Monte Bianco, scoprendo il Colle du Fresnay (una sella nevosa che unisce
l'Innominata alla parete rocciosa sostenente l'immane cupola del colosso
alpino) e riuscendo sulla suprema vetta, direttamente dal ghiacciaio di
Fresnay, variando nel percorso la strada tenuta nel 1877 da J. Eccles
con Alphonse Payot. Questa ardita esplorazione gli fu di valido aiuto,
come vedremo in seguito, nelle due ascensioni alla terribile Aiguille
Bianche de Pétéret. Con lo stesso alpinista, nell'anno successivo,
perveniva sul Monte Bianco dal ghiacciaio della Brenva e pel Corridor
(14 luglio) e scopriva un nuovo passaggio nel gruppo del Triolet, il Col
du Piolet, così denominato perchè dovettero abbandonare una piccozza
alla quale avevano assicurato una corda onde scendere sul versante di
Chamonix. La prima di queste escursioni non fu mai più ripetuta, sia
perchè è pericolosissima per la caduta di blocchi di ghiaccio, sia
anche perchè la cresta per la quale salirono al Colle della Brenva, non
è sempre praticabile per il vetrato ricoprente le roccie.
Nel 1881 con J. Baumann, il Rey fece un tentativo arditissimo
sull'Eiger, per la cresta di Mitteleggi. Chi non conosce quella
montagna, non può farsi un'idea di questo «tour de force» eccezionale,
per la quasi assoluta verticalità della parete. A proposito di questa
azzardatissima impresa, l'alpinista isolano scrisse le seguenti testuali
parole sul libretto di Emilio per compensarlo, in certo qual modo,
dell'insuccesso, non dovuto già all'imperizia della guida, ma
all'impraticabilità del sito. «Rey solo e senza essere legato,
contornando un masso difficile e sporgente, proseguendo lungo la cresta,
riuscì ad arrivare a un punto sino allora inesplorato.» Pochi giorni
dopo però, l'Eiger veniva salito dalla stessa comitiva per la solita
via. In quell'anno, con Andreas Maurer, Emilio guidò il Baumann ed il
Maund, alla prima ascensione del Grosser Lauteraarhorn dal versante
occidentale; e più tardi guidò il sig. Moritz von Déchy all'Aiguille
Verte.--«L'ascension de l'Aiguille Verte était accomplie aprés une
sévère chûte de neige, sous des circostances très difficiles et
défavorables. J'avais eu l'occasion de voir Rey au travail et depuis
j'ai souvent pensé de faire avec lui un voyage lointain, dans une des
chaînes de montagnes hors de l'Europe».--Così si esprime il signor Déchy
in una gentilissima epistola direttami a proposito di Rey. E più oltre,
pensando sulla misera fine dei suoi due compagni di viaggio, esclama:
«Hélas! tous les deux sont maintenant morts, tous les deux tombés sur
leur champ de gloire!»--Che fatale sorte fu serbata a questi due
valorosi militi dell'alpinismo! Ha qualche cosa di fatidico, questo
destino delle guide, che non vale però a diminuire il loro entusiasmo
per la montagna e l'intrepidezza con la quale affrontano i pericoli
maggiori.
Nella primavera del 1895 parlando con Emilio Rey, gli domandavo perchè
oramai non si concedesse riposo, dacchè si era acquistato, con la sua
attività, un'avviata agiatezza. Con la solita franchezza, Egli mi
rispose: «Ce n'est pas le gain qui me pousse sur les sommets, c'est la
grande passion que j'ai pour la montagne. J'ai toujours considéré la
récompense comme chose secondaire à ma vie de guide.» Poi soggiunse
inspirato da chi sa quali presentimenti: «Je sens, je prévois qu'un jour
ou l'autre, on me recueillera dans une crevasse: ce ne sera point le
danger qui m'aura tué, mais un caprice de la montagne. Je l'ai trop
aimée et vaincue pour qu'elle ne se venge pas sur moi!»--Chi allora
prevedeva che questi pronostici su sè stesso, si avverassero in pochi
mesi? Povero Emilio!
Rey aveva una facoltà tutta sua propria per cattivarsi, a prima vista,
delle simpatie. Anche fra i profani in alpinismo contava degli
ammiratori e degli amici. In montagna non solo riusciva utile e gradito
compagno, ma sapeva prevenire e soddisfare tutti i minimi desideri del
viaggiatore, rassicurarlo nei momenti incerti, suscitargli il coraggio e
la forza per vincere e l'entusiasmo per la vittoria. È per questo
infatti che tutti gli alpinisti da lui guidati lo veneravano come un
maestro e lo amavano come un amico, è per questo che lo volevano sempre
con loro e lo richiedevano di accompagnarli, come d'un favore, nelle
loro più arrischiate escursioni. Non stupisca dunque se un alpinista
come il sig. Déchy, riconoscesse nel Rey, in una sola ascensione fatta
con lui, una guida valente ed un gradito compagno per un lunghissimo
viaggio quale vagheggiava di fare nel Caucaso.
Emilio Rey compì poi con Carus D. Cunningham un lavoro
considerevolissimo. A cominciare dal 1882 sino al 1884 fu ritenuto da
quell'alpinista quattro mesi all'anno. Sono tutte salite di primo
ordine, e meritano un'accenno.
Nel 1882 si principiò in giugno nella catena del M. Bianco salendo
parecchie vette, fra le quali l'Aiguille de Talèfre (prima ascensione
dal versante italiano per la cresta Est), la Calotte de Rochefort (prima
ed unica ascensione). Nel distretto di Zermatt Emilio guidò il
Cunningham al Cervino, al Rothhorn, al Grabelhorn, ecc.
La campagna susseguente fu non meno trionfale per il Rey. Oltre il
Cunningham accompagnò i signori H. Walker, J. W. Hartley e W. E.
Davidson, i quali scrissero due nobilissime pagine sul libretto di
Emilio che per l'autorità di chi le dettò gli fanno molto onore.
Col primo di questi due ultimi valentissimi «grimpeurs», faceva
nell'agosto la seconda ascensione delle Aiguilles du Dru. Quella del
Petit Dru fu compiuta senza l'aiuto dei mezzi meccanici adoperati nella
prima salita (C. T. Dent e J. W. Hartley con A. Burgerner e K. Maurer:
12 settembre 1878); venne definita da questi due sperimentati alpinisti
come la più dura scalata che abbiano fatta. In quattro giorni
consecutivi Emilio fece la terza, la quarta, la quinta ascensione del
Grand Dru. Questo si chiama possedere una forza di resistenza e un
«entraînement» non comuni.
Una di esse, con W. E. Davidson, fu la prima salita compiuta
direttamente dal Montanvert, senza che pernottassero al ghiacciaio della
Charpoua, come abitualmente si fa. Partiti dall'Hôtel alle 3,35 del 28
agosto, alle 11 arrivavano sulla vetta e già verso le 17,45 dello stesso
giorno erano di ritorno all'albergo. Impiegarono dunque in tutto
solamente 14 ore e 10 min., delle quali, diffalcando le fermate,
risultano ore 10,55 di assoluta marcia. Si consideri poi anche che non
fecero uso di scale, nè di corde fisse, e variarono la solita via. Il
sig. Dent raccontando questo «tour de force» unico nel genere, scrisse:
«Il sig. W. E. Davidson in una recente ascensione su questa montagna,
potè trovare la strada senza l'aiuto di scale e di corde. In uno spazio
di tempo prodigiosamente breve, salì e discese la vetta, sulla quale si
fermò delle ore senza fine.»
Sempre nel 1883, Emilio guidò il Cunningham alla prima ascensione della
punta più alta dell'Aiguille du Midi per il versante Nord-Ovest, alla
seconda ascensione delle Périades (prima per il versante Est); pure alla
seconda del Mont Blanc du Tacul, ma con una variante; infine
nell'Oberland a buon numero di vette. Mi limito ad enumerare solamente
le principali, perchè lo spazio tiranno e la minor importanza delle
altre mi vietano di troppo dilungarmi in cose di poco interesse.
Il signor Cunningham nutriva una vera affezione per Emilio Rey. Nel
gennaio del 1884 lo invitò a passar seco alcune settimane in Inghilterra
dove lo fece viaggiare nelle principali città e lo presentò ai soci
dell'Alpine Club. Ovunque fu festeggiatissimo, e ricevette numerosi
segni di viva simpatia e grande ammirazione. Dai servitori del
Cunningham, all'editore del _Nineteenth Century_, col quale passò un
«aprés-midi» intellettuale, a Madame Tussaud, tutti avevano per lui una
parola di lode. Ed Egli si trovava «à l'aise partout» e «on remarqua
qu'il se conduisait avec un tact parfait, conservant toujours sa naïve
aîsance.»
In quel frattempo Emilio fu col sig. Cunningham al Ben Nevis, la vetta
più alta della Grande Brettagna, e sull'Arthur Seat. Era la prima volta
che queste ascensioni venivano compiute da una guida delle Alpi. La
stampa scozzese ne tessè, a proposito, una particolareggiata relazione,
nella quale vediamo con piacere il nome del Rey far vanto alle guide
italiane[4].
[Illustrazione: EMILIO REY]
Sempre nel 1884, Emilio in giugno trovasi già, in compagnia del
Cunningham, a Grindelwald ad iniziare la campagna alpina che fu
fecondissima d'importanti imprese. In quello splendido distretto
si ascesero il Mittelhorn, il Mönch, lo Schrekhorn, il Mettenberg,
la Jungfrau, ecc... Nella catena del Monte Bianco si compì la prima
ascensione della Tour Ronde per la cresta Nord-Est, con discesa al
Colle dello stesso nome. La stagione terminavasi con la seconda
ascensione del Grosser Lauteraarhorn, per la cresta scendente verso lo
Schreckhorn.
Dal 1884 in poi il sig. Cunningham, per motivi di salute, non potè più
viaggiare sulle montagne, ma con ciò non venne meno in lui la
riconoscenza ch'egli pubblicamente professava al nostro Emilio per gli
ingenti servigi resigli.
«In tutte le relazioni ch'ebbe con me--scrisse il Cunningham nel suo
aureo libro _The Pioneers of the Alps_--negli impegni d'ogni anno,
nessuna azione venne mai a diminuire, in minimo grado, l'alta stima che
ho per lui, o a danneggiare la grande amicizia che esiste tra di noi
due».--E più oltre: «Ricordandomi delle circostanze sopraggiunte, quando
i nostri giorni d'alpinismo parevano terminare, mi ricordo quanto l'idea
del pericolo, che mi sembrava inevitabile, scomparisse alla vista delle
braccia robuste, della testa calma e del coraggio inflessibile della mia
guida».
Verso la fine di luglio del 1885 il Rey fu impegnato dal sig. H. Seymour
King, onde accompagnarlo alla prima salita dell'arditissima Aiguille
Blanche de Pétéret, alla quale era legato il triste ricordo della
catastrofe del prof. E. M. Balfour con la guida Petrus. Partiti da
Courmayeur il 30 di quel mese, dopo sforzi inauditi (specialmente
nell'ultimo tratto del ghiacciaio di Fresnay), poterono arrivare verso
sera a poco più di 3600 metri, sospesi sull'arditissima parete Ovest
dell'Aiguille Blanche, dove pernottarono. Dio sa come passarono la notte
a quella straordinaria altezza, quasi librati nel vuoto, legati alle
roccie e con 20° sotto zero! La «verve» inesauribile di Emilio aveva
sempre lo stesso grado di spiritosità, benchè i denti battessero
sonoramente le ventiquattro, ed il vento, colle sue folate da
intirizzire le pietre, continuamente li molestasse. Solo l'alpinista che
ha dormito alla bella stella a 3000 metri sul livello del mare, può
considerare quale sforzo morale deve l'uomo operare su sè stesso,
affinchè il fisico non soggiaccia alla forza dell'ambiente.
Al mattino del 31 luglio attaccarono dapprima le roccie che sorpiombano
sul ghiacciaio di Fresnay, quindi, lavorando di piccozza su corazze di
ghiaccio ed infine per una cresta nevosa che diventa esilissima e
vertiginosa, riuscirono sulla vetta. Questa salita, che durò tre giorni
con due notti all'aperto, non venne poi mai ripetuta, sia perchè è
pericolosissima per le roccie disgregate e per le cornici di ghiaccio,
sia anche perchè il ghiacciaio di Fresnay, superiormente, alla base
della parete Ovest dell'Aiguille Blanche, si spacca enormemente e forma
una bergsrunde insormontabile.
In principio dell'estate 1886 il Rey fu con Miss Katharine Richardson,
che accompagnò in seguito quasi tutti gli anni. Di questa intrepida
alpinista, coraggiosa quanto mai, che mentiva formalmente il suo sesso
(in quanto si riferisce alla resistenza, alla vigoria, alla tempra)
soleva Emilio parlarne di sovente; e concludeva che nel mondo muliebre,
di uno stampo simile se ne incontrano di rado.
Non notiamo nuove imprese compiute dal Rey in quella campagna, se non
che guida il sig. H. Dunod all'Aiguille Verte e alla seconda ascensione
dell'Aiguille des Charmoz, oltre alla già menzionata salita alla Meije,
in Delfinato.
Nell'agosto del 1887 Emilio ascese moltissime vette della catena del M.
Bianco che per brevità non le enumeriamo. Era con J. H. Wicks e W. Muir.
All'Aiguille des Charmoz scoprì una variante e riuscì pel primo sul Mont
Mummery, una delle tante punte di cui è formata l'Aiguille. Di questa
vetta, allora moltissimo in voga, eseguì col sig. Dunod la prima
traversata delle sue cinque punte, che divenne poi di prammatica per un
abile turista che dimorasse «tant soit peu» al Montanvert. Sempre col
Dunod, e nell'anno medesimo, dal Grand Dru scese pel primo al Petit Dru.
Questo passaggio, se non esige delle qualità tecniche eccezionali, è
sempre difficile ed emozionante, specialmente nel tratto pel quale si
deve discendere, quasi perpendicolarmente, lungo una corda di 30 metri.
In senso inverso, questa traversata venne effettuata da Miss K.
Richardson con E. Rey e G. B. Bich. Il Dunod scrisse a proposito di
questo passaggio sul libretto del Rey: «...c'est certainement en grande
partie au courage et à l'adresse d'Émile Rey que je dois la réussite de
ce passage».
In settembre di quell'anno, 1887, troviamo Emilio ad accompagnare il
dott. Paul Güssfeldt al Gabelhorn ed al Cervino, per la nuova via
scoperta poco tempo prima, da Zermatt a Breuil. Lasciate quindi le Alpi
Pennine, si ridussero nel Gruppo del Bernina a compiere una nuova
ascensione del Monte Scerscen pel versante italiano. Nel rendere conto
di questa salita non posso fare a meno che lasciar la penna al valente
alpinista tedesco che ne scrisse una succinta relazione sul libretto
della sua guida.
«En partant de la cabane Mannelli (Italie) nous atteignîmes le
Roseg-Fuorcla (Güssfeldt-Sattel) d'ou nous exécutâmes une nouvelle
ascension du M. Scerscen, en suivant plus ou moins la grande arête
jusqu'à la «Schreckhaube» et de là, sans plus nous éloigner de l'arête,
jusqu'au sommet du Scerscen. La descente devait s'effectuer par le
versant suisse. Pendant 4 heures consécutives E. Rey a dû couper des
grandes marches pour frayer un chemin dans ce mur de glace, qui sépare
les parties supérieures de la montagne de l'arête inférieure; celle-ci
était toute couverte de neige et nous devions la descendre pendant les
premières trois heures de la nuit. La descente entière a duré depuis 1
heure p.m. (22 sept.) jusqu'à 4 heures a.m. (23 sept.), et seulement 24
heures après avoir quitté la cabane italienne, nous arrivions au
Restaurant Roseg. C'est a l'exceptionelle adresse de Rey et à son
courage à toute épreuve que nous devons la réussite complète de notre
tentative un peu hasardée. Il est de mon devoir de professer tout haut
l'admiration que j'ai pour les qualités extraordinaires d'Émile Rey».
Tale è il primo attestato rilasciato dal Güssfeldt al Rey, che divenne,
d'allora in poi, la sua guida prediletta, accompagnandolo, come vedremo,
ad azzardatissime esplorazioni. Fu il Güssfeldt che fece conoscere il
nome di Emilio a S. M. l'Imperatore di Germania, il quale da lui sarebbe
stato guidato sulle montagne scandinave se la politica, quella gran
brutta megera, non fosse venuta a sventare il progetto.
Al primo accostarsi ad una guida conosciuta e di fama, restiamo
titubanti, affascinati da un'ingenua soggezione che ci fa sembrare quasi
ragazzi. Questa sensazione di rimpicciolimento, che svapora il nostro
giustificato orgoglio di parer superiori a quegli uomini rozzi, ma pur
grandi, non la provarono soltanto gli alpinisti «à l'eau de rose», ma i
più valenti e provetti. Spigolando l'epistolario di Emilio Rey, trovo
alcuni brani di lettere che meriterebbero di essere trascritti
testualmente, perchè farebbero vieppiù risaltare la considerazione che
di Emilio si aveva nel mondo alpino.
Così il dott. Güssfeldt nel sollecitargli il favore di accompagnarlo,
ebbe cura di aggiungere: «J'ai assez d'expérience dans les hautes
montagnes, pour pouvoir apprécier vos qualités extraordinaires, et vous
pouvez être sûr que je vous causerai peu d'embarras, même dans des
situation difficiles».
Tutti poi badavano di notificargli il loro stato di servizio e a che
punto giungeva la loro forza di resistenza, perchè sapevano che il Rey
ripugnava di accompagnarsi, in salite difficili, con neofiti in
alpinismo. Ma torniamo in carreggiata.
Verso la fine di dicembre del 1887 i signori Corradino, Gaudenzio,
Erminio e Vittorio Sella, accompagnati dai tre Maquignaz, padre e figli,
e da Serafino Henry di Courmayeur, tentavano il M. Bianco, partendo
dalla Capanna Q. Sella al Rocher du Mont Blanc. Furono ricacciati in
basso dallo scatenarsi improvviso di una tormenta. Non iscoraggiti da
questo tiro birbone del tempo, al mattino del 4 gennaio 1888 ritentavano
la prova, nella speranza che il Monte li volesse benignamente ricevere
per augurargli il buon capo d'anno. Invece di Henry, questa volta colla
comitiva Sella, partiva Emilio Rey.
È superfluo ripetere qui tutte le peripezie della faticosissima marcia
del 5 gennaio, nella quale, partiti dal rifugio Q. Sella, raggiungevano
la vetta e discendevamo a pernottare ai Grands-Mulets. Il sovrano dei
monti li accolse con un sorriso mefistofelico, ed appena partiti prese
il broncio e li avvolse di una fitta nebbia. Però aveva fatto i conti
senza la valentia delle guide, chè queste non se la presero, e trassero
la comitiva a salvamento malgrado l'oscurità della notte e la molestia
del freddo e della pesante nuvolaglia.--«Sotto l'ultima delle Bosses du
Dromadaire il Rey, con Daniele Maquignaz e Vittorio Sella, intraprese
rapidamente la discesa ai Grands-Mulets, onde tracciare la via verso
essi, al resto della comitiva. La notte buia e la nebbia sorpresero
tosto il Rey ed i suoi due compagni. Egli tuttavia seppe dirigere la
discesa con coraggio ed abilità sorprendenti, superando senza gravi
ritardi le numerose difficoltà che presentarono i larghi crepacci del
ghiacciaio e raggiungendo i Grands-Mulets verso le 10 della sera[5]».
Questa ascensione invernale al M. Bianco fu giudicata dal Cunningham
come uno dei più rimarchevoli «tour de force» compiti in inverno
nell'alta montagna.
Così fu brillantemente inaugurato l'anno 1888, che l'avrebbe coronato
dei più fulgidi allori, se circostanze imprevedibili non fossero
sopraggiunte ad annientare gli accarezzati ideali. Forse doveva
riuscirgli fatale. Che a qualche cosa «malheur est bon?»
Rey desiderava ardentemente misurarsi su montagne sconosciute, fuori
delle Alpi; e quando il sig. Maurice de Déchy lo richiese per
accompagnarlo nel Caucaso, accolse la proposta con entusiasmo. A questo
proposito, mi scrisse lo stesso Déchy: «Il n'y avait là dedans peu
d'intérets materiels; c'était le désir ardent d'Émile de voir et
d'essayer ses forces dans une des montagnes hors de l'Europe».
Siccome il sig. Déchy aveva, in quell'epoca, una missione da compiere
pel suo governo nella Bosnia e nella Erzegòvina, decise d'intraprendere
quel viaggio in principio della stagione, restarvi qualche settimana e
partire quindi pel Caucaso. Egli invitò il Rey ad essergli compagno
anche nelle Alpi Dinariche. Emilio anticipava perciò la partenza e verso
la fine del maggio del 1888 giungeva a Budapest in casa Déchy. Terminati
i preparativi pel viaggio nel Caucaso, partirono per Sarajevo nella
Bosnia. Per quasi due mesi percorsero quelle montagne poco conosciute,
compiendovi diverse ascensioni, fra le quali, quelle del Vlasulja e del
Maglich che è punto culminante delle Alpi di Bosnia ed Erzegovina. «Rey
era guida, compagno, assistente. Non vi erano grandi difficoltà da
vincere in quelle ascensioni, ma se non era «le grand guide» che allora
si faceva valere, era però il viaggiatore perfetto che sapeva prestarsi
a delle posizioni insolite, rendersi utile nei lavori scientifici e
sopratutto di essere il più gradevole compagno di viaggio».
«Eh bien! Monsieur--esclamava allora al Déchy--si nous serons au
Caucase, sur ces grands sommets, parmi les roches et la glace, vous
verrez ce que je peux, s'il le faut!»
Ma ohimè! Così non doveva essere. La missione del Déchy terminavasi
troppo tardi per poter intraprendere nello stesso anno il viaggio nel
Caucaso. D'altronde Rey era impegnato per la fine di luglio con Miss
Richardson e non voleva mancare alla parola data. In seguito il sig.
Déchy non trovò mai il tempo per compiere il suo progettato viaggio; ma
se l'avesse intrapreso, avrebbe certamente scelto Rey come compagno, e
questi sarebbe accorso premurosamente.
Era disegno del Déchy, appena fossero giunti nel Caucaso, di tentare la
salita del Dychtau (il Cervino di quella colossale catena--oggi
Koshtantau). Chi sa, se la sorte toccata ai signori Donkin e W. Fox, non
li aspettasse anche loro?
«Non, c'est dans ses montagnes, à lui, qu'Émile Rey devait mourir. Mais
s'il a accompli le mieux dans les Alpes, le voyage qu'il avait fait avec
moi hors de son domaine, le montrait voyageur accompli, l'homme qui
savait partout gagner les sympathies». Così termina l'epistola del sig.
Déchy, colma di effusione di tenera riconoscenza e di ammirazione per la
diletta sua guida Emilio Rey. Verso quest'uomo, unico nella modesta sua
professione, in tali sensi si esprimono anche i Cunningham, i Güssfeldt,
le Richardson e la numerosa falange degli amici che con lui ebbero
relazioni o conoscenza! Solo ora che non è più, notiamo il grande vuoto
che lascia dietro di sè.
Ritornato nel suo Monte Bianco a raggiungere Miss Richardson, compiva
con la medesima, fra l'altre, la prima ascensione dell'Aiguille de
Bionnassay, per la cresta Sud. Nella discesa, che effettuarono per la
cresta Est, dovettero procedere per più di un'ora, a cavalcioni sulla
stessa, foggiata a lama di coltello e sorpiombante sui sottostanti
ghiacciai. Qual deliziosa passeggiata abbiano fatta, su quell'esilissima
ed affilata cornice di ghiaccio, lasciamo immaginare al lettore! Peccato
che giunti al Dôme du Goûter non abbiano rivolti i loro passi verso il
Monte Bianco; così creavano una novella strada per quella somma vetta.
Con la stessa valente alpinista nel 1889 saliva l'Aiguille de la Za per
la faccia Ovest, la Pigne d'Arolla pel versante Nord-Est, e la
traversata dal Petit al Grand Dru, già menzionata. In settembre faceva
la prima ascensione del Dôme de Rochefort col sig. W. Muir.
In principio dell'estate 1890 Emilio era a Grindelvald con la Richardson
che guidò al Mettenberg, alla Jungfrau, al Beichgrat. Venuti a Zermatt
traversavano il Castor variando la solita via sì nella salita che nella
discesa. Eletto quindi il quartier generale al Montanvert, effettuavano
l'ascensione dell'Aiguille di Chardonnet, discendendo per la faccia
Sud-Est. Questa strada già tentata, altre volte, veniva poco dopo
seguita nell'ascesa dal sig. C. J. Arkle.
Continuiamo a spigolare il libretto di Emilio Rey; d'altronde sono
salite di data così recente che sono nella memoria di tutti.
Nel gennaio del 1891 il dott. Güssfeldt, che il Rey aveva accompagnato
nella precedente estate, venne a Courmayeur coll'intento di compiere
alcune ascensioni invernali. I suoi occhi si volsero sulle
Grandes-Jorasses, che per maestosa imponenza ed elevazione rivaleggiano
col Monte Bianco. La salita venne fatta il 14 gennaio, senza incontrare
gravi ostacoli, se non la molestia della nebbia che li avvolse nella
discesa. Il 25 dello stesso mese, anche il Gran Paradiso veniva
soggiogato, ma dette del filo da torcere. Per ben tre volte dovette la
comitiva salire da Valsavaranche al Rifugio V. E. prima di riuscire. Il
tempo avverso sempre li ricacciava in basso. E se vollero che il loro
tentativo avesse un felice epilogo dovettero intraprendere l'ascensione
di notte.--«La persévérance de Rey s'est jointe à la mienne--scrisse il
Güssfeldt--et c'est par cela que nous avons triomphé à la fin. Tout ce
que un homme peut faire pour un'autre, Rey l'a fait pour moi. Honneur et
reconnaissance à lui!»
L'estate seguente Emilio fu col dottor Ludwig Darmstädter nel gruppo del
Gran Paradiso e nella catena del M. Bianco; accompagnò Miss Richardson
all'Aiguille meridionale d'Arves in Delfinato, ed in settembre era
nuovamente con Paul Güssfeldt.