Firenze tenne in Pistoia, con felicissimo esito, il IXº Congresso
Alpino, e nel 1893 ebbe luogo la Riunione intersezionale al Procinto
(Alpi Apuane), in occasione della quale benchè avesse allora ormai
raggiunti 68 anni, Egli salì con una ventina di soci sulla vetta di quel
monte curioso, vera torre di roccia, per calcare il cui vertice dovette
affrontare il pericolo di salire per una scala di legno alta 8 metri
poggiata contro la parete a picco, ed oltr'essa innalzarsi su per 265
scalini tagliati nella viva roccia. Quel giorno venne inaugurata lassù
in onore del Budden una lapide con medaglione-ritratto di Lui, scolpito
in marmo statuario di Carrara.
Nel 1879 di passaggio a Genova con Damiano Marinelli, in occasione di
una gita al Monte di Portofino, gettava le basi di quella Sezione
Ligure, oggi floridissima.
Sapendo quanto l'iniziativa personale e la buona volontà servissero a
dar incremento alle Sezioni, ne visitava or l'una or l'altra ed avrebbe
voluto e propose che la Sede Centrale inviasse tutti gli anni qualcuno
dei suoi membri a vedere quelle che avevano maggior bisogno
d'incoraggiamento, di consiglio, onde rianimarle, metterle sul giusto
cammino.
Rappresentò il Club Alpino Italiano ai Congressi del Club Alpino
Svizzero tenutisi a Sion (1874) ed a Ginevra (1879), a quelli del Club
Tedesco-Austriaco in Villach ed a Innsbruck, a quelli del Club Alpino
Francese tenutisi a Parigi in occasione dell'Esposizione universale del
1878 e nell'agosto 1889, al Mont Dore (1882) ed a Sixt e Chamonix
(1883), e presiedette la riunione degli Alpinisti Francesi ed Italiani
tenutasi sul Colle del Moncenisio nell'anno 1875.
In occasione del Congresso tenutosi in Torino nell'agosto 1874, Quintino
Sella fece speciale menzione delle benemerenze del Budden verso la
nostra Istituzione e nell'assemblea del 1889 i delegati di tutta Italia
lo proclamavano Socio Onorario.
Era pure Socio Onorario dell'Alpine Club di Londra, del Club Alpino
Francese, della Società Alpina Friulana, della Società Alpina dei Tatry
(Ungheria), del Club Alpino Polacco di Cracovia, socio corrispondente
dell'Appalachian Mountain Club di Boston, socio effettivo di gran parte
degli altri Clubs e Società Alpine di Europa, Delegato della Sezione di
Napoli del nostro sodalizio, membro di molti Comitati e Commissioni
speciali nelle quali in sì lungo volgere di anni la sua parola
assennata, i suoi consigli pratici furono sempre ascoltatissimi.
Ci legò e mantenne in buoni rapporti con tutti i Clubs Alpini esteri coi
quali, come coi più eminenti alpinisti stranieri, era in continua
corrispondenza facendo, come argutamente egli ci disse all'ultima festa
tenutasi in suo onore al Monte dei Cappuccini in Torino, da _ministro
degli esteri_ del Club Alpino Italiano.
* * * * *
Di Lui, fornito non solo di sublimi doti di mente e di cuore, ma ben
anco di largo censo, rimarrebbe ora a dire quanto l'animo suo grande e
generoso lo condusse a compiere per i poverelli, se la sua modestia
eccezionale non avesse nascosto con un velo quasi impenetrabile le
infinite sue opere di pietà. Sarebbe questa certamente la pagina più
gloriosa di tutta la sua esistenza.
Condusse sempre vita modesta, non adeguata alla cospicua fortuna di cui
disponeva, destinando ad opere di beneficenza, a lenire miserie, senza
la minima ostentazione, quanto non eragli strettamente necessario,
secondo le norme del Vangelo, di cui era fervente osservatore. E nello
stesso modo che può dirsi come nessun infortunio che abbia colpito gli
abitanti delle Alpi o degli Appennini sia stato da lui dimenticato, così
è da asserire che nessun povero si è mai rivolto invano a lui che,
allorquando per avventura le generose sue elargizioni avevano esaurite
le somme disponibili, non esitava punto a privarsi degli oggetti
personali di prima necessità, pur di venire in loro aiuto.
L'animo suo benefico, il suo carattere dolce, la sua timidezza che lo
portava a nascondere ogni suo atto, a far quanto poteva onde si parlasse
il meno possibile di Lui, facevano strano contrasto colla tenacia
eccezionale della sua fibra, colla sua ferrea volontà, che lo sorresse
sempre nel lento e continuo lavoro di rigenerazione ch'Egli voleva
compiere.
Sposata la causa dell'Alpinismo nei giovani anni, vi dedicò tutti i suoi
giorni, informò ad essa tutti i suoi atti, predicando incessantemente
onde si comprendesse qual campo immenso essa abbraccia, quanti benefici
frutti apporterà alla nostra patria. Egli vedeva in essa un elevatissimo
problema, dalla cui soluzione si deve attendere, fisicamente, moralmente
ed economicamente, frutti d'inestimabile valore.
«Tale era l'uomo, che piangiamo estinto, tale il collega che perdemmo
irreparabilmente. Ma uomini che, come il Budden, sono l'incarnazione dei
più alti ideali dell'umanità, non muoiono; essi sopravvivono allo
sfacelo della materia nei loro ideali stessi, che sono immutabili. Se
l'Apostolo dell'Alpinismo abbandonò le sue forme terrene, rimane fra noi
imperituro il suo vangelo. E nella venerazione degli Alpinisti Italiani,
nel Pantheon dei benemeriti della nostra Istituzione il posto di
Riccardo Enrico Budden è accanto a Quintino Sella e a Bartolomeo
Gastaldi.»[2]
A tener desta la sua memoria che sarà sprone a tutti gli alpinisti a
proseguire sulla via da lui tracciata, nel gruppo del Gran Paradiso una
vetta alta 3687 m. porta il suo nome, che venne pur dato ad un Colle
delle Alpi Pennine ed al rifugio costruito dalla Sezione di Aosta sulla
Becca di Nona (Pic Carrel), e che l'amico suo abate Stoppani registrò a
lettere d'oro nel libro «_Il bel Paese_.» Monumenti questi, coll'opere
sue, degni dell'Apostolo dell'Alpinismo Italiano.
Nicola VIGNA
(Sezione di Aosta).
NOTE:
[1] A questo proposito ci sembra opportuno riferire testualmente la
deliberazione Consigliare presa in data 20 maggio 1872, la quale
enumera i preclari titoli di benemerenza del Budden a riguardo della
Valle d'Aosta.
«Considérant que M.^r Budden n'a cessé, depuis qu'une bonne étoile
et son goût du beau le conduisirent dans nos montagnes, de vouer un
intérêt particulier à la Vallée et principalement à cette Ville où
il a établi une Succursale du Club Alpin, de laquelle il est le
digne Président honoraire et l'âme vivante; qu'il cherche sans cesse
à faire connaître la beauté de nos sites et la majesté de nos pics
gigantesques et à nous attirer les touristes et les voyageurs, tant
par ses nombreuses relations particulières que par la voie du
journalisme; que, dans ce but, il est toujours là à suggérer de
bonnes directions à nos hôtels et des conseils pratiques à nos
guides; qu'à son initiative ed à sa persévérante bonne volonté sont
dues les améliorations au pavé et aux promenades de Courmayeur, la
construction de la grotte d'abri au Mont-Cervin, la prochaine
construction d'une cabane au Col Sismonda, le chemin du Tournalin,
etc.;
«Qu'il ne se contente pas d'étudier et de nous communiquer avec une
amitié constante tous les moyens propres à nous attirer les
étrangers et les amis de la belle, riche et variée nature de nos
montagnes, mais qu'aux conseils, il joint toujours l'aide puissant
de ses libéralités, témoin la belle part qu'il prend à toutes le
souscriptions, le prix qu'il a établi pour l'inventeur du meilleur
système de reboisement de nos forêts, cette collection d'ouvrages,
de cartes géographiques, d'itinéraires, de dessins, de lithographies
et ce beau portrait en grand de notre compatriote regretté M.^r le
Chanoine Georges Carrel qui ornent et embellissent notre salle du
Club;
«Que tous ces mérites sont des titres à notre reconnaissance et
constituent le vrai citoyen;
«Ce Conseil, voulant consacrer, par un acte légal, la manifestation
de l'opinion publique et de ses propres sentiments,
«A délibéré, à l'unanimité des suffrages, de conférer à M.^r le
chevalier Budden le titre honorifique de _Citoyen de la Ville
d'Aoste_ et de charger la Junte Municipale de lui délivrer le
diplome relatif, avec une copie de la présente délibération.
«Préalable lecture, la présente a été signée comme suit.
«Signés: _Le Président_ DALBARD
_Le Conseiller ancien_ V. ROSSET avocat
RIVAZ JEAN-BAPTISTE».
[2] Vedi «Riv. Mens.» vol. XIV (1895) pag. 459.
Emilio Rey.
Non parte mai del tutto chi lascia dietro di
sè buona memoria.
E. DE MARCHI.
Dinanzi al frequente succedersi delle disgrazie alpine, l'animo si
turba, s'inquieta, e pare che il nostro entusiasmo si sfumi o vada a
poco a poco raffreddandosi. Eppure così non è, e non sarà mai.
L'alpinismo, per queste tristi calamità che vengono crudelmente a
colpire i suoi fidi, non è condannato a morire; e continua imperturbato
nella sua via tracciata, alla conquista di vette inesplorate, dove il
nostro essere, dimentico della sua veste terrena, si rende migliore e
mira ad altissimi ideali.
Le disgrazie alpine, non vanno considerate _sui generis_ ed imputate a
temerità, ma nella causa immediata che le generò: esse provano vieppiù
la debolezza dell'uomo, per quanto gigante egli sia, dinanzi ai
superiori eventi; e, benchè spargano un subitaneo terrore nelle nostre
file, fortificano, ritemprano i nostri cuori: poichè non è che dopo aver
passato per dure prove che l'anima si sente forte.
Se i più valenti campioni dell'alpinismo soccombono là dove già
passarono non curanti più volte, non è perchè abbiano oltrepassato il
limite consentito dalla prudenza e dal coraggio, ma così volle il
destino, il fato supremo. Dobbiamo ammettere la massima alpinistica che
in montagna una lieve, anche involontaria imprudenza può costare la vita
ad un uomo: ma quale è l'essere perfetto che non abbia una momentanea
debolezza?
Una tremenda prova la diede la guida Emilio Rey, onore e vanto delle
guide italiane, compagno gentile e valoroso, zelante fino
all'abnegazione, forte ed insuperabile; Lui, guidatore sicuro dei più
eletti campioni dell'alpinismo europeo, che nè la furia delle tormente,
nè l'aspra verticalità dei picchi bastarono a farlo indietreggiare, Lui
perì vittima di una tenue imprevidenza.
Dinanzi ad una tomba di recente aperta non è lecito criticare, chè
unanime sorge il plauso a questa vita bruscamente spezzata.
Emilio Rey dorme placidamente nell'umil campo dei morti del suo caro
paese natìo e riposa dall'aspre tenzoni della sua vita: il suo nome è
stampato a caratteri d'oro nei fasti dell'alpinismo; la sua fiera ed
amabile figura resterà impressa perennemente in quanti lo conobbero.
* * * * *
Il mese di agosto è stato terribilmente nefasto per la stazione alpina
di Courmayeur. In questo mese, che è il più propizio per le grandi
ascensioni, perivano nel 1890, sugli alti ghiacci del Monte Bianco, due
guide provette e di fama, assieme a un giovane e baldo alpinista che
iniziava brillantemente la sua carriera. Quattro anni dopo, un alpinista
temprato ai più ardui cimenti rimase vittima della subitanea ira di quel
colosso, mentre veniva di calcare la cervice di uno dei suoi più temuti
satelliti.
Le guide di Courmayeur, che da più di mezzo secolo riportano vittorie su
quell'eccelsa catena, erano sempre state risparmiate nelle infauste
vicende che vi si svolsero; ma nell'anno decorso venne pur troppo il
loro turno. In men di una settimana ci rapiva un onesto padre di
famiglia che lasciò due orfani in tenera età, ed un giovane che lasciò
la sposa diletta nell'inconsolabile solitudine; e quindi, affinchè il
colpo si ribadisse più tremendo nei nostri cuori, ci toglieva una
persona che non solo ci era cara, ma formava il nostro vanto, una delle
nostre maggiori glorie.
Del Rey conosciamo purtroppo i particolari della sua tragica morte;
degli altri due, Savoye Michele e Bron Lorenzo, non basteranno le
supposizioni a colpirli di biasimo; l'animo ripugna a pensare che non
abbiano compiuto i doveri loro incombenti: gli onori resi ai loro corpi
giustifichino la loro condotta. Essi sono morti, ma non scomparsi dalla
nostra mente; i martiri dell'alpinismo ci sono sacri.
«Il est des catastrophes si complêtes, si foudroyantes qu'on refuse d'y
croire dans le premier moment.--On se dit:--Ce n'est pas possible!--et,
malgré l'évidence, on doute.»
Tale accento di dubbio, di sorpresa e di profondo dolore, si leggeva in
volto a tutte le persone in Courmayeur, verso il mezzogiorno del 25
agosto 1895, quando giungeva dal Colle del Gigante la guida francese
apportatrice del triste annunzio della morte di Emilio. In men che non
si dice, a tutti fu nota la disgrazia. Fu come un vento gelido di morte
scendente dalla montagna ad imprimere su tutti gli animi lo sconforto;
come per incanto scomparve quella gaia serenità che si vede dipinta sui
volti delle persone in un giorno di festa. Gli occhi s'imperlavano di
lagrime furtive, e lo sguardo, nel suo mutismo, lanciava una maledizione
a quella montagna che ci rapiva una persona amata da tutti.
Mi par ancora di vedere la moglie del Rey, all'uscir di messa,
apprendere, dal suo figlio maggiore, la tremenda sciagura che la
colpiva. Povera donna! non volle credervi; ma interrogati, cogli occhi,
gli astanti fu purtroppo conscia della verità di quanto le asserivano.
Che terribile frecciata al cuore!
L'annunzio di tanta iattura lasciò la maggior parte di noi increduli. Ci
pareva impossibile che un Rey fosse caduto e tanto più in un sito
relativamente poco pericoloso. Ma a che pro' illudersi?
Per quel giorno e per molti altri ancora, Emilio Rey divenne il tema di
tutti i discorsi; però da tutte le bocche, non una parola di biasimo
usciva al suo indirizzo, ma lodi ed ammirazioni.
Poichè Emilio Rey non è più, tramandiamo ai posteri la sua fiera e
simpatica immagine, narriamo le gesta della sua vita gagliarda che mai
venne meno al dovere del giusto e del prode. Che le generazioni avvenire
sappiano chi fu e come fu Emilio Rey!
Il còmpito è arduo e spinoso, ma riconforta l'animo nel ripercorrere
questo cammino pieno di vittorie, dove tra le foglie della quercia
robusta, sono intrecciati i fiori gentili della cortesia ed i frutti di
animo elevato e d'una coscienza candida, immacolata.
* * * * *
Emilio Rey nacque nel 1846 in quel di La Saxe, frazione di Courmayeur,
in Valle d'Aosta. Poco o nulla di notevole v'è da dire sulla sua
giovinezza, se non che ricevette un'educazione austera, che valse
grandemente a formarne un uomo di carattere dai forti proponimenti e dai
ponderati giudizii. L'istruzione gli fu pur troppo limitata: abbozzata
meschinamente nella scuoletta del villaggio, fu compiuta in famiglia
fino oltrepassata la puerizia. Ma se la mente fu lasciata in balìa di sè
stessa, il cuore venne ornato di tutte quelle doti che, nella vita,
valgono più di qualunque ornamento estetico, e bastano da sè sole per
farsi apprezzare e rispettare.
Della sua poca coltura ebbe poi Emilio sempre a dolersene per tutta la
vita, adducendo da fine osservatore l'aforisma: «L'instruction sert
grandement à former les caractères et à développer les forces latentes
du coeur et de l'esprit. Elle constitue, pour ainsi dire, la noblesse
de l'ouvrier.»
Però il continuo contatto e la vita quasi intima che trasse con persone
di vasto sapere lo dirozzarono non solo della scorza che conservava di
montanaro, ma gli suscitarono un'ardente brama di sviluppare le facoltà
intellettive per quanto gli permettevano e l'età matura e le occupazioni
domestiche. In prova di quanto dico, sta il fatto che fin dal 1878,
allorquando il suo nome si era già fatto una breccia nella fama, sentì
la necessità di possedere, almeno superficialmente, l'idioma delle guide
bernesi, colle quali aveva frequenti relazioni ed era amico e emulo. Si
ridusse perciò a passare quell'inverno a Meiringen colla guida Zumberg,
che da tempo conosceva. Più tardi, verso il 1887, teneva presso di sè,
per tutta la stagione invernale, un certo Fischer, giovane dell'Oberland
Bernese (perì nell'88 accompagnando i signori Donkin e W. Fox al
Dichtau, nel Caucaso), onde vieppiù impratichirsi della lingua tedesca.
Emilio Rey parlava e scriveva correttamente il francese, conosceva
l'italiano e il tedesco ed interpretava anche la lingua di Byron.
Tuttavia, se la sua parola era calda, forbita, schiettamente
entusiastica, e quasi direi spiritosa, il suo scritto era stentato,
sebbene conciso; preferiva sempre la piccozza alla penna!
A lord Wentworth che lo richiese di ragguagli sulla loro prima
ascensione dell'Aiguille Noire di Petéret, rispondeva questa frase
tipica: «La description de cette course neuve ne me satisfait pas du
tout, et je trouve que j'ai bien plus de peine et de soucis de décrire
mes courses que de les faire!»
Il padre di Emilio, Giuliano Rey, era un uomo tipico per eccellenza. Il
procedere franco della sua persona, l'espressione leale, ma ferma del
suo sguardo indagatore, la sua parola, il suo gesto, tutto contribuiva a
cattivargli di primo acchito ossequio e venerazione. Fu per molti anni
capo-guida e per più di due lustri giudice conciliatore. Fu nel
disimpegno giudizioso delle funzioni che importavano questa carica, che
si conquistò amore e rispetto nel suo paesello. Tale fu il genitore di
Emilio Rey; non potevo tralasciare un accenno al padre parlando di tanto
figlio.
Rey, giovinetto, apprese ed esercitò il mestiere di falegname, nel quale
divenne abilissimo. Fu lui, che più tardi, costruì i rifugi alpini delle
Aiguilles Grises, del Colle del Gigante, delle Grandes-Jorasses, del
Triolet e del Gran Paradiso. Chi abbia pernottato in quelle capanne non
potrà a meno che tributargli riconoscenza per la loro ammirabile
costruzione e solidità.
Prima di intraprendere la narrazione della sua vita avventurosa,
visitiamolo nelle pareti domestiche. È là che il cuore di Emilio
rifulge di vivida luce e come figlio, e come sposo, e come padre.
Professò sempre profonda venerazione per gli autori dei suoi giorni.
Come mi riuscirono strazianti le lagrime della sua vecchia madre, quando
rivide, per l'ultima volta, l'idolo della sua vita.... cadavere!
Primo pensiero di Emilio fu sempre la famiglia. Quando trovavasi assente
da casa, per cause inerenti alla sua professione, vi era però presente
in ispirito. Ed era principalmente nei passi difficili che tale pensiero
lo tormentava. Quale reazione esercitasse nel suo animo l'idea della
morte, ne sia prova la calma impassibile del suo sguardo e la lucidità
di mente che in quegli istanti possedeva in sommo grado. Non era lo
spettro nero, no, che lo turbava, che gli ridonava forza e coraggio; ma
bensì il pensare essere Egli il cardine della prosperità della famiglia,
l'avere i figli giovani, epperciò abbisognanti di un sostegno, di una
guida onde incamminarsi nella vita. Egli era padre premuroso e
previdente: mercè la sua instancabile attività, procurò alla famiglia
una prosperosa agiatezza. Diede ai figli una buona educazione, ma più di
tutto suscitò in loro l'amore al lavoro.
Emilio Rey non era un uomo da godersi beatamente il meritato riposo
colle mani alla cintola. Lui riposava lavorando. Terminata la stagione
delle corse, appendeva ad un chiodo la corda e la piccozza, e correva
pei campi ad invigilare gli ultimi lavori. Caduta la neve a ricoprir le
campagne del suo candido velo, gli rimaneva la pialla per fargli parere
meno lunghi i mesi invernali. Secondo Lui l'alternarsi di varii lavori
costituiva un riposo. Che ne dite, lettori, di questa saggia filosofia?
* * * * *
Emilio Rey abbracciò la professione che lo rese celebre per spontanea
vocazione. Egli non apprese ad essere guida cacciando il camoscio o
sotto l'altrui scorta, ma di propria e volontaria iniziativa.
Fin da giovinotto, ci raccontava in questi anni, nel giungere su una
prominenza, su una vetta qualunque, egli si sentiva invaso da un «bien
aise» insolito e come purificato da ogni sozzura terrestre in
quell'ambiente aereo e vivificante; e rimaneva lunghe ore estatico ad
ammirare le bianche guglie delle montagne circostanti, sulle quali
avrebbe bramato volare onde abbracciare un più vasto orizzonte.
All'età di 22 anni, nel 1868, cominciò il suo tirocinio di guida. Poco
notevoli furono le corse compite nei primi tempi della sua carriera,
limitandosi a poche vette del suo paese e della valle, ascensioni e
passaggi riputati al giorno d'oggi come volgari, ma in quei tempi
ritenuti scabrosi. Denotava, fin d'allora, di diventare un'eccellente
guida.
Nel 1875 accompagnava l'ing. Angelo Genolini in un tentativo al Dente
del Gigante, ripetuto poi due anni dopo con lord Wentworth e l'avv. De
Filippi. A proposito di questa bizzarra vetta, insensibile alla assidua
corte che le faceva un numeroso stuolo di ammiratori, a quanto mi
riferiscono altre guide militanti allora, Emilio fiutava la possibilità
di domarla, però non escludendo mezzi meccanici.
Fu solamente nel 1876 che il Rey cominciò a distinguersi fra i colleghi
per quello che era. Venne impegnato per parecchio tempo da lord
Wentworth, col quale salì le Grandes-Jorasses, il Castor, lo Strahlhorn,
il Riffelhorn dal ghiacciaio di Gorner, più un tentativo sull'Aiguille
Verte dai châlets di L'Ognan. Se non era per l'indisposizione di due
guide, che si ammalarono quando già trovavansi vicino alla meta, quella
sarebbe stata una vittoria del Rey. Egli tenne la testa della carovana
per tutto il tempo e si distinse talmente che il Wentworth lo classificò
tra gli arrampicatori di prim'ordine.
L'anno successivo guidò lo stesso alpinista in una serie d'importanti
imprese, fra cui ascensioni di picchi vergini, quali l'Aiguille Noire de
Pétéret e la Punta Giordano dei Jumeaux. Per vie nuove salì il Gran
Paradiso dal ghiacciaio della Tribolazione, e la Grìvola, con una
variante, da Valsavaranche. Fu pure all'Aiguille de Rochefort (seconda
ascensione), ai Jumeaux, ed al Cervino, da Zermatt al Breuil, col quale
faceva la prima volta conoscenza.
Il valente alpinista inglese scrisse belle pagine sul libretto di
Emilio, gentile preludio di altre non meno piene di ammirazione per le
sue eccezionali qualità. Lord Wentworth lo dichiarò abilissimo e forte
alpinista, possessore di un tatto speciale per orientarsi in mezzo ai
frangenti i più difficili.
A proposito di questo intuito delle guide, che istintivamente sanno
afferrar subito il lato debole della montagna, propendo che esso
consista non già nell'istinto naturale del montanaro, ma bensì
nell'acquisita esperienza e profonda osservazione. Allorchè nel 1886,
assieme alla guida François Simond, Emilio accompagnava il sig. H. Dunod
alla Meije, non la conoscevano nè gli uni nè gli altri, «mais, sans
hésitation, il devina si facilement l'issue des passages délicats,
qu'ils détinrent pendant longtemps le récord de la vitesse». Partiti dal
Châtelleret, compivano l'ascensione con passaggio della «Brêche» e
scendevano a La Grave in sole 16 ore![3]
Nel 1878 Emilio veniva a stringere relazione col Monte Rosa guidando
alla Punta Dufour il dott. Theodor Petersen, allora presidente del Club
Alpino Tedesco-Austriaco.
Dal 18 agosto a metà settembre del 1879, il Rey fu ritenuto da J.
Baumann, che assieme al sig. J. O. Maund gli crearono una aureola di
notorietà. A partire da questo tempo, tutti i più festeggiati alpinisti
andarono a gara per averlo compagno e guida nelle loro escursioni. In
quell'anno compiva, coi signori J. Baumann, G. Fitz Gerald e F. J.
Cullinan, la prima ascensione dell'Aiguille di Talêfre, e della Dent
d'Hérens per la cresta che dal Tiefenmattenjoch conduce alla sommità.
Faceva pure le seconde ascensioni del Grand Dru, e del Cervino per la
cresta di Zmutt, pochi giorni dopo il sig. Mummery colla guida Alexander
Burgener. Per questa via, doveva pure accompagnare ultimamente a quel
colosso S. A. R. il Duca degli Abruzzi, se il tempo non fosse venuto,
quand'egli era ancor libero, a «gâter le jeu».
Sempre con J. Baumann, nel 1880 tentò l'Aiguille du Plan dal ghiacciaio
di Blaitière. Questa vetta fu poi soggiogata poco dopo, dalla parte
opposta compiendovi la seconda ascensione. Nella gita suddetta il Rey
aveva compagno Andreas Maurer, col quale era amicissimo e doveva in
seguito misurarsi sui picchi più ardui delle Alpi.