'acqua che trovammo solo a 1 ora da Misurina, dove giungemmo
alle 13,45, in tempo per «scritturare» un abilissimo vetturino, italiano
(e lo dico non senza orgoglio), che divorò addirittura a rompicollo,
spargendo la sorpresa e il terrore nei passanti, il tratto fra Misurina
e Cortina, dove giunse inverosimilmente presto, e con slancio così
fulmineo da lasciare durevole memoria di questo teatrale arrivo in
coloro che ebbero la ventura di esserne spettatori.
=Croda da Lago=: PUNTA SUD 2716 m.
_Prima ascensione per la parete Ovest e cresta Sud._
Fra le ardite cime che fanno grandiosa corona al ridente bacino di
Ampezzo, la Croda da Lago, colla sua fiera e dentellata cresta, la sua
linea nobile, quasi sdegnosa, la sua fama alpinistica (al giorno d'oggi
però molto sminuita dalle numerosissime ascensioni), occupa senza dubbio
il posto d'onore, e più d'ogni altra richiama subito l'attenzione degli
alpinisti. Ma mentre questi si rivolgono quasi tutti alla punta Nord
(quella salita per la prima volta dagli Zsigmondy nel 1881), essi
trascurano l'ascensione della Punta Sud--di pochi metri più alta, ciò
che è generalmente ignorato--perchè le maggiori difficoltà della sorella
minore le creano assai maggiori attrattive.
La Punta Sud era stata salita per la prima volta sin dal 1878, dai
signori Fröschels e Silberstein col vecchio Dimai, senza alcuna
difficoltà: dopodichè venne quasi dimenticata.
Io pensai se fosse possibile guadagnar prestigio alla povera vecchia
cima, per mezzo di una nuova via che la riabilitasse davanti agli
alpinisti dell'oggi: e incoraggiato dall'autorevole opinione di
Alessandro Lacedelli, il mattino del 27 agosto, alle 5,30, lasciavo
Cortina in compagnia del signor Alberto de Falkner e colle guide
Zaccaria Pompanin e Giuseppe Colli, nell'intento di provar l'indomani la
Punta Sud della Croda per la parete Ovest, quella rivolta verso Valle
Formin. Tale tentativo ci doveva anche servire come gita di ricognizione
per un altro assai più importante, quello alla punta Nord, dallo stesso
lato, che due giorni prima avevo in animo d'intraprendere, sebbene con
assai poca fiducia nella riuscita.
Alle 6,15 eravamo al simpatico alberghetto di Pocól e alle 9,30 ne
ripartivamo. Lasciando a destra la via che guida al Nuvolau, infilammo
il romantico sentiero che percorre la valletta di Cordes, e sale a
giravolte, su per una bellissima foresta, sino al cosidetto Cason di
Formin, una baita dimenticata, ai piedi dei primi contrafforti
settentrionali della Croda da Lago.