diffusi nell'atmosfera, o (come succede dei nitrati e nitriti) vi siano
sospesi, questi composti devono necessariamente essere imprigionati
nelle goccie d'acqua o nei fiocchi di neve, e soffermarsi sui ghiacciai.
E se nelle nevi delle alte vette non si trova se non ammoniaca, ciò deve
riferirsi che in quelle altezze non si verificano quelle condizioni che
sono necessarie perchè gli elementi dell'acqua si combinino coll'azoto
atmosferico.
La questione muta dunque d'aspetto; a rischiararla diventa necessario
verificare se ad una certa altezza i fenomeni elettrici mutino di
natura, o d'intensità, il che per ora non è facile per la scarsità dei
dati, le osservazioni continuate nelle zone elevate essendo ancora
nell'inizio.
A tutta prima parrebbe che sulle alte vette si dovessero avere
importantissimi fenomeni elettrici; è noto che ogni picco alpino ha
numerose impronte di fulminazione, e spesso si mostra magnetico in
conseguenza appunto delle scariche che ha subìto[17]. Sulle vette alpine
alcuni viaggiatori hanno assistito a fenomeni elettrici imponenti; il
sig. Galli il 16 agosto 1889 trovandosi alla Capanna del Bergli (3299),
alla base del gruppo della Jungfrau, fu leggermente ferito da un fulmine
penetrato nel rifugio. Si è in vista di questi pericoli che uno fra i
principali intenti della Commissione nominata dal Club Alpino Italiano
per dirigere la costruzione della Capanna Margherita sulla Punta
Gnifetti, fu di trovare il modo di renderla sicura dal fulmine[18]. Si
adottò il sistema di rivestirla di fogli di rame, armandola di punte
agli spigoli, da cui scendono gomene metalliche che la mettono in
diretta comunicazione col nucleo granitico del monte.
Dal complesso tuttavia delle osservazioni e dalla esperienza quotidiana
risulta che i violenti fenomeni elettrici a grandi altezze sono rari e
che le vere scariche temporalesche, in cui la ricomposizione della
elettricità si fa repentinamente per mezzo di scintille, vi sono meno
frequenti che non al basso; al disopra dei 3000 metri nella nostra
latitudine temporali con lampi e tuoni si hanno assai più rari che al
piano. La scarica elettrica nelle zone assai elevate muta carattere, non
è più subitanea come quella della bottiglia di Leyda, ma diventa
continua o semi-continua, assume l'apparenza di fuoco di S. Elmo o forse
anche di scarica oscura. Su questo punto le osservazioni sono numerose e
confermansi quotidianamente; il Vallot che è uno di coloro che abbia
vissuto più a lungo sul Monte Bianco, cita fra i fenomeni elettrici non
i fragorosi fulmini, ma le _milles piqûres de l'électricité des
orages_[19]. Il Vallino ha radunato molti esempi di scariche elettriche
nelle alte montagne[20]; se ne trovano pure registrati molti
interessantissimi negli Annali dell'Osservatorio di Harvard College, il
quale venne eretto sul Pikes Peak nelle Montagne Rocciose a 4308 m.
Recentemente si pubblicarono nei «Sitzungsberichte» dell'Accademia di
Vienna le osservazioni sulla elettricità atmosferica e sui fuochi di S.
Elmo fatte sulla vetta del Sonnblick, confermandosi il risultato di
precedenti osservazioni che dimostrano la variazione dell'energia
elettrica esservi poca, comparata a quella della base perchè
l'Osservatorio si erge al disopra di quegli strati dell'atmosfera in cui
sono più, frequenti i processi elettrici[21].
Tutti questi fatti giustificano quanto dissi dianzi che se non
assolutamente mancanti, tuttavia le violenti scariche temporalesche che
sono la sorgente più copiosa di composti nitrosi nell'aria, sono rare a
grandi altezze; si comprende perciò come nella neve raccolta sulle vette
si trovi in prevalenza e spesso sola l'ammoniaca che è diffusa
nell'atmosfera e proviene dagli strati più bassi, e non i nitriti ed i
nitrati la cui formazione a tali altezze è scarsa o nulla.
I risultati da me ottenuti relativamente ai composti azotati dell'acqua
a grandi altitudini sono confermati da parecchi autori. Müntz e
Aubin[22] al Picco del Mezzodì (m. 2877) hanno esaminato sei acque di
pioggia, tre di nebbie e quattro di neve e trovarono quasi completamente
assenti i nitrati. Per contro l'ammoniaca era dovunque presente in
quantità variabile, ma sempre inferiore a quella rinvenuta in regioni
basse.
Boussingault comunicò all'Accademia di Francia[23] alcune analisi di
acque raccolte dal sig. Civiale nelle peregrinazioni da lui intraprese
nelle Alpi. Non sono indicate le manipolazioni che abbia subito l'acqua,
nè l'epoca dell'analisi rispetto a quella della raccolta, nè i metodi
usati per il dosaggio.
I risultati sono:
millig. per litro
________/\________
HNO_3 NH_3
1859 Gran S. Bernardo:
Id. Acqua di pioggia sul colle (2600 m.) 0,30 1,10
Id. Acqua di neve » » 0,05 traccie
Id. Acqua del lago » » 0,00 0,11
Monte Velan (3760 m.). Acqua di neve 0,00 0,10
1860 Mer de Glace (1350 m.) 0,26 0,13
1861 Ghiacciaio del Gorner (2400 m.) 0,00 0,00
1862 Ghiacciaio d'Aletsch (2200 m.) indizii indizii
1863 Ghiacciaio di Kaltenwasser (3565 m.) 0,00 0,00
1865 Ghiacciaio di Palu (3900 m.) 0,00 0,00
1866 Vallone Comboë (2100 m.) 0,66 0,30
Dall'esame di questo elenco risulta che in tutte le acque raccolte sopra
ai 3000 metri mancava l'acido nitrico; l'ammoniaca invece si è rinvenuta
anche a questa altezza al Velan, il picco che domina il passo del Gran
S. Bernardo.
Per contro nella zona inferiore ai 3000 metri le quantità di ammoniaca e
di acido nitrico sono variabili e spesso ragguardevoli, con questo
tuttavia che i grandi ghiacciai alimentati da nevi la cui altitudine
supera i 3000 metri anche più basso hanno poco o punto di acido nitrico;
tali sono il ghiacciaio del Gorner formato appunto dalle nevi del Rosa
di cui io studiai il versante meridionale, e quello di Aletsch le cui
radici scendono per i fianchi della Jungfrau e delle altre vette più
alte dell'Oberland Bernese.
Il fatto che la Mer de Glace ha dato invece molto acido nitrico e
ammoniaca si spiega colla circostanza che si è esaminata la neve, e non
il ghiaccio; ora al fondo del ghiacciaio e ad una altezza di 1350 m.
questa neve era certamente d'origine locale, poichè quella alta fonde
sul sito o si trasforma in ghiaccio. Un esame dei ghiacci compatti di
questo estremo lembo del ghiacciaio avrebbe senza dubbio dato altri
risultati e mi induce a pensarlo il fatto che esaminando in quest'anno
1895 il ghiaccio del limite più basso del ghiacciaio del Lys (2150 m.),
che è una vera «Mer de glace», vi rinvenni ammoniaca in copia, e punto
composti nitrosi.
È assai interessante il risultato delle analisi delle acque del circo
Comboë che è un vallone aprentesi al sud d'Aosta, circondato da aspre
roccie fra cui emerge il Monte Emilius; le nevi si raccolsero durante un
temporale violento e siccome non esiste ghiacciaio in questa regione,
dovevano essere di valanga, se pure non caddero nel momento stesso in
cui infuriava il temporale; esse diedero un'acqua a reazione acida,
contenente milligr. 0,66 di acido nitrico per litro.
Tutti questi dati confermano quanto ho detto dianzi che cioè, mentre
anche in montagne alte si ha formazione di composti ossigenati
dell'azoto quando vi siano veri temporali, al disopra di 3000 metri non
si trovano più nitrati nè nitriti, il che deve essere in rapporto colla
natura delle scariche elettriche in queste regioni.
Nella scarica elettrica temporalesca condizione essenziale per la
combinazione dell'azoto coll'ossigeno è la temperatura elevata; col
crescere della temperatura anche altre forme di scarica, e precisamente
quella oscura, producono quantità sempre maggiori di composti nitrosi e
nitrici. Questo fatto venne messo in luce da Hautefeuille e Chapuis[24]:
essi trovarono che l'aria satura d'umidità e scaldata a 100° fatta
passare in un tubo ad ozono (_appareil à effluves_) acquista 16
milligrammi d'acido nitrico per litro d'aria! mentre alla temperatura
ordinaria, _cæteris paribus_, non si hanno che traccie di un acido che
fuma all'aria. Se si pensa alle rigide temperature che regnano di sopra
ai 3000 metri e alla natura delle scariche che si hanno, si può
benissimo comprendere come la formazione di composti nitrosi cessi
affatto.
Che i risultati negativi da me ottenuti possano ascriversi a scomparsa
dei nitrati e nitriti dal ghiaccio non credo sia ammissibile (e lo
provano le analisi delle acque del Civiale in cui quando esistevano i
composti nitrosi si conservarono nel ghiaccio); l'ammoniaca nelle stesse
condizioni persiste a lungo, mentre nell'acqua ed a temperatura più alta
essa scompare dopo qualche tempo. Houzeau[25] trovò che in un'acqua
contenente milligr. 4,7 di ammoniaca per litro, dopo essere lasciata 13
giorni al sole ne rimanevano solo più 0,3. All'oscuro la perdita è assai
meno sensibile; nello stesso periodo di tempo l'acqua da milligr. 4,7
passa a 2,6. Nel ghiaccio, sopratutto profondo, concorre altrettanto la
bassa temperatura quanto l'oscurità e la mancanza di aria atmosferica a
mantenere l'ammoniaca in quantità costante. Ma appena mutano le
condizioni, fonde il ghiaccio, e l'acqua di fondita corre liberamente
all'aria ed alla luce, ecco che l'ammoniaca si diffonde nell'atmosfera e
scompare rapidissimamente.
Ho già accennato che nelle circostanze ordinarie, l'acqua del torrente
Indren a due chilometri dalla sua sorgente non ha più traccia di
ammoniaca e solo eccezionalmente, durante le giornate canicolari che
inducono abbondante fondita, ne conserva ancora inalterata una porzione.
Così pure, nel lago dell'Olen l'ammoniaca si conserva qualche tempo
nell'acqua, ma in piccola quantità.
II.
CRIOCONITE.
Nordenskiöld nel suo viaggio in Groenlandia nel 1870 aveva trovato
disseminata alla superficie del ghiaccio continentale (_inlandsis_),
tanto nella sua porzione marginale, quanto a 150 chilometri dalle coste,
una polvere fina, amorfa, che egli battezzò col nome di _crioconite_.
Studiandone la forma e la composizione la credette d'origine cosmica e
in parte anche eolica, cioè dovuta al trasporto di particelle per opera
dei venti.
Lo scienziato svedese confermava le prime sue osservazioni esaminando
varii esemplari di polvisculi caduti durante un uragano di neve nel 1871
a Stoccolma, o raccolti in varie parti della penisola scandinava; nel
1872 ritrovava e ristudiava la crioconite sui ghiacci galleggianti
presso le isole Spitzberg[26]; tornato poi nel 1888 in Groenlandia
riprendeva lo studio della crioconite, che egli trovò abbondante, e che
anzi fu uno dei maggiori ostacoli al progresso della sua spedizione[27].
La crioconite di Groenlandia è una polvere nera, fine, avente
l'apparenza di fuliggine; si può trovare sparsa uniformemente alla
superficie del ghiaccio in strati di spessore vario da 1 millimetro a 1
decimetro; spesso si raccoglie entro a cavità cilindriche verticali,
veri pozzi in miniatura, profondi da pochi millimetri a 1 metro e larghi
altrettanto. Il fondo è coperto d'un leggero strato di crioconite,
mentre la cavità stessa contiene acqua, e la superficie per lo più è
coperta da un velo di neve o di ghiaccio che nasconde il tutto. Nello
spazio che è fra parecchi grandi fori si eleva un cono di ghiaccio
annerito dal polviscolo. La superficie del ghiacciaio così tormentata è
difficilissima a percorrersi; ad ogni passo la gamba affonda entro le
trappole celate sotto la neve.
Nella crioconite di Groenlandia e di Spitzberg e nei corpuscoli
trascinati e racchiusi nella neve delle bufere e delle nevicate
esaminate dal Nordenskiöld si rinvennero costantemente granuli di ferro
nativo con traccie di cobalto e di nickel, cristalli di quarzo, di mica,
di augite e di altri minerali, sostanze organiche solubili in alcool ed
etere, forme di vegetali monocellulari viventi, alcune volte (come per
esempio dopo l'eruzione del vulcano Krakatoa) ceneri vulcaniche.
La presenza del ferro magnetico unito al cobalto ed al nickel, la
costanza di composizione avente una certa indipendenza da quella delle
roccie vicine, la diffusione in zone lontane fra di loro, sono
altrettanti argomenti i quali inducono il Nordenskiöld ad attribuire
alla crioconite un'origine eolica e cosmica.
Le idee dello scienziato svedese però non sono state accolte da tutti;
parecchi vedono nella crioconite il prodotto dell'erosione e dello
sgretolamento delle roccie fra cui è incassato il ghiacciaio, le quali
anche in Groenlandia talora alzano il capo dal potentissimo mantello di
ghiaccio, formando quei picchi isolati che si chiamano col nome di
«Nunataks». Di più, un altro esploratore della Groenlandia, il Nansen,
che, più fortunato di tutti i suoi predecessori, valicò dalla costa
orientale alla occidentale percorrendo sempre l'_inlandsis_, non
rinvenne che in un solo punto del suo tragitto la crioconite, il che
dimostra la sua zona di distribuzione non essere così vasta come il
Nordenskiöld vorrebbe ammettere.
Una polvere avente tutti i caratteri della crioconite si può trovare qua
e là sui nostri ghiacciai; e come essi sono una miniatura dei vasti
campi di ghiaccio polari, così la crioconite vi si trova radunata in
condizioni che riproducono su piccola scala quelle della Groenlandia.
Nelle mie ricerche trovai i depositi caratteristici di crioconite
limitati a quella parte del ghiacciaio del Garstelet che scende a
lambire la cresta rocciosa che spiccandosi dall'Hohes Licht sale fino a
formare il mucchio di pietrame su cui posa la Capanna Gnifetti. Verso il
Garstelet questo sprone di roccie non ha quasi alcuna sporgenza, sì che
il ghiacciaio scende lievemente a morirvi sopra; verso il ghiacciaio
inferiore del Lys, invece, è un precipizio vertiginoso. L'orlo inferiore
del ghiacciaio è quasi pianeggiante, e per un tratto, che si avanza di
forse un centinaio di metri verso la parte superiore del ghiacciaio
stesso, si mostra tutto cribroso per innumerevoli fori. Sono queste le
aperture di piccoli pozzetti verticali, cilindrici, della profondità di
10 a 15 o 20 centimetri, del diametro che varia da pochi millimetri ad
8-10 centimetri. Chiusi talora da un dischetto di ghiaccio sottile, sono
ripieni d'acqua limpidissima, e al fondo hanno uno straterello d'una
polvere nera, fioccosa, che pare fuliggine.
Non è difficile il comprendere la formazione di queste cavità: gli
ammassi di questo materiale scuro, che assorbe intensamente il calore,
provocano la fusione del ghiaccio circostante e si vanno seppellendo
nella fossa che scavano da sè, finchè, giunti a tale profondità che il
calore diurno non li tocca più, si fermano. Ho potuto constatare che
dopo una nevicata che abbia seppellito tutto uno strato di pozzetti di
crioconite, al disotto dello strato superficiale permane la superficie
cribrosa; in una sezione verticale praticata in queste condizioni si
scorge sotto l'ultima neve recente la traccia dei pozzetti e della
crioconite primitiva.
Nel 1895 percorsi in vario senso il Garstelet per istudiarvi l'origine
della crioconite; e potei farmi una idea più esatta della sua
formazione, sebbene non abbia per varie circostanze avuto mezzo di farne
raccolta sì da ripetere e completare le analisi che riporto qui sotto.
Il Garstelet è una superficie unita di ghiaccio che non presenta traccia
di crepacci se non nella porzione superiore, dove si confonde
coll'Indren per fasciare i fianchi della Piramide Vincent. Per questa
sua continuità e per la sua disposizione a ventaglio le acque di fondita
vi scorrono sopra in un velo continuo e si raccolgono in rivoletti
tutt'intorno all'estremità del ghiacciaio. Sono queste acque
superficiali che raccolgono e trascinano il polviscolo nero detto
crioconite, il quale s'arresta qua e là e si affonda nei pozzetti la cui
acqua fa parte del velo scorrente sul ghiacciaio stesso. La neve recente
porosa ricopre alla sua volta di uno strato più o meno sottile la massa
glaciale, i pozzetti superficiali di crioconite e lo strato acqueo
continuamente fluente. In qualunque punto colla piccozza si rompa la
prima crosta tenue di neve e ghiaccio friabile, sgorga subito l'acqua
irrompendo da ogni lato, riempie e inonda i pozzetti esportandone il
fine detrito nero. Il ghiaccio sottoposto è compatto, duro, purissimo;
le analisi gli assegnano il residuo fisso più tenue, e l'ammoniaca in
certi punti è scomparsa, lavata essa pure dalle acque.
Dove i ghiacciai sono molto inclinati, e fessurati dai crepacci, e
solcati da quei ruscelli che nascono, crescono impetuosi col sole e
muoiono con lui, la crioconite è trascinata nelle cascate e scende a
mescolarsi col profondo limo glaciale. Alla superficie calma, riposata,
unita del Garstelet invece rimane a lungo depositata sotto l'acqua dei
pozzetti, spesso congelantesi durante la notte, e lentamente scende a
seppellirsi sotto le morene e le roccie che incassano il ghiaccio. Più
in alto, al Colle del Lys (4200 m.) la mancanza di fusione, anche
diurna, spiega l'assenza di crioconite, che potrebbe benissimo formarsi
per la poca inclinazione e la scarsità di crepacci.
Con questo meccanismo continuo, agevolato dalla pressione e dal
movimento dei ghiacciai, la crioconite della superficie scende al
profondo, dove si mescola colle sabbie moreniche, coi limi glaciali e
passa nelle correnti inter- e sottoglaciali, dove non è più possibile
isolarla.
La raccolta della crioconite si fece (nel 1894) colle solite
precauzioni, racchiudendola insieme a un poco d'acqua, in una boccia che
venne subito sigillata alla lampada. Non avendo meco il necessario per
verificare la presenza del ferro nativo, trasportai il materiale nel
laboratorio di Torino, dove venne esaminato nel gennaio 1895.
La crioconite del Rosa è un miscuglio di sostanze diverse, in diverso
grado di suddivisione. Una parte è in polvere finissima che nell'acqua
riposata rimane sospesa per lungo tempo, quindici o venti giorni,
comunicandole un leggero grado di opalescenza. Siccome l'acqua dei
pozzetti di crioconite è assolutamente limpida e chiara, conviene
ammettere che la formazione di tali cavità e la discesa della crioconite
si faccia con grande lentezza in modo da non disturbare punto la parte
più leggera del deposito.
Allorchè nell'inverno aprii in laboratorio la boccia contenente la
crioconite, constatai che si era fatto un vuoto parziale, e trovai, non
senza sorpresa che il miscuglio sviluppava un forte lezzo di putrido,
avente carattere deciso fecaloide o scatolico.
Filtrai tosto per carta senza ceneri; il filtrato avente reazione
debolissimamente alcalina era giallognolo, si intorbidiva all'aria
coprendosi di uno strato sottile iridescente, mentre nello spessore del
liquido l'intorbidamento si andava sempre facendo maggiore fino a
depositare uno straterello di precipitato giallo ocraceo. L'odore
fecaloide si faceva sempre più manifesto, ed era sopra tutto percepibile
fiutando delle listerelle di carta da filtro bagnate nel liquido. Il
filtrato dopo alcalinizzato con idrato sodico venne estratto con etere,
che lasciò alla evaporazione una goccia di residuo avente intenso odore
fecaloide; non si ottennero tuttavia cristalli, nè si ebbe la formazione
di nitrato di nitroso-indolo trattando con acido nitrico-nitroso. La
minima quantità di sostanza non permise di stabilire le altre reazioni;
ma l'odore caratteristico è una prova certa della presenza di uno dei
due composti o indolo o scatolo, e più probabilmente di quest'ultimo.
Il residuo della estrazione eterea, fatto bollire per separare le ocre e
svaporato, si acidificò con H_2SO_4 e si distillò; il distillato,
neutralizzato con un una traccia di NaOH e svaporato, lasciò un residuo
piccolissimo di saponi. Questo residuo, introdotto in un piccolo
palloncino e distillato con H_2SO_4, diede poche goccie di un distillato
acido, avente forte odore di burro rancido, e non riducente i sali di
argento; si trattava dunque di traccie d'un acido grasso (escluso il
formico), probabilissimamente butirrico.
La fermentazione avviatasi nella crioconite era dovuta a numerosi
microorganismi che vedevansi muovere in ogni senso in una goccia del
liquido esaminato al microscopio; ad essi era dovuta la scomparsa
dell'ossigeno, mentre avevano consumata scarsa sostanza organica azotata
che era contenuta in questo deposito glaciale.
La polvere nera di crioconite rimasta sul filtro conteneva pure numerosi
organismi; fra questi erano alghe verdi, le quali, non avendo potuto
svilupparsi nell'ambiente disossigenato della boccia chiusa, dove gli
anaerobii avevano il sopravvento, appena ebbero aria a disposizione
cominciarono a vegetare e produssero clorofilla che tingeva le ultime
acque di lavaggio.
Ecco i risultati dell'esame dei vegetali contenuti nella crioconite,
esame gentilmente intrapreso dal prof. Belli, assistente alla cattedra
di Botanica:
ALGHE (_Diatomeae_) appartenenti con tutta probabilità ai generi
_Pinnularia_ sp., _Navicula_ sp., _Frustulia_ sp.?
" (_Cyanophyceae_) _Oscillaria_ sp.!!
" (_Chlorophyceae_) _Pleurococcus_ sp., _Chroococcus_ sp.!
_Hematococcus pluvialis_ Kh.!!
FUNGHI (_Bacteriaceae_) _Bacillus_ sp., _Bacterium_ sp.,
numerosissimi.
" (_Ascomycetes_) Spore con episporio echimato di difficile
identificazione.
GYMNOSPERMAE. Polline di conifera (Gruppo _Abietineae_). Inoltre:
Pappi di Composite? o di Graminacee o Ciperacee.
Fili o tricomi appartenenti probabilmente a semi piumosi
(_Salix_, _Epilobium_, _Clematis_, ecc.).
Il processo di putrefazione avviatosi nella crioconite del Rosa, la
avvicina una volta di più alla crioconite boreale; anche Nordenskiöld
trovò una quantità di detriti abbandonati dal ghiacciaio nel letto di un
torrente, i quali erano caduti in preda a decomposizione putrida ed
esalavano odore d'acido butirrico. Da questi ammassi di crioconite il
Berggren isolò un certo numero di alghe, che descrisse nei resoconti
dell'Accademia di Stoccolma[28]. Si è appunto in causa all'avviatasi
decomposizione putrida che il ferro nativo che potesse essere contenuto
nella crioconite del Rosa si combinò con altri elementi per passare allo
stato ferroso, che alla sua volta si trasformò in ferrico quando aperta
la boccia si diede libero accesso all'ossigeno. Dai dosaggi fatti
risultò che la crioconite del Rosa in cui si era sviluppata la
putrefazione, conteneva circa 16% di sostanza organica; il ferro rimasto
allo stato insolubile rappresentava ancora il 3,5%.
È dunque assodato che anche la crioconite nostrana racchiude
indubbiamente elementi eolici, ma non ho potuto accertarmi se vi
esistano anche elementi cosmici, che sarebbero rappresentati dal ferro
nativo.
La presenza di crioconite e la sua composizione serve a dimostrare con
ogni certezza quanto ho sostenuto già da tempo[29] che cioè l'aria
dell'alta montagna racchiude anch'essa numerosi corpi stranieri.
E qui fa d'uopo di ben precisare la questione; se si parla dell'aria di
montagna nei periodi di calma, non c'è dubbio che essa si debba
considerare come esente o quasi da ogni germe sospeso; questo fatto, già
noto per l'esperienza di vari autori[30], abbiamo potuto confermare
parecchie volte nel 1895 esponendo alcune scatole Petri, contenenti
gelatine o agar sterilizzati, per 24 ore all'aria in varie località, al
Corno del Camoscio sopra il Col di Olen, al Telcio e in prossimità
dell'alpe Lavez. Nessuna di queste scatole accusò pure un germe. È
troppo chiaro che l'atmosfera essendo calma, i germi sospesi nelle zone
basse non possono salire, mentre quelli giacenti al suolo della
montagna, i quali si van facendo più rari quanto più ci si allontana dai
luoghi dove è più attiva la vita vegetale ed animale, non sono smossi
che raramente per essere la regione quasi affatto disabitata.