raccontarsi, ancorchè sia prossimo il fine della tragedia. Aveva
il generale austriaco Nugent combattuto virilmente in Croazia ed in
Istria contro gl'Italiani che occupavano quella parte del regno. Ma
quivi ogni cosa era oggimai divenuta sicura a lui, sì per la ritirata
di Eugenio, come perchè le fortezze di Lubiana e di Trieste si
erano arrese all'armi tedesche. Sola restava dell'antico austriaco o
veneziano dominio in mano del vicerè la città di Venezia. Per la qual
cosa Nugent, messosi sulle navi a Trieste, era venuto a sbarcare a
Goro con una grossa mano di accogliticci; poi si spingeva tostamente
innanzi e s'impadroniva di Ferrara. Quivi correva il paese coi suoi
soldati leggieri, chiamando in ogni luogo i popoli a sollevazione.
L'importanza del fatto era che si congiungesse con le schiere d'Austria
che, venute col grosso dell'esercito, già si erano condotte a Padova.
A questo fine, Nugent, passato il Po con una parte de' suoi, e preso
alloggiamento in Crespino, si era accostato all'Adige. Dall'altro
canto Bellegarde, generalissimo succeduto ad Hiller, per consentire
coi movimenti di Nugent, aveva avviato a Rovigo una presa di tre mila
soldati sotto la condotta del generale Marshall.
Come prima il vicerè ebbe avviso del tentativo di Nugent, aveva
speditamente mandato un corpo sotto il governo del generale Decomby
a Trecenta, acciocchè facesse opera d'impedire la congiunzione delle
due squadre nemiche. Al tempo stesso Pino, che governava Bologna,
assembrava quante genti poteva e le spingeva avanti alla guerra
ferrarese. Ripresesi Ferrara, ma indarno pegli accidenti che seguirono.
Aveva bene Decomby cacciato Marshall da Rovigo con non poca strage, e
costretto a ritirarsi a Boara padovana. Ma gli Austriaci continuamente
ingrossavano coll'intento di congiungersi con Nugent, che tuttavia era
in possessione di Crespino. Mandava perciò il vicerè nuovi aiuti col
generale Marcognet verso il basso Adige, acciocchè cooperassero al fine
comune con Decomby. Uscirono i Tedeschi da Boara padovana; Decomby e
Marcognet gli assaltavano. Sorgeva un ostinata zuffa: combatterono i
Franzesi felicemente a destra, infelicemente a sinistra; si ritirarono
i Tedeschi nel loro sicuro nido di Boara padovana; ma colto il
destro che offerivano loro la notte e la mala guardia a cui stavano
i Franzesi, con un impeto improvviso li ruppero e li costrinsero
a ritirarsi prima a Lendinara ed a Trecenta, poi a Castagnero.
Riacquistarono Rovigo: fu tolto ogni impedimento alla congiunzione
di Nugent e di Marshall. Nugent, fatto sicuro per la congiunzione,
s'incamminava a Ravenna, e da Ravenna a Forlì.
Ora trovavasi Gioacchino di Napoli molto perplesso, e siccome
le novelle di Germania, di Francia e d'Italia giravano fauste od
infauste, si appigliava a questa parte ed a quella, a questo partito
ed a quell'altro. Molto in lui poteva il desiderio di conservare il
suo reale seggio, molto la paura di Napoleone. Perciò procedendo con
la sua naturale varietà, aveva negoziato ora coll'Austria, ora con
Bentinck, ora con Eugenio, qualche volta con tutti insieme, nè si
accorgeva che tutti il conoscevano. Intanto, già sicuro dell'Austria
e dell'Inghilterra, ma non ancora sicuro di sè medesimo, si avviava
verso l'Italia superiore. Già occupava Roma, già occupava le Marche,
nè ancora l'animo suo scopriva. Pretendeva parole di amicizia verso
il regno italico. Lasciato passare in Ancona ed in Roma amichevolmente
dai presidii franzesi, gettava gioconde e pacifiche parole di Francia e
di Napoleone. Infine, veduta la ritirata del vicerè, udite le novelle
dell'avvicinarsi i confederati molto grossi al Reno per invadere la
Francia, ed aspettato Bentinck oramai vicino a tempestare in Toscana,
rimossa finalmente ogni dubitazione, si risolveva a scoprirsi del
tutto ed a fare quello che il mondo non avrebbe potuto pensare e di
che si perturbò più d'ogni altra cosa Napoleone. Fermava i suoi casi
con l'Austria, stipulando con lei un trattato. Bellegarde annunziava
pubblicamente agl'Italiani la congiunzione di Gioacchino con la
lega. Gioacchino, scoprendosi nemico in quei paesi dov'era entrato e
stato accolto come amico, sforzava il generale Barbon, che custodiva
in nome di Francia la fortezza di Ancona, e Miollis che teneva
castel Sant'Angelo, alla dedizione. Tutto lo Stato romano veniva
all'obbedienza dei Napolitani.
Anno di CRISTO MDCCCXIV. Indizione II.
PIO VII papa 15.
FRANCESCO I imp. d'Austria 9.
Le forze preponderanti di Bellegarde, i progressi di Nugent sulla
sponda destra del Po, l'accostamento del re di Napoli alla lega e la
presenza delle sue numerose schiere del Modenese toglievano al vicerè
ogni possibilità di conservare gli alloggiamenti dell'Adige. Fatti
pertanto gli apprestamenti necessarii, si tirava indietro, e andava
a porsi alle stanze assai più sicure del Mincio. Il dì 8 febbraio
usciva ottimamente ordinato a campo per combattere in una campale
battaglie Bellegarde. Ogni schiera, passato il fiume, correva ai luoghi
destinati, quando la fortuna, per un accidente improvviso, ridusse il
disegno bene ordinato ad un moto disordinato. Nel momento stesso in cui
Eugenio si proponeva di assalire Bellegarde sulla sinistra del Mincio,
si era Bellegarde risoluto ad andar a trovare Eugenio alla destra.
L'esito però fu che Bellegarde fu costretto a tornarsene sulla sinistra
del Mincio, ma intero e ristretto; il che obbligò anche il vicerè a
ritirarsi con tutta la sua forza sulla destra.
Intanto Eugenio si accorgeva che non era più in sua facoltà d'indugiar
a soccorrere alle cose d'oltre Po, che, per la invasione dei Napolitani
diventavano ogni ora più difficili. Munita già di qualche maggiore
fortificazione Piacenza, vi mandava con qualche aiuto di nuove genti
Grenier. Formava l'antiguardo del nemico Nugent co' suoi Tedeschi,
Istriotti ed Italiani; il retroguardo Gioacchino coi suoi Napolitani.
Come primo Grenier arrivava, rincacciava con forte rincalzo all'ingiù
Nugent, e la sforzava a tornarsene più che di passo al Taro. Nugent
però, sperando di arrestarne l'impeto, si era fermato con tre mila
soldati a Parma. Il Franzese, urtando la città da ogni parte, vi
entrava per viva forza, ritirandosene a tutta fretta colla minor parte
de' suoi soldati il Tedesco. Il re di Napoli, tornato più grosso, e
sforzato finalmente il passo del Taro, già si avvicinava a due miglia
da Piacenza. Quivi l'arrestavano, non la forza degli avversarii, ma più
alte e più strepitose sorti.
Pellew e Bentinck comparivano in cospetto di Livorno: avevano molte
e grosse navi con sei mila soldati da sbarco, italiani, siciliani,
inglesi. Il governatore vuotò la città per patto; vi entrarono
gl'Inglesi il dì 8 marzo. Suonavano le armi, suonavano le parole;
si scrivevano i manifesti, si sventolavano le bandiere dell'italiana
independenza. Bentinck in questo si mostrava molto acceso, Wilson il
secondava.
Ma l'Inglese, siccome quegli che era uomo audace ed operoso, tosto
giungeva alle parole i fatti. Ebbe avviso a Livorno che Genova si
guardava solamente da due mila soldati; abbondava d'armi e di munizioni
navali; si accingeva ad espugnarla. Giunta a Sestri di Levante,
udiva che nuovo soccorso era entrato a custodir Genova per forma che
il presidio sommava a sei mila soldati: presidio insufficiente alla
vastità delle fortificazioni, ma bastante a rendergli molto dura la
impresa; il reggeva Fresia. Dal modo onde si era questi apparecchiato
conseguitava che era a Bentinck necessità di insignorirsene per un
assalto vivo. A questo ordinava i suoi, che mostravano un grandissimo
ardire ed una prontezza incredibile a fare quanto egli volesse.
Succedevano i fatti a secondo de' suoi pensieri. Non volendo il
presidio dei forti Tecla e Richelieu aspettare l'ultimo cimento, si
arrese a patti. Gli assediati, vedendo che, per la perdita di quei
forti, correvano pericolo di esser presi alle spalle, fecero avviso
di ritirarsi del tutto dentro le mura, lasciando le difese esteriori
in potere dei confederati. Già per opera di Bentinck si piantavano le
batterie per fulminare la città. In questo, ad accrescere il terrore,
arrivava sopra Genova Pellew con tutta la sua armata, attelandosi
a fronte di Nervi. Ai piccoli cannoni di Bentinck si aggiungevano i
grossi e le bombarde di Pellew per modo che allo assalto che si vedeva
imminente, ogni cosa presagiva un successo prospero a chi assaltava. Si
venne in sul convenire: Fresia si arrese il dì 18 aprile.
Bentinck, acquistata la possessione di Genova, faceva sorgere
speranze di franco stato nei Genovesi. Ordinava pertanto un governo
preparatorio, ed i motivi pubblicamente per lui detti suonavano che,
stantechè i soldati d'Inghilterra retti da lui avevano scacciato
dalle terre di Genova i Franzesi, e che importava che alla quiete ed
al governo dello Stato si provvedesse, considerato ancora che a lui
pareva che universale desiderio della nazione genovese fosse il tornare
a quella antica forma alla quale era stata sì lungo spazio obbligata
della sua libertà, prosperità e indipendenza, voleva ed ordinava che
quello che i popoli genovesi desideravano, si risolvesse in atto e si
mandasse ad effetto.
Già tutta l'Italia era sottratta dallo imperio di Napoleone: solo
restava la parte che si comprende tra il Mincio, il Po e le Alpi. Ma la
somma delle cose per lei si aveva piuttosto a decidere sulle rive della
Senna che su quelle del Po. Infatti, come prima pervennero in Italia
le novelle della presa di Parigi e della rinunziazione di Napoleone,
pensò il vicerè a pattuire per la sicurezza delle genti franzesi, nè
si conveniva che, poichè i Borboni, ai quali erano le potenze amiche,
si trovavano reintegrati in Francia, i Franzesi combattessero contro
di loro. Inoltre desiderava il vicerè, con facilitare le condizioni ai
Borboni ed ai potentati, avvantaggiare le proprie, e fare in modo che
gli alleati usassero contro a lui meno inimichevolmente la vittoria.
A questo fine uscito di Mantova, si abboccava con Bellegarde, l'uno e
l'altro accompagnati da pochi soldati. Convennero che si sospendessero
le offese per otto giorni; che intanto i soldati franzesi che
militavano col vicerè, passate le Alpi, ritornassero nelle antiche sedi
di Francia; che le fortezze di Osopo, Palmanova, Legnago, la città
di Venezia si consegnassero in mano degli Austriaci; che gl'Italiani
continuassero ad occupare quella parte del regno che ancora era in
poter loro; che fosse fatto facoltà ai delegati del regno di andar a
trovare i principi confederati per trattare di un mezzo di concordia,
e che se i negoziati non riuscissero a felice fine, le offese tra gli
alleati e gli Italici non potessero ricominciare se prima non fossero
trascorsi quindici giorni da che i primi si fossero scoperti delle
intenzioni loro.
La convenzione di Schiarino Rizzino, che in questo luogo appunto si
concluse il dì 16 aprile, spegneva del tutto il regno italico. Perchè,
segregati i Franzesi dagli Italiani, nasceva una tale disproporzione
di forze tra gl'Italiani ed i Tedeschi, che quel patto, il quale dava
quindici giorni d'indugio alle ostilità, era indarno.
Il vicerè, acconce le cose sue, già faceva pensiero di ritirarsi negli
Stati del re di Baviera, col quale era congiunto di parentado pel
patrimonio della principessa Amalia. Ma ecco arrivar novelle, o vere
o supposte, che Alessandro imperatore consentirebbe a conservargli il
regno, sì veramente che i popoli il domandassero. Accettava Eugenio
le liete speranze: fecersi brogli, cominciossi dall'esercito ridotto
in Mantova. L'intento parte ebbe effetto e parte no; ma l'importanza
consisteva in Milano capitale. Viveva in questo momento il regno
diviso in tre sette; alcuni desideravano il ritorno dell'Austria con
niuna o poca differenza dall'antica forma; gli altri pendevano per
l'independenza, ma chi ad un modo, chi ad un altro; conciossiachè chi
l'amava, con avere per re il principe Eugenio, e chi l'amava, con avere
per re un principe di altro sangue, specialmente austriaco; questa era
la parte più potente.
Dopo molti e caldissimi dibattimenti, decretava il senato che si
mandassero tre legati a' confederati, supplicandoli, ordinassero che
cessassero le offese; domandassero i legati che il regno d'Italia fosse
ammesso a godere dell'independenza promessa e garantita dai trattati;
testificassero quanto il senato ammirasse le virtù del principe vicerè,
e quanta gratitudine del suo buon governo avesse.
Seppesi la deliberazione. Fece la parte contraria, che abborriva
dal nome di Eugenio, un concerto. Entraronvi i capi principali delle
armi, le case più eminenti di Milano; si aggiunsero i negozianti più
ricchi, e fra gli scienziati e letterati i meno paurosi. Domandavano
che si convocassero i collegi elettorali. Era il 20 aprile, quando,
essendo il senato raccolto nella sua solita sede, una gran massa di
gente, gridando, a lui traeva: era il cielo nuvoloso e scuro, pioveva
leggiermente, un'apparenza sinistra spaventava gli spiriti tranquilli.
I commossi non ristavano. Eravi ogni generazione di uomini, plebe,
popolo, nobili, operai, benestanti, facoltosi. Le donne stesse, e
delle prime partecipavano in questo moto. Era tutta questa gente volta
a bene, ed il male, non che l'avesse fatto, non l'avrebbe neppure
pensato. Ma, come suole, incominciavano ad arrivare e da Milano e
dal contado uomini ribaldi che volevano tutt'altra cosa piuttostochè
l'independenza. Queste parole scritte andavano attorno: «Hanno la
Spagna e l'Alemagna gittato via dal collo il giogo dei Franzesi;
halle l'Italia ad imitare.» Tutti gridavano: «Noi vogliamo i collegi
elettorali: noi non vogliamo Eugenio.» Fuggirono i senatori partigiani
del principe; il senato si disciolse. Entrò il popolo a furia nelle
sue stanze, e tutto con estrema rabbia ruppero e lacerarono. Gridossi
da alcuni uomini di mal affare mescolati col popolo: «Melzi, Melzi,»
e già si mettevano in via per andarlo a manomettere. Un amico di lui
gridò «Prina:» era Prina più odiato di Melzi, ed ecco che corsero
a Prina, e flagellatolo prima crudelmente, l'uccisero, con insultar
anco al suo sanguinoso cadavere lungo tempo. Cercarono di Meiean e di
Damay; non li trovarono. La folla frenetica, messe le mani nel sangue,
le voleva mettere nelle stanze. Già le case si notavano, già le porte
si rompevano, già le suppellettili si recavano; la opulenta Milano
andava a ruba. A questo passo i possidenti ed i negozianti, ordinata la
guardia nazionale, frenarono i facinorosi e preservarono la città.
Il vicerè, che tuttavia sedeva in Mantova, uditi i moti di Milano
indispettitosi, diè la fortezza in mano degli Austriaci. Partiva indi
per la Baviera, le italiche ricchezze seco portando.
I collegi elettorali, adunatisi, crearono una reggenza. Decretarono
che le potenze alleate si richiedessero dell'indipendenza del regno, di
una costituzione libera, e di un principe austriaco, ma indipendente.
Si appresentarono i legati a Francesco imperatore a Parigi. Esposte
le domande, rispose, anche lui esser Italiano, i suoi soldati avere
conquistata la Lombardia: udrebbero a Milano quanto loro avesse
a comandare. Entrarono gli Austriaci in Milano il dì 28 aprile:
Bellegarde ne prendeva possessione in nome dell'Austria il 23 di
maggio. Così finì il regno italico.
Continuava Genova in potestà d'Inghilterra. Il congresso di Vienna
decretò, dover Genova cedere in potestà del re di Sardegna.
Così l'Italia, dopo una sanguinosa e varia catastrofe di venti anni,
si ricomponeva a un di presso nello stato antico. Tornava Vittorio
Emmanuele in Piemonte, Francesco in Milano, Ferdinando in Toscana, Pio
in Roma; passò Parma dai Borboni agli Austriaci; conservò Gioacchino
il real seggio di Napoli, ma per non durare; le italiane repubbliche
ebbero fine; solo fu conservato l'umile San Marino. Cedè Venezia a
Francesco, Genova a Vittorio.
Anno di CRISTO MDCCCXV. Indizione III.
PIO VII papa 16.
FRANCESCO I imperad. d'Austria 10.
Mentre Napoleone Buonaparte, evaso il dì 26 di febbraio dall'isola
d'Elba, che gli era stata data in sovranità, faceva il solenne suo
reingresso, addì 21 del seguente marzo, nella capitale della Francia,
Gioacchino di Napoli, prevedendo di non potersi a lungo sostenere
sul reale suo seggio col beneplacito delle potenze alleate, pensò di
muoversi con le sue schiere verso l'alta Italia, chiamando da per tutto
gl'Italiani ad unirsi a lui a fine di rendere la patria independente.
Oppose l'Austria imponentissime forze all'ardito tentativo del
Napoleonide, il quale, vinto dagli avversarli, abbandonato da'
suoi, perdette il regno, in cui fu redintegrata l'antica dinastia.
Gioacchino, la notte del 19 al 20 maggio, in compagnia di Manhes
generale e di qualche altro, imbarcatosi, andò in Francia, dove fu male
accolto. Si risolvette allora a passare in Corsica; e quivi ebbe avviso
delle condizioni sotto le quali l'imperatore Francesco gli concedeva
generosamente un asilo ne' suoi Stati. Ma correndogli intorno molti
fuorusciti che l'avevano servito a Napoli, egli s'imbarcò, la notte del
28 settembre, con essi ad Ajaccio, per irrompere nella Calabria. Ma il
dì 13 ottobre trovò a Pizzo la morte.
Intanto era, il dì 8 di agosto, caduta Gaeta, e con essa tutto il regno
tornò sotto il dominio dell'antico signore, il quale, sbarcato già
a Baia il dì 5 di giugno, fece in appresso il trionfale suo ingresso
nella esultante Napoli.
Ceduta nel congresso di Vienna l'isola dell'Elba al granduca di
Toscana, le armi sue costrinsero alla resa la fortezza di Portoferraio,
che ancor si teneva, e quindi dell'intera isola presero possessione il
dì 6 di settembre.
Napoleone, partito per l'isola di Sant'Elena il 26 luglio, vi giunse
nel dì 13 ottobre seguente.
Anno di CRISTO MDCCCXVI. Indizione IV.
PIO VII papa 17.
FRANCESCO I imperad. d'Austria 11.
Due soli avvenimenti meritano di essere notati nel presente anno.
Francesco d'Austria venne nei primi mesi a visitare il nuovo suo regno
d'Italia, che aveva assunto il nome di Lombardo-Veneto per conoscere
da sè i bisogni dei popoli, cui voleva ammessi a godere dei frutti
d'una saggia amministrazione. All'ordine della Corona di ferro, già
instituito sotto il precedente regno, diede l'Augusto imperatore nuovi
statuti, fissando il numero dei cavalieri a cento; cioè venti della
prima, trenta della seconda e cinquanta della terza classe, in tal
numero non compresi i principi della casa imperiale.
L'altro fatto degno di ricordanza si è la restituzione alle italiane
città tutte degli oggetti d'arti e di scienze stati loro in varii tempi
rapiti. I trattati ultimi di Parigi avevano obbligata la Francia a
restituire una preda che senza il più grave insulto alla proprietà ed
all'onor nazionale, non dovea essere fatta all'Italia. Roma, Firenze,
Bologna, Venezia, Torino ebbero più delle altre a rallegrarsi dell'aver
ricuperato un numero prodigioso di produzioni dell'ingegno de' loro
figli, che le rendono superiori per questo conto a qualunque più ricca
città del mondo.
Anno di CRISTO MDCCCXVII. Indizione V.
PIO VII papa 18.
FRANCESCO I imperad. d'Austria 12.
In mancanza di verun avvenimento politico da registrarsi in quest'anno,
diremo la morte del celebre medico Eusebio Giacinto Valli di Toscana.
La passione di più sapere e di rendersi utile all'umanità aveva indotto
quest'uomo singolare a disastrosi viaggi per le quattro parti del
mondo. Fatte in Egitto e a Costantinopoli varie sperienze sopra sè
stesso relativamente al veleno pestilenziale, recossi all'Avana, ove
infieriva la febbre gialla. Quivi, presa la camicia di un marinaio
morto di tal malore, se ne stropicciò il volto, il petto, le mani,
le braccia e le coscie, fiutandola indi come un fiore, e finalmente
ponendosi a contatto del cadavere. Era molto contento della sua
sperienza. A mensa si sentì spossato, per aver corso, diceva. Chiese
del vino, mezzo, secondo lui, per conoscere se avesse acquistato la
malattia. Manifestossi in fatti, e in tre giorni lo spense.
Anno di CRISTO MDCCCXVIII. Indiz. VI.
PIO VII papa 19.
FRANCESCO I imperad. d'Austria 13.
Un trattato, stipulato a Parigi, nel decorso anno, precisamente il dì
10 giugno, fra le corti d'Austria, di Spagna, di Francia, della Gran
Bretagna, di Prussia e di Russia, e pubblicato nell'anno presente,
stabilisce i futuri destini dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla,
che alla morte dell'arciduchessa Maria Luigia, passeranno in tutta
sovranità all'infante di Spagna Maria Luisa, e sua discendenza
mascolina.
Anno di CRISTO MDCCCXIX. Indiz. VII.
PIO VII papa 20.
FRANCESCO I imperad. d'Austria 14.
In mezzo alla profonda pace onde fruiva in quest'anno l'Europa, altro
avvenimento non ne occorre da notare fuor quello che l'imperatore
Francesco di Austria con la consorte e la figlia si recò a Milano e
quivi unitosi all'altra figliuola Maria Luigia, passò nella Toscana,
dove con grandiose feste lietamente lo accolse il suo fratello
granduca.
Anno di CRISTO MDCCCXX. Indiz. VIII.
PIO VII papa 21.
FRANCESCO I imperad. d'Austria 15.
In molte contrade dell'Europa non lievi sciagure cagionò lo spirito
esaltato dei popoli. Ogni angolo ne fu commosso, e pe' due anni
successivi rimase turbata l'universale tranquillità. Nel dì primo
gennaio fu dato il segnale d'allarme in Cadice, dove la forza armata
promulgò la antica costituzione delle Cortes, mentre nello stesso
giorno il fatto medesimo si avverava nell'isola di Cuba. In poco
tempo l'incendio si apprese a tutta la Spagna, sicchè la costituzione
fu nel dì 10 marzo pubblicata in nome del re anche in Madrid. Grave
reazione ne venne per parte dei così detti assolutisti; e ad egual
sorte soggiacque il Portogallo che avea imitato l'esempio della nazione
vicina.
Ma in un'altra estremità d'Europa manifestossi col massimo calore
il genio costituzionale: nel regno di Napoli. La notte del primo al
2 del mese di luglio, la maggior parte del reggimento di cavalleria
Reale Borbone, di presidio a Nola, abbandonate le stanze, inalberò una
bandiera tricolore su cui leggevasi scritto: _Viva la costituzione_.
Imitarono il fatto le provincie vicine, non tanto per parte delle
truppe regolari, quanto delle milizie. Giunte di ciò le nuove a Napoli,
furono subito spediti in varie direzioni corpi di truppe capitanate dai
generali Carascosa e Nunziante; ma intanto molte squadre di paesani,
armati in varie guise, eransi alleate coi costituzionali, e le stesse
truppe reali, unitesi alle altre, eressero nuovo vessillo col moto:
_Viva il re, viva la costituzione_, e coi tre colori adottati dalla
setta dei carbonari.
Manifestandosi in appresso disposizioni consimili anche in altri
reggimenti, il re Ferdinando stimò prudenza il pubblicare, nel dì 6,
una grida, diretta agli abitanti del regno delle Due Sicilie, nella
quale annunziava, sarebbesi sollecitamente pubblicate le basi della
nuova costituzione. Trionfo tale fu preludio di colpo più decisivo:
pubblicarono la costituzione spagnuola, alla quale, nel giorno 13
prestò giuramento il re, unitamente al duca di Calabria, vicario
generale ed erede della corona, al principe di Salerno, alla giunta
provvisionale, ai ministri, ai pubblici impiegati ed alle truppe.
Dichiarata legge dello Stato, parve che l'espediente avesse reso la
calma a quella parte meridionale dell'Italia. Già sino dal giorno 7
avea Ferdinando, atteso lo stato di sua salute, eletto a suo vicario
generale il principe ereditario, il quale, assuntosi il carico, scese
ad appagare i voti della nazione, confermando la costituzione di
Spagna, salvo le modificazioni che la rappresentanza nazionale avesse
trovato d'introdurre per adattarla alle circostanze locali.
Le faville dell'incendio propagavansi in Sicilia, la quale mirava
a svincolarsi dalla soggezione a Napoli. Pertanto, il 16 di luglio,
gli ammutinati in Palermo, commessi molti disordini, s'impadronirono
dell'arsenale, armandosi quindi in massa. Ne sorse una mischia
sanguinosa colle truppe del presidio composto di quattro in cinque mila
soldati. Ma nel giorno seguente, facendo i campagnuoli causa comune co'
Palermitani, i regi rimasero vinti, mentre dalle finestre i cittadini
gli opprimevano, gettando loro addosso olio ed acqua bollente, pietre,
e qualunque cosa lor giungesse alle mani. Quattro mila vittime caddero
in questo fatto, per imperizia e imprevidenza del luogotenente generale
Naselli. Molti edifizii, in ispecie gli archivi e le carceri, furono
preda delle fiamme. Naselli si salvò sulla reale feluca il Tartaro,
di dove elesse una giunta provvisionale ad essa, con una grida del 17
luglio, commettendo il governo dell'isola.