Chi si diletta di considerare le faccende di Stato ed i mezzi che

riescono, e quelli che non riescono, vedrà nelle operazioni di questo

prudente e rigido Franzese, quanto i mezzi suoi quadrassero col fine, e

ch'ei non andò per le chimere e le astrazioni, come fu l'uso dell'età.

Ordinò che ciascun comune desse il novero de' suoi facinorosi, pose

le armi in mano ai terrazzani, partendogli in ischiere, fe' ritirare

i bestiami e i contadini a borghi più grossi, che erano guardati

da truppe regolari, fe' sospendere tutti i lavori di agricoltura,

dichiarò caso di morte a chiunque che ai corpi armati, da lui non

essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò fuori

a correrla i corpi dei proprietarii armati da lui, comune per comune,

intimando loro fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o vivi o

morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei campi,

che truppe urbane, che andavano a caccia di briganti, e briganti

che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato,

rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano,

e forse non con quella retta inflessibilità ch'egli usava, ma con

crudeltà fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre,

che ignara, degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo

che stava lavorando sui campi, fu impiccata. Fu crudelmente tormentata

una fanciulla, alla quale furono trovate lettere indiritte ad uomini

sospetti. Nè il sangue dei carboneri si risparmiava. Capobianco loro

capo, tratto per insidia, e sotto colore di amicizia nella forza, fu

ucciso. Un curato ed un suo nipote, entrati nella setta, furono dati a

morte, l'uno veggente l'altro, il nipote il primo, lo zio il secondo.

Rifugge l'animo a chi già tante orrende cose raccontò, dal raccontare

i modi barbari che contro di loro si usavano. I carbonari, spaventati

dalle uccisioni, perocchè molti di loro perirono nella persecuzione, si

ritirarono alla più aspra montagna.

I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e

privo di vettovaglie, perirono, o nei combattimenti, che contro gli

urbani ferocemente sostenevano, morivano, o, preferendo una morte

pronta alle lunghe angosce, o da sè medesimi si uccidevano, o si davano

volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi,

condotti innanzi a tribunali straordinarii composti d'intendenti delle

provincie, e di procuratori regi, erano partiti in varie classi, quindi

mandati a giudicare dai consigli militari creati a posta da Manhes.

Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni

orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà.

Nè solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi li favoriva,

o poveri, o ricchi, o quali fossero o con qual nome si chiamassero;

perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure,

per opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a

giuste pene fatti iniqui. Succedevano vendette che fanno raccapriccio a

raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano

mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico

di Cartopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del

nuovo governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo

ed implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Parafanti donna,

per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso di questo nome,

arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro all'ultimo

supplizio, perì. Posti in fila del destinato giorno, l'infelice donna

la prima, i parenti dietro, preti e boia alla coda, marciavano in una

processione, che non si saprebbe con qual nome chiamare. Eransi poste

in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme, indosso vesti a guisa di

San-Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a bisdosso. A questo modo

si accostavano al patibolo: quivi una morte crudele pose fine ad una

commedia fantastica ed orribile. Nè davano solamente supplizii coloro

che a ciò fare erano comandati, ma ancora i paesani, spinti da rabbia e

da desiderio di vendetta, infierivano contra i malfattori; insultavano

con ischerni ai morti, straziavano con le unghie i vivi, dalle mani

togliendoli dei carnefici per ucciderli. Furono i Calabri facinorosi

sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei supplizii, morì per

fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o negli abbandonati

casali, ed anche sugli aperti campi si vedevano spiranti ancor

minaccie, ferocia e furore; la fame gli aveva morti. Dei presi, alcuni

ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di Castrovillari

angusta e malsana videne perire nell'insopportabile tanfo gran

moltitudine.

La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi;

i cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi

si brancolavano per isfinimento o per angoscia sui morti, i

sani sui moribondi; e sè stessi, come cani, con le unghie e coi

denti laceravano. Infame pozza di putrefatti cadaveri diventò la

costrovillarese torre; sparsesi la puzza intorno, e durò lunga

stagione; le teste e le membra degl'impiccati appese sui pali di

luogo in luogo rendettero lungo tempo orrenda la strada da Reggi a

Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati a mucchi; biancheggiarono

e forse biancheggiano ancora le sue sponde di abbominevoli ossa.

Così un terrore maggiore sopravanzò un terror grande. Diventò la

Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli abitatori che

ai viandanti; si apersero le strade al commercio, tornarono i lavori

all'agricoltura, vestì il paese sembianza di civile, da barbaro ch'egli

era. Di questa purgazione avevano bisogno le Calabrie; Manhes la fece;

il suo nome saravvi e maledetto e benedetto per sempre.

Anno di CRISTO MDCCCXI. Indizione XIV.

PIO VII papa 12.

FRANCESCO I imp. d'Austria 6.

Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza, sì

soddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo con l'imperio degli

ecclesiastici in freno la parte contraria alla quale non piaceva quella

sua immoderata cupidigia di dominare. Restava che la religione romana

stessa domasse con la depressione dell'autorità pontificia: aveva in

ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che era impaziente di

ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo fine, occupate

le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di Roma, e sotto

colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi soldati agli

attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la romana città,

e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona, retribuzione

certamente indegna di tanti benefizii.

Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì 15 agosto del 1809, se

per caso o pensatamente, perchè quello era giorno festivo di Napoleone,

ognuno giudicherà. Gli furono date sull'arrivare le stanze in casa di

un Sansoni sindaco della città. Accorrevano d'ogni intorno i popoli

per vedere il pontefice. Pure gli agenti imperiali osservavano che, o

fosse timore o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa,

e minore il fanatismo, così il chiamavano, mostravasi verso il sovrano

pontefice, che in Francia, e che la presenza del papa cattivo non

alterava punto la obbedienza verso il governo.

Sino a che si comandasse altrimenti, erano vietate le udienze al

papa, ed a nessuno si permetteva che gli favellasse, se non presenti

le guardie; su quanto facesse nelle interiori stanze, diligentemente

si vigilava e sopravvigilava; le lettere che scriveva e quelle che a

lui si scrivevano, copiavansi e si mandavano a Parigi. Se ne viveva

il pontefice nel suo savonese carcere con molta semplicità, nè mai si

mostrava sdegnato, quantunque avesse tante cagioni di sdegnarsi.

Desiderava Napoleone che il senatoconsulto dell'unione dello Stato

romano al suo impero sortisse il suo effetto anche per consentimento

del papa. Per la qual cosa gli agenti imperiali continuamente e con

esortazioni vivissime cercavano di muoverlo, acciocchè rinunziasse

al dominio temporale, accettasse i milioni, abitasse il palazzo

arcivescovile di Parigi. Certamente pareva a que' tempi la potenza

di Napoleone inconquassabile; le paci di Tilsit e di Vienna, il nuovo

matrimonio, l'esercito invitto, vincitore, innumerabile la fondavano.

Niuna speranza rimaneva al pontefice di risorgere, il sapeva, il

credeva, il diceva; ma vinse la coscienza: ricusò Pio le imperiali

proposte.

Ma ecco oggimai avvicinarsi il tempo in cui la sua virtù doveva essere

messa a più duri cimenti. Posciachè si era tentato di spaventarlo coi

soldati, di osservarlo con le spie, di sgomentarlo con la segregazione,

di scuoterlo con le minaccie, si faceva passaggio ad assalirlo con le

dottrine e con le persuasioni di coloro che, o per antica amicizia o

pel carattere di cui erano vestiti, si credeva potessero avere molta

autorità nelle sue deliberazioni. In questo mezzo tempo, per intimorire

il papa e farlo consentire a quanto si desiderava con dargli sospetto

che, se non consentisse, tuttavia si farebbe, erasi convocato un

concilio ecclesiastico a Parigi, a cui furono proposti certi quesiti,

acciocchè li dichiarasse.

Intanto Napoleone, costretto dalla necessità, perchè la vacanza

delle sedi episcopali turbava la coscienza dei fedeli, essendo a ciò

consigliato da coloro che appresso a lui trattavano delle faccende

ecclesiastiche, si deliberava ad usare un rimedio che poteva dargli,

secondo che credeva, tempo ad aspettar tempo e conclusione definitiva

delle differenze nate con la santa Sede. Voleva dunque che i capitoli

delegassero l'autorità vescovile ai nominati dall'imperatore; ma

per questo era d'uopo che i vicarii, già eletti dai capitoli stessi

all'atto della vacanza, rinunziassero: però che non vi potessero essere

due delegati. A questo fine indirizzava i pensieri il governo; dal che

nacquero accidenti di non poca importanza, come quelli del cardinale

Maury nominato alla Sede di Parigi, e quello del vescovo Osmond eletto

a quello di Firenze.

Dalle opposizioni del papa provennero nuove minaccie, e alle minaccie

seguitavano i fatti, poichè dall'abitazione pontificia fu sbandito ogni

apparato esteriore, tolte le carrozze, tolti i servitori, soppresso

ogni segno di rispetto, interdetti penna ed inchiostro; usate tutte le

cautele per mutare il papa, e per fare che nissuno sapesse o dicesse o

facesse altro che quello che piaceva al governo.

L'imperatore, veduto che le persuasioni, nè le minaccie, nè gli

spaventi, nè le strettezze non avevano potuto piegare l'animo del

pontefice, e credendo, per le opinioni dei popoli, di non potere da sè

e senza che gli estremi mezzi prima si fossero tentati, fare questa

gravissima mutazione che i vescovi di Francia e di tutti i paesi

sudditi a lui più non ricevessero la instituzione canonica dalla Sede

apostolica, si era risoluto ad usare più efficacemente il sussidio del

concilio ecclesiastico adunato in Parigi. Inoltre, a ciò consigliato

e stimolato principalmente dal concilio stesso, si era deliberato a

convocare un concilio nazionale a Parigi, acciocchè considerasse la

necessità presente, e proponesse i mezzi di rimediarvi. Il concilio

decideva i quesiti secondo le mire del governo, i romani teologi

contraddicevano a quelle decisioni, e le discussioni erano infinite.

Già il disegno ordito contro un papa carcerato era pronto a colorirsi:

i soldati e le spie facevano l'opera loro in Savona, i prelati si

accingevano a farla da Parigi. Erano quindici o cardinali o arcivescovi

o vescovi. Comandava il governo che mandassero una deputazione a

muovere il papa a Savona. Il concilio nazionale convocato a Parigi

pel dì 9 giugno del presente anno, parte ancor egli della macchina per

intimorire il papa, stava pronto a proporgli i termini d'accordo voluti

dal governo.

Il papa, assalito e conquiso da ogni parte, ritirandosi dalla sua

risoluzione di non voler trattare se prima non fosse libero, incominciò

a manifestare le sue intenzioni; ed insomma, tentato in tutte le guise,

e separato dal consorzio del mondo, promise di venire ad un accordo,

il cui importare fosse questo: che sua santità, considerati i bisogni

ed i voti delle chiese di Francia e l'Italia a lui rappresentati dai

deputati, e deliberatosi a mostrare con un nuovo atto la sua paterna

affezione verso le chiese medesime; darebbe l'instituzione canonica ai

soggetti nominati da sua maestà con le forme convenute nei concordati

di Francia e del regno d'Italia; che si piegherebbe ad estendere

con un nuovo concordato le medesime disposizioni colle chiese di

Toscana, di Parma e di Piacenza; che consentirebbe che s'inserisse

nei concordati una clausola, per la quale prometterebbe di spedir le

bolle d'instituzione ai vescovi nominati da sua maestà in un certo

determinato tempo, che egli stimava non poter esser minore di sei

mesi; e caso ch'ella differisse più di sei mesi per altri motivi

che per quelli dell'indegnità personale dei soggetti, investirebbe,

spirati i sei mesi, della facoltà di dare in suo nome le bolle il

metropolitano della chiesa vacante, o, mancando lui, il vescovo più

anziano delle provincie ecclesiastiche. Aggiunse, che sua santità a

queste concessioni aveva inclinato l'animo per la speranza concetta nei

colloqui avuti coi vescovi deputati, che elleno fossero per appianar

la strada ad accordi, che ristorerebbero l'ordine e la pace della

Chiesa, e restituirebbe alla santa Sede la libertà, la independenza e

la dignità che le si convenivano. Fu aggiunto allo scritto contenente

queste promesse del pontefice, i deputati affermarono per consenso di

lui, il papa per sorpresa, un capitolo concepito in questi termini:

Che i diversi aggiustamenti relativi al governo della Chiesa ed

all'esercizio dell'autorità pontificia, sarebbe materia di un trattato

particolare che sua santità era disposta a negoziare tostochè a lei

fossero restituiti i suoi consiglieri e la sua libertà. Ma il pontefice

protestò il giorno appresso contro questa giunta, che i vescovi

deputati consentirono facilmente a cassarla dallo scritto che da Torino

mandarono al ministro.

Grande allegrezza sorse, per le agevolezze promesse dal pontefice,

negl'imperiali palazzi, in cui si stava aspettando con molto desiderio

quello che fosse per partorire l'andata dei prelati a Savona.

L'imperadore, domato in parte il papa, si spinse avanti a soggiogarlo

del tutto. Insorse adunque con maggiori richieste, volendo che quanto

nelle istruzioni date ai deputati aveva ordinato, avesse il suo effetto

per modo che nessuna eccezione di vescovi si potesse fare, il papa

rinunziasse al dominio temporale, e se ne tornasse servo a Roma, e se

ne andasse più servo ancora ad Avignone, ed accettasse lo stipendio. A

questo fine si deliberava di usare il concilio. Mandò primieramente al

pontefice alcuni cardinali, non già i neri, ma i rossi, e di questi nè

anco tutti, ma solo quelli che gli parvero meno alieni dal secondare le

sue intenzioni, Roverella, Dugnani, Fabrizio Ruffo: grande fondamento

poi faceva principalmente sul cardinal Baiana, siccome quello che

era molto entrante e di risoluta sentenza, e sempre era stato nel

concistoro consigliatore di deliberazioni quieto verso lo imperatore.

Aggiunse monsignor Bertazzoli, arcivescovo in partibus di Edessa,

timida ed accomodante persona, congiunto per antica famigliarità col

pontefice ed in grandissima fede e favore appresso di lui.

Così Napoleone minacciava, Baiana parlava risolutamente, Bertazzoli

persuadeva con preghiere e con lagrime. Intanto il ministro dei culti

comandava che nessuna persona che fosse al mondo, salvo i mandatarii,

il prefetto e Lagorsse gendarme, potesse parlare al papa. Intanto il

concilio di Parigi faceva un decreto conforme alle ultime promesse

del santo padre; portasse a Savona una deputazione del concilio,

acciocchè il papa ratificasse e desse un breve conforme. Vide i

deputati umanamente e volentieri il papa: ottennero facilmente il dì

20 settembre, il breve che approvava il decreto conciliare: le sedie

arcivescovili e vescovili più di un anno non potessero vacare; lo

imperatore nominasse, il papa instituisse; se fra sei mesi non avesse

instituito, il metropolitano od il più anziano instituissero essi. Solo

ai notati capitoli aggiunse il seguente: Che se, spirati i sei mesi,

e se alcuno impedimento canonico non vi fosse, il metropolitano o il

più anziano, innanzi che instituissero, fossero obbligati a prendere

le informazioni consuete, e ad esigere dal consecrando la professione

di fede e tutto che dai canoni fosse richiesto. Volle finalmente

che instituissero, in nome suo espresso, e in nome di colui che suo

successore fosse, e tantosto trasmettessero alla sedia apostolica gli

atti autentici della fedele esecuzione di queste forme.

Se non che quanto maggiore si mostrava la condiscendenza del pontefice,

tanto più si domandava, e tutti si serrarono addosso al prigioniero,

acciocchè consentisse alle altre richieste dell'imperadore. A tutta

la tempesta che gli faceva intorno, domandava primieramente il papa

la sua libertà: al che rispondevano i deputati conciliari, ch'egli era

libero. Del giuramento, del rinunziare ai vescovi di Roma, del tornare

a Roma o dello andar ad Avignone in qualità di suddito, con fermezza

grandissima negava. Napoleone, veduto che non si approdava a nulla,

volle pruovare se una solenne e subita minaccia potesse far effetto,

e comandato ai deputati di farla, quelli la facevano. Ma i prelati

partirono disconclusi. Per ultimo cimento, e per ordine risoluto del

ministro dei culti, il prefetto, venuto in cospetto del pontefice, gli

fece gravemente nuove rimostranze ed ammonizioni. Indarno.

Anno di CRISTO MDCCCXII. Indizione XV.

PIO VII papa 13.

FRANCESCO I imp. d'Austria 7.

Le minacce di lontano non avendo prodotto impressione, si volle far

pruova se da vicino fossero più fruttuose. Deliberossi l'imperatore a

tirarlo in Francia, dove potesse vederlo e stringerlo egli medesimo.

La segretezza parve più sicura della pubblicità, la notte più del

giorno. Diessi voce che Lagorsse, capitano di gendarmi, che doveva

accompagnar il papa cattivo nel suo viaggio, fosse venuto in disgrazia

dell'imperatore, e che il principe Borghese il chiamasse a Torino per

udire da lui gl'imperiali comandamenti. La notte del 9 giugno 1812 era

scurissima per accidente; al tocco della mezzanotte, messosi addosso

una sottana bianca, un cappello da prete in capo, la croce vescovile

in petto, lui non ripugnante, anzi serbando serenità, spingevano il

capo della cristianità nella carrozza apprestata e l'incamminavano alla

volta di Alessandria. Spargevano che fosse il vescovo di Albenga che

andasse a Novi. Niuna cosa cambiata in Savona: ogni giorno, e durò ben

quindici dopo la partenza, i magistrati andavano in abito al palazzo

pontificale per far visita al pontefice come se fosse presente; i

domestici preparavano le stanze, apparecchiavano la mensa, andavano

al mercato per le provvisioni, cuocevano le vivande: Fenestrelle in

vita se parlassero. Le guardie vigilavano al palazzo; i gendarmi

attestavano a chi il voleva udire e a chi nol voleva, avere testè

veduto il papa con gli occhi loro o nel giardino, o nel terrazzo, o

in cappella: Suard, luogotenente di Lagorsse, che era consapevole del

maneggio, compiangeva il povero Lagorsse per aver perduto la grazia

dell'imperadore. Chi non sapeva parlava; chi sapeva non parlava:

ma si voleva che niuno parlasse. Insomma già era il pontefice a

dugento leghe, che ancora si credeva che fosse in Savona. Tanto erano

perfettamente orditi i disegni! Arrivava il pontefice il dì 20 giugno a

Fontainebleau: poco dopo vi arrivava anche Napoleone.

Regnava in Napoli Gioacchino, in Sicilia Carolina. Molto operava

Napoleone nel regno di qua dal Faro per la sua potenza, molto

gl'Inglesi in quello di là dal Faro per la presenza: molti e varii

furono effetti ed in chi regnava di nome ed in chi regnava di fatto.

Era Gioacchino tutto intento a turbare le cose di Sicilia sì colle

dimostrazioni guerriere, sì colle instigazioni e con le spie. Carolina

dal canto suo, in ciò aiutata dagl'Inglesi, si era in tutto dirizzata

a questo disegno che la dominazione dei napoleonidi nel regno di

terraferma mal quieta e mal sicura rendesse. Tentavano principalmente

i napoleonidi Messina per la vicinanza ed importanza del luogo. Vi

avevano segrete intelligenze con alcuni uomini d'umile condizione, il

cui fine era di operare moti contrarii al governo. I congiurati, come

gente di basso Stato, non avevano alcuna dipendenza d'importanza; ma

si temeva ch'essi fossero gli agenti di uomini più potenti. Per la qual

cosa, per iscoprire fin dove il vizio si stendesse, il governo mandava

da Palermo sul luogo un marchese Artali, uomo non solo inclinato a

fare quanto il governo volesse, ma capace ancora di far degenerare la

giustizia in sevizia. Terribile fu il suo arrivo, terribile la dimora.

Gridarono i Messinesi; venne avviso della tragedia a Giovanni Stuart,

generale dei soldati britannici. Mandò un lord Forbes a visitare le

segrete dolorose; gli diede per compagni parecchi chirurghi per sanare

le vestigia impresse dal furore del carnefici. Seppesi queste cose il

governo del re Giorgio: gliene fu fatta anche fede indubitata. Se non

dei tormenti, bene gli calse dell'odio che ne veniva contro il governo

siciliano e contro l'Inghilterra: indebolivasene la difesa dell'isola.

Di gran momento era agl'Inglesi la conservazione della Sicilia sì per

sè medesima come pel sito opportuno a difendere Malta ed a percuotere

nel cuore del regno di Napoli. Pensarono ai rimedii. I Siciliani, che

con molta allegrezza avevano veduto la corte venire in Sicilia nel 1798

ora, mutatisi intieramente, alla medesima erano avversi. Incominciavano

gl'Inglesi ad accorgersi che avevano a fare con un alleato, il quale,

dopo di aver procurato odio a sè, il procurava anche a loro. Già se

ne gettavano motti aperti nei giornali di Londra: il governo stesso

pensava ai rimedii. Il fine era questo, che si togliesse la autorità

ai ministri che se l'erano arrogata, e che la parte popolare si

accarezzasse si conciliasse, si fortificasse.

Ma prima che gl'Inglesi comandassero si sperava in un rimedio

domestico: quest'era il parlamento siciliano. Lo aveva il re convocato

nel 1810. Aveva Medici dato molte speranze di questo parlamento, come

se fosse per essere molto liberale di sussidii, donativi li chiamano in

Sicilia. Era Medici uomo molto ingegnoso ed inframettente, nè mancava

di ardimento: perciò, sempre confidente in quanto imprendesse a fare,

sperava di volgere a suo grado il parlamento. Ma nelle sue pratiche

errò in due modi: perchè, credendosi sicuro de' due bracci demaniale ed

ecclesiastico, omise di accarezzare il baronale più potente di tutti,

ed, oltre a questo, usò l'opera di certe persone, le quali, avvegnachè

fossero dotate di singolare abilità, erano nondimeno venute in odio

ai popoli, perchè nel parlamento del 1806 si erano adoperate con molto

calore, acciocchè si aumentassero i dazi. I baroni, con alla testa il

principe di Belmonte, fecero tra di loro un'intelligenza per isturbare

i disegni al ministro. L'esito fu che il parlamento concedesse un

piccolo aumento di donativi, ma interpose tante difficoltà alla

distribuzione e riscossione loro, che fu impossibile di esigerli.

I Siciliani, secondo la natura dei popoli che sempre pagano mal

volontieri, e peggio, quando sono entrati in opinione che chi maneggia

il denaro loro lo sperge, alzarono voci di plauso in tutta l'isola a

favor dei baroni: pel contrario, con discorsi acerrimi laceravano il

nome di Medici e di coloro che nel parlamento l'avevano secondato.

Fu molto memorabile il parlamento siciliano del 1810, perchè i baroni

volontieri e con singolar lode consentirono ad una riforma nei feudi,

che recava loro, quanto alle rendite, notabile pregiudizio; perchè

fu ordinato un censo o catasto delle terre che, sebbene imperfetto,

diede non pertanto qualche utile norma nella faccenda intricatissima

della distribuzione dei dazi, e perchè si migliorarono anche gli ordini

giudiziali, cosa in quei tempi di estrema necessità per la frequenza

intollerabile che era invalsa dei furti e delle rapine.

Ma intanto le tasse a mala pena si riscuotevano, ogni cosa in ruina.

Per ultimo rimedio si chiamava un secondo parlamento. Diede maggiore

agevolezza nel riscuotere le tasse; negò più grossi donativi: ogni

promessa o minaccia della corte indarno; i baroni non si lasciarono

piegare nè alle lusinghe delle parole, nè alle profferte di onori; lo

Stato periva, ei bisognava uscirne. Trovaronsi due rimedi: pagassesi

una tassa dell'un per centinaio sul valsente di tutti i contratti,

stromenti e carte private che si facessero dai particolari; si

vendessero alcuni beni appartenenti a luoghi pii. Non fu consentaneo

alle speranze l'effetto dei due decreti, perchè, secondo gli umori

mossi e l'opinione avversa, i rimedii si cambiavano in veleni.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 96 / 99 段