Questa condizione non era tale che lungo tempo potesse durare senza

variazione. Il governo non rimetteva dal solito procedere; i baroni

instavano, nè erano uomini da non usar bene il tempo; gl'Inglesi ci

mettevano la mano, perchè vedevano che gli andamenti di chi reggeva

precipitavano le cose in favor dei Francesi per la mala soddisfazione

dei popoli, e giacchè avevano pruovato che i consigli dati al governo

non avevano prodotto frutto, si erano risoluti a prevalersi della

nuova inclinazione di animi che era sorta. Tutti volevano comandare,

chi per superbia, chi per interesse, chi per desiderio di regolate

leggi. In questo nacque un accidente, dal quale doveva avere la sua

origine il cambiamento delle siciliane sorti. Fecersi avanti i baroni,

e si appresentarono con una rimostranza al re, supplicandolo della

rivocazione de' due decreti come contrarii alla costituzione siciliana

fino allora inviolata nel diritto di porre le contribuzioni. Portarono

la medesima rimostranza alla deputazione del regno, la quale, dal

parlamento eletta, sedeva, secondo i siciliani ordini, tra l'una

tornata e l'altra del parlamento. Il governo non solamente non si piegò

a questo assalto dei baroni, ma persuase ancora al re che li facesse

arrestare e condurre in luogo dove fosse loro mestieri di pensar ad

altro piuttosto che a rimostrare. Furono arrestati, condotti in varie

isole, serrati in prigioni diverse, e trattati con sevizia cinque dei

primarii baroni del regno. Parlossi anche nelle più segrete consulte

che si uccidessero; ma Medici contraddisse, allegando che un fatto

tanto grave sarebbe certamente occasione di rivoluzione.

Queste cose davano gran sospetto agl'Inglesi, perchè nulla di certo si

potevano promettere da un moto popolare, nè maggior fede avevano nel

governo. Adunque, non potendo più comandare col governo, nè fidandosi

del popolo, si vollero pruovare, ristringendosi coi baroni, di

comandare per mezzo loro.

A questo fine, richiamato a Londra lord Amherst, ambasciatore

d'Inghilterra alla corte di Palermo, mandarono in sua vece

lord Bentinck, uomo di natura molto risoluta; pretendeva parole

di libertà. Non così tosto pervenne in Palermo, che si mise a

negoziare strettamente con la regina, ammonendola dei pericoli che

correvano, rappresentandole la necessità di cambiar di condotta, e

proponendo la riforma degli abusi introdotti nell'amministrazione

e nella costituzione del regno. Insisteva principalmente affinchè

si rivocassero i due decreti e si richiamassero dalle carceri e

dall'esilio i cinque baroni. Aggiungeva che se non si uniformasse ai

desiderii dell'Inghilterra, ei direbbe e farebbe gran cose. Risentissi

la regina a quel parlare, e gli disse apertamente di non voler farsi

serva di chi era mandato a farle riverenza non a comandarle. Sentissi

Bentinck toccar sul vivo, perchè veramente aveva avuto dal re Giorgio

potestà di consigliare, non di comandare. Tuttavia non si tirava

indietro, e con pertinacia contrastando, disse che se non aveva mandato

a ciò, lo andrebbe a cercare; e come disse, così si metteva in punto

di fare. Tuttavia scese a nuovo abboccamento; ma non si potè venire

ad alcuna conclusione, per forma che l'ambasciatore disse per ultima

risposta: O costituzione o rivoluzione. Nè interponendo dilazione,

partì, andò a Londra, e in tre mesi tornò con mandato amplissimo. Ma

i ministri d'Inghilterra, avvisandosi che le parole non basterebbero,

diedero a Bentinck podestà suprema sopra tutte le truppe inglesi

raccolte nell'isola, acciocchè quello che pei concilii non potesse,

colla forza il potesse. L'ambasciatore parlò, minacciò; la regina si

ritirava ad un suo casino poco distante dalla città. L'evento finale

si avvicinava, si rompevano le trame napoleoniche in Sicilia, la parte

inglese trionfava. Bentinck, recatosi in mano la somma dell'autorità,

operò primieramente che Ferdinando re, sotto colore di malattia,

rinunziasse alla potestà reale ed investisse di lei pienamente il

principe ereditario suo figliuolo con titolo di vicario generale del

regno. Bentinck fu eletto capitan generale della Sicilia, accoppiando

in tal modo in sè l'imperio militare e sopra i soldati del re Giorgio e

sopra quelli del re Ferdinando.

Atti primi e principali del nuovo reggimento furono il richiamare i

baroni carcerati, il licenziare i ministri del precedente governo,

l'abolire il dazio dell'un per centinaio, il chiamare ministri Belmonte

degli affari esteri, Villarmosa delle finanze, Aci della guerra e

marina. Indi puniti pochi più in odio al popolo, mandavansi i rimanenti

in dimenticanza.

Intanto il principe vicario convocava il parlamento. Era il mandato dei

membri, provvedessero che la Sicilia avesse un buono e libero governo,

rimediassero agli abusi, creassero nuovi ordini di costituzione. I

baroni avevano maggior autorità degli altri. Bentinck era accesissimo

in questo, che promulgassero libertà e statuti generosi in ogni luogo.

Incominciossi dagli ordini supremi della costituzione. Statuirono che

la religione cattolica, apostolica, romana fosse la sola religione

del regno; che il re la professasse; quando no, s'intendesse deposto;

la potestà legislativa fosse investita nel solo parlamento, e solo il

parlamento ponesse le tasse; i suoi decreti approvati dal re avessero

forza di legge; l'approvare od il vietare del re in questa forma

si esprimesse: Piace al re, o: Vieta il re; la potestà esecutiva

fosse investita nel solo re, e sacra ed inviolabile la sua persona;

i giudici avessero intiera indipendenza dal re e dal parlamento: i

ministri fossero tenuti di ogni atto, e fosse in facoltà del parlamento

l'esaminarli, il processarli, il condannarli per crimenlese; due camere

componessero il parlamento, una dei comuni o dei rappresentanti del

popolo, l'altra dei pari del regno; i rappresentanti fossero eletti

dal popolo a norma di certe forme prestabilite; fosse pari del regno

chiunque avuto seggio nel braccio ecclesiastico o baronale, o chiunque

il re chiamasse a tale dignità; stesse in facoltà del re il convocare

il parlamento, ma fosse obbligato a convocarlo ogni anno; la nazione

desse al re dote splendida, e con ciò i beni della corona cedessero in

amministrazione della nazione; niun siciliano potesse essere turbato nè

nelle proprietà, nè nella persona, se non conforme alle leggi sancite

dal parlamento; s'instituissero forme giudiziali peculiari pei pari del

regno; la camera dei comuni sola avesse facoltà di proporre i sussidii,

o vogliam dire i donativi, il parlamento vedesse quali e quante parti

della costituzione della Gran Bretagna convenissero alla Sicilia, ed

esse ad utilità comune si accettassero.

Questi furono i capitoli principali della costituzione siciliana circa

agli ordini primitivi dello Stato. A questi si aggiunse una maraviglia

non senza molta parte di gratitudine per certi capitoli aggiunti,

essendone posto il partito dei baroni: il fecero per generosità

d'animo, il fecero per conciliarsi i popoli. Offerirono spontaneamente,

e fu dal parlamento statuito che il sistema feudatario fosse e restasse

abolito in Sicilia, con tutte le sue conseguenze.

Giubilavano i Siciliani dell'ottenuta libertà, la generosità dei

baroni ed i nuovi ordini con somme lodi esaltando. Restava che il

re, cioè il principe vicario, appruovasse. Fuvvi qualche soprastare.

Duro pareva a chi regnava lo spogliarsi dell'autorità; infine tanto

operarono Bentinck, il parlamento ed i segni dell'impazienza popolare,

che il principe vicario dichiarò piacergli i capitoli. La regina si

ritirava a Castelvetrano, terra distante sessanta miglia da Palermo,

finchè nell'anno seguente, lasciando la Sicilia, portata dai venti e

dall'avversa fortuna in istrani e barbari lidi, potè infine con disagi

incredibili rivedere la sua Vienna, riabbracciare i parenti e respirare

l'aere natio, donde solo poteva sperar conforto. Ma non fu lungo il

sollievo, perchè, presa da subita malattia, passò poco tempo dopo da

questa all'altra vita.

Mentre Guglielmo Bentinck dominava in Sicilia, Eduardo Pellew

signoreggiava i mari Mediterraneo ed Adriatico. Era la terra in mano

ad un solo, il mare in mano ad un solo. Nacquero accidenti ora in

questo mare, ora in quell'altro, ma di poco momento per la superiorità

tanto notabile di una delle parti, e la depressione dell'altra.

Predarono gl'Inglesi già sino dal 1811 molte onerarie al capo

Palinuro. Nell'Adriatico poi, per istringere il presidio di Ragusi,

s'impadronirono, presso a Ragonizza, di una conserva di navi, anch'esse

cariche di vettovaglie. Fatto di maggiore importanza è una battaglia

navale combattuta aspramente nelle acque di Lissa, una delle isole

antemurali della Dalmazia. Vinse la fortuna britannica: le fregate

franzesi la Corona e la Bellona vennero in potere degl'Inglesi; la

Flora si condusse in salvo, la Favorita andò di traverso. Per questa

fazione Lissa cadde in potestà degl'Inglesi. Vi fecero una stanza ferma

ed un nido sicuro, dove e donde poteva ritirarsi ed uscire a dominar

l'Adriatico.

Già i fatti assalivano Napoleone; la ambizione, che mai non dormiva in

lui, gli toglieva l'intelletto. Come la Francia, la Germania, l'Italia

non poteva capirgli nell'animo che di tutta Europa signore non fosse.

La Russia e l'Inghilterra gli turbavano i sonni, quella amica poco

sincera, questa nemica costantissima. Parevagli che due grandi imperii,

quali erano il suo e quel di Alessandro, non potessero sussistere

insieme nel mondo. Questi pensieri tanto più gli turbavano la mente,

quanto più prevedeva che non poteva domar l'Inghilterra, se prima

non domasse la Russia. Per questo e per altri ancor più vasti disegni

ambiva di soggiogarla, confidando che il vincerla gli metterebbe in

seno l'imperio del mondo.

Dall'altro lato la Russia, che vedeva il cimento inevitabile, pensava

che il più presto sarebbe il meglio; mezzo mondo era vicino a marciare

in guerra contro mezzo mondo, i due imperii apprestavano le armi con

tutte le forze loro.

Risolutisi i due potenti imperatori al venirne al cimento delle armi

ed al contendere fra di loro dell'imperio del mondo, cominciarono,

come si usa, a gareggiar di parole, allegando l'uno contro l'altro

piccoli fatti, certamente molto abbietti e molto indegni di tanta

mole. Essi sapevano il motivo vero della guerra: tutto il mondo se lo

sapeva; questo era la impossibilità del vivere insieme sulla vasta

terra. Napoleone, come più impaziente e più ambizioso, tirandolo il

suo fato, assaltava primo il 23 e 24 giugno. Infierì la guerra in

regioni rimotissime: desolò prima le sponde del Boristene, poi quelle

del Volga: combatterono i Russi a Smolensco, combatterono a Borodina

sulla Masewa: era fatale che sui confini dell'Asia perisse la fortuna

napoleonica: arse Mosca, immensa città, cagione e presagio di casi

funesti. Una rotta toccata a Murat avvertiva Napoleone che il nemico

si faceva vivo, e che quello non era più tempo di starsene in fondo

delle Russie. Gli restava l'elezione della strada al ritirarsi.

Pensò di ridursi, passando per Calug e Tuia, a svernare nelle

provincie meridionali della Russia: vennesi al cimento terminativo di

Malo-Yaroslavetz, in cui mostrarono un grandissimo valore i soldati

del regno italico. Quivi perirono le speranze di Napoleone, quivi si

cambiarono le sorti del mondo, quivi rifulse principalmente la virtù

di Kutusof, generalissimo di Alessandro. Napoleone, ributtato con

ferocissimo incontro, fu costretto a voltarsi di nuovo alla desolata

strada di Smolensco; il russo gelo spense l'esercito: pianse e piangerà

eternamente la Francia, piange e piangerà l'Italia il suo più bel fiore

perduto.

Anno di CRISTO MDCCCXIII. Indizione I.

PIO VII papa 14.

FRANCESCO I imp. d'Austria 8.

Al suono delle rotte napoleoniche, la Prussia insorgeva e si vendicava

cupidissimamente in libertà. Napoleone ritornava nella sua sede di

Parigi. Murat, sbalordito da accidenti tanto straordinarii, abbandonato

l'esercito, se ne veniva a Napoli; presene il governo Eugenio vicerè.

Aveva Murat mala satisfazione di Napoleone, ed era maravigliosamente

commosso contro di lui, perchè gli aveva attraversato i suoi disegni

sopra la Sicilia, e perchè non gli era ignoto ch'egli aveva negoziato

col siciliano governo di cose pregiudiziali al suo dominio napolitano.

Dall'altra parte gl'Inglesi si erano deliberati a pretendere ed a

mettere fuori certe voci: che oggimai, cioè, era venuto il tempo di

dare all'Italia l'essere independente. Bentinck, o tentativamente o

sicuramente che sel facesse, si spiegava di questo disegno con parole

incitatissime, e dimostrava la Gran Bretagna parata a secondarlo.

Conosceva Gioacchino tutti questi umori. Per questo, tornando da Mosca,

passò dove più che in altri paesi d'Italia questi desiderii si erano

accesi, e si mise a fare gran promesse. Bentinck, conosciuto l'uomo,

e volendo turbare fin dalla bassa Italia le cose a Napoleone, il

confortava ad assumere le insegne di campione dell'italica franchigia.

Insinuazioni consimili facevansi ad Eugenio, perchè da Napoleone si

distaccasse; e non senza frutto. Tanto poi si era fatto per l'attività

del vicerè, che si era creato un esercito giusto, composto parte di

Franzesi raccolti dai presidii e dagli iscritti dell'Italia franzese,

parte di soldati del regno, alcuni veterani, molti novelli. Il vedere

queste genti dava qualche sicurtà ai popoli, se non di vincere,

almeno di negoziare, e non si disperava dello stato franco. La

tempesta intanto di verso il mare e di verso il Tirolo e l'Illirio si

avvicinava.

Aveva l'imperadore Francesco, che in grandissima prontezza si era

allestito alla guerra, mandato un forte esercito in cui si noveravano

meglio di sessanta mila buoni soldati ai confini per modo che cingeva

tutto il regno italico da Carlsbad di Croazia insino al Tirolo.

Obbedivano tutte queste genti al generale Hiller, uomo di grande

sperienza per esser già molto oltre con gli anni e vecchio ancora di

milizia. Militavano con lui non pochi generali di nome, tra' quali

principalmente si notavano Bellegarde e Frimont, capitani esperti

nelle italiche guerre. Mandava fuori Hiller un suo militare manifesto,

con cui, descritte primieramente le forze e le vittorie della

lega, esortava gl'Italiani «a levarsi contro il tiranno a generale

liberazione dell'Europa conquassata sì lungamente da tanti movimenti

ed a cooperazione di poderosi eserciti che accorrevano in aiuto loro da

ogni banda.»

Questo era il nembo che minacciava il regno italico dai paesi di

settentrione e di oriente. Verso ostro i confini non gli erano sicuri,

perchè gli alleati, facendo grande fondamento sulle sollevazioni dei

popoli, si erano accordati, che mentre gli Austriaci l'assalterebbero

dalla parte loro, gl'Inglesi, o con soldati proprii, o con soldati

d'ogni paese, massimamente Italiani raccolti in Malta ed in Sicilia, o

finalmente con qualche mano di Austriaci, infesterebbero i due litorali

dell'Adriatico, tanto dalla parte della Dalmazia e dell'Istria, quanto

da quella di Italia. Intendevano anche a percuotere nei lidi italiani,

entrando per le bocche del Po per far diversione in favore dello sforzo

principale che calava dalle Alpi Rezie, Giulie e Noriche. Avevano anche

speranza, sebbene il vedessero incerto e titubante, che Gioacchino

di Napoli si sarebbe congiunto a loro; e le forze del re di Napoli

erano di grande momento perchè andavano a ferire il regno italico a

fianco ed alle spalle, e dove aveva minor difesa, perchè nissuno anche

previdentissimo, avrebbe potuto immaginare questo, che Gioacchino di

Napoli fosse un giorno per muovere l'armi contro l'italico regno.

Nè dovevano restare senza disturbo le sponde del Mediterraneo, perchè

gli Inglesi, essendo ormai certi delle intenzioni di Gioacchino, si

proponevano di far impeto con quei loro soldati multiformi e racimolati

da ogni paese, nella Toscana, provincia che credevano non senza ragione

avversa al nuovo Stato, e desiderosa di tornare all'antico. Venivano

con loro Bentinck e Wilson generale colle loro pubblicazioni di libertà

e d'independenza. Avevano essi trovato non saprebbesi che bandiere

con suvvi scritto il motto _Indipendenza d'Italia_, e dipinte due mani

che si toccavano in segno di amicizia e di colleganza. A questo modo

suonava di ogn'intorno un forte nembo al regno italico.

Il vicerè forbiva ancor egli le sue armi. Aveva circa sessanta mila

soldati, nei quali erano i veterani italiani venuti di Spagna, i

soldati di nuova leva e la guardia reale italiana, bella e valorosa

gente; sommavano gl'Italiani circa ad un terzo. I Franzesi anch'essi,

o raccolti prestamente dai presidii, o chiamati dalla Spagna con

celeri passi accorrevano al sovrastante pericolo. Li partiva in tre

principali schiere: la prima, che obbediva a Grenier, aveva le sue

stanze sulle rive del Tagliamento e dell'Isonso, terre tante volte

ancora gloriosamente conquistate dai Franzesi; la seconda, retta da

Verdier, alloggiava a Vicenza, Castelfranco, Bassano e Feltre. La

terza, quest'era la Italiana, posava a Verona ed a Padova: la governava

Pino. Una parte di essa, sotto l'obbedienza dei generali Lecchi e

Bellotti, era mandata a custodire l'Illirio, la cavalleria stanziava

a Treviso; per vigilare intanto agli accidenti del Tirolo, parte

che dava grandissima gelosia, una schiera di soccorso alloggiava in

Montechiaro; quando poi divenne il pericolo più imminente, fu mandata

sotto il governo di Giflenga a combattere in Tirolo contro un corpo di

Austriaci condotto dal generale Fenner. Secondavano tutto questo sforzo

dalla Dalmazia, ma piuttosto per difendere che per offendere, pel

piccol numero dei soldati, i presidii, la maggior parte italiani, di

Zara, Ragusi e Cattaro. Ora, diventando ad ogni momento la guerra più

imminente, pensò il vicerè a spingersi più innanzi, andando a porre il

campo principale ad Adelsberga, terra poco distante dalla sponda destra

della Sava, sulla strada per a Carlsbad di Croazia e per a Lubiana di

Carniola. Al tempo stesso, allargandosi sulla sinistra, mandava una

forte squadra a custodire i passi di Villaco e di Tarvisio, avendo

avviso che Hiller, fatto un assembramento molto grosso a Clagenfurt,

minacciava di farsi avanti, sì per isforzare quei forti paesi, e sì

per condursi, montando per le rive della Drava, alle regioni superiori

dell'affezionato Tirolo.

Gli Austriaci, cingendo con largo circuito tutta la fronte

dell'esercito italico, avevano un grandissimo vantaggio, il quale ed

all'occorrenza presente ed alla natura sempre circospetta molto bene si

conveniva. Sicura era la loro destra pei fatti succeduti in Germania,

ed ultimamente per l'adesione della Baviera alla lega dei principi

uniti contro Napoleone. In questo ancora molto momento recavano i

Tirolesi pronti ad insorgere contro il nuovo dominio, e la inclinazione

loro rendeva sicuro il loro paese alle forze austriache e dava sospetto

al vicerè, perchè potevano offenderlo a mano manca ed alle spalle.

Nè meno avvantaggiata condizione avevano gli Austriaci sulla loro

sinistra, posciachè sapevano che le popolazioni dalmate e croate erano

pronte a sorgere contro i presenti dominatori.

Correvano i Dalmati, inclinava verso il suo fine agosto, contro i

presidii, i Croati contro gl'Italiani. Zara, Ragusi e Cattaro tenuti da

deboli guernigioni, romoreggiando nimichevolmente i popoli d'intorno

e tenendo infestato la campagna, cedettero facilmente. Una presa di

Croati, avvalorata da qualche battaglione di Austriaci, urtando contro

Carlsbad, facilmente se ne impadroniva. Gli Austriaci ed i Croati, più

oltre procedendo, s'insignorirono di Fiume, ritiratosene il generale

Janin, impotente a resistere. I Croati, ch'erano stati arrolati sotto

le insegne franzesi, dai loro signori segregandosi, ritornavano alle

antiche insegne di Austria. Mentre a questo modo felicemente si

combatteva per gli Austriaci verso lo Adriatico, mandavano grossi

squadroni verso il Tirolo. Giunto a Brixen, scendevano per le rive

dell'Adige con intento di andar a battere nelle veronesi e nelle

bresciane regioni. Al tempo stesso veniva alle mani nel mezzo: fu

preso e ripreso Grinborgo con molto sangue da ambe le parti. Sorse un

gravissimo contrasto a Villaco, e dopo un feroce combattere, in cui la

città fu presa e ripresa parecchie volte, e finalmente arsa per opera

dei Tedeschi, i Franzesi rimasero vincitori. Gli Austriaci, seguitando

il consiglio loro, si allargavano sulle corna. Trieste, preso e ripreso

più volte, venne in potestà loro; già tutta l'Istria loro obbediva.

Dalla parte superiore, precipitandosi dalle Alpi Tirolesi minacciavano

di far impeto contro Belluno, e più alle spalle le armi loro suonavano

nelle regioni vicine a Trento. Conoscendo ed usando il vantaggio

avevano passato la Sava a Grinborgo ed a Ramansdorf, per dove facevano

sembianza di condursi per Tulmino nelle regioni superiori del Friuli.

Anche contro Villaco preparavano un grande assalto.

Non era più in potestà del vicerè il resistere. Avevano gli avversarii

maggior numero di soldati ed i popoli amici; erano al vicerè minori

le forze ed i popoli avversi. Ritirandosi adunque, fermossi prima

sull'Isonzo qualche giorno, poscia sulla Piave, combattendo sempre

valorosamente, sempre inutilmente. Le stanze della Piave non si

potevano conservare. Già gli Austriaci, scesi a Bassano, vi avevano

fatto una testa grossa, ed insistendo alle spalle, davan timore di

estrema rovina al vicerè, se presto non si ritirasse. Fu infatti

costretto a combattere a Bassano una battaglia molto grave. Durò

due giorni, il 31 ottobre ed il primo novembre. Vinse la fortuna

franzese ed italiana. Entrarono i vincitori, e pernottarono nella

sanguinosa città. Acquistò Eugenio facoltà di ritirarsi più quietamente

sull'Adige; marciava indietro, parte per Padova, parte per Vicenza,

andando ad alloggiarsi a Verona ed a Legnago.

Sulle veronesi sponde incominciavano a manifestarsi fra gl'Italiani

mali semi contro il vicerè, che, già insino in Prussia dopo le

disgrazie di Russia, si era lasciato uscir di bocca parole di cattivo

concetto verso gl'italiani generali. Nè il suo disprezzo nelle semplici

parole contenendosi, era trascorso sino agli atti: delle quali cose

tenendosi eglino molto offesi, avevano appoco appoco sparso una mala

contentezza fra i soldati, dal che ne seguivano nel campo sinistre

mormorazioni, ed anche atti aperti di sdegno contro il principe.

Intanto non rimetteva in Eugenio il desiderio di farsi famoso in

guerra. Corse in Tirolo, vi fece fazioni onorate, ma senza frutto;

liberò Brescia dal nemico, ma indarno; ruppelo in una grossa e bene

combattuta battaglia a Caldiero, ma tornossene poco dopo là dond'era

venuto: il nemico, che era stato rincacciato fin oltre all'Alpone,

venne fra breve a rinsultare San Michele di Verona. Appena la fronte

dell'Adige, fiume grosso e munito sotto dalla fortezza di Legnago,

sopra dai castelli di Verona, si poteva tenere.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 97 / 99 段