Rispose il sire ai Romani, sempre pensare alle famose geste dei loro

antenati; passerebbe le Alpi per dimorarsi qualche tempo con esso

loro; gl'imperatori franzesi suoi predecessori avergli scorporati

dall'impero e dati in feudo ai loro vescovi, ma il bene de' suoi

popoli non ammettere più alcuna divisione. Sotto le medesime leggi,

sotto il medesimo signore aver a vivere Francia ed Italia; del resto,

aver loro bisogno di un braccio potente, e lui avere questo braccio,

e volerlo usare a benefizio loro: ciò non ostante non intendere che

alcun cambiamento fosse fatto nella religione dei loro padri; figliuolo

primogenito della Chiesa, non voler uscire dal suo grembo; non avere

mai Gesù Cristo creduto necessario dotare San Pietro di una sovranità

temporale: la romana sede essere la prima della cristianità, essere il

vescovo di Roma capo spirituale della Chiesa, lui esserne l'imperadore:

voler dare a Dio ciò ch'è di Dio, a Cesare ciò ch'è di Cesare.

Intanto in Roma francese, la romana consulta, come prima prese il

magistrato, pensò alla sicurezza del nuovo Stato, sapendo quanti mali

umori e quante avverse opinioni covassero: parve bene spiare sul bel

principio i pensieri più segreti degli uomini: ordinava la polizia:

creonne direttor generale Piranesi, uomo molto atto a questo carico.

Ciò quanto ai detti ed ai fatti segreti; quanto agli scritti, anche

segreti, fu tolta agl'impiegati del papa la posta delle lettere, e

data al direttore della posta di Francia. Nè la cosa fu solo in nome;

perchè con dannabilissima licenza si aprivano e si leggevano le lettere

che s'indirizzavano a Savona dov'era il papa. Si usava in questo un

rigore eccessivo. Importava che, a confermazione della quiete, si

unisse la forza alle notizie, nè potendo i soldati di Francia essere in

ogni luogo, si crearono le guardie, urbane in Roma, provinciali nelle

provincie, legioni chiamandole. Della legione di Roma fu eletto capo il

conte Francesco Marescotti, uomo dedito a Francia. Questi uomini furono

buoni per impedire i moti politici, non a frenare gli uomini di mal

affare, che infestavano l'agro romano e le vicinanze stesse di Roma.

Trapassossi a partire il territorio, con fare due dipartimenti, di cui

chiamarono l'uno del Tevere e l'altro del Trasimeno; nominaronsene

a tempo i due prefetti, un Giacone ed un Olivetti. Trassersi gli

ufficiali municipali; furono le elezioni di gente buona e savia;

faceva la consulta presto, ma faceva anche bene. Ostava alla nuova

amministrazione dei comuni l'ordine del buon governo, il quale, creato

da Sisto V ed attuato da Clemente VIII, aveva l'ufficio di amministrar

i comuni, nè senza grande utilità loro. La consulta l'abolì,

sostituivvi le forme franzesi. Il consiglio municipale di Roma chiamò

senato; elessevi personaggi di gran nome, i principi Doria, Albani,

Chigi, Aldobrandini, Colonna, Barberini, i duchi Altieri, Braschi,

Cesarini, Fiano. Braschi fu nominato maire, o vogliam dire sindaco

di Roma. Intanto si scrivevano i soldati per le guerre forestiere,

anche nella città imperiale e libera di Roma. Nè le leggi civili e

criminali di Francia si omettevano; che anzi, per ordinazione della

consulta, si promulgavano sì quanto alle persone, sì quanto alle cose,

sì quanto ai diritti, e sì quanto agli ordini giudiziali. Fu chiamato

presidente della corte di appello Bartolucci, un uomo di mente vasta e

profonda, di non ordinaria letteratura, e di giudizii e di stato molto

intendente. Chiamato consigliere di Stato a Parigi, vi diede saggi di

quell'uomo dotto e prudente ch'egli era.

Le casse intanto più di ogni altra cosa premevano; Janet ne aveva cura.

Conservò la imposizione dativa, che doveva gettare un milione e mezzo

di franchi, la tassa del sale, il cui ritratto si supputava circa ad

un milione, ed il dazio della mulenda, che si estimava ad una valuta

circa di cinquecento mila franchi. Tra il lusso dei primi magistrati,

la miseria del paese, i debiti di ognuno, il frutto di queste tasse non

poteva bastare a dar vita alla macchina politica. Pure buon uso faceva

la consulta di una parte del denaro del pubblico. Propose a Napoleone,

e da lui impetrò anche facilmente, che si pagasse sufficiente denaro

alla duchessa di Borbone parmense ed a Carlo Emmanuele re di Sardegna,

che tuttavia se ne viveva in Roma tutto intento alle cose della

religione; nobile atto e da non tralasciarsi negli annali.

La parte più malagevole del romano governo era l'ecclesiastica: aveva

il papa, già fin quando le Marche erano state unite al regno italico,

proibito i giuramenti; confermò questa proibizione per lo Stato romano

nell'atto stesso della sua partenza di Roma. Richiedeva Napoleone

del giuramento anche gli ecclesiastici. Ne nacque uno scompiglio, una

disgrazia incredibile. Consisteva la principale difficoltà nel giurare

la fedeltà; dell'obbedienza non dubitavano. Ripugnavano alla parola

di fedeltà, perchè credevano che importasse di riconoscer l'imperador

Napoleone come loro sovrano legittimo: al che giudicavano di non poter

consentire, non avendo il papa rinunziato. Imprendeva a giustificare

i giuramenti Dalpozzo, uno della consulta, uomo di gran sapere e di

maggior ingegno. Sani ed irrefregabili erano i principii del Dalpozzo

quanto all'obbedienza, e siccome gli ecclesiastici non dubitavano

di giurarla al nuovo Stato, e di più di giurare di non partecipare

mai in nessuna congiura e trama qualunque contro di lui, così un

governo giusto e buono avrebbe dovuto contentarsene. Ma Napoleone

esigeva il giuramento di fedeltà, sì perchè gli pareva che un tal

giuramento implicasse la riconoscenza di sovrano legittimo, ed in tal

modo effettivamente, come abbiam detto, l'intendevano l'intimatore e

gl'intimati, sì perchè voleva fare scoprire i renitenti, per avere un

pretesto di allontanarli da Roma, dove li credeva pericolosi. Vi era

in questo troppa scrupolosità da una parte, troppo rigore dall'altra:

la materia aveva in sè molta difficoltà. La romana consulta procedeva

cautamente. Operando alla spartita, cominciò dai vescovi. Altri

giurarono, altri ricusarono. Aveva il vescovo di Tivoli giurato; ma

pentitosi, fece pubblicamente la sua ritrattazione: i gendarmi se lo

pigliarono, ed in Roma carcerato alla Minerva il portarono. Tutti i

non giurati, suonando loro d'ogni intorno le armi dei gendarmi, chi

in Francia, chi a Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono

condotti. Fu anche portato via da Roma, come non giurato e troppo

devoto al papa, un Bacolo veneziano, vescovo di Famagosta, uomo

molto nuovo e di natura facetissima, che dava una gran molestia alla

polizia. Spedita la faccenda dei vescovi, richiederonsi dei giuramenti

i canonici. Molti giurarono, molti ancora non giurarono; i gendarmi

si affacendavano. Molto maggiore difficoltà avevano in sè i giuramenti

dei curati, massimamente di quei di Roma, uomini d'innocente vita e di

evidente vantaggio dei popoli, non solamente pei sussidii spirituali,

ma ancora pei temporali.

Rappresentò la consulta, che in questo opinava saviamente, che

s'indugiasse. Napoleone mandò loro dicendo che voleva i giuramenti da

tutti, ed obbedissero. Delle province la maggior parte ricusarono: i

gendarmi se li portarono. Dei Romani, i più si astennero: i renitenti

portati via, e se infermi ed impotenti all'esilio, serrati in San

Callisto.

A questo tempo furono soppressi nello Stato romano i conventi sì di

religiosi che di religiose, i forestieri mandati al loro paese, i

paesani sforzati a depor l'abito.

Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di

fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non

convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze,

alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò che

con denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessarii

alla specola del collegio romano; condusse a fine i parafulmini della

basilica di San Pietro, stati principiati da papa Pio; ebbe speciale

cura delle allumiere della Tolfa e delle miniere di ferro di Monteleone

nell'Umbria. Gente perita, denaro a posta addomandava; due artieri

Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della veterinaria,

due a quella delle arti e mestieri in Francia, semi di utili scienze

nell'ecclesiastica Roma.

Temevasi che la presenza dei Franzesi in Italia, massimamente in

Toscana e nello Stato romano, giunta a quella loro lingua tanto snella

e comoda per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza

ed al candore dall'italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè

quale cosa si potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia

Napoleone, il quale, unendo Toscana e Roma alla Francia, vi aveva

introdotto negli atti pubblici l'uso della lingua franzese, aveva già

fin dall'anno ultimo decretato premii a chi meglio avesse scritto in

lingua toscana. La consulta di Roma, a fine di cooperare con quello

che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola Degerando, statuiva

che la lingua italiana si potesse in uno con la franzese usare negli

atti pubblici; benevola, ma strana permissione in Italia. Volle altresì

che l'accademia degli Arcadi si ordinasse in modo che e la letteratura

italiana promuovesse e la lingua pura ed incorrotta conservasse, con

premii a chi meglio l'avesse scritta o in prosa o in versi; Arcadia

sedesse sul Gianicolo, nelle stanze di Sant'Onofrio. Ordinamento

conforme alla fama antica, alle influenze del cielo, alla natura

degli uomini, alle romane usanze fu quello dell'accademia di San Luca,

chiamata, per conforto di Degerando, a più magnifico stato. La consulta

le dava più cospicui sussidii, l'imperator più convenienti stanze, e

dote di cento mila franchi.

La ruina universale aveva addotto la ruina della Propaganda, con avere

o del tutto annientato parte delle rendite, o ritardato la riscossione

delle sussistenze: si aggiunse la rovina del palazzo devastato nel

1800. Adunque ella sussisteva piuttosto di nome che di fatto quando

Napoleone s'impadronì di Roma; poi i frutti dei monti non si pagavano,

la computisteria, per comandamento imperiale, sotto sigilli, gli

archivi portati a Parigi. Volle Degerando rimetterla in istato, e che

si aprissero intanto i pagamenti: l'imperatore stesso aveva dichiarato

per senatoconsulto, volere la sua conservazione, e doterebbela

coll'erario imperiale. Ma distratto primieramente dai gravi pensieri

delle sue armi, poscia dai tempi sinistri che gli vennero addosso, non

potè nè ordinare la macchina, come era necessario, nè far sorgere a

propagazione degl'interessi politici quello zelo che per amore della

religione, per le esortazioni dei papi e per la lunga consuetudine era

sorto nei membri della congregazione ai tempi pontificii. Così sotto

Napoleone ella non fu di alcuna utilità nè per la religione nè per

la politica: solo le sue ruine attestavano la grandezza dell'antico

edifizio e la rabbia degli uomini che l'avevano distrutto.

Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei

danni passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per

le spese degli smalti e degli operai. La principale manifattura che

serviva di norma alle altre era attinente a San Pietro, e si sostentava

con le rendite della sua fabbrica: per le necessità dei tempi, mancando

la più gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse,

pericolava la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario

imperiale; ma perchè Napoleone non si tirasse indietro, fu d'uopo

alla consulta d'inorpellare le cose con dire che il musaico pagato

dall'imperatore non servirebbe più solamente ad obbedire San Pietro,

ma che protetto dal più grande dei monarchi adornerebbe il palazzo

del principe ed i monumenti dell'imperial Parigi. A questi suoni

Napoleone si calava e pagava. Restava che, poichè s'era provveduto

all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavoreria loro

addossata al colle del Vaticano ed in parte sotterranea, e perciò molto

malsana, troppo spesso infermavano e sovente il vedere perdevano.

Oltre a ciò, gli armadii e gli scaffali, in cui si conservavano gli

smalti, infracidivano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi,

dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con

rammarico di tutti un bel quadro del pittore Camucini. Decretò la

consulta trasportassersi gli opificii nelle stanze del santo Ufficio.

Concedutosi dall'imperatore un premio di duecento mila franchi ai

manifattori di Roma, volle la consulta che fossero spartiti a chi

meglio filasse o tessesse la tela o la lana, a chi meglio conducesse

le opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio

conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquavite, a chi meglio

lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi

più e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più

ulivi, a chi ponesse più semenza di piante utili.

I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i

preziosi capi d'arte che adornavano i conventi, ed erano molti e

belli, diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione

loro dalla consulta una congregazione di uomini intendenti e giusti

estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond,

l'abbate Fea e Toffanelli, conservatore del Campidoglio.

Conservando Roma odierna si poneva mente a scoprire l'antica: almeno

così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca poteva fare. Si

ordinarono le spese del cavare nei luoghi promettenti. Sarebbesi anche,

come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero

guastato l'intenzione.

Discorreva Napoleone di volere visitar Roma sua. Se, di fatto, non

voleva andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta

pensava al trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore.

Castelgandolfo le parve acconcio per la campagna, il Quirinale per

la città, il Quirinale grande e magnifico per sè, sano per sito e con

bella apparenza da parte di strada Pia: ogni cosa all'imperiale costume

si accomodava. Nè la bellezza o la salubrità si pretermettevano.

Disegnavano di piantar alberi all'intorno, di aprir passeggiate,

specialmente alla piazza del Popolo da riuscire a Trinità del monte,

di trasportare i sepolcri fuori delle mura, di prosciugar le paludi. Le

pontine massimamente pressavano nei consigli imperiali. Prony Franzese,

Fossombroni Italiano, idraulici di gran nome e di scienza pari al nome,

le visitavano e fra loro consultavano. Si fece poco frutto a cagione

dei tempi contrarii; e, se le pontine non peggiorarono sotto il dominio

franzese, certo non migliorarono.

Così vivevasi a Roma; con un sovrano prigioniero a Savona, con un

sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze

avvenire, diventata provincia di Francia, non poteva nè conservare

le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in contrarie

parti, lagrimava e si doleva; nè poteva la consulta, quantunque vi si

affaticasse, di tante percosse consolarla e racconfortarla.

Anno di CRISTO MDCCCX. Indizione XIII.

PIO VII papa 11.

FRANCESCO I imp. d'Austria 5.

Era venuto a noia a Carolina di Sicilia, che voleva a giusta ragione

comandare da sè, il dominio degl'Inglesi; nè sperando di riconquistare

il regno di terraferma, desiderava almeno di essere padrona di

quello che le restava. Napoleone aveva penetrato il suo desiderio,

e per mezzo di pratiche le persuase ch'era pronto a secondare le sue

intenzioni. Vennesi ad un negoziato tra l'imperatore e la regina, il

fine del quale era che il re aprisse i porti di Sicilia ai soldati

di Napoleone, e permettesse che gli occupassero, sì veramente che

l'imperatore aiutasse il re a cacciar gl'Inglesi dalla Sicilia. Mentre

questi negoziati pendevano, entrò in Murat il desiderio di conquistar

la Sicilia, sperando che la durezza di quel governo, procurandogli

aderenze negli scontenti, gli aprirebbe la occasione di far frutto

con le spalle loro. Già le troppe franzesi si erano condotte nella

Calabria Ulteriore: al che aveva consentito Napoleone per dar gelosia

agli Inglesi, acciocchè non potessero correre contro Corfù. Ad esse

si erano accostati i Napolitani; la costa di Calabria da Scilla a

Reggio piena di soldati. Vi concorrevano altresì le forze navali del

regno, non senza aver prima combattuto onorevolmente contro le navi

d'Inghilterra, che, per vietar loro il passo, le avevano assaltate

nel golfo di Pizzo, al capo Vaticano e sulle spiaggie di Bagnara. Si

ingiungeva a tutti i comuni posti pel litorale del Mediterraneo che

somministrassero legni armati in guerra per l'impresa di Sicilia. Murat

spesso imbarcava e spesso anche sbarcava le genti per addestrarle.

Ognuno credeva che la spedizione si tenterebbe. Ma siccome il nerbo

principale della spedizione consisteva nei Franzesi, così aveva anche

Murat pregato l'imperatore, affinchè ordinasse che eglino cooperassero

co' suoi Napolitani alla fazione. Napoleone, che a questo tempo

negoziava con la regina, rispose nè approvando nè disdicendo, contento

al moto, o che riuscisse o che solo spaventasse. Nessun ordine mandò

a' suoi, acciocchè si congiungessero con quei del re. Ma Gioacchino,

acceso per sè stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Sicilia, e

persuadendosi di trovarvi gran seguito e facile mutazione, volle tentar

la fazione da sè e con le sole sue forze. Cinque mila Napolitani,

fra i quali era il reggimento reale corso, partivano di nottetempo

dalle vicinanze di Reggio e di Pentimela, e si avviavano alla volta

di Sicilia con intento di approdare tra Scaletta e Messina. Al tempo

stesso Murat, standosene sulla reale scialuppa riccamente addobbata,

dava opera ad imbarcare le genti franzesi, come se anch'elleno

dovessero andare alla conquista, ancorchè sapesse, ed esse meglio

di lui, che non si attenterebbero. Ma avevano consentito ad aiutar

l'impresa con un poco di romore e con quelle vane dimostrazioni.

Sbarcarono nel destinato luogo i Napolitani condotti dal generale

Cavagnac; ma non così tosto posero piede sulle terre siciliane, che

invece di correre uniti a qualche fatto importante, si sbandarono per

vivere di sacco. La qual cosa veduta dai paesani e dalle milizie,

accorsero con le armi ed in folla, ed oppressero facilmente quegli

uomini sfrenati e dispersi: chi non fu morto fu preso; alcuni dei

presi, uccisi per la rabbia civile. Accorrevano gl'Inglesi al romore

dalle stanze di Messina, ma arrivarono quando già la vittoria era

compita. Dopo questo fatto, che non fu senza diminuzione della

riputazione del re, deposta, non senza querela contro Napoleone, la

speranza concepita, ritirava Gioacchino i soldati verso Napoli, e

con pubblico scritto annunziava essere terminata la spedizione di

Sicilia, il che era verissimo. Ma rimasero nell'Ulteriore Calabria

miserabili vestigia del furore delle soldatesche. Tra il guasto fatto

per accampare e quello degli scorazzamenti per le campagne, ne furono

guastate vaste tenute di ulivi e di viti, sole ricchezze che il paese

si avesse. Così il regno di là dal Faro non fu conquistato, quello di

qua desolato.

Intanto i negoziati tra Napoleone e Carolina non poterono tanto restar

segreti che non venissero a cognizione degl'Inglesi: ne intrapresero

anche le lettere certissime. Ciò fu cagione che Carolina a loro, e

principalmente a lord Bentinck, mandato in Sicilia a confermarvi

il dominio della gran Bretagna, tanto venisse in odio, che, per

allontanarla del tutto dalle faccende, la confinarono in una villa

lontana a qualche miglio da Palermo, e poco dopo la obbligarono anche

a partir di Sicilia, accidente molto singolare e strano che sarà

raccontato a suo luogo.

Partito l'esercito, i facinorosi della Calabria, di nuovo uscendo dai

loro ripostigli, ripullulavano, ed ogni cosa mettevano a ruba ed a

sangue. Niuna strada, non che maestra, rimota, niun casale sparso, niun

casale riposto erano più sicuri. Divisi in bande, e sottomessi a capi,

si erano spartite le provincie. Carmine Antonio e Mescio infestavano

coi loro seguaci Mormanno e Castrovillari; Benincasa, Nievello,

Parafanti e Gosia il distretto di Nicastro ed i casali Cosenza; Boia,

Giacinto Antonio ed il Ticiolo, la Serra stretta ed i borghi Catanzaro;

Pannese, Massotta e il Bizzarro le rive dei due mari e l'estremità

dell'Ulteriore Calabria. Spaventò il Bizzaro specialmente e lungo

tempo la selva di Golano e le strade di Seminara a Scilla. Questi

erano gli effetti delle antiche consuetudini e delle guerre civili

presenti. Si temeva che alle prima occasione i capi politici contrarii

al governo, i carbonari massimamente ed i loro aderenti, di nuovo

prorompessero a moti pericolosi. Si sapeva che i carbonari, sempre

nemici dei Franzesi, quantunque se ne stessero quieti, fomentavano

non le ruberie e gli assassinii, che anzi cercavano di frenarli, ma

la incitazione e l'empito, per voltarlo, quando che fosse, contro

quella nazione che tanto odiavano. Si rendeva adunque per ogni parte

necessario a Murat l'estirpar del tutto quella parte dei facinorosi di

Calabria, e lo spegnere, se possibile fosse, la setta tanto importuna

dei carbonari. Varii per questo fine erano stati i tentativi ai tempi

di Giuseppe, varii altresì ai tempi di Murat, ma sempre infruttuosi,

non tanto per la forza della parte contraria e per la difficoltà dei

luoghi, quanto pei consigli spartiti e la mollezza delle risoluzioni.

A ciò fare era richiesto un uomo inesorabile contro i malvagi, ed

un'autorità piena per punirli. Un Manhes generale, aiutante di campo

di Murat, che già aveva con singolare energia pacificati gli Abbruzzi,

parve al re uomo capace di condurre a buon fine l'opera più difficile

delle Calabrie. Il vi mandò con potestà di fare come e quanto volesse.

Era Manhes di aspetto grazioso, di tratto cortese, non senza spirito,

ma di natura rigida ed inflessibile, nè strumento più conveniente

di lui poteva scegliere Gioacchino per conseguire il fine che si

proponeva. Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto, che

le Calabrie pacificasse; del modo, qualunque ei fosse, non si curava:

ciò si pose in pensiero di fare e fece, ferocia a ferocia, crudeltà a

crudeltà, invidia ad invidia opponendo. Primieramente considerò Manhes

che l'operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perocchè i

facinorosi fuggivano dal luogo in cui si usava più rigore, in quello in

cui si procedeva più rimessamente: così, cacciati e tornati a vicenda

da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente, andò

pensando che i proprietarii, anche i più ricchi, ed i baroni stessi,

che vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e

morti, questi uomini barbari. Dal che ne nasceva, che se non si trovava

modo di torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato

per ispegnerli. Si aggiungeva, che la gente sparsa per le campagne,

per non essere manomessa da loro, dava ad essi, non che ricovero,

vettovaglie, e così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare, era

impossibile il sopraggiugnerli. Vide Manhes convenirsi, che con qualche

mezzo straordinario, giacchè gli ordinarii erano stati indarno, si

assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s'isolassero. Da ciò

ne cavava quest'altro frutto, che i giudizii sarebbero stati severi,

operando contro i delinquenti l'antica paura ed i danni sopportati.

Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta

peste, e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al

suo fine, quattro mezzi mise in opera, notizia esatta del numero dei

facinorosi comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni,

armamento dei buoni, giudizii inflessibili.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 95 / 99 段