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Vol. XXIX Num. 62
BOLLETTINO
DEL
CLUB ALPINO
ITALIANO
1895-96
[Illustrazione: CLUB ALPINO ITALIANO]
Per cura del CLUB ALPINO ITALIANO (Sede Centrale)
TORINO
Via Alfieri, 9
1896
G. Candeletti, Tipografo del C. A. I.--Torino, via della Zecca, 11.
[Illustrazione: _R. H. Budden_]
R. H. Budden
Fra le più care e tipiche figure dei pionieri dell'alpinismo italiano,
che ormai col volgere degli anni, come natura vuole, vanno scomparendo,
una più delle altre pareva voler sfidare impavida le bufere della vita e
mantenersi vegeta sulla breccia fra l'ammirazione dei vecchi per
l'ardore giovanile con cui combatteva, dei giovani per la tenacia colla
quale sosteneva alti i più puri ideali di tutta la sua esistenza.
Ma ad un tratto quella maschia figura che da ben quarant'anni viveva fra
noi è scomparsa; quel roseo viso, sorridente sempre, incorniciato fra
due candide fedine non è più che un dolce ricordo; quello sguardo
aperto, vivace e profondo, che rispecchiava tutta la bontà d'un animo
elevato, d'un cuore impareggiabile si è spento; quella tempra gagliarda,
infaticabile, violentemente si è infranta, lasciando inciso nei monti
con indelebili caratteri il suo nome, che ogni montanaro, ogni alpinista
d'Italia venerava, lasciando immenso cordoglio nell'animo d'una lunga e
numerosa schiera di poverelli che aveva beneficati.
* * * * *
Riccardo Enrico Budden era nato il 19 maggio 1826 in Stoke Newington
(Londra), ove trascorse i primi anni della sua vita, e, rimasto orfano
giovanissimo ancora, veniva posto in collegio, dapprima a Bonn e più
tardi a Parigi.
Compiuta ch'Egli ebbe la sua educazione, libero di sè, ricco di censo,
dopo breve permanenza in Francia, cominciò i suoi viaggi attraverso
l'Europa, non ritornando in patria che di tempo in tempo e per non
lunghi soggiorni.
Fu a Nizza, italiana allora, che circa quarant'anni or sono si innamorò
del bel cielo tirreno, s'appassionò alla patria nostra che più tardi
visitava e studiava in ogni sua parte.
A Genova prima, poi a Torino pose sua dimora, quindi in Svizzera e
nuovamente in Francia, di dove il ricordo delle città italiane lo
richiamava fra noi. Traslocata a Firenze la capitale, Egli pure vi si
recava e dalle sponde dell'Arno seguiva a Roma le sorti del nostro
paese, ch'ei già allora considerava come sua seconda patria. Non rimase
mai gran tempo nella medesima regione, chè la sua inesauribile attività
lo spingeva or in questa or in quella, finchè, innamoratosi
dell'ospitalità semplice e cordiale che sovente s'incontra in tutte le
classi del vecchio Piemonte, ch'Egli chiamò «paese del _franco
parlare_», si stabilì in Torino, ove già più volte aveva abitato.
Nei primi anni ch'Egli era fra noi, come praticavano non pochi suoi
connazionali, si recò a visitare le nostre montagne e rimase
profondamente colpito dalle innumerevoli bellezze della Valle di Aosta,
sì che ad essa più che ad altre valli italiane rivolse tutte le sue
cure, dedicò tutte le sue forze, facendosi promotore di quei
miglioramenti che valessero ad aumentarne la prosperità ed a renderla
più gradita agli stranieri. La percorse in ogni suo angolo e, trovatala
deficente di strade e di alberghi, si fece tosto promotore d'una prima
sottoscrizione onde raccogliere fondi per abbellire Courmayeur,
chiamata, per la sua posizione, a rivaleggiare con altre importanti
stazioni alpine d'oltr'alpe.
Fu questa nobile iniziativa che lo portò a conoscere il nostro Club.
Egli si era rivolto alle Autorità della valle, offrendo un concorso di
lire 500 come primo fondo della sottoscrizione che voleva iniziata a tal
fine, e quelle non risposero, parendo forse a loro strana l'idea di
quest'inglese entusiasta dei monti. Ma Egli non si sgomentò; insistette,
ne parlò con amici e venne consigliato di rivolgersi al Club Alpino di
Torino, costituitosi appunto due anni prima.
Fortuna volle s'incontrasse in G. B. Rimini ed in Bartolomeo Gastaldi, i
quali, intuito l'uomo, non solo accolsero con entusiasmo la sua
proposta, ma lo fecero inscrivere socio del Club.
Da quel giorno può dirsi che dedicò intiera la sua vita pel bene della
nostra istituzione, e tanto fece colle opere, col consiglio,
coll'esempio e con generose elargizioni, da meritarsi il titolo di
_Apostolo dell'Alpinismo_.
Recatosi nuovamente a Courmayeur, riuscì a vincere le mille diffidenze
che osteggiavano l'attuazione del suo progetto, a poco a poco convinse
i più restii, mentre intanto sollecitava dagli alpinisti inglesi l'invio
di somme in aiuto dell'opera sua. E nel maggio del 1868, lieto della
riuscita che prometteva, in una lettera da Courmayeur annunziava a
Bartolomeo Gastaldi che l'incoraggiamento del Club Alpino non era
rimasto senza frutti, avendo quel Consiglio Comunale votate e fatte
eseguire diverse opere, quali la strada al Pavillon di Mont-Frety,
l'impianto di viali, il miglioramento di parecchie strade mulattiere,
ecc., e che i paesi vicini spinti dall'esempio accennavano essi pure a
mettersi sulla buona via.
Disgraziatamente, iniziate da poco le opere, il fallimento della Cassa
di Risparmio d'Ivrea e sua succursale di Aosta, presso la quale i fondi
erano stati depositati, ne inghiottì gran parte, rendendo impossibile
l'attuazione del progetto, se Egli, per dar nuova spinta alla
sottoscrizione, non avesse versate alla Sede del Club altre lire 500.
Erano allora i tempi d'oro dell'alpinismo, vasto campo di terreno
vergine da esplorare, con tempre gagliarde, innamorate della natura, del
bello, che s'accingevano con ardore all'impresa.
Non si conoscevano ancora tutte le comodità della vita alpina d'oggi:
con un semplice bastone in mano, un sacco sulle spalle, un po' di pane
in tasca, s'avviavano al monte quei pionieri dell'alpinismo, ed Egli
ricordava con piacere quando cogli amici suoi, il canonico Carrel e gli
abati Gorret e Chanoux, G. B. Rimini e tanti altri iniziati al culto
della natura, se ne iva peregrinando fra i monti.
Le sue gite sono innumerevoli, ma Egli non dà relazione che di quelle
compiute nei primi tempi, quando era necessario spronare altri a
pubblicare le loro impressioni. Nè ha la pretesa di fare scoperte, ma
dice che scrive soltanto per far conoscere le nostre valli, poichè
disgraziatamente la maggior parte dei viaggiatori «non lasciano
volentieri la via solita per vedere nuovi paesi, studiare i costumi e le
particolarità delle popolazioni e godere delle abitudini semplici, dei
prezzi moderati che pratica tanta povera gente, che si trova per così
dire onorata da tali visite inaspettate,» se non vi sono spinti od
attratti da altri.
Nelle sue relazioni, ricche di dati interessanti sui costumi o sulle
leggende delle valli visitate, dà soventi ragione dei nomi delle diverse
località ed i fatti più semplici gli lasciano campo a profonde
riflessioni. Al suo occhio nulla sfugge delle scene imponenti che si
ammirano sulle montagne, la cui solitudine lo colpisce profondamente e
fra le quali è lieto di trovarsi in mezzo a tanta brava gente non
corrotta dalla civiltà moderna. Sono briosi aneddoti che infiorano
tratto tratto e rendono piacevole la lettura dei suoi scritti, dai quali
traspare completa un'anima d'artista innamorato delle superbe bellezze
del quadro che ha dinanzi.
Non trascorreva mai una stagione intiera in questo piuttosto che in quel
distretto alpino; quel medesimo sentimento che lo spingeva di città in
città, quel bisogno di studiare e vedere sempre nuove cose, anche in
montagna gli faceva compiere lunghe corse, visitare parecchie valli,
passando sempre per nuovi valichi. Così, ad es., lo vediamo nel 1867 da
Chamonix portarsi al Piccolo S. Bernardo, di dove si reca ad ammirare il
gruppo del Rutor; poi discendere a Courmayeur e dopo breve permanenza,
per Liverogne, Valsavaranche ed il Colle del Nivolet portarsi a Ceresole
Reale, salire la Bellagarda ed altre punte, ritornarsene pel Nivolet a
Valsavaranche, ove lo troviamo sulla Bioula e sul Colle del Lanzon che
discende a Cogne. Da Cogne lo attrae quello splendido belvedere che è il
Pousset, lo attraggono i valloni circostanti; ma anche questi solo per
qualche giorno, poichè nuovamente s'avvia per la Finestra di Champorcher
a Bard, a Pont St.-Martin, a Gressoney St.-Jean. Qui trova il primo
châlet albergo costruito nelle valli italiane dal sig. Linty e ciò lo
rallegra, ma neppure ciò ha il potere di trattenerlo a lungo; dopo pochi
giorni pel Colle di Valdobbia passa a Riva, a Varallo, e sempre pei
monti a Biella e di nuovo a Pont St.-Martin, ad Aosta e pel Gran S.
Bernardo a Ginevra.
I disagi della vita di montagna per lui sono nulla, il suo animo buono,
generoso tutto dimentica e s'entusiasma, quando ode dire da chi Egli
compensa largamente per qualche servizio resogli: «Monsieur, me donne
trop, cela ne vaut pas tant», e non sogna che di ritornare presto fra
quella gente.
Nel 1868 lo troviamo a Courmayeur, a Varallo, ad Alagna, sempre
traversando colli; poi sul Monte Generoso e di là per Verona, a
Neumarkt, fra le Dolomiti, a Predazzo, a Paneveggio, sul Passo di
Vallès, a Forno di Canale, ad Agordo e ritornare pel Passo di S.
Pellegrino di nuovo a Neumarkt, di dove prosegue per Innsbruck, Monaco,
ecc. ecc.
Ed in ogni suo viaggio nota e giudica quanto vede, ed in questo, ad
esempio, loda come sono tenute le foreste e le strade nel Trentino,
biasima invece il modo col quale facevano servizio le diligenze.
Volendolo seguire nelle sue escursioni avrei qui da riempire molte
pagine, e ripetermi molte volte, poichè in sì lungo volgere d'anni
visitò a più riprese quei siti, la cui bellezza maggiormente lo aveva
colpito. Aggiungerò soltanto che intervenne a quasi tutte le numerose
gite sociali della Sezione di Firenze, compiutesi durante la sua
presidenza, visitò più volte le Alpi Apuane e l'Appennino Toscano e
Romano, ecc., non limitandosi alle Alpi che cingono l'Italia, da lui
tutte sinceramente amate e tanto, da soffrirne quando qualche regione
era lasciata nell'oblio. Lo sentiamo perciò, anni addietro, lagnarsi
quando le Alpi Marittime erano trascurate ed esporci in un articolo
pubblicato sulla «Rivista Mensile» quali sono le opere eseguite dai
francesi sul loro versante onde attirarvi i viaggiatori, insistendo
perchè le Sezioni della Riviera s'assumessero l'impresa di promuovere i
miglioramenti necessari alle strade, ai sentieri, agli alberghi, ecc.
ecc., coadiuvando in tal modo «con tutte le forze loro quest'opera di
riparazione verso tanta parte di regione montana lasciata in un
abbandono poco giustificato.»
Era pur solito a seguire nei loro giri tutti i Congressi Alpini che fin
dai primi tempi raccomandò con insistenza si tenessero fra i monti,
poichè quello era l'unico campo sul quale, sparita ogni differenza di
regione, dovevano gli alpinisti italiani conoscersi ed affratellarsi.
Quantunque non avesse salite alte vette, non fosse un «grimpeur», era
però un vero alpinista, nel senso più puro ed elevato della parola. Egli
non vedeva nelle alte ascensioni una stranezza, una specie di pazzia,
come qualcuno anche oggi le dice; voleva anzi che la gioventù si
dedicasse a queste grandi e nobili imprese, com'ei le chiamava, e più
d'una volta nei suoi discorsi, ed in special modo al Congresso di
Varallo, insistè sulla utilità di tali gite e sulla necessità di
rinvigorire la nostra fibra, compiacendosi di portare ad esempio i suoi
connazionali che nella forza del corpo trovano nuova forza della mente,
convinto che lo sviluppo del Club avrebbe aiutato molto il rinnovamento
fisico e morale della nostra nazione.
Ed oggi più che mai, in questi critici momenti, quella tipica figura che
si mantenne giovane di corpo, di mente e di cuore sino alla morte,
avrebbe resi nuovi e sempre maggiori servigi, scuotendoci dall'apatia
coll'autorità sua e spronandoci sulla via del bene coll'entusiasmo
sincero, inesauribile, che solo possiede chi è profondamente convinto
della bontà dell'idea che sostiene.
Mente elevata ed energica, Egli nei monti non vedeva soltanto picchi da
salire, ma in loro riassumeva, personificava pensieri ben più alti delle
punte imbiancate dalla neve eterna, ritenendoli non fine ad uno scopo,
ma mezzo per raggiungere ideali altissimi, sublimi.
Figlio d'un paese libero, legato all'Italia da vincoli d'affetto,
predicava l'alpinismo come palestra nella quale ogni italiano avrebbe
dovuto imparare a lottare, plasmando nei duri cimenti col monte un saldo
carattere nazionale, che valesse un giorno a cancellare quelle meschine
separazioni da regione a regione, frutto di lunga servitù. Era un'Italia
forte e libera che egli sognava, erano Italiani intelligenti, attivi,
che desiderava vedere, ma voleva fossimo Italiani solo, null'altro che
Italiani.
Quindi con Felice Giordano si fece iniziatore della prima riunione
annuale tenutasi nel 1868 in Aosta sotto la sua presidenza ed intervenne
poi a quasi tutti i Congressi Alpini, ch'ei riteneva, come già dissi,
efficacissime occasioni per viemmeglio unirci.
Per lui, quella dell'alpinista doveva essere una santa missione, ed io
rammento che molte volte mi diceva di ricordarmi sempre quando fossi di
passaggio per le alte Alpi, ove lungi dal mondo vive segregata tanta
povera gente, di dirle una buona parola o darle un consiglio, procurando
di parlare un linguaggio che potesse essere compreso, che valesse a
diradare alquanto le tenebre che annebbiano quelle ruvide intelligenze.
Animo pio e generoso, innanzi agli spettacoli sublimi della natura, il
suo cuore non dimenticava mai i poveri montanari; tante bellezze non
soffocavano in lui il sentimento della pietà, anzi lo acuivano, ed Egli
sentiva quanto enorme era il contrasto fra il grandioso spettacolo che
ammirava e la miseria di tanti infelici condannati a vita sì triste.
Eccolo quindi venire a loro, lentamente spiegare in linguaggio dolce e
mite quanto bene potrebbero ritrarre da più razionali colture, unendosi
in associazioni, procurando di migliorare questa o quella produzione,
costruendo sentieri, riparando le vie di accesso ai principali centri
alpini, munendo di linde camerette le luride cantine e trattando
cortesemente i pochi forestieri che cominciavano a visitare le alte
valli. E se le sue parole non furono dapprima comprese, non se ne
sgomentò. «Quanto non si è ottenuto ora--diceva--si otterrà un
altr'anno, non m'hanno ancor capito». Ed eccolo nuovamente col sorriso
sulle labbra, non più straniero a quelle genti che soccorreva anche con
denaro, ritornare a loro, guadagnarsene le simpatie, persuaderle.
Convinto che lo studio dei monti, promovendo frequenti gite, finirebbe
col risvegliare negli alpigiani la volontà di meglio conoscerli, Egli
riteneva necessario ottenere che mettessero da parte quella diffidenza
innata che osteggia l'attuazione di molti progetti, facendo loro capire
che esistono realmente società di uomini disinteressati e generosi, i
quali con studi e ricerche tentano di far apprezzare il loro paese.
Raccomandava quindi agli alpinisti di essere cortesi e gentili, di
prendere la più gran cura in special modo nei paesi maggiormente
abbandonati, di non urtare le suscettibilità anche dell'uomo il più
povero, onde fosse più facile il compimento della nobile idea.
Il suo affetto per gli abitanti dei monti lo aveva reso entusiasta di
quegli oscuri benefattori della umanità che sono i parroci di montagna,
intenti a sacrificarsi pel bene di quelle popolazioni. Egli non può
trattenersi, nei suoi scritti, dall'esprimere ammirazione per loro e dal
deplorare che, mentre «s'innalzano ovunque monumenti a grandi ministri,
a valenti generali, a celebri predicatori, lo zelante benefattore del
suo villaggio è raramente ricompensato, ed alla sua morte neppure una
pietra ricorda alla posterità i tentativi incessanti da lui fatti per
introdurre qualche utile innovazione nel suo paesello, e qualche po' di
luce nelle menti più scure.» Quindi egli ricorda soventi i nomi di
questi uomini valorosi che dedicano intiera la loro esistenza al bene
delle alte valli e sono lieti di porsi a disposizione anche degli
alpinisti, quando per avventura passano in quei paesi dimenticati.
E questo suo amore pei montanari lo porta ad interessarsi in modo
speciale delle guide, i compagni, gli amici degli alpinisti. Egli
vorrebbe vederle organizzate ed istruite, ed è perciò che nel 1870,
durante una gita da lui fatta a Valtournanche coll'Abate Gorret, le
raduna, cerca convincerle e se pure non può dirsi che quel giorno sia
riuscito nel suo intento, riuscì certo a far comprendere quanto fossero
giuste le sue parole, che in epoca non lontana portarono poi benefici
frutti.
Pubblicò a tal fine un opuscolo, che fece distribuire in buon numero di
copie ai valligiani di Aosta, col titolo: _Observations aux guides des
vallées Italiennes_, pieno di buone norme, di utilissimi consigli. In
modo piano e semplice, come era uso parlare, in esso spiega come devono
condursi coi viaggiatori, quali sono i modi da usarsi durante le gite e
nelle stazioni alpine, e fa loro comprendere quanto sia grande la
responsabilità della guida, ai cui ordini devono rimanere intiere
comitive, e come sia necessaria molta abnegazione, perseveranza,
pazienza, sangue freddo e coraggio a tutta prova, cuore e mente capace
di sostenere tanto peso. E siccome non è facile trovare tali doti tutte
riunite nel medesimo individuo, Egli vorrebbe saggiamente che le guide
fossero divise in due categorie, quelle di prim'ordine, per le grandi
ascensioni e quelle per le passeggiate ed escursioni minori.
Per ingentilire alquanto questi uomini, vagheggiava una scuola da
istituirsi nei principali centri, che valesse ad infondere loro un po'
di coltura e più di tutto quel sentimento del dovere, del sacrifizio,
che dovrebbe assolutamente essere condizione «sine qua non» per ogni
guida.
Rigorosamente classificate, senza riguardi o di regione o di meschine
raccomandazioni, allo stesso modo che gli alpinisti si radunano a
congresso, avrebbe voluto che il Club mentre non è ancora in grado di
creare scuole speciali, avesse radunate le guide migliori a fraterno
banchetto, almeno una volta all'anno, in questo od in quel centro
alpino, onde si conoscessero, avessero modo di scambiarsi le loro idee,
ed in tale occasione con un discorso od una conferenza, si fosse svolto
qualche argomento di non dubbia utilità attinente al loro mestiere.
Riteneva questo un modo buono e pratico per incoraggiare questi bravi
uomini che tanto hanno contribuito a farci conoscere le nostre montagne,
ed un'occasione, aumentandone le cognizioni, di porli in grado di
rendere maggiori servizi alla causa dell'alpinismo.
E quest'iniziativa, era solito dire, dovrebbero prenderla le principali
Sezioni del Club, nei cui distretti od in quelli limitrofi si trovano
buone guide, poichè questa specie di premio servirebbe di esempio a
tutte e sarebbe mezzo efficace per svegliare e cementare nei montanari
italiani sani sentimenti di simpatia.
* * * * *
Fra le numerose opere ch'Egli avrebbe voluto presto attuate, teneva pure
un primo posto quella del rimboschimento, perchè era convinto che le
foreste sono quelle che in giorno non lontano dovrebbero aiutare la
nostra rigenerazione finanziaria. Scrisse su tale argomento numerosi
articoli, ma le nostre pubblicazioni non essendo a sufficienza estese,
ne pubblicò gran numero anche sui periodici delle alte valli. Nel 1869
istituiva un premio di Lire 500 per quel comune che primo avesse
rimboschito buon tratto di terreno ed altri ne diede privatamente ed ai
Comizi agrari, destinati a premiare quei contadini che presso alle loro
alpi avessero piantato, in un dato periodo d'anni, maggior numero
d'alberi.
Poi, convinto che se i premi erano d'aiuto non potevano considerarsi
incentivo sufficiente quando manca l'amore a sì benefica impresa, aveva
ideato di fondare, come già fecero altre nazioni, una «Società degli
amici degli alberi» che avesse còmpito speciale d'instillare l'amore
delle piante nei fanciulli, avrebbe voluto ripetere quanto in America
diede sì splendidi risultati, portando quelle popolazioni a stabilire
addirittura un giorno festivo dedicato alle piante (_The arbor day_).
Durante le sue gite ciò che lo accorava era di vedere quelle sterili
distese di terreno ove il pascolo era libero, ove ognuno estirpava le
poche piante ancor esistenti, e non cessava dal dire che il Governo
avrebbe dovuto intervenire con energiche disposizioni, onde impedire
tanto danno e che tutto fosse distrutto mentre ancora poteva porsi
riparo.
Nell'Appennino Toscano la sua propaganda ebbe felici risultati ed egli
lo constatò con piacere nel suo discorso alla festa alpestre nella
Garfagnana in occasione dell'inaugurazione d'un saggio di
rimboschimento. Informò allora gl'intervenuti come i giornali esteri
avessero lodato quanto da noi si andava facendo, ricordando specialmente
un articolo del barone Von Raesfeldt, direttore forestale della Baviera,
pubblicato sulle «Mittheilungen» del Club Tedesco-Austriaco (aprile
1882) nel quale, si faceva «lusinghiera menzione dei nomi di patriotti
italiani che hanno eseguite piantagioni estese e non venne dimenticato
il comune di Castiglione di Garfagnana per l'iniziativa presa del saggio
di rimboschimento agli Spondoni (terreno comunale), esprimendo la viva
speranza che altri comuni d'Italia siti in montagna, non avessero a
tardare nel seguire l'ottimo esempio». Aggiungeva che coloro i quali
hanno percorso le Alpi e l'Appennino sanno quanto vi è ancora da fare in
materia di rimboschimento, di piscicoltura, di piccole industrie, di
tutto ciò che è atto ad attirare i viaggiatori ed augurava con calorose
parole che questi esempi, dati da benemeriti comuni e dalle Sezioni del
C. A. I., creassero in Italia un'opinione pubblica favorevole al
rimboschimento, perchè in allora invece di scritti, di conferenze e di
altri mezzi di propaganda, si vedrebbero eseguire piantagioni in tutti i
punti della penisola, e le nude e sterili montagne, ora soggiorno di
popolazioni miserabili, diventerebbero paesi ben coltivati, prosperi,
difesi dalle inondazioni e dalle frane.
A lui non isfuggivano mai le occasioni per sospingerci in quest'opera,
ed allo stesso modo che le terribili inondazioni del 1868 e degli anni
successivi gli diedero motivo di dimostrarci nei suoi scritti come
tanta sciagura sarebbe stata risparmiata o almeno di gran lunga ridotta
se folte foreste avessero coperte quelle immense distese di terreno,
brulle affatto, il dono fatto alla Sezione di Torino, da un suo socio,
di alcune fotografie della «Yosemite Valley», gli offrì campo per
descriverci quella vasta regione, lunga 15 miglia inglesi, che nel 1864
gli Stati Uniti d'America donavano alla California perchè ne facesse un
parco nazionale che oggidì è coperto da enormi alberi, ammirazione dei
visitatori di quelle contrade.
E non soltanto alle piante d'alto fusto Egli rivolgeva le sue cure, ma
anche alla sfavillante flora montana, agli edelweiss, a quella miriade
di variopinte pianticelle che minacciano sparire dalle nostre Alpi.
Anche per esse Egli prese la penna in mano e convinto che l'infondere
nelle persone più rozze, che soventi si lasciano trascinare dalla
brutale manìa della distruzione, un sentimento di rispetto verso le
opere della natura è un mezzo indiretto d'educazione del popolo, scrisse
sulla _protezione delle piante_. C'informò come in Inghilterra tale
propaganda abbia fatta molta strada e siccome buon numero di queste
fragili e graziose piante alpine sono ormai sparite da diverse località
delle Alpi Italiane, lasciando nude le roccie, fece voti che molti animi
bennati alzino la voce in favore dei poveri fiorellini che danno ancora
un sentimento di poesia ai luoghi perduti fra il ghiaccio e la neve e
che la stampa italiana appoggi con simpatia gli sforzi fatti dal C. A.
I. per salvare dalla totale distruzione questo ornamento naturale delle
patrie montagne.
E siccome altrove sono sorti giardini d'acclimatazione per la flora
alpina, ci sospingeva ad aiutare quei volonterosi che anche da noi si
sono posti per quella via e ad un pranzo che in suo onore diede la
Sezione di Torino al Monte dei Cappuccini, ricordando quanto l'amico suo
abate Chanoux faceva per l'impianto d'uno di questi giardini al Piccolo
S. Bernardo c'invitava a concorrere coll'obolo nostro in aiuto di
quell'uomo benemerito.
Dopo aver predicato il rimboschimento, si dedicò pure ai torrenti, ai
fiumi, a cui Egli pensava, anche durante le brevi assenze dal nostro
paese, e così nell'agosto del 1870 scriveva da Londra a Bartolomeo
Gastaldi riguardo alla piscicoltura alpina, molto trascurata in quei
tempi in Italia, mentre in Germania ed in Francia riusciva fonte non
disprezzabile di ricchezza. Invitava quindi il Club Alpino a continuare
sulle sue pubblicazioni la maggior propaganda possibile onde invogliare
i privati, uniti in associazione, ed i comuni, a far qualcosa essi
pure, usufruendo dei laghi alpini a proposito dei quali disse sarebbe il
caso di studiare se mediante speciali sbarramenti non si potrebbero
utilizzare le loro acque, formando canali economici, per l'irrigazione
dei fianchi dei monti ed anche degli altipiani, rendendo fertili col
tempo molte regioni, ora sterili solo per mancanza d'acqua, adottando il
sistema di coltivazione a terrazze, dal quale si ottennero successi
molto soddisfacenti in certe parti dell'India.
Per risvegliare nei soci del Club il desiderio di occuparsi di questa
vera industria, nel 1883 pubblicò un opuscolo ove tratta di tale
materia. Fatta un po' di storia fin dagli antichi tempi, cita quanto si
è già tentato da noi e quanto si è ottenuto in Svizzera, in Ungheria, in
Scozia, ove si spesero somme ingentissime. Dà le norme principali per
l'allevamento ed interessanti ed utili notizie sulle trote, e conchiude
esprimendo la speranza che «allo stesso modo che nel C. A. I. si sono
trovati valenti e coraggiosi giovani, veri campioni del rimboschimento,
delle piccole industrie di montagna, del miglioramento degli alberghi e
dei rifugi alpini, i quali consacrano il loro tempo ad appoggiare questi
utili rami dell'alpinismo, non dubito che altri volonterosi sorgeranno e
cercheranno di fondare piccoli stabilimenti di piscicoltura nelle patrie
montagne. In questa lotta pacifica per vincere l'apatia e la noncuranza
degli alpigiani, gli alpinisti veterani a barba grigia possono anche
portare il loro contributo di lavoro e d'intelligente cooperazione e se
si lagnano di non essere più in gamba per intraprendere, come le altre
volte, ascensioni in montagna, si trovano almeno in istato di promuovere
utili iniziative in fondo delle vallate». Perchè per «incivilire le
regioni di montagna si esigono cuore, tempo, e sopratutto una
perseveranza indomabile, e queste sono qualità che non dovrebbero
mancare agli alpinisti italiani, e le loro conquiste in fatto di
rimboschimento, d'industrie alpine, di piscicoltura in montagna, più di
quelle dei picchi più ardui lascieranno certamente utili risultati per
le future generazioni». Finisce dicendo che spera che il suo scritto
sarà sprone ad altri a meglio popolarizzare questa industria e dare
mezzo di vivere a molti onesti alpigiani che si trovano costretti ad
emigrare per mancanza di mezzi d'esistenza.
È questa loro misera esistenza, che tutto lo commuove e porta a farsi
paladino delle scuole di piccole industrie in montagna. Dopo averne
predicata l'utilità e svolte proposte presso la Sezione di Firenze, dopo
aver dati consigli e parole d'incoraggiamento alla Sezione di Vicenza,
nel gennaio 1882 intervenne all'adunanza della Sezione Romana, ed ivi,
parlato in favore della sua idea, disse essere opportuno d'invitare la
Sede Centrale a tenere in occasione del Congresso Alpino internazionale
del 1884 un'esposizione di oggetti d'industrie montanine, onde si
potesse vedere quel poco che già da noi si produceva e quanto restasse
ancora da fare di fronte allo sviluppo che esse hanno preso in Austria
ed in Svizzera.
Lo spaventano le lunghe giornate d'ozio cui sono condannati gli abitanti
delle alte valli per i mesi nei quali dura l'inverno, mentre insegnando
loro un po' di disegno, di plastica, d'intaglio in legno, si potrà
facilmente procurare loro occupazione e guadagno. Scrisse quindi molto
attorno a tale soggetto, ed in uno dei vari articoli faceva appello alle
signore e signorine frequentatrici della montagna affinchè dedicassero
qualche ora durante i mesi di permanenza negli alti villaggi ad
insegnare alle ragazze più intelligenti a costrurre cornicette per
fotografie, a far pizzi, ad applicare fiori disseccati su piccoli
cartoncini, ed eseguire tutti quei piccoli ninnoli che a loro servono a
far passare le ore di noia, onde aiutare il sorgere, anche da noi,
dell'industria dei cosidetti _ricordi per touriste_, tanto in fiore e
proficua in altre contrade alpine.
Attratta l'attenzione degli amanti della montagna in favore di quelle
buone ed oneste popolazioni, data una spinta alle piccole industrie,
credè opportuno parlar anche dell'apicoltura in montagna, poco costosa e
rimunerativa se razionalmente coltivata e che potrebbe diventare fonte
maggiore di guadagno fra gli abitatori dei monti e specialmente per
quelli che dimorano vicino a foreste che consiglia di «provare a
stabilire _società d'apicoltura_ sul genere delle _latterie sociali_, le
quali hanno avuta una così bella riuscita nelle Alpi».
* * * * *
Il desiderio del bene, del progresso, lo spinge sempre a nuove proposte
tutte utili e fonte di benessere avvenire. Quindi non si contenta di
vedere quelle brulle pendici, ora aride e bruciate dal sole, coprirsi di
alberi fronzuti, solcate da freschi rivi, abitate da popolazioni
industriose, agiate, ma vuol pure che su quel verde manto sorgano
alberghi alpini, all'ombra di alte conifere, onde favorire da noi sempre
più, quella tendenza al monte, che per lui rappresentava il mezzo più
giusto e sicuro per ottenere tempre gagliarde, caratteri forti, e per
attrarre d'oltr'alpe numerosi stranieri che ora cercano svago e salute
in altri paesi.
Incoraggiò quindi moralmente e materialmente molti di coloro che si
accinsero a tale impresa e, non contento di recarsi personalmente sul
sito a dar consigli, pubblicava uno scritto (_Osservazioni agli
albergatori delle valli Italiane_) nel quale sono riassunte molte saggie
e pratiche norme che oggi ancora dovrebbero essere lette dagli
albergatori alpini.
Li invitava a costrurre da principio soltanto dei piccoli châlets, chè
ai grandi fabbricati avrebbero pensato poi, ma voleva camerette pulite,
urbanità di modi, prezzi miti e possibilmente una tariffa unica, onde il
viaggiatore sapesse sempre quanto doveva spendere e non si esponesse ad
aver questioni alla partenza. «Abbiate cura--diceva Egli--dei vostri
alberghi, e gli stranieri d'ogni nazione in gran numero verranno a voi,
porteranno il benessere nella popolazione e se saranno ben trattati,
lascieranno con rincrescimento le vostre belle montagne, colla promessa
di ritornarvi l'anno dopo. Abbandonate ogni idea d'isolamento,
d'egoismo, di gelosia ed anche di concorrenza; un solo pensiero vi
animi, quello di ricevere e trattar bene i viaggiatori. A tale scopo
dovreste radunarvi una volta all'anno, discutere insieme i vostri
interessi comuni, i modi di approvvigionare i vostri alberghi,
specialmente quelli che hanno comunicazioni difficili.»
Egli vide durante le sue frequenti gite che gli albergatori delle nostre
valli sono generalmente buona gente del paese, pieni di volontà, ma che
non essendo mai usciti dal loro guscio non hanno idea del come devono
condursi, consiglia quindi questi volonterosi, a mandare i loro figli a
servire nei grandi alberghi, specialmente in quelli delle montagne
svizzere, onde vedano ed imparino a vantaggio loro e del paese.
Vorrebbe che il proprietario dell'albergo illuminasse i viaggiatori su
tutto quanto può interessarli e li mettesse in guardia contro le
inciviltà di certi tali, che non pensano che a sfruttarli, invece di
vedere in essi dei veri benefattori che vengono a spendere danaro in
casa loro.
Alla questione degli alberghi alpini egli strettamente collegava quella
della costruzione di rifugi nelle alte valli, sulla strada delle grandi
ascensioni, o sui colli più frequentati. Scrisse in merito un lungo e
pregevole articolo sull'_Utilità pratica dei rifugi alpini_, dove si
lagna che non siasi ancora capito quanti vantaggi importantissimi
arrechino queste capanne, non solo a chi esplora le montagne, ma ben
anco per il numero grandissimo di turisti che attireranno e che ne
faranno meta di gite interessanti.
Insiste pure sull'idea che in alcuni di essi, i quali per la posizione
loro meglio si prestano, venga stabilito servizio d'osteria, sotto la
sorveglianza del Club, a cui spetta il porsi a capo di tale movimento,
sussidiando quei volonterosi che si presteranno alla sua attuazione od
anche assumendolo a proprio carico nei primi tempi, poichè la sola
iniziativa privata potrà da noi, per ora, difficilmente addossarsi un
tale peso. Spiega poi come e dove tali servizi si potrebbero stabilire,
dando a prova di tutte le sue asserzioni i risultati ottenuti
specialmente in Austria.
Ed oggi tale idea va da noi svolgendosi per opera di benemerite sezioni
e, può dirsi ormai non lontana l'epoca nella quale avrà completa
attuazione.
Il suo nome, dal giorno in cui, nel 1865, comparve nella prima
sottoscrizione apertasi al nostro Club per costruire una grotta sui
fianchi del Cervino, figurò sempre su tutte le liste degli oblatori, non
solo per cospicue somme, ma anche per oggetti da servire all'arredamento
di detti rifugi.
* * * * *
«Lo studio dei monti--diceva Egli--è uno studio fecondo di grandi idee,
grandi quindi saranno le nazioni che vi si dedicano». Ma affinchè queste
idee trovassero terreno pronto a farle fruttare, a svolgerle, avrebbe
voluto che ogni alpinista fosse dotato d'una soda ed ampia coltura. Nè
con ciò intendeva di vedere in ognuno di essi uno scienziato, od uno
specialista di questa o di quella dottrina, ma che, pur mantenendosi
semplici alpinisti, fossero in grado di notare nelle loro relazioni
quelle osservazioni che una mente colta può facilmente fare sui fenomeni
naturali osservabili durante un'escursione, affinchè gli studiosi
possano trarre dati utili a chiarire punti ignorati o mal conosciuti
dalla scienza.
Quindi si doleva allorchè nelle pubblicazioni alpine vedevano la luce
degli scritti unicamente o troppo alpinistici, ed anche quando
trattavano di una sola regione, perchè Egli non credeva cosa buona che i
nostri Clubs dovessero solamente illustrare i paesi nei quali erano
stati fondati, poichè per lui l'alpinismo non aveva confini.
I primi articoli che trattano di grandi ascensioni e che videro la luce
nelle pubblicazioni nostre, furono in gran parte da lui tradotti da
giornali del C. A. Inglese e da quelli Tedeschi, e subito accanto ad
essi altri ne vediamo di varietà e geografici, quali i _Viaggi ed
ascensioni in Norvegia_, in cui ci descrive questo singolare paese «così
bello ed attraente per gl'immensi ghiacciai, per le innumerevoli
cascate, per le folte foreste, per le montagne pur grandiose, malgrado
la non grande elevazione, ma sopratutto per l'incomparabile incanto dei
magnifici fjords»; quelli sulle _Società di geografia ed i Clubs
Alpini_, sull'_Oberland ed i suoi ghiacciai_, sulla _catena del Suffaid
Koh e sulla regione di Jellalabad nell'Afghanistan_, sulle _Esplorazioni
nelle grandi Ande dell'Equatore_, il sunto del libro del professore
ALBERT HEIM di Zurigo sui _terremoti ed il loro studio scientifico_, nel
quale succintamente ci dà le norme da seguirsi affinchè qualunque
persona, anche non munita di strumenti, possa riuscire a fare
osservazioni; la descrizione del _termografo_ stato collocato sul
Faulhorn, occasione propizia a lui per muovere invito agli italiani di
fare anche loro qualche cosa di simile su quelle vette ove non è
possibile stabilire osservatorî; un lungo scritto sul _nuovo metodo per
lo studio dei ghiacciai_, ecc.
È a lui, conoscitore di parecchie lingue, che si deve lo svolgimento
preso dalla «Bibliografia» nel nostro «Bollettino» prima e nella
«Rivista Mensile» poi, ove ci tenne continuamente al corrente di quanto
accadeva e si pubblicava oltr'alpe, portando a conoscenza nostra ciò che
praticavano i potenti Clubs d'Inghilterra, di Germania e Austria, di
America, ecc.
Nè mancava mai di dar risalto ai punti dai quali avevamo qualcosa di
buono da imparare, qualcosa di utile da imitare, ed affinchè ci servisse
di sprone e di norma sicura e non rimanessimo indietro agli altri,
iniziò nel 1874 la compilazione della _Rivista generale dei Clubs e
delle Società Alpine_, che mantenne al corrente sino alla sua morte.
Mentre poi ci segnalava quanto di meglio facevano gli altri, non appena
anche da noi qualcosa si era ottenuto, lo rendeva noto agli stranieri,
esaltando l'opera nostra, onde ce ne venisse stima maggiore.
Le nostre pubblicazioni ebbero da lui un impulso vigoroso, e senza tema
di errare può dirsi che, fra tutti i soci, fu quello che maggiormente
contribuì con consigli e con pregevoli e numerosissimi scritti a dar
loro l'importanza che oggi hanno. I suoi articoli che trattano d'un
infinito numero di soggetti, attinenti all'alpinismo, nei primi tempi
erano contraddistinti colle segnature: «_Un membre étranger du C. A.
I._; _Un Inglese amico delle montagne_» ecc.; e più tardi colle sole
iniziali R. H. B., od anche col nome in disteso.
Tutti riuniti, i suoi scritti formerebbero certamente diversi volumi di
molta importanza, specialmente se fosse possibile radunare anche quelli
pubblicati sui periodici nostrani e stranieri. Vedrebbero allora gli
Alpinisti Italiani qual mole enorme di utile lavoro, quante nobili
iniziative, quante opere generose, Egli ha predicate, che ancor non
hanno potuto avere completa attuazione nelle nostre Alpi; quanto potente
fosse l'amore che quest'uomo portava alla nostra Istituzione, il cui
progresso fu scopo di tutta la sua vita.
Allorchè il Padre Denza si fece iniziatore degli _Osservatori
meteorologici in montagna_, Egli tosto accorse a sostenere, ad aiutare
quella ardita iniziativa, offrendo generosamente e l'opera e l'obolo
suo, sì che l'illustre scienziato non dimenticò mai di segnalare nei
suoi scritti e nei suoi discorsi, l'aiuto che il generoso Inglese gli
aveva dato nell'impianto delle stazioni di Belluno, di Casteldelfino, di
Valdobbia, di Domodossola ed altre.
Ed il senatore Torelli al Congresso Alpino tenutosi a Bormio nel 1873,
rendeva grazie egli pure al Budden, d'essere stato dei primi ad aiutare
l'impianto dell'Osservatorio Meteorologico alla IVª Cantoniera dello
Stelvio.
Nè minor fortuna ebbe il padre Filippo Cecchi, direttore
dell'Osservatorio Ximeniano di Firenze, quando a lui si rivolse, per
stabilire nell'Appennino Toscano una rete di tali osservatorî che in
breve volger di tempo, mercè l'aiuto che Egli ne diede e come privato e
come Presidente della Sezione Fiorentina, poterono iniziare utili studi.
Amante sincero d'ogni progresso scientifico, quando seppe che il Padre
Denza voleva tradurre in lingua italiana un libro del Whymper sui
barometri aneroidi, e che difficoltà finanziarie facevano ostacolo a
quel progetto, pagò del suo i diritti d'autore onde rendere possibile la
traduzione, che per la morte dell'insigne scienziato non potè portarsi a
compimento.
Così Egli proclamava coi fatti come la scienza debba essere sorella
all'alpinismo e che le associazioni alpine debbono avere uno scopo
eminentemente educativo, onde lo vediamo darsi a tutt'uomo per
l'impianto delle Biblioteche del Club, recar buon numero di volumi alla
prima filiale della nostra istituzione in Aosta e sollecitarne l'invio
dai suoi connazionali; altri portarne all'Ospizio del Piccolo S.
Bernardo, a Cogne, a Valtournanche, ai principali alberghi di montagna,
alle guide, ecc....., mentre arricchiva di opere pregevolissime e di
valore quelle della Sede Centrale, della Sezione di Firenze, di Agordo,
ecc....., facendo sempre qualcosa anche per altre Sezioni nel lungo
volger d'anni, dalla fondazione del Club ad oggi.
Animo educato al bello ed al buono, se per lui la scienza doveva essere
compagna dell'alpinismo, non dimenticava però l'arte che considerava
ausiliaria potente. Entusiasta dei monti, innamorato dei ghiacciai, di
quelle immense distese di nevi, le quali, benchè non fossero state campo
alle sue gesta, per lui non avevano segreti, avendole ammirate un
infinito numero di volte, in ogni ora del giorno, inondate di luce, o
coll'infuriar della bufera, all'alba ed al tramonto, silenziose o
solcate da tuonanti valanghe, rimpiangeva soventi che i nostri artisti
non studiassero quelle scene potenti, perchè riteneva sarebbero stati
d'aiuto alla nostra causa. Più d'una volta in numerosi scritti
insistette perchè principiassimo ad occuparci seriamente di
quest'importante argomento, trovava anzi «un fatto piuttosto strano che
in questo ramo d'attività il C. A. I. siasi lasciato prendere il passo
dai Clubs Alpini Inglese, Austriaco e Svizzero, e che in nessuno dei
diversi congressi si sia tentato di riunire una collezione di quadri
alpini, affine di coltivare in tal senso la passione delle montagne nel
pubblico, creando una vera scuola d'artisti che ci rendessero in modo
vero i monti, mettendo al bando quella pittura di fantasia che ce li ha
spesso rappresentati sotto aspetti imaginari» e combattendo così anche
l'eccessivo verismo di questi tempi.
Lavoratore instancabile, fino agli ultimi suoi giorni era solito
dedicare tutte le ore del mattino a compilare articoli per le nostre
pubblicazioni, per quelle dei Clubs esteri, o pei giornali quotidiani, e
nel pomeriggio si dedicava alla lettura, specialmente di libri e
giornali stranieri.
Nelle opere sue si scorge come Egli avesse dell'apostolo l'ampiezza
delle idee e la pertinacia nel predicarle, nel sostenerle, com'Ei
vedesse tutto possibile quando con buona volontà e costanza ci fossimo
accinti al lavoro, e non si sgomentasse mai allorchè le sue proposte
venivano ritenute speranze da sognatore, anzi proseguisse imperterrito
con ardore di neofita il suo cammino, riescendo in questi ultimi anni a
vedere attuato parte del suo vastissimo programma e molte altre sue
proposte avviarsi esse pure per la buona strada.
Benchè da tanto tempo avesse posto dimora fra noi, pure conservava
intenso, vivissimo l'affetto alla patria sua e non lasciava passare
occasione per informarci di quanto i suoi connazionali compivano
d'utile, di buono, ed in che fossero a noi superiori.
Era solito dire che l'alpinismo aveva avuto la virtù di farlo diventare
oratore, ed in tutti i congressi, nelle assemblee, ai pranzi sociali,
la simpatica e franca sua parola risuonava gradita sempre, portatrice
d'idee pratiche, d'alto criterio, d'entusiasmo per quanto riusciva a
decoro del Club.
Originalissime erano le sue concioni, ognuna delle quali rappresentava
un'idea che voleva ribadirci in capo, dette con una cadenza di voce, con
una pronuncia tutta speciale che tradivano la sua origine, ma davano
alle sue parole un non so che di vibrato, di squillante, d'energico.
Caratteristica indimenticabile di molti suoi discorsi erano certi scatti
curiosi d'informe ma franca eloquenza, che gli permettevano di
spiattellarci a bruciapelo, curando solo che ben comprendessimo quanto
voleva dirci, verità crude, crude, che da altri dette, che non fosse
l'apostolo dell'Alpinismo, avrebbero urtata la suscettibilità di non
pochi.
Carattere adamantino, sempre eguale, elevato sempre, solo rare volte e
quando si sentiva fortemente contrariato s'indispettiva ed allora, rosso
in viso, con fierezza, battendo il piede in terra soleva esclamare:
«_Sono inglese!_» per farci comprendere che tosto o tardi voleva
riuscire nel suo intento.
Entrato a far parte del C. A. I. nei suoi primordi (1865), veniva nel
1866 eletto a membro del Consiglio Direttivo, carica che, salvo breve
intervallo, mantenne sino alla morte.
Nel 1866 propugnò ed aiutò l'impianto della Sezione di Aosta, ne
sorresse i primi passi, ed allorchè colla morte del canonico Carrel e di
tanti altri volonterosi essa minacciava di cadere, Egli accorse, ne
promosse la fusione col «Cabinet littéraire» e con dono di quadri e di
libri ne abbellì le sale e v'iniziò una specie di museo, destinato a
raccogliere i prodotti minerali e delle principali industrie della
vallata. Alle sedute che allora presiedette sospinse calorosamente
giovani e vecchi ad aiutare con tutte le loro forze il risorgere della
più vecchia Sezione del Club, ch'Ei voleva destinata a rendere servizi
importanti a tutta l'estesa regione che la circonda. Fu in quelle
memorande sedute, che risorta a nuova vita, la Sezione d'Aosta
proclamava il Budden suo Presidente Onorario.
Presiedette pure il comitato formatosi per attuare il progetto di
riparare la mulattiera e tracciare un sentiero che salisse al Col
Fenêtre in Valpellina, comitato che ottenne dalle Autorità svizzere, il
compimento dell'opera sul versante di Val di Bagnes.
Ai suoi aiuti morali e finanziari è dovuta la esecuzione del sentiero
che attraversa il Colle di Valcornera, quello del Tournalin, la
costruzione di un «pavillon» sul Pic Sismonda e di tutte le capanne
della Sezione, la pubblicazione di un album ove sono illustrate la
Valpellina, la Valgrisanche e le Valli di Cogne e Rhême, fattasi per
sottoscrizione, in capo alla quale Egli figura per lire 200, la
fondazione della Scuola di Agricoltura, della Scuola per le Piccole
Industrie e della nuova Società d'Apicoltura, ecc. ecc., tanto che il
Comizio Agrario di Aosta che aveva avute da lui sì larghi
incoraggiamenti nel 1871 lo nominava suo Presidente Onorario e l'anno
successivo il Consiglio Comunale di detta Città credette dover suo
concedergli la cittadinanza onoraria[1].
Nel 1869 con Felice Giordano, Giovanni Battista Rimini ed Igino Cocchi
fondava in Firenze un'altra Sezione del Club Alpino, che presiedette
poi sino ai suoi ultimi giorni e che sotto di lui ha compiute
importantissime opere, quali la pubblicazione di Annuari, di un Catalogo
della biblioteca sezionale, delle Guide dei Bagni di Lucca, delle dimore
estive in Toscana, del Casentino, di Vallombrosa, di Montepiano, ecc.,
la costruzione di sentieri, al Callare di Matanna ed al Procinto, fra la
Garfagnana e la Versilia, il rimboschimento al Capo d'Arno, e di larghe
estensioni di terreno in diverse regioni dell'Appennino Toscano e delle
Alpi Apuane, l'impianto di alberghi, il collocamento di migliaia di
pesci nei torrenti, la fondazione delle Stazioni Alpine di Stia, di
Lucca, di Prato, la costruzione del Ricovero Dante sul Monte Falterona e
quello al Lago Scaffaiolo nella montagna Pistoiese. Diede inoltre largo
sviluppo alle gite sociali ed alle escursioni scolastiche, contribuendo
così a far ampiamente conoscere il Casentino, Vallombrosa, Montepiano,
il Mugello, le montagne Pistoiesi e Lucchesi, le Alpi Apuane e la
Lunigiana.