Con questo ultimo alpinista e coadiuvato dal compianto Savoye, fu nel

1892 al Monte Bianco pel ghiacciaio della Brenva, creando un'altra

variante. Posso asserire, senza tema di essere smentito, che nessuna

guida salì questa montagna _tante volte e per tanti lati_ come fece

Emilio Rey. Con quel colosso era in intima confidenza, ne conosceva

tutti i segreti, tutte le debolezze; era, si può dire, quasi proprietà

sua.

Nello stesso anno, in principio della stagione, Emilio guidò Walther

Schultze alle principali vette del Monte Rosa; e più tardi, aveva

l'insigne onore di accompagnare S. A. R. il Duca degli Abruzzi,

coll'avv. F. Gonella, al Dente del Gigante e nella traversata del Colle

di Talèfre.

In giugno del 1893, il Rey trovasi nelle Alpi Retiche a guidare il sig.

A. von Rydzewsky alle prime ascensioni del Pizzo Torrone Occidentale e

della Cima di Rosso, entrambi per la parete Nord, del Dente di Sciora,

del Colle e della Cima di Castello e del Piz Badile. Dall'Engadina

Emilio riducesi al paese natìo, dove l'attendono i signori Wicks, Wilson

e George Morse per accompagnarli all'Aiguille Noire de Pétéret.

In agosto è già in Delfinato con la sua inseparabile alpinista inglese.

Là, per il persistente cattivo tempo, devonsi accontentare del Pic

Oriental della Meije.

Siamo ora giunti alla più fulgida delle sue vittorie, ad una di quelle

imprese che di rado si ripetono e lasciano lungo ricordo dietro di sè.

Voglio accennare alla conquista dell'Aiguille Blanche de Pétéret per la

parete Est del M. Bianco direttamente dalla stessa. Questa veramente fu

l'ultima vittoria che il Rey abbia riportato sulle montagne e

specialmente sul M. Bianco.

Ma se fu l'ultima, segnò anche l'apogeo della gloria che egli si era

acquistata come guida alpina.

Fu il dott. Paul Güssfeldt di Berlino, più volte nominato, che ebbe il

vanto di compiere tanta impresa. Oltre che dal Rey, era accompagnato

dalla guida svizzera Chr. Klucker e da Cesare Ollier di Courmayeur,

allora portatore e che promette di venire all'altezza dei suoi compagni

di spedizione. La corsa durò 82 ore, dal 14 al 17 agosto. Partiti alle 4

del giorno 14 da Courmayeur, raggiungevano verso le 18½ un sito adatto

per passarvi la notte a 3200 m. sulla parete Est dell'Aiguille Bianche

de Pétéret. L'indomani, licenziati i portatori venuti a recar coperte,

ricominciarono l'arrampicata che fu pericolosissima nel primo tratto,

quindi solo vertiginosa, sebben non facile. Alle 11½ erano sulla vetta

dell'Aiguille ad inalberare il vessillo della vittoria. Ridiscesi al

Passo di Pétéret, per creste, talancie ghiacciate e roccie friabili,

alle 16 trovavansi ancora 700 metri al di sotto della vetta del Monte

Bianco. Non avendo la possibilità di salirlo, stante l'ora tarda e le

probabili difficoltà da incontrare, sbarcarono la nottata ai piedi di

una ripida parete rocciosa a 4250 metri. Rey, per tutta la notte, tenne

desta la comitiva colle sue canzoni francesi e coi suoi spruzzi di motti

spiritosi.

Il 16, partiti per tempo, raggiungevano il M. Bianco e scendevano a

pernottare alla capanna dei Rochers Rouges (4500 m.), da dove il giorno

dopo, pel Grand Corridor, il Grand Plateau, il Dôme ed il ghiacciaio del

Dôme, erano di ritorno a Courmayeur verso le ore 21.

Ho voluto tracciare l'itinerario, non per dare importanza alla impresa,

ma per dimostrare di quale forza di resistenza, di qual straordinaria

vigoria d'animo e di corpo la comitiva era dotata. E dire che in tutto

il tempo che durò, non successe un minimo episodio rattristante.

Güssfeldt scrisse per tutta lode sul libretto di Emilio: «Il fallait un

compagne aussi tenace, vigoureux et brave que Rey pour mener cette

entreprise a bonne fin.»

Nel settembre del 1893 Emilio Rey fu di nuovo con W. E. Davidson che

assieme ai signori M. Holzmann e G. FitzGerald, ascese i Jumeaux,

compiendo la seconda ascensione della punta Giordano; traversò le cinque

punte dell'Aiguille des Charmoz dal Nord al Sud, e salì le due vette

dell'Aiguille du Dru.

Nel 1894, Emilio Rey veniva scelto da S. A. R. il Duca degli Abruzzi e

dall'avv. F. Gonella, quale loro prima guida. A tutti è noto lo

splendido risultato di quella campagna. S. A. dimostrò di possedere una

fibra robusta ed animo forte, incrollabile. Del Rey, il Principe

sentenziò che con lui si può essere sicuri di compiere qualunque

ascensione: parole che prendono un rilevante significato dalla Augusta

penna che le dettò. Nel settembre dello stesso anno, Emilio eseguiva col

Güssfeldt la quarta (credo) ascensione del Cervino per la Cresta di

Zmutt.

Meritevole di essere segnalata, è la corsa che il Rey fece nel passato

agosto con George H. Morse. Saliti al Monte Bianco dai Grands-Mulets per

le Bosses, discendevano pel Corridor al M. Maudit, dal quale al Mont

Blanc du Tacul e quivi a Montanvert. Il 23 di quel mese salutava per

l'ultima volta l'Aiguille du Dru che tante volte soggiogò, e la dimane

veniva al Dente del Gigante..... dove trovò la morte.

* * * * *

Qui la penna, che febbrilmente scorreva sulla carta, quando narrava le

gesta gloriose del Rey, cade involontariamente di mano. Una stretta al

cuore, uno stringimento alla gola, mi strappano le lagrime, che solcando

silenziosamente le gote cadono ad inumidire il foglio. È angoscia,

strazio, sgomento, sconforto che provo? Non so; certo una fusione di

tutti questi sentimenti.

Che il Rey sia perito ai piedi del Dente del Gigante e nel modo tragico

che tutti sappiamo, è un pensiero che la ragione non ammette e all'animo

ripugna. Lungi da noi l'idea di _polemicare_ sulla sua condotta; altri

più autorevoli di noi, non gli diedero torto. Perchè viaggiare in due

soli e perchè slegarsi quando l'apparente pericolo esisteva? Egli non è

più per risponderci; ma se ci fosse, son certo che i suoi ragionamenti

ci indurrebbero ad approvarlo. Se errore vi è stato in quest'ultima

pagina della sua vita, esso non menoma in verun modo la squisita

bellezza del suo libro d'oro. Non è una macchia che alteri la candidezza

del foglio, ma un'inezia che passa inavvertita. Come si può prevenire i

pericoli minimi, quando continuamente si lotta coi grandi?

Emilio Rey ebbe il vanto di accompagnare i più celebrati alpinisti dei

Clubs Alpini europei, e questo torna ad onore del Club Italiano e delle

sue guide di cui egli rialzò il prestigio. E la nostra Società, memore

dei servigi direttamente o indirettamente resile, porrà un perenne

ricordo a quello che fu il principe delle sue guide, principe di sangue

democraticissimo se si vuole, ma nobile e puro, disinfettato da ogni

microbo malefico nell'aereo ambiente dove traeva vita.

Egli teneva ad occupare il posto che si era conquistato fra i suoi

colleghi; era conscio del proprio valore, ma dal suo animo non trapelava

un'ombra di vanagloria. Era altero sì, ma non presuntuoso; non si diede

mai il caso che s'impermalisse del successo di altre guide. Il

sentimento che egli provava di sè stesso era alterezza, non alterigia,

come alcuni invidiosi gli rimproveravano. D'altronde «noblesse oblige»;

e «on n'est pas un grand homme à bon marché» direbbe l'Houssaye.

Egli metteva sempre una distinta separazione tra quelli che tengono il

più alto ed il più basso rango nella sua professione.

«Un giorno al Montanvert--narra il Cunningham--assistevamo all'arrivo

dei «poliglotti», come un'ingegnosa persona battezzò quella turba

composta di quasi tutte le nazioni, che può essere vista ogni giorno

compiendo il penoso pellegrinaggio da Chamonix al Montanvert. In essa

trovavasi un inglese che si era già provvisto di occhiali verdi, di un

velo e di scarpe per la montagna, e che non gli mancava più che una

guida per terminare i suoi preparativi. Volgendosi al Rey e indicando

dapprima la Mer de Glace e quindi il Chapeau, gli chiese:

«Combiang?»--«Voilà, Monsieur,»--replicò Rey, scoprendosi e indicando

con la mano sinistra un gruppo di piuttosto poveri campioni della

Société des Guides,--«voilà les guides pour la Mer de Glace; _moi_, je

suis pour la Grande Montagne».

Emilio Rey possedeva in sommo grado tutte le qualità che fanno le grandi

guide: audacia, sangue freddo, prudenza, robustezza, abnegazione,

gentilezza di maniere, tali erano le supreme doti dell'uomo, del quale

intessiamo brevemente la vita. La prima di queste qualità fu certamente

il grande amore per l'ammaliante sirena dei monti, un amore come pochi

professano e che egli portava sino all'idolatria. Era, si può dire,

«l'enfant gâté» della montagna: non visse che per essa e... morì per la

medesima. L'ideale della sua vita fu l'alpinismo, nel quale navigò in

tutti gli orizzonti, in tutte le sue manifestazioni. Ma fu un pilota

abile che seppe evitare lo scoglio anche nel più forte della tempesta.

Il mare, quell'infinita distesa di liquido glauco che v'invita

voluttuosamente a tuffarvici e vi procura sensazioni indescrivibili, il

mare infido, ad un tratto, quando meno ve l'aspettate, vi inghiotte e

sparite nel caos. Tale è la montagna. Quale è la sorte dei marinai, dei

marinai che si sono affacciati impassibili cento volte sulla porta degli

abissi? Così quella delle guide; così fu di Emilio Rey, benchè fosse

attento e coraggioso timoniere.

Sebbene il suo temperamento e la sua indole avida di novità lo

spingessero sempre avanti, sapeva fermarsi quando e dove al coraggio

sostituivasi la temerità. Egli non oltrepassò mai i limiti concessi

dalla prudenza, e non si potrebbe trovare un accidente toccato ad un suo

viaggiatore.

«Avec cela, chercheur toujours en éveil, sans routine dans le choix des

routes et des moyens d'accés. En s'occupant de vaincre l'obstacle

immediat du terrain, son oeil fouillait dejà au loin et sa pensée

concevait l'assaut prochain. Sobre, ennemi du tabac, d'une propreté

méticuleuse qui ne se fiait jamais aux porteurs dans les soins de la

cuisine et l'entretien des refuges, complaisant pour ses camarades, il

n'avait aucune des prétentions ridicules de certains grands guides, dont

les épaules se croyent déshonorées par la présence d'un sac».--Così Miss

Richardson, che del Rey poteva darci un adeguato giudizio, lei che

l'ebbe, per molto tempo, a condividere e l'amaro e il dolce della rude

vita alpina. Gli inglesi, così parchi nelle lodi, per Emilio Rey

calpestano la loro naturale ritrosia e freddezza e ce lo dipingono quale

era realmente, con un colorito caldo... veramente alpino.

Terminando, non posso a meno di riportare uno stralcio di lettera del

dott. Paul Güssfeldt, che per l'autorevole persona che l'ha scritta,

torna al massimo vanto del nostro Emilio: «... Vous savez que j'ai tenu

Rey dans la plus haute estime, qu'il m'a rendu les plus grands services,

qu'il était d'un courage, d'une adresse, d'une connaissance des

montagnes sans pareil et qu'il restait fidèle a son devoir sans crainte

de mort».

Al monumento, che auspice la Sezione Torinese del C. A. I. gli alpinisti

erigeranno prossimamente a Courmayeur, paese nativo di Emilio Rey, si

raccolgano le giovani reclute ad infiammarsi di quell'entusiasmo e di

quell'ardimento mai venuti meno alla grande guida, e cerchino di

seguirne le orme, sia nell'assennata audacia, che nella piacevol arte di

aggradire. Esso costituirà un pegno, un mutuo contratto tra le guide e

l'alpinismo.

Courmayeur, marzo 1896.

GIULIO BROCHEREL (Sezione d'Aosta).

Debbo qui pubblicamente ringraziare distinte persone che col Rey

avendo viaggiato erano in grado di pronunziare giudizii e fornire

ragguagli sulle loro salite. Al Cunningham per il prezioso dono del

suo «The Pioneers of the Alps;» a M. von Déchy, al dott. P.

Güssfeldt, a Miss K. Richardson, ecc., l'attestazione della mia

sentita riconoscenza.

Va pure ricordata l'opera prestatami dalla gentilissima signorina

Mary Ruffier di Courmayeur, nella ricerca e nell'interpretazione di

articoli comparsi su riviste anglo-sassoni. Ch'essa riceva un

grazie di cuore. G. B.

=Prime ascensioni compiute da Emilio Rey.=

1. Aiguille Noire de Pétéret m. 3773: Prima ascensione 5 agosto 1877

2. Punta Giordano dei Jumeaux m. 3876: Prima ascensione 6 settem.1877

3. Gran Paradiso m. 4061 dal ghiacciaio della

Tribolazione agosto 1877

4. Grìvola m. 3969 da Valsavaranche (variante) Id. 1877

5. Aiguille de Talèfre m. 3750: Prima ascensione 25 Id. 1879

6. Dent d'Hérens m. 4175 per la cresta del

Tiefenmattenjoch Id. 1879

7. Col du Fresnay 15 Id. 1880

8. Monte Bianco m. 4807 dal ghiacc. di Fresnay

(variante) 15 agosto 1880

9. Col du Piolet 6 luglio 1881

10. Monte Bianco m. 4807 dal ghiacc. della Brenva

(variante) 14 Id. 1881

11. Grosser Lauteraarhorn m. 4043 per il versante Ovest. Id. 1881

12. Aiguille de Talèfre per il versante italiano 15 Id. 1882

13. Calotte de Rochefort m. 3965: Prima ascensione 30 Id. 1882

14. Aiguille du Midi m. 3843 per il versante Nord-Est 26 giugno 1883

15. Les Périades m. 3491 pel versante Est 28 luglio 1883

16. Mont Blanc du Tacul m. 4249: Seconda ascens. (variante) Id. 1883

17. Aiguille du Dru (Grand Dru) m. 3815 variante 28 agosto 1883

18. Tour Ronde m. 3790 per la cresta Nord-Est 12 settemb.1884

19. Discesa al Col de la Tour Ronde 13 Id. 1884

20. Aiguille Blanche de Pétéret m. 4113: Prima

ascensione 31 luglio 1885

21. Pic de la Meije m. 3987 in un sol giorno (16 ore) 31 Id. 1886

22. Aiguilles des Charmoz m. 3410 (variante) 9 agosto 1887

23. Picco Mummery (Aiguilles des Charmoz): Prima ascens. 9 Id. 1887

24. Aiguilles des Charmoz m. 3410 e 3442: Prima

traversata 27 Id. 1887

25. Aiguille du Dru (Primo passaggio dal Grand al

Petit Dru) 31 agosto 1887

26. Monte Scerscen m. 3966 dal versante italiano 22 settemb.1887

27. Monte Bianco m. 4807: Prima ascensione invernale dal

versante italiano 5 gennaio 1888

28. Vlasulja m. 2340 (gruppo del Volujak) 20 giugno 1888

29. Maglich m. 2390 (Bosnia) 25 Id. 1888

30. Aiguille de Bionnassay m. 4061 salita per la

cresta Sud 13 agosto 1888

31. » » » discesa per la

cresta Est 13 Id. 1888

32. Aiguille de la Za m. 3662 per la faccia Ovest 26 luglio 1889

33. Pigne di Arolla m. 3801 per il versante Nord-Est 2 agosto 1889

34. Aiguille du Dru m. 3795-3815: Primo passaggio dal

Petit al Grand Dru 25 Id. 1889

35. Dôme de Rochefort m. 4014 per la cresta Sud-Est. 14 settemb.1889

36. Castor m. 4222 salita per la cresta Est (variante) 10 agosto 1890

37. » » discesa per la faccia Nord (variante) 10 Id. 1890

38. Aiguille du Chardonnet m. 3823 per la faccia

Sud-Est 5 settemb.1890

39. Grandes-Jorasses m. 4205: Prima ascensione

invernale 14 gennaio 1891

40. Gran Paradiso m. 4061: Prima ascensione _notturna_ 25 gennaio 1891

41. Monte Bianco m. 4807 dal ghiacc. della Brenva

(variante) 16 agosto 1892

42. Dente di Sciora m. 3235: Prima ascensione 4 giugno 1893

43. Cima di Rosso m. 3362 per la parete Nord 8 Id. 1893

44. Pizzo Torrone Occidentale m. 3297 per la parete

Nord 10 Id. 1893

45. Colle di Castello dal Nord 12 Id. 1893

46. Cima di Castello m. 3402 dal Nord 12 Id. 1893

47. Piz Badile m. 3307 per la cresta Est 19 Id. 1893

48. Aiguille Blanche de Pétéret m. 4113 per la parete

Est 15 agosto 1893

49. Passo di Pétéret m. 3946 15 Id. 1893

50. Monte Bianco m. 4807 per l'Aiguille Blanche de

Pétéret 16 Id. 1893

51. Monte Bianco; discesa alla capanna dell'Aiguille du Midi

passando per il Mont Maudit ed il Mont Blanc du Tacul Id. 1895

G. B.

NOTE:

[3] Vedi «Rev. Alp. de la Sect. Lyonn. du C. A. F.» (N. 9 del 1895);

_Emile Rey_ par M. PAILLON et K. RICHARDSON.

[4] Vedi: _Evening Express_ di Edimburg del 12 febbraio 1884.

[5] Vedi le annotazioni del sig. Sella sul libretto di E. Rey.

Spedizione scientifica al Monte Rosa

(1894 e 1895).

Indagini sulle acque e sulle nevi delle alte regioni.

Per eseguire le indagini che mi accingo ad esporre, la spedizione,

composta di me, del dott. Lorenzo Scofone mio assistente, e di Carlo

Viziale, inserviente del laboratorio di materia medica dell'Università

di Torino, si era stabilita all'alpe detta di Lavez, situata a 2450 m.

sul livello del mare, in Val di Gressoney, lungo le pendici erbose

digradanti dalla punta del Telcio che si spicca dalla cresta che scende

dal Lyskamm a morire nel vallone di Indren, sopra Gressoney la Trinità.

L'alpe è una casetta che si compone di una grande stalla al piano

terreno e di due stanze al primo piano; delle quali l'una serviva da

laboratorio e da cucina, l'altra da dormitorio e da laboratorio per i

lavori più delicati. La posizione non potrebbe essere migliore per chi

vuol attendere a ricerche sulla montagna. I ghiacciai sono accessibili

in tre ore; la vetta stessa del Rosa si può comodamente raggiungere in

nove o dieci ore. Il luogo dove sorge l'alpe è riparato dai venti del

nord ed ha un largo orizzonte davanti a sè che permette di godere il

sole dal mattino alla sera.

Il proprietario, sig. Monterin Alberto di Gressoney la Trinità,

informato dal compianto barone Luigi di Peccoz del nostro progetto di

spedizione e della ricerca che facevamo di un luogo ove stabilirci, ci

offrì la casa gratuitamente, arredandola dei mobili necessarii; sono

lieto di potergli qui rendere pubbliche grazie; ricordo anche con

riconoscenza e rammarico il barone Peccoz, il quale pure ci fu largo di

aiuti e di preziosi consigli, e certamente avrebbe fatto ancora molto in

pro' della nostra impresa se avesse vissuto[6].

Noi ci proponemmo anzitutto di esaminare le acque della regione,

scendendo dalle più alte ottenute dalla fondita delle nevi delle vette,

a quelle dei ghiacciai, ed a quelle dei torrenti, dei laghi e delle

sorgenti. Il nostro esame si estendeva tanto alla composizione chimica

quanto alla morfologica. Nel presente lavoro non si tratta che la parte

chimica.

I.

STUDIO CHIMICO DELLE ACQUE DEL ROSA.

1º =Acque di neve e di ghiaccio.=

Per raccogliere e conservare le nevi e i ghiacci ho fatto costrurre

delle cassette di latta doppie, cioè chiudentisi l'una nell'altra. La

cassetta interna ha la base di cm. 28,5 × 15 e l'altezza (compreso il

coperchio) di cm. 21,5: quella esterna, la base di cm. 34,5 × 20,5 e

l'altezza di cm. 27,5. Nella cassetta interna, rinchiudentesi con un

coperchio, si metteva il ghiaccio e la neve da analizzarsi, nello spazio

fra le due cassette, si introduceva della neve o del ghiaccio pesto. Per

preservare l'esterno della cassetta maggiore dai raggi solari la si

involgeva poi ancora in una fodera fatta di rozzo feltro spesso.

Questo sistema si dimostrò oltremodo pratico ed utile; la neve esterna

durava per parecchie ore, tanto da darci sempre il tempo di scendere al

laboratorio. E se si riponevano le cassette entro alla piccola cantina

dove si custodiva il latte, e dove grazie ad una corrente d'acqua la

temperatura non saliva mai oltre i 9°, il ghiaccio esterno poteva durare

due giorni, e quello interno anche cinque o sei.

Le dimensioni delle cassette vennero studiate in relazione a quelle

della portantina destinata al loro trasporto. Noi ci siamo valsi del

modello di Vittorio Sella[7], assai leggero e resistente; su una

portantina si possono sovrapporre comodamente due cassette doppie, e

gettandovi sopra una coperta si trasportano per delle ore al sole senza

che vi sia fusione di sorta.

Il sig. V. Sella ebbe la cortesia di incaricarsi della costruzione delle

portantine, le quali si mostrarono comode e leggere; il prezzo è di L.

12 ciascuna[8].

Portato il ghiaccio o la neve in laboratorio si estraeva dalla cassetta,

si lavava accuratamente con un getto d'acqua distillata, poi si metteva

a fondere a temperatura ordinaria entro ad una grande cassula che si

teneva riparata dalla polvere coprendola con un imbuto rovesciato. Le

prime acque di fusione si eliminavano, le altre si raccoglievano.

Ottenuta l'acqua di fusione, si facevano anzitutto dei saggi qualitativi

per la ricerca dei componenti che possono alterarsi col soggiornare

dell'acqua, o peggio coll'evaporazione, quali sono l'ammoniaca, i

nitriti, i nitrati. Se l'acqua era torbida, la si filtrava prima di

intraprenderne le indagini.

Il resto dell'acqua misurato accuratamente (per lo più erano due litri)

si metteva a svaporare nelle cassule, su fornelli a petrolio, avendo

cura che le fiamme non fossero fumanti, senza di che ricadevano

nell'acqua, passando fra la cassula e il filtro capovolto, minutissimi

fiocchi di fuliggine.

Dirò qui, di passaggio, che le lampade o fornelli a petrolio usate

convenientemente, si mostrarono assai comode; per ottenere temperature

più alte ricorremmo a lampade a gaz di petrolio con aria compressa,

oppure a lampade a benzina o gazogeno sul tipo della lampada svedese da

gazista; una lampada a serbatoio di benzina ed a tubo circondato

d'amianto della casa Muencke di Berlino, in capo a pochi giorni si

guastò e funzionò irregolarmente.

L'evaporazione si continuava fino ad avere un residuo di circa 200 cc.

d'acqua; per le ulteriori indagini questo residuo, insieme colla

risciacquatura della cassula mediante acqua distillata, si introduceva

in un pallone di vetro, dal collo lungo, il quale si fondeva alla

lampada, chiudendo così ermeticamente la boccia. Conservate in tal

guisa, le acque giunsero tutte in perfetta condizione a Torino.

2º =Acque dei laghi.=

Abbiamo raccolte le acque in due laghi alpini; quello Gabiet, situato a

sud dell'alpe Lavez a m. 2339 e quello Salzia[9] a nord dell'alpe, lungo

il contrafforte che scende dall'Hohes Licht dopo abbassatosi a formare

la depressione del Colle della Salzia.

Entrambi i laghi sono permanenti e non mostrano nelle rive traccie di

grandi oscillazioni di livello. Non sono alimentati dalla neve e

giacciono entro a depressioni rocciose circondate, quello Salzia da

balze dirupate di roccie sconnesse e disgregate, quello Gabiet da una

distesa di pascoli interrotta verso ovest dalla parete del Rothhorn,

formato da banchi di rupi rossigne, che per l'azione atmosferica si

frantumano in scheggie.

Non si scorgono correnti di acqua che alimentino il lago Salzia, nè

potrebbero esistere per la sua posizione; bisogna dunque ammettere che

esso riceva il tributo di polle o scaturigini profonde.

Il lago Gabiet invece riceve un torrentello che esce dall'estremità

opposta precipitando in cascata nel vallone di Netscio.

Entrambi questi laghetti hanno acque assolutamente limpide e incolore,

il che non avviene per i laghi che ricevono acque di neve filtrate per

strati di poca potenza. In questo caso, l'acqua suole assumere una tinta

d'azzurro di cobalto, dovuta alle minutissime particelle di materia

sospesa: se ne ha esempio nella stessa regione, in un piccolo stagno che

è ai piedi della grande cascata di detriti frananti dalle scoscese punte

che fiancheggiano il Colle d'Olen; un altro esempio ancora più

caratteristico è quello del così detto Lago Azzurro, che è ai piedi

della morena laterale destra del ghiacciaio di Ventina sopra Fiery; lago

che è segnato sulla carta dello Stato Maggiore. Il fondo di questi laghi

azzurri è sempre costituito di limo finissimo, impalpabile, quasi

vischioso, bianchiccio, il quale riveste tutto quanto è sott'acqua; le

rive dove l'acqua si è ritirata mostrano una zona bianca e polverulenta,

fessurata per il calore del sole che la sta essiccando. Non così nei

laghi ad acqua incolora, nei quali traspare la tinta naturale del fondo.

Nei laghi Gabiet e Salzia l'acqua ha sempre una temperatura eguale o

alquanto superiore a quella dell'aria; entrambi sono abitati da insetti

ed in quello Gabiet trovai che nuotavano dei piccoli ranocchi.

Le acque si raccolsero in grandi bottiglie di circa 5 litri, colle

solite cautele con cui si prendono i campioni d'acqua da analizzarsi: la

presa operavasi a poca distanza dalla riva, nei punti profondi e non

contenenti animali visibili.

I saggi eseguiti in laboratorio furono gli stessi che già ho accennato

per le acque di neve, e così pure il trattamento per avere il residuo da

portarsi a Torino.

3º =Acque di torrente.=

A circa un chilometro dall'alpe Lavez scorre il torrente che trascina le

acque del versante meridionale della Piramide Vincent e dei due

ghiacciai di Garstelet e d'Indren che ne occupano la parte superiore.

Questo torrente, segnato sulla carta col nome di Mos (che è quello dei

casolari più bassi del vallone, presso al suo sbocco a Schaval), è

chiamato in quella regione col nome di Indren, nome che credo più

appropriato, come quello che appartiene al ghiacciaio maggiore che lo

alimenta.

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 4 / 27 段