nella sua qualità di vicario generale del regno, imprese con gli
scritti e con l'armi a sedare la insurrezione, mandando in Sicilia
il generale Florestano Pepe, al quale, dopo grave e micidiale
combattere, riuscì, giovato dal potere del principe di Paternò sul
cuore del popolo palermitano, a stabilire, nel dì 5 ottobre, che le
truppe napolitane occupassero i forti, ed il dì 6 prendessero posto
al Molo ed intorno alla città. Contuttociò il popolo di Palermo
spiegava la sua inquietudine e l'odio contro gli occupatori. Il
generale in capo, d'accordo con la giunta, potè a poco a poco ridurre
tutti i male intenzionati al dovere, e avendo riconosciuto essere la
popolare sommossa stata tutta prodotta da non pochi oligarchi, che il
napolitano freno disdegnavano, procedette a disarmare i meno inquieti,
ad arrestare i facinorosi, e quindi a costringere i più fervidi che,
trovandosi isolati, si consigliarono a deporre le armi; e con tal modo
fu resa la pace all'isola che per molto tempo rammenterà questa breve
sì, ma funestissima insurrezione.
Contemporaneamente anche i Beneventani si ardirono di seguire l'esempio
dei confinanti: ma il governo di Napoli ordinò espressamente ai
popoli tutti di non prestare aiuto nè diretto nè indiretto a quella
popolazione, non volendo dare motivo di doglianze alla Santa Sede, in
cui potestà era Benevento tornata.
Il parlamento di Napoli in questo mentre teneva sue sessioni, e
spendeva il tempo a cambiare i nomi alle provincie del regno, quelli
volendo repristinare che portavano i loro abitatori al tempo della
repubblica romana. Non pensavano che le principali potenze non
avrebbero permesso che si dicesse che una nazione in Italia avea
imposto al suo re una costituzione. Infatti, congregatosi a Tropau un
congresso di ministri, ivi giunsero, nei primi giorni di novembre,
gl'imperadori d'Austria e di Russia ed il re di Prussia per meglio
discutere le cose di Napoli. L'imperadore Francesco d'Austria scrisse
al re di Napoli, sul finire del mese stesso, una lettera, con la quale
non solo gli dava contezza che il congresso si sarebbe trasferito a
Lubiana, ma lo invitava, a nome ancora degli altri potenti ed illustri
suoi alleati, e recarvisi in persona, per trattare degl'interessi più
cari del suo regno.
Partì di Napoli il re il 13 di dicembre sul vascello inglese il
Vendicatore, e giunse a Lubiana il 14 del successivo gennaio, avendo
già manifestato, con sue lettere da Livorno, ai sovrani riuniti in
congresso ed a quei di Francia ed Inghilterra i proprii sentimenti
sopra gli avvenimenti del napolitano regno.
È notabile il presente anno per l'eccessivo freddo che al suo terminare
regnò in tutta Europa; e più ancora per la morte di Giorgio III, re
d'Inghilterra, accaduta il dì 30 gennaio, e per l'assassinio del duca
di Berry commesso la notte del 13 al 14 febbraio dal sellaio Luigi
Pietro Louvel.
Anno di CRISTO MDCCCXXI. Indizione IX.
PIO VII papa 22.
FRANCESCO I imperad. d'Austria 16.
Quantunque numerose forze fossero dalla Germania calate in Italia
per essere pronte ad eseguire quanto sarebbesi dai sovrani accolti
in congresso a Lubiana risoluto, s'accrebbero nella penisola le
turbolenze. Decretavasi nella lubianese adunanza, numerosissima,
poichè, oltre ai monarchi già ricordati, tutti i principi d'Italia vi
si fecero rappresentare ed il duca di Modena vi assistette in persona,
di porre un termine al germe costituzionale di Napoli, per togliere
agli altri popoli l'esempio di costringere i sovrani a pattuire con
essi. Ma il governo di quella meridional parte d'Italia, preseduto
dal principe ereditario e vicario generale del re, poneasi in istato
di difesa, e minacciava di resistere a qualunque forza straniera che
si fosse presentata per distruggere l'opera che da essi medesimi si
fondava sopra non troppo solide basi, giacchè nulla di giovevole alla
nazione vi faceva quel partenopeo parlamento.
Fatte intanto palesi le risoluzioni delle potenze alleate, numeroso
esercito austriaco varcava il Po, e per varie strade si dirigeva alla
volta di Napoli, sotto il comando del feld-maresciallo Frimont. Con
grande circospezione marciavano le falangi, mentre una sorda voce
annunziava che, appena avessero attaccato i Napolitani, una pressochè
generale sollevazione in Italia, e specialmente negli Stati papali
e nel Piemonte, le avrebbe condotte a certa rovina. Il generale
Frimont, con suo manifesto dotato da Padova, fece conoscere per tutto
ove passava quali fosser le mire della sua spedizione. Una lettera
del re di Napoli, diretta a suo figlio reggente del regno, e fatta
pubblica, avvisò i Napolitani del quanto avessero a temere, se non si
rimettevano ciecamente nelle braccia del loro monarca, arrendendosi
alle forze tedesche. In una dichiarazione mandata fuori da Lubiana, e
resa pubblica in tutti i possibili modi, eransi espressi gli alleati
sovrani che «se, contro ogni calcolo ed a grave rammarico dei monarchi
alleati, questa bene intenzionata impresa, lontana da qualunque mira
ostile, avesse a degenerare in una guerra formale, o la resistenza
d'una implacabile fazione e delle compassionevoli vittime della sua
frenesia venisse prolungata per un tempo indeterminato, allora sua
maestà l'imperadore di Russia, inalterabilmente fedele a' suoi alti
principii, alla sua intima convinzione della necessità di reprimere
male sì grande, fedele a que' nobili e costanti sentimenti di amicizia
di cui ha dato nuovamente tante inestimabili ripruove, associerà i suoi
combattenti a quelli dell'Austria.»
O fosse il timore di vedersi piombare addosso la mole armata de' due
imperii, o che l'editto del re Ferdinando e le grida del generale
austriaco, che avevano già circolato pel regno, avessero diviso gli
animi e tolto il coraggio, o qual si voglia altra causa, forse propria
dall'incostante carattere di quella popolazione, che sel facesse,
piccola fu la resistenza che nel giorno 7 di marzo e ne' tre successivi
presentarono le truppe napolitane comandate dal generale Guglielmo
Pepe, meno ancor delle milizie, le quali, sole pugnarono; ma, vedutesi
abbandonate dai soldati stanziali, si dettero a vergognosa fuga.
In quei tre giorni gli Austriaci superarono le gole d'Antrodoco, si
resero padroni degli Abbruzzi e della strada che dall'Aquila conduce a
Sulmona, e quindi a Napoli. Inoperoso era stato il general Carascosa,
mentre la destra dell'esercito era alle prese con gl'imperiali; laonde
la truppa più disciplinata, più agguerrita, e quella che chiamavasi
scelta, tutta sotto gli ordini di lui, nemmeno si mosse dalle sue
stanze. Adunatosi, alla novella di tali fatti, il parlamento nel giorno
12, si deliberò a pregare il duca di Calabria, vicario generale del
regno, di spedire un messaggio al re, per presentare in suo nome,
un atto di rispetto e di sommissione al monarca. Infatti, fu a tanto
uffizio mandato il generale Fardella a Firenze, ove sino dal 9 marzo
era giunto da Lubiana il re Ferdinando.
Era Ferdinando a fatto di quanto accadeva, ed avea avuto notizia e dei
progressi degli Austriaci e della seguita occupazione di Capua. Accolto
pertanto il generale Fardella, lo rispediva a Napoli con sue lettere al
principe reggente, nelle quali rimproverava gli autori della resistenza
e della violazione del territorio papale, dov'eransi dalle truppe
del generale Pepe cominciate le ostilità. Ma mentre giungeva, era il
24 marzo, l'esercito austriaco entrava per convenzione in Napoli, e
metteasi in possesso di tutti i forti. Fu il principe di Salerno che
volò a recare la felice novella al re suo padre, il quale già aveva
antecipatamente chiamato un governo provvisionale che sino a nuova
sua disposizione assumesse la cura delle cose del regno. Così restò
sciolto il parlamento, incarcerati tutti i membri che lo componevano.
Un editto fulminante pubblicava in Napoli contro i settarii, a nome del
re, il marchese di Circello, presidente del provvisional governo, col
quale, innumerevoli essendo i proscritti, molti si diedero alla fuga,
e furono in contumacia condannati allo ultimo supplizio, ed altri vi
soggiacquero in fatto, mentre altri ancora od erano puniti di esilio o
di galera o di prigione: promessi, per ordine del tribunale di polizia,
mille ducati a chiunque avesse arrestato uno dei designati quali autori
principali della rivoluzione. Il dì 26 marzo anco la piazza di Gaeta si
arrese agli Austriaci, essendo stato il comandante Begani minacciato
d'essere trattato da ribelle in una co' suoi soldati, ove non cedesse
la fortezza. Questo infausto moto produsse adunque al napolitano popolo
soltanto spese enormi, proscrizioni e morti ignominiose. Il generale
Pepe potè sottrarsi a tanti guai, perchè il principe reggente, che
l'aveva in particolare affezione, lo fece allontanare dal regno.
Il re Ferdinando, rientrando nella sua capitale il dì 15 maggio, vi
fu ricevuto tra le acclamazioni d'una popolazione solita a festeggiar
l'ingresso di tutti coloro che destinati sono dalla Provvidenza a
governarla, e con sua notificazione si espresse di voler riformare gli
abusi e purificare tutti i dicasteri, perchè più non avesse nutrimento
l'idra rivoluzionaria. Infatti, molti e molti furono i generali ed
ufficiali dimessi, non pochi gli arrestati, ed in tutti i dipartimenti
non vedevansi che riforme, mutazioni e dimissioni.
Ma la Sicilia non avea dimostrato quella sommissione che gli stati
di qua del Faro, sì nel tempo del regime costituzionale e sì quando
presentaronsi gli Austriaci per entrare nel regno. I due partiti
erano sempre in fermento e fu d'uopo d'un grosso numero di soldatesche
forastiere, le quali, unite ai regi, poterono ricondurvi l'ordine. È
bensì vero che in quella isola minore fu la ricerca che si fece dei
perturbatori dell'ordine pubblico e dei fautori della costituzione,
onde più presto sedaronsi gli animi e più presto obbedienti si
piegarono agli ordini del comandante austriaco e de' regi magistrati.
Una convenzione fu finalmente conchiusa fra sua maestà l'imperadore
d'Austria e il re delle Due Sicilie, nel dì 18 ottobre, e ratificata
l'8 del gennaio susseguente nella quale, a ristabilimento dell'ordine
in tutto il regno, stipulavasi che un esercito austriaco in esso
stanzierebbe sino alla totale pacificazione e al riordinamento delle
cose, a tutto carico e spesa del napolitano erario.
Contemporaneamente ai primi passi sui confini napolitani, una sommossa
scoppiava, per parte delle truppe, nel Piemonte, e segnatamente in
Alessandria, nel dì 8 marzo. Questa voglia di novità si diffuse anco
in parte nella guernigione di Torino ed in altri reggimenti sparsi
in varie città degli Stati Sardi. Gli studenti, i quali, per avere
sino dal dì 11 di gennaio resistito alla truppa in un conflitto
nel quale erano rimasti feriti diciotto loro compagni, aveano avuto
severo gastigo, si unirono ai rivoltosi, e l'esempio loro fu da molta
gioventù seguitato, facendo per ogni dove udire le grida di _viva la
costituzione_. Tutti coloro che per delitti politici erano stati in
varie parti del regno, pochi giorni prima arrestati e tradotti nelle
carceri di Torino, furono posti in libertà. Il re Vittorio Emmanuele,
dal cui animo non era mai uscito il divisamento di sottrarsi alle gravi
cure dello Stato, dopo lungo consiglio, per non mancare agl'impegni
contratti con le alte potenze nel congresso di Vienna e di Tropau,
creò reggente del regno il principe di Carignano, che pubblicò un
editto, annunziando i poteri conferitigli dal re e l'abdicazione di
lui al trono in favore del fratello Carlo Felice, il quale da Modena,
ove in quel mentre si trovava, notificò ai popoli del regno, avere
lui assunto l'esercizio della regia podestà, e non riconoscere allora
nè mai cambiamento alcuno nella forma del reggimento. Nel dì 14 fu
promulgato l'atto, e la formula del principe reggente relativa a tale
promulgazione terminava con le parole: _Giuro altresì di esser fedele
al re Carlo Felice_.
A Genova intanto l'ordine pubblico non era stato alterato; ma il dì 21
di marzo, avendo quel governatore pubblicato la dichiarazione del nuovo
re Carlo Felice, la popolazione, siccome quella che portava opinione
doversi anche in Genova promulgare la costituzione, cominciò a dubitare
della veracità del documento, e ad avere per equivoche le espressioni
del governatore relative al principe, che suonavano di questo tenore:
«S. A. S. il principe di Carignano mi ha fatto conoscere che, mosso
dai sentimenti di onore e fedeltà che lo distinguono, si è pienamente
confermato a quanto nella prelodata dichiarazione viene ingiunto.»
Formaronsi pertanto degli attruppamenti che si diressero al palazzo
del governatore. Accolse egli alcuni dei capi, cercò calmarli, ma non
rimasero paghi. Verso sera crebbe il tumulto, e disarmati alcuni corpi
di guardia, con quelle armi la folla s'avviò a Banchi. Intanto i posti
principali erano stati occupati dai soldati, e collocati sulle mura
due cannoni, a dominio di tutta la strada verso Banchi, ove sorgeva
appunto il palazzo del governatore. L'attitudine delle truppe e due
sole cannonate a polvere poterono disperdere gli ammutinati, e la notte
passò tranquilla. Ma la mattina appresso due colpi a scaglia tirati,
non si sa come nè perchè, dal medesimo posto militare, ferirono due
soldati sotto la loggia e due altri individui; del che esacerbaronsi
molto gli animi, e fin dall'alba del dì 23 udivansi dappertutto alti
gridori, accresciuti dalla sparsa voce che il governatore se ne fosse
la notte fuggito, il che non era. Le cose correvano a questo modo
quando le nuove di Torino mutarono la scena. Sorse una confusione
orribile. Fu creduto che l'editto del governatore non fosse leale; i
nemici di lui avvaloravano il sospetto; molti del popolo si unirono
agli stanziali che aveano abbandonato i posti e le caserme: la
moltitudine entrò nel palazzo, e impadronitasi del governatore, avrebbe
su d'esso sfogato l'odio antico se il generale d'Ison e alcuni altri,
accorrendo in suo aiuto, non l'avessero di colà sottratto per condurlo
in sicuro nel palazzo ducale. Se non che per istrada si svenne, ed
allora trasportato in casa Sciaccaluga in Campetto, emanò poco stante
un decreto col quale eleggeva una commissione di governo conferendole
irrevocabilmente tutti quei poteri che erano in lui, e così rimase
alquanto calmata la città.
Continuavano i rumori insurrezionali in Torino. A Novara, Voghera,
Vercelli ed Alessandria, le truppe discordi erano sempre in procinto di
venire tra loro alle mani. La discordia si propagava tra i liberali;
e molti affezionati alla causa regia, abbandonavano il Piemonte. Ma
l'esito delle cose di Napoli disanimò i capi del partito, i quali
da altro canto vedevansi vicini ad essere attaccati dai Tedeschi
comandati dal generale Bubna, che s'era fatto precedere da una grida
onde i liberali si erano vieppiù costernati. Raffreddossi l'ardore che
aveva il primo moto inspirato nel petto degli amatori della novità,
e il seducente e lusinghiero manifesto del conte di Santa Rosa valse
a mantenere il coraggio in chi già si consideravo esposto a tutte le
forze austriache, stante la sommissione totale del regno di Napoli.
Infatti, il conte di Bubna, informato che gl'insorti soldati piemontesi
movevansi verso Novara contro quelli che, rimasti fedeli al re,
militavano sotto il generale La Torre, si deliberò a prestare a
questo capitano il suo aiuto. Laonde, varcato, la notte del 7 all'8
di aprile, il Ticino, e fatta promulgare la grida che dicemmo, il dì
8 la vanguardia tedesca già era dinanzi a Novara. Nel mezzo tempo,
vedendo il principe Carlo Alberto le proteste del duca del Genovese e
la parte attiva che in quelle faccende prendeva il gabinetto austriaco,
notificò in uno suo editto che rinunziava alla reggenza, e abbandonando
l'esercito si ritirò in Toscana, ove poco stante si riparò anche la
sua consorte, figlia di quel granduca. Allora l'esercito si elesse a
capo il marchese di Caraglio, e senza lasciarsi abbattere, si dispose
a resistere agl'imperiali. Ostinato fu il combattimento dato dentro la
stessa Novara; ma i rivoltosi furono costretti a cedere, inseguiti sino
a Vercelli. Questo esercito, che ne' giorni antecedenti ogni ora più
ingrossava, ed era venuto da Torino per indurre i dissenzienti a fare
con esso causa comune, da che si sentì privo di valido appoggio, andò
del continuo scemando, sì che si ridusse al breve numero di cinque mila
soldati. Si mosse il generale Ansaldi, che comandava in Alessandria,
con parte dei suoi in soccorso di Novara; ma fu costretto a rimanersi,
perchè minacciato da una forte colonna austriaca, e che da Piacenza
marciava a Voghera e Tortona; e quindi udita la perdita dei compagni
a Novara, e considerando che quantunque la piazza d'Alessandria ben
provveduta fosse di ogni sorta di munizioni e capace di resistere a
lungo assedio, pure poteva alla fine priva di soccorsi trovarsi al
caso di rimaner vittima con tutti i suoi seguaci, senza utile del suo
partito che sino da quel momento potea dirsi annichilato; con trecento
studenti, alquanti soldati e dragoni, il conte di San Marzan, il conte
Santa Rosa, e molti uffiziali, si diresse verso Genova, dov'ebbe coi
suoi seguaci tutto lo agio d'imbarcarsi per le coste di Spagna, stante
la premura del colonnello Rapello della guardia nazionale genovese,
cui erano stati perciò dati ordini segreti. Con tale evasione, il dì 11
aprile, fu restituita la tranquillità a quelle contrade ancora.
Calmate le cose, il duca del Genovese Carlo Felice, previa rinunzia
del suo regio fratello, assunse il titolo di re e lo esercizio della
potestà suprema. Nel dì 4 di giugno andò ad abboccarsi in Lucca con
esso suo fratello Vittorio, ivi pur ricevendo le chiavi della città
di Alessandria cadute in potere delle armi austriache, e per ordine
dell'imperadore Francesco consegnategli dal generale conte di Bubna.
È noto che il già re Vittorio Emmanuele pregò il suo successore a non
usar il rigore contro i complici della rivolta, volendo considerare
cotale sommossa più come un resultato delle idee del giorno che di
mal animo verso il legittimo sovrano. Pochi adunque furono quelli che
soggiacquero alla morte.
Terminarono finalmente tutte cotali vicissitudini del regno di
Sardegna con una convenzione sottoscritta in Novara il 24 luglio
dai plenipotenziarii piemontesi ed austriaci e con la quale venne
in sostanza fermato: che un corpo austriaco di dodici mila uomini, e
sotto la guarentigia delle alte potenze, rimarrebbe a disposizione di
sua maestà sarda per mantenere, di concerto con le proprie truppe, la
tranquillità interna del regno; corpo da poter essere aumentato ad ogni
richiesta della sua maestà: occuperebbe esso corpo la linea militare di
Stradella, Voghera, Tortona, Alessandria, Valenza, Casale e Vercelli.
In Toscana seguivano, il dì 7 di aprile, gli sponsali tra il granduca
Ferdinando e la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia, con giubilo
di quei popoli, i quali nel loro monarca ammiravano il padre e l'ottimo
principe, al loro unanime grido facendo eco i profughi napolitani,
romani e piemontesi, che sotto l'egida delle leggi di lui trovavano
asilo e protezione, essendo che negli Stati per lui governati ricoverò
di essi il massimo numero.
Il dì 5 maggio morì a Sant'Elena Napoleone Bonaparte.
Anno di CRISTO MDCCCXXII. Indizione X.
PIO VII papa 23.
FRANCESCO I imperad. d'Austria 17.
Gli Stati di Napoli di qua dal Faro, o fosse la presenza di numerosi
presidii tedeschi, o la vigilanza della polizia, che senza posa
preveniva tutte le combriccole che di soppiatto si tenevano, godevano
d'una quiete da molto tempo insolita. I masnadieri e gli assassini del
continuo perseguitati e senza remissione puniti. Ma così non era in
Sicilia, ove le opinioni continuavano ad essere in guerra fra loro, e
le falangi alemanne potevano a stento reprimere nelle vicinanze delle
città popolose il brigantaggio. Frequenti erano gli assassinii e gli
omicidii: le carceri rigurgitavano di sospetti, di rei e di prevenuti.
Fecersi le vendette private quasi più che altrove sentire, e fu
d'uopo a' magistrati d'una fermezza particolare per giungere nel corso
dell'anno a rendere la pace alle famiglie, la quiete a' cittadini, la
sicurezza ai viandanti.
La condizione critica nella quale da molto tempo trovavasi la Spagna,
consigliò i monarchi ad unirsi in congresso a Verona, dove convennero
gl'imperatori d'Austria e di Russia, i re di Prussia e delle Due
Sicilie, il re e la regina di Sardegna, il granduca di Toscana con suo
figlio, la duchessa di Parma, il duca di Modena ed il principe reale
di Svezia, le altre potenze mandato avendo i loro plenipotenziarii.
Le risoluzioni di questo congresso non solamente furono notificate
all'Europa con una circolare dei monarchi alleati diretta a tutte le
loro rispettive legazioni e rese pubbliche, ma ben anche portate ad
esecuzione con la guerra nell'anno dopo fatta alla Spagna. Per quelle
conferenze maggiore concordia risultò tra le alte potenze unite nella
sacra alleanza, e tutte le loro misure furono più specialmente dirette
a sopire ogni germe di novità negli ordini di pubblico reggimento, e
viemmaggiormente solidare il principio della legittimità nei troni.
Il dì 13 ottobre morì a Venezia Antonio Canova.
E qui, alla morte di questo sommo ingegno, onor delle arti belle e del
suolo natio, qui in mezzo alla profonda pace e tranquillità dell'Italia
deponiamo la penna per non ripigliarla mai più in trattazioni
tanto superiori alle nostre forze, e nelle quali solo una eccessiva
condiscendenza ci ha impegnato.
FINE DEGLI ANNALI.
NOTE:
[1] Non so per quale svista l'egregio Botta faccia da Giuseppe II
vedere il Tanucci morto otto mesi prima che il principe austriaco si
fosse recato a Napoli: forse fu per desiderio di lui.
[2] Musica _tedesca_ suol dirsi quella nella quale predomina l'armonia
alla melodia, quest'ultima invece signoreggiando nella musica che
diciamo _italiana_.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.