In un modo o nell'altro, sia che (come avviene per l'ammoniaca) siano

diffusi nell'atmosfera, o (come succede dei nitrati e nitriti) vi siano

sospesi, questi composti devono necessariamente essere imprigionati

nelle goccie d'acqua o nei fiocchi di neve, e soffermarsi sui ghiacciai.

E se nelle nevi delle alte vette non si trova se non ammoniaca, ciò deve

riferirsi che in quelle altezze non si verificano quelle condizioni che

sono necessarie perchè gli elementi dell'acqua si combinino coll'azoto

atmosferico.

La questione muta dunque d'aspetto; a rischiararla diventa necessario

verificare se ad una certa altezza i fenomeni elettrici mutino di

natura, o d'intensità, il che per ora non è facile per la scarsità dei

dati, le osservazioni continuate nelle zone elevate essendo ancora

nell'inizio.

A tutta prima parrebbe che sulle alte vette si dovessero avere

importantissimi fenomeni elettrici; è noto che ogni picco alpino ha

numerose impronte di fulminazione, e spesso si mostra magnetico in

conseguenza appunto delle scariche che ha subìto[17]. Sulle vette alpine

alcuni viaggiatori hanno assistito a fenomeni elettrici imponenti; il

sig. Galli il 16 agosto 1889 trovandosi alla Capanna del Bergli (3299),

alla base del gruppo della Jungfrau, fu leggermente ferito da un fulmine

penetrato nel rifugio. Si è in vista di questi pericoli che uno fra i

principali intenti della Commissione nominata dal Club Alpino Italiano

per dirigere la costruzione della Capanna Margherita sulla Punta

Gnifetti, fu di trovare il modo di renderla sicura dal fulmine[18]. Si

adottò il sistema di rivestirla di fogli di rame, armandola di punte

agli spigoli, da cui scendono gomene metalliche che la mettono in

diretta comunicazione col nucleo granitico del monte.

Dal complesso tuttavia delle osservazioni e dalla esperienza quotidiana

risulta che i violenti fenomeni elettrici a grandi altezze sono rari e

che le vere scariche temporalesche, in cui la ricomposizione della

elettricità si fa repentinamente per mezzo di scintille, vi sono meno

frequenti che non al basso; al disopra dei 3000 metri nella nostra

latitudine temporali con lampi e tuoni si hanno assai più rari che al

piano. La scarica elettrica nelle zone assai elevate muta carattere, non

è più subitanea come quella della bottiglia di Leyda, ma diventa

continua o semi-continua, assume l'apparenza di fuoco di S. Elmo o forse

anche di scarica oscura. Su questo punto le osservazioni sono numerose e

confermansi quotidianamente; il Vallot che è uno di coloro che abbia

vissuto più a lungo sul Monte Bianco, cita fra i fenomeni elettrici non

i fragorosi fulmini, ma le _milles piqûres de l'électricité des

orages_[19]. Il Vallino ha radunato molti esempi di scariche elettriche

nelle alte montagne[20]; se ne trovano pure registrati molti

interessantissimi negli Annali dell'Osservatorio di Harvard College, il

quale venne eretto sul Pikes Peak nelle Montagne Rocciose a 4308 m.

Recentemente si pubblicarono nei «Sitzungsberichte» dell'Accademia di

Vienna le osservazioni sulla elettricità atmosferica e sui fuochi di S.

Elmo fatte sulla vetta del Sonnblick, confermandosi il risultato di

precedenti osservazioni che dimostrano la variazione dell'energia

elettrica esservi poca, comparata a quella della base perchè

l'Osservatorio si erge al disopra di quegli strati dell'atmosfera in cui

sono più, frequenti i processi elettrici[21].

Tutti questi fatti giustificano quanto dissi dianzi che se non

assolutamente mancanti, tuttavia le violenti scariche temporalesche che

sono la sorgente più copiosa di composti nitrosi nell'aria, sono rare a

grandi altezze; si comprende perciò come nella neve raccolta sulle vette

si trovi in prevalenza e spesso sola l'ammoniaca che è diffusa

nell'atmosfera e proviene dagli strati più bassi, e non i nitriti ed i

nitrati la cui formazione a tali altezze è scarsa o nulla.

I risultati da me ottenuti relativamente ai composti azotati dell'acqua

a grandi altitudini sono confermati da parecchi autori. Müntz e

Aubin[22] al Picco del Mezzodì (m. 2877) hanno esaminato sei acque di

pioggia, tre di nebbie e quattro di neve e trovarono quasi completamente

assenti i nitrati. Per contro l'ammoniaca era dovunque presente in

quantità variabile, ma sempre inferiore a quella rinvenuta in regioni

basse.

Boussingault comunicò all'Accademia di Francia[23] alcune analisi di

acque raccolte dal sig. Civiale nelle peregrinazioni da lui intraprese

nelle Alpi. Non sono indicate le manipolazioni che abbia subito l'acqua,

nè l'epoca dell'analisi rispetto a quella della raccolta, nè i metodi

usati per il dosaggio.

I risultati sono:

millig. per litro

________/\________

HNO_3 NH_3

1859 Gran S. Bernardo:

Id. Acqua di pioggia sul colle (2600 m.) 0,30 1,10

Id. Acqua di neve » » 0,05 traccie

Id. Acqua del lago » » 0,00 0,11

Monte Velan (3760 m.). Acqua di neve 0,00 0,10

1860 Mer de Glace (1350 m.) 0,26 0,13

1861 Ghiacciaio del Gorner (2400 m.) 0,00 0,00

1862 Ghiacciaio d'Aletsch (2200 m.) indizii indizii

1863 Ghiacciaio di Kaltenwasser (3565 m.) 0,00 0,00

1865 Ghiacciaio di Palu (3900 m.) 0,00 0,00

1866 Vallone Comboë (2100 m.) 0,66 0,30

Dall'esame di questo elenco risulta che in tutte le acque raccolte sopra

ai 3000 metri mancava l'acido nitrico; l'ammoniaca invece si è rinvenuta

anche a questa altezza al Velan, il picco che domina il passo del Gran

S. Bernardo.

Per contro nella zona inferiore ai 3000 metri le quantità di ammoniaca e

di acido nitrico sono variabili e spesso ragguardevoli, con questo

tuttavia che i grandi ghiacciai alimentati da nevi la cui altitudine

supera i 3000 metri anche più basso hanno poco o punto di acido nitrico;

tali sono il ghiacciaio del Gorner formato appunto dalle nevi del Rosa

di cui io studiai il versante meridionale, e quello di Aletsch le cui

radici scendono per i fianchi della Jungfrau e delle altre vette più

alte dell'Oberland Bernese.

Il fatto che la Mer de Glace ha dato invece molto acido nitrico e

ammoniaca si spiega colla circostanza che si è esaminata la neve, e non

il ghiaccio; ora al fondo del ghiacciaio e ad una altezza di 1350 m.

questa neve era certamente d'origine locale, poichè quella alta fonde

sul sito o si trasforma in ghiaccio. Un esame dei ghiacci compatti di

questo estremo lembo del ghiacciaio avrebbe senza dubbio dato altri

risultati e mi induce a pensarlo il fatto che esaminando in quest'anno

1895 il ghiaccio del limite più basso del ghiacciaio del Lys (2150 m.),

che è una vera «Mer de glace», vi rinvenni ammoniaca in copia, e punto

composti nitrosi.

È assai interessante il risultato delle analisi delle acque del circo

Comboë che è un vallone aprentesi al sud d'Aosta, circondato da aspre

roccie fra cui emerge il Monte Emilius; le nevi si raccolsero durante un

temporale violento e siccome non esiste ghiacciaio in questa regione,

dovevano essere di valanga, se pure non caddero nel momento stesso in

cui infuriava il temporale; esse diedero un'acqua a reazione acida,

contenente milligr. 0,66 di acido nitrico per litro.

Tutti questi dati confermano quanto ho detto dianzi che cioè, mentre

anche in montagne alte si ha formazione di composti ossigenati

dell'azoto quando vi siano veri temporali, al disopra di 3000 metri non

si trovano più nitrati nè nitriti, il che deve essere in rapporto colla

natura delle scariche elettriche in queste regioni.

Nella scarica elettrica temporalesca condizione essenziale per la

combinazione dell'azoto coll'ossigeno è la temperatura elevata; col

crescere della temperatura anche altre forme di scarica, e precisamente

quella oscura, producono quantità sempre maggiori di composti nitrosi e

nitrici. Questo fatto venne messo in luce da Hautefeuille e Chapuis[24]:

essi trovarono che l'aria satura d'umidità e scaldata a 100° fatta

passare in un tubo ad ozono (_appareil à effluves_) acquista 16

milligrammi d'acido nitrico per litro d'aria! mentre alla temperatura

ordinaria, _cæteris paribus_, non si hanno che traccie di un acido che

fuma all'aria. Se si pensa alle rigide temperature che regnano di sopra

ai 3000 metri e alla natura delle scariche che si hanno, si può

benissimo comprendere come la formazione di composti nitrosi cessi

affatto.

Che i risultati negativi da me ottenuti possano ascriversi a scomparsa

dei nitrati e nitriti dal ghiaccio non credo sia ammissibile (e lo

provano le analisi delle acque del Civiale in cui quando esistevano i

composti nitrosi si conservarono nel ghiaccio); l'ammoniaca nelle stesse

condizioni persiste a lungo, mentre nell'acqua ed a temperatura più alta

essa scompare dopo qualche tempo. Houzeau[25] trovò che in un'acqua

contenente milligr. 4,7 di ammoniaca per litro, dopo essere lasciata 13

giorni al sole ne rimanevano solo più 0,3. All'oscuro la perdita è assai

meno sensibile; nello stesso periodo di tempo l'acqua da milligr. 4,7

passa a 2,6. Nel ghiaccio, sopratutto profondo, concorre altrettanto la

bassa temperatura quanto l'oscurità e la mancanza di aria atmosferica a

mantenere l'ammoniaca in quantità costante. Ma appena mutano le

condizioni, fonde il ghiaccio, e l'acqua di fondita corre liberamente

all'aria ed alla luce, ecco che l'ammoniaca si diffonde nell'atmosfera e

scompare rapidissimamente.

Ho già accennato che nelle circostanze ordinarie, l'acqua del torrente

Indren a due chilometri dalla sua sorgente non ha più traccia di

ammoniaca e solo eccezionalmente, durante le giornate canicolari che

inducono abbondante fondita, ne conserva ancora inalterata una porzione.

Così pure, nel lago dell'Olen l'ammoniaca si conserva qualche tempo

nell'acqua, ma in piccola quantità.

II.

CRIOCONITE.

Nordenskiöld nel suo viaggio in Groenlandia nel 1870 aveva trovato

disseminata alla superficie del ghiaccio continentale (_inlandsis_),

tanto nella sua porzione marginale, quanto a 150 chilometri dalle coste,

una polvere fina, amorfa, che egli battezzò col nome di _crioconite_.

Studiandone la forma e la composizione la credette d'origine cosmica e

in parte anche eolica, cioè dovuta al trasporto di particelle per opera

dei venti.

Lo scienziato svedese confermava le prime sue osservazioni esaminando

varii esemplari di polvisculi caduti durante un uragano di neve nel 1871

a Stoccolma, o raccolti in varie parti della penisola scandinava; nel

1872 ritrovava e ristudiava la crioconite sui ghiacci galleggianti

presso le isole Spitzberg[26]; tornato poi nel 1888 in Groenlandia

riprendeva lo studio della crioconite, che egli trovò abbondante, e che

anzi fu uno dei maggiori ostacoli al progresso della sua spedizione[27].

La crioconite di Groenlandia è una polvere nera, fine, avente

l'apparenza di fuliggine; si può trovare sparsa uniformemente alla

superficie del ghiaccio in strati di spessore vario da 1 millimetro a 1

decimetro; spesso si raccoglie entro a cavità cilindriche verticali,

veri pozzi in miniatura, profondi da pochi millimetri a 1 metro e larghi

altrettanto. Il fondo è coperto d'un leggero strato di crioconite,

mentre la cavità stessa contiene acqua, e la superficie per lo più è

coperta da un velo di neve o di ghiaccio che nasconde il tutto. Nello

spazio che è fra parecchi grandi fori si eleva un cono di ghiaccio

annerito dal polviscolo. La superficie del ghiacciaio così tormentata è

difficilissima a percorrersi; ad ogni passo la gamba affonda entro le

trappole celate sotto la neve.

Nella crioconite di Groenlandia e di Spitzberg e nei corpuscoli

trascinati e racchiusi nella neve delle bufere e delle nevicate

esaminate dal Nordenskiöld si rinvennero costantemente granuli di ferro

nativo con traccie di cobalto e di nickel, cristalli di quarzo, di mica,

di augite e di altri minerali, sostanze organiche solubili in alcool ed

etere, forme di vegetali monocellulari viventi, alcune volte (come per

esempio dopo l'eruzione del vulcano Krakatoa) ceneri vulcaniche.

La presenza del ferro magnetico unito al cobalto ed al nickel, la

costanza di composizione avente una certa indipendenza da quella delle

roccie vicine, la diffusione in zone lontane fra di loro, sono

altrettanti argomenti i quali inducono il Nordenskiöld ad attribuire

alla crioconite un'origine eolica e cosmica.

Le idee dello scienziato svedese però non sono state accolte da tutti;

parecchi vedono nella crioconite il prodotto dell'erosione e dello

sgretolamento delle roccie fra cui è incassato il ghiacciaio, le quali

anche in Groenlandia talora alzano il capo dal potentissimo mantello di

ghiaccio, formando quei picchi isolati che si chiamano col nome di

«Nunataks». Di più, un altro esploratore della Groenlandia, il Nansen,

che, più fortunato di tutti i suoi predecessori, valicò dalla costa

orientale alla occidentale percorrendo sempre l'_inlandsis_, non

rinvenne che in un solo punto del suo tragitto la crioconite, il che

dimostra la sua zona di distribuzione non essere così vasta come il

Nordenskiöld vorrebbe ammettere.

Una polvere avente tutti i caratteri della crioconite si può trovare qua

e là sui nostri ghiacciai; e come essi sono una miniatura dei vasti

campi di ghiaccio polari, così la crioconite vi si trova radunata in

condizioni che riproducono su piccola scala quelle della Groenlandia.

Nelle mie ricerche trovai i depositi caratteristici di crioconite

limitati a quella parte del ghiacciaio del Garstelet che scende a

lambire la cresta rocciosa che spiccandosi dall'Hohes Licht sale fino a

formare il mucchio di pietrame su cui posa la Capanna Gnifetti. Verso il

Garstelet questo sprone di roccie non ha quasi alcuna sporgenza, sì che

il ghiacciaio scende lievemente a morirvi sopra; verso il ghiacciaio

inferiore del Lys, invece, è un precipizio vertiginoso. L'orlo inferiore

del ghiacciaio è quasi pianeggiante, e per un tratto, che si avanza di

forse un centinaio di metri verso la parte superiore del ghiacciaio

stesso, si mostra tutto cribroso per innumerevoli fori. Sono queste le

aperture di piccoli pozzetti verticali, cilindrici, della profondità di

10 a 15 o 20 centimetri, del diametro che varia da pochi millimetri ad

8-10 centimetri. Chiusi talora da un dischetto di ghiaccio sottile, sono

ripieni d'acqua limpidissima, e al fondo hanno uno straterello d'una

polvere nera, fioccosa, che pare fuliggine.

Non è difficile il comprendere la formazione di queste cavità: gli

ammassi di questo materiale scuro, che assorbe intensamente il calore,

provocano la fusione del ghiaccio circostante e si vanno seppellendo

nella fossa che scavano da sè, finchè, giunti a tale profondità che il

calore diurno non li tocca più, si fermano. Ho potuto constatare che

dopo una nevicata che abbia seppellito tutto uno strato di pozzetti di

crioconite, al disotto dello strato superficiale permane la superficie

cribrosa; in una sezione verticale praticata in queste condizioni si

scorge sotto l'ultima neve recente la traccia dei pozzetti e della

crioconite primitiva.

Nel 1895 percorsi in vario senso il Garstelet per istudiarvi l'origine

della crioconite; e potei farmi una idea più esatta della sua

formazione, sebbene non abbia per varie circostanze avuto mezzo di farne

raccolta sì da ripetere e completare le analisi che riporto qui sotto.

Il Garstelet è una superficie unita di ghiaccio che non presenta traccia

di crepacci se non nella porzione superiore, dove si confonde

coll'Indren per fasciare i fianchi della Piramide Vincent. Per questa

sua continuità e per la sua disposizione a ventaglio le acque di fondita

vi scorrono sopra in un velo continuo e si raccolgono in rivoletti

tutt'intorno all'estremità del ghiacciaio. Sono queste acque

superficiali che raccolgono e trascinano il polviscolo nero detto

crioconite, il quale s'arresta qua e là e si affonda nei pozzetti la cui

acqua fa parte del velo scorrente sul ghiacciaio stesso. La neve recente

porosa ricopre alla sua volta di uno strato più o meno sottile la massa

glaciale, i pozzetti superficiali di crioconite e lo strato acqueo

continuamente fluente. In qualunque punto colla piccozza si rompa la

prima crosta tenue di neve e ghiaccio friabile, sgorga subito l'acqua

irrompendo da ogni lato, riempie e inonda i pozzetti esportandone il

fine detrito nero. Il ghiaccio sottoposto è compatto, duro, purissimo;

le analisi gli assegnano il residuo fisso più tenue, e l'ammoniaca in

certi punti è scomparsa, lavata essa pure dalle acque.

Dove i ghiacciai sono molto inclinati, e fessurati dai crepacci, e

solcati da quei ruscelli che nascono, crescono impetuosi col sole e

muoiono con lui, la crioconite è trascinata nelle cascate e scende a

mescolarsi col profondo limo glaciale. Alla superficie calma, riposata,

unita del Garstelet invece rimane a lungo depositata sotto l'acqua dei

pozzetti, spesso congelantesi durante la notte, e lentamente scende a

seppellirsi sotto le morene e le roccie che incassano il ghiaccio. Più

in alto, al Colle del Lys (4200 m.) la mancanza di fusione, anche

diurna, spiega l'assenza di crioconite, che potrebbe benissimo formarsi

per la poca inclinazione e la scarsità di crepacci.

Con questo meccanismo continuo, agevolato dalla pressione e dal

movimento dei ghiacciai, la crioconite della superficie scende al

profondo, dove si mescola colle sabbie moreniche, coi limi glaciali e

passa nelle correnti inter- e sottoglaciali, dove non è più possibile

isolarla.

La raccolta della crioconite si fece (nel 1894) colle solite

precauzioni, racchiudendola insieme a un poco d'acqua, in una boccia che

venne subito sigillata alla lampada. Non avendo meco il necessario per

verificare la presenza del ferro nativo, trasportai il materiale nel

laboratorio di Torino, dove venne esaminato nel gennaio 1895.

La crioconite del Rosa è un miscuglio di sostanze diverse, in diverso

grado di suddivisione. Una parte è in polvere finissima che nell'acqua

riposata rimane sospesa per lungo tempo, quindici o venti giorni,

comunicandole un leggero grado di opalescenza. Siccome l'acqua dei

pozzetti di crioconite è assolutamente limpida e chiara, conviene

ammettere che la formazione di tali cavità e la discesa della crioconite

si faccia con grande lentezza in modo da non disturbare punto la parte

più leggera del deposito.

Allorchè nell'inverno aprii in laboratorio la boccia contenente la

crioconite, constatai che si era fatto un vuoto parziale, e trovai, non

senza sorpresa che il miscuglio sviluppava un forte lezzo di putrido,

avente carattere deciso fecaloide o scatolico.

Filtrai tosto per carta senza ceneri; il filtrato avente reazione

debolissimamente alcalina era giallognolo, si intorbidiva all'aria

coprendosi di uno strato sottile iridescente, mentre nello spessore del

liquido l'intorbidamento si andava sempre facendo maggiore fino a

depositare uno straterello di precipitato giallo ocraceo. L'odore

fecaloide si faceva sempre più manifesto, ed era sopra tutto percepibile

fiutando delle listerelle di carta da filtro bagnate nel liquido. Il

filtrato dopo alcalinizzato con idrato sodico venne estratto con etere,

che lasciò alla evaporazione una goccia di residuo avente intenso odore

fecaloide; non si ottennero tuttavia cristalli, nè si ebbe la formazione

di nitrato di nitroso-indolo trattando con acido nitrico-nitroso. La

minima quantità di sostanza non permise di stabilire le altre reazioni;

ma l'odore caratteristico è una prova certa della presenza di uno dei

due composti o indolo o scatolo, e più probabilmente di quest'ultimo.

Il residuo della estrazione eterea, fatto bollire per separare le ocre e

svaporato, si acidificò con H_2SO_4 e si distillò; il distillato,

neutralizzato con un una traccia di NaOH e svaporato, lasciò un residuo

piccolissimo di saponi. Questo residuo, introdotto in un piccolo

palloncino e distillato con H_2SO_4, diede poche goccie di un distillato

acido, avente forte odore di burro rancido, e non riducente i sali di

argento; si trattava dunque di traccie d'un acido grasso (escluso il

formico), probabilissimamente butirrico.

La fermentazione avviatasi nella crioconite era dovuta a numerosi

microorganismi che vedevansi muovere in ogni senso in una goccia del

liquido esaminato al microscopio; ad essi era dovuta la scomparsa

dell'ossigeno, mentre avevano consumata scarsa sostanza organica azotata

che era contenuta in questo deposito glaciale.

La polvere nera di crioconite rimasta sul filtro conteneva pure numerosi

organismi; fra questi erano alghe verdi, le quali, non avendo potuto

svilupparsi nell'ambiente disossigenato della boccia chiusa, dove gli

anaerobii avevano il sopravvento, appena ebbero aria a disposizione

cominciarono a vegetare e produssero clorofilla che tingeva le ultime

acque di lavaggio.

Ecco i risultati dell'esame dei vegetali contenuti nella crioconite,

esame gentilmente intrapreso dal prof. Belli, assistente alla cattedra

di Botanica:

ALGHE (_Diatomeae_) appartenenti con tutta probabilità ai generi

_Pinnularia_ sp., _Navicula_ sp., _Frustulia_ sp.?

" (_Cyanophyceae_) _Oscillaria_ sp.!!

" (_Chlorophyceae_) _Pleurococcus_ sp., _Chroococcus_ sp.!

_Hematococcus pluvialis_ Kh.!!

FUNGHI (_Bacteriaceae_) _Bacillus_ sp., _Bacterium_ sp.,

numerosissimi.

" (_Ascomycetes_) Spore con episporio echimato di difficile

identificazione.

GYMNOSPERMAE. Polline di conifera (Gruppo _Abietineae_). Inoltre:

Pappi di Composite? o di Graminacee o Ciperacee.

Fili o tricomi appartenenti probabilmente a semi piumosi

(_Salix_, _Epilobium_, _Clematis_, ecc.).

Il processo di putrefazione avviatosi nella crioconite del Rosa, la

avvicina una volta di più alla crioconite boreale; anche Nordenskiöld

trovò una quantità di detriti abbandonati dal ghiacciaio nel letto di un

torrente, i quali erano caduti in preda a decomposizione putrida ed

esalavano odore d'acido butirrico. Da questi ammassi di crioconite il

Berggren isolò un certo numero di alghe, che descrisse nei resoconti

dell'Accademia di Stoccolma[28]. Si è appunto in causa all'avviatasi

decomposizione putrida che il ferro nativo che potesse essere contenuto

nella crioconite del Rosa si combinò con altri elementi per passare allo

stato ferroso, che alla sua volta si trasformò in ferrico quando aperta

la boccia si diede libero accesso all'ossigeno. Dai dosaggi fatti

risultò che la crioconite del Rosa in cui si era sviluppata la

putrefazione, conteneva circa 16% di sostanza organica; il ferro rimasto

allo stato insolubile rappresentava ancora il 3,5%.

È dunque assodato che anche la crioconite nostrana racchiude

indubbiamente elementi eolici, ma non ho potuto accertarmi se vi

esistano anche elementi cosmici, che sarebbero rappresentati dal ferro

nativo.

La presenza di crioconite e la sua composizione serve a dimostrare con

ogni certezza quanto ho sostenuto già da tempo[29] che cioè l'aria

dell'alta montagna racchiude anch'essa numerosi corpi stranieri.

E qui fa d'uopo di ben precisare la questione; se si parla dell'aria di

montagna nei periodi di calma, non c'è dubbio che essa si debba

considerare come esente o quasi da ogni germe sospeso; questo fatto, già

noto per l'esperienza di vari autori[30], abbiamo potuto confermare

parecchie volte nel 1895 esponendo alcune scatole Petri, contenenti

gelatine o agar sterilizzati, per 24 ore all'aria in varie località, al

Corno del Camoscio sopra il Col di Olen, al Telcio e in prossimità

dell'alpe Lavez. Nessuna di queste scatole accusò pure un germe. È

troppo chiaro che l'atmosfera essendo calma, i germi sospesi nelle zone

basse non possono salire, mentre quelli giacenti al suolo della

montagna, i quali si van facendo più rari quanto più ci si allontana dai

luoghi dove è più attiva la vita vegetale ed animale, non sono smossi

che raramente per essere la regione quasi affatto disabitata.

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 6 / 27 段