Il giorno stesso in cui l'arciduca Carlo aveva passato l'Inn, e

l'arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i Tirolesi, mossi da una

sola mente e da un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in

armi, e diedero addosso alle truppe bavare e franzesi che nelle terre

loro erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer,

albergatore a Sand nella valle di Passeira. Non aveva Andrea alcuna

qualità eminente, di quelle, cioè, alle quali il secolo va preso:

bensì era uomo di retta mente e d'incorrotta virtù. Vissuto sempre

nelle solitudini dei tirolesi monti, ignorava il vizio ed i suoi

allettamenti. Allignano d'ordinario in questa sorte di uomini due doti

molto notabili: l'amore di Dio e l'amore della patria: l'uno e l'altro

rispondevano in Andrea. Per questo la tirolese gente aveva in lui posto

singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui ambizione; comandò

richiesto, non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai

veduto nè nella guerra sdegnato, nè nella pace increscioso, contentò al

servire od al principe od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide

incendii di pacifici tugurii, vide lo strazio e la strage de' suoi; nè

per questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nelle

battaglie, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere

sorti avevano dato in sua podestà, fosse messo a morte; anzi i feriti

dava in cura alle tirolesi donne, che e per sè e per rispetto di Hofer

gli accomodavano d'ogni più ospitale sentimento.

Adunque la nazione tirolese, al suo antico signore badando, ed avendo

a schifo la signoria nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli da

Andrea Hofer ordinati e condotti, insorsero, e dalle più profonde

valli e dai più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso

contro i Bavari ed i Franzesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i

Bavari in più luoghi, non poterono resistere, e perduti molti soldati

tra morti e cattivi, deposero le armi, erano circa dieci mila, in

potestà del vincitore rimettendosi. Nè miglior fortuna incontrò un

corpo di tre mila napoleoniani, franzesi e bavari, che in soccorso

degli altri arrivava sotto le mura di Vildavia. Quindi quante squadre

comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano

sottomesse dai sollevati. Nè luogo alcuno sicuro nè ora vi erano

per gli assalitori; perchè da ogni parte, e così di notte come di

giorno i Tirolesi, uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando

per sentieri incogniti, siccome quelli che ottimamente sapevano il

paese, opprimevano all'improvviso gl'incauti napoleoniani. Fu questa

una guerra singolare e spaventosa; conciossiachè al romore dell'armi

si mescolava il rimbombo delle campane che continuamente suonavano a

martello, e le grida dei paesani sclamanti senza posa: In nome di Dio!

In nome della santissima Trinità! Tutti questi strepiti uniti insieme,

e dall'eco delle montagne ripercossi facevano un misto pieno d'orrore,

di terrore e di religione. Camminavano i vinti, erano una moltitudine

considerabile, per la strada di Salisburgo verso il cuore dell'Austria.

I Tirolesi vincitori sulle terre germaniche, passate le altezze

del Breuver, vennero nelle italiane, e mossero a rumore le regioni

superiori a Trento. Propagavasi il rumore da valle in valle, da monte

in monte, e la trentina città stessa era in pericolo. Certo era che

quando l'arciduca Giovanni fosse comparso sulle rive dell'Adige,

la massa tirolese sarebbe calata a fargli spalla, il che avrebbe

partorito un caso di grandissima importanza per tutta Italia: questo

era il disegno dei generali austriaci. L'imperatore Francesco, sì

per aiutare la caldezza di questo moto, e sì per dimostrare che non

aveva mandato in dimenticanza quelle popolazioni tanto affezionate,

mandava in Tirolo Chasteler, un generale per arte e per valore fra'

primi dell'età nostra, acciocchè nelle cose di guerra consigliasse

Hofer. Mandava altresì, come s'è notato, un capo di regolari, usi

alle guerre di montagna, sotto la condotta di Jellacich, capitano

esperto e conoscitore del paese. — Come prima le insegne ed i

soldati dell'Austria comparvero, sentirono i Tirolesi una contentezza

incredibile. Entrarono gli imperiali a guisa di trionfo; tante erano

le dimostrazioni di allegrezza che i popoli facevano loro intorno.

Le campane suonavano a gloria le artiglierie e le archibuserie

tiravano a festa; i vincitori popoli applaudivano, abbracciavano, si

abbracciavano, erano pronti a ristorare i soldati d'Austria con le più

gradite vivande di quei monti: giorni felicissimi per l'eroico Tirolo.

Ma qui finirono le prosperità dell'Austria; poichè nel colmo più alto

delle sue maggiori speranze, Napoleone fatale, giunto sulle terre

germaniche, recatosi in mano il governo della guerra, vinse in pochi

giorni tre grandissime battaglie a Taun, ad Abensberga, ad Eckmül.

Per questi accidenti, fu costretto l'arciduca Carlo a ritirarsi

sulla sinistra del Danubio, e restò aperta la strada sulla destra ai

napoleoniani per Vienna.

Quando pervennero all'arciduca Giovanni le novelle delle perdite del

fratello, si accorse, e vi ebbe anche comandamento da Vienna, che

quello non era più tempo da starsene a badare in Italia, e che gli era

mestiero accorrere in aiuto della parte più vitale della monarchia.

Ordinava dunque il suo esercito, che già era trascorso oltre Vicenza,

alla ritirata, solo proponendosi di fare qualche resistenza ai luoghi

forti per poter condurre in salvo le artiglierie, le munizioni e

le bagaglie, opera difficile in vero, e pericolosa con un nemico

tanto svegliato e precipitoso. Ritiravasi l'arciduca, perseguitavalo

Eugenio. Fuvvi qualche indugio alla Brenta per la rottura dei ponti.

Fermaronsi gli Austriaci sulle sponde della Piave, e si deliberarono

a contendere il passo. Erano alloggiati in sito forte. Si apprestavano

i Franzesi al passo, sforzandosi di varcare a quello di Lovadina, che

è il principale. Nonostante che i Tedeschi furiosamente tempestassero

con le artiglierie poste nei luoghi eminenti, Dessaix venne a capo

dell'intento. Poi passò il vicerè sopra e sotto a Lovadina con la

maggior parte dell'esercito. Ordinò tostamente i soldati sotto il

bersaglio stesso dei nemici, che con palle e cariche continue di

cavalleria l'infestavano. Pareggiossi la battaglia che continuava

con grandissimo furore da ambe le parti, perchè i Franzesi volevano

sloggiare gli Austriaci dalle alture, gli Austriaci volevano rituffar

i Franzesi nel fiume. Non risparmiavano nè il principe nè l'arciduca

in questa terribile mischia a fatica od a pericolo, ora come capitani

comandando, ed ora come soldati combattendo. Era il conflitto tra la

Piave e Conegliano; fossi profondi munivano la fronte tedesca. Diedero

dentro i Franzesi. Dopo ostinato affronto i soldati dell'arciduca

furono costretti a piegare: la fortuna si scopriva in favore del

principe. Si ritirarono gli Austriaci non senza disordine nelle

ordinanze, a Conegliano. Poi, pressando vieppiù il nemico, cercavano

salvamento in Sacile. Fu molto grossa questa battaglia, e molto vi

patirono i Tedeschi; dei napoleoniani mancarono tra morti e feriti

circa tre mila.

Continuava l'arciduca a ritirarsi, il principe a seguitarlo. Passò

il Franzese facilmente la Livenza, difficilmente il Tagliamento.

Inondando i napoleoniani con la cavalleria il piano e le valli,

scioglievano l'assedio di Osopo e di Palmanova. Divise il vicerè i

suoi in due parti, mandando la prima alla volta dei passi di Tarvisio

verso la Carintia, la seconda sotto la condotta di Macdonald verso

la Carniola. L'uno e l'altro disegno riuscirono a quel fine che il

capitano di Francia si era con ciò proposto, imperocchè alla sinistra

Serras si congiungeva con le prime scolte dell'esercito germanico, e

Macdonald sulla destra aveva occupato, passando per Monfalcone e Duino,

Trieste. Da questo luogo si era incamminato verso la Carniola per

impadronirsi di Lubiana, città capitale, cooperare con Marmont, che a

gran passi veniva dalla Dalmazia, e quindi, per la strada maestra che

da Lubiana porta a Gratz, condursi in quest'ultima città col fine di

essere in grado di menar nuovi soldati a Napoleone. L'arciduca Carlo

teneva ancora il campo grosso e minaccioso. Trovava Macdonald un duro

intoppo in Prevaldo, ma parte di fronte assaltandolo, e parte girando

ai fianchi, l'acquistava. Colla medesima arte d'accennare ai fianchi

ed alle spalle constringeva alla dedizione quattro mila Austriaci che

difendevano Lubiana, e vi entrava trionfando. Acquistata tale vittoria,

se ne giva, lasciati in Carniola presidii sufficienti, a Gratz. Quivi

fermossi aspettando che Marmont lo venisse a trovare dalla Dalmazia.

Questi, vinta una fiera battaglia a Gospitz, si aprì con tale vittoria

facile le strade, perchè, da un incontro in fuori ch'egli ebbe col

retroguardo nemico ad Octopsch non gli fu più oltre contrastato il

passo. Occupò successivamente Segna e Fiume, e trovati i compagni in

Istria, si incamminava a gran giornate a Gratz. A questo modo tutto

l'antico Illirio venne in potestà di Francia. Il vicerè, raccolte tutte

le squadre, e solo lasciate le guernigioni necessarie nei luoghi più

opportuni, passava i monti di Somering, e per la valle della Raab verso

il Danubio calandosi, andava a farsi partecipe delle imprese del padre.

Il giorno 14 di giugno, anniversario della vittoria di Marengo,

vinceva il principe Eugenio sotto le mura di Raab una grandissima

battaglia contro l'arciduca Giovanni, che saliva per le sponde del

Danubio in aiuto del suo fratello Carlo. Il dì 7 di luglio periva la

mole austriaca nei campi di Vagram. Quivi fu poi prostrato l'arciduca

Carlo, e Napoleone divenne padrone di quell'antica e grande monarchia.

Si trovò facilmente forma di concordia per la situazione d'una delle

parti: consentì l'imperadore Francesco a condizioni durissime di

pace. Il dì 14 ottobre si stipulava in Vienna, per lo stabilimento

delle cose comuni, dal signor di Champagny per parte di Napoleone, e

dal principe di Lichtenstein per parte di Francesco, il trattato di

pace. Cedeva lo imperadore Francesco all'imperadore franzese, oltre

molti altri paesi in Germania ed in Polonia, la contea di Gorizia, il

territorio di Monfalcone, la contea e la città di Trieste, il ducato

di Carniola con le sue dipendenze nel golfo di Trieste, il circolo di

Villaco nella Carintia con tutti i paesi situati sulla riva destra

della Sava dal punto in cui questo fiume esce dalla Croazia fin

dove tocca le frontiere della Bosnia, nominatamente una parte della

Croazia provinciale, sei distretti della Croazia militare, Fiume ed

il litorale ungherese, l'Istria austriaca col distretto di Casina,

Piccino, Buccari, Buccarizza, Porto re, Segna e le isole dipendenti

dai paesi ceduti, e tutti gli altri territorii qualsivogliano situati

sulla destra del fiume, il filo delle acque del quale avesse a servire

di limite fra i due Stati: perdonasse Napoleone ai Tirolesi, Francesco

ai Polacchi: l'Austria cessasse ogni relazione con l'Inghilterra.

Napoleone fece inserire nel trattato un capitolo, per cui l'Austria si

obbligava a cedere all'imperadore Alessandro di Russia nella parte più

orientale dell'antica Galizia un territorio che contenesse quattrocento

mila anime, non inclusa però la città di Brodi.

L'Austria, percossa da tanto infortunio, quietava por la pace, ma

era dolorosa la sua quiete. Oltre la scaduta potenza, l'infestava

l'insolenza del vincitore, e la aggravavano le grossissime imposizioni.

Soli i Tirolesi non cedevano al terrore comune, e con l'armi in mano

continuavano a difendere quel sovrano, che già deposte per forza le

sue, aveva per forza dato molte nobili parti del suo dominio e loro

stessi in potestà del vincitore. Il principe Eugenio dalle sue stanze

di Villaco gli esortava a posare, ma invano. Più volte combattuti dai

Franzesi, dai Sassoni e dai Baveri, più volte batterono, e più volte

anco battuti, più volte risorsero. Vinti, si ritiravano alle selve

impenetrabili, ai monti inaccessibili; vincitori, inondavano le valli,

e furiosamente cacciavano il nemico. Vinti, erano trattati crudelmente

dai napoleoniani: vincitori, trattavano i napoleoniani umanamente; e

siccome gente religiosa, vinti, con grandissima divozione pregavano

dal cielo miglior fortuna alla patria; vincitori, coi medesimi segni il

ringraziavano. E' furono visti, dopo di avere superato con incredibile

valore i soldati di Lefevre, e restituito a libertà coloro che si

erano arresi, scorrente ancora il sangue e presenti i cadaveri dei

compatriotti e dei nemici, gettarsi tutti al punto stesso, dato il

segnale di Hofer, coi ginocchi a terra ed in tale pietosa attitudine

tra lacrimosi e lieti rendere grazie a Dio dell'acquistata vittoria.

Eccheggiavano i monti intorno dei divoti e allegri suoni mandati fuori

dai religiosi e santi petti. Infine, sottentrando continuamente genti

fresche a genti uccise, abbandonati da tutto il mondo, anzi quasi

tutto il mondo combattendo contro di loro, cessarono i Tirolesi, non

dal volere, ma dal potere, e nei montuosi ricetti loro ricovratisi,

aspettavano occasione in cui più potesse la virtù che la forza. Il

bavaro dominio si restituiva nel Tirolo tedesco: cedè l'italiano in

possessione del regno italico.

Sul finire del presente anno 1809 Andrea Hofer si ritirava con tutta la

sua famiglia ad un povero casale fra montagne e nevi altissime, dolente

per la patria, tranquillo per sè. Ma i Franzesi erano sitibondi del

suo sangue. Perciò, fattolo con tutta diligenza cercare e ricercare,

riuscì di trovarlo nel suo recondito recesso. Batterono alla porta i

soldati; era la notte del 27 gennaio del 1810. L'aperse Hofer: veduto

ch'era venuto in forza altrui, con semplicità e serenità mirabile:

«Son io, disse, Andrea Hofer; sono in poter di Francia: fate di me

ciò che vi aggrada: ma vi piaccia risparmiare la mia donna ed i miei

figliuoli; sono eglino innocenti, nè dei fatti miei obbligati.» Così

dicendo, diessi in potestà loro. Condotto a Bolzano, ultimo destino gli

soprastava. Le palle soldatesche ruppero in Mantova il patrio petto di

Andrea, lui, non che intrepido, quieto in quell'estrema fine.

Acquistata tanta vittoria dall'Austria, veniva a Napoleone in mente

l'antica cupidigia di Roma. Decretava, il dì 17 maggio di quest'anno

in Vienna stessa queste cose: Considerato che quando Carlo Magno

imperadore dei Franzesi, e suo augusto antecessore, diede in dono ai

vescovi di Roma parecchi paesi, glie li cedesse loro a titolo di feudo

col solo fine di procurare sicurezza a' suoi sudditi, e senza che per

questo abbia Roma cessato di esser parte del suo impero considerato

ancora che da quel tempo in poi l'unione delle due potestà spirituale

e temporale era stata, ed era ancora fonte e principio di continue

discordie; che pur troppo spesso i sommi pontefici si erano serviti

dell'una per sostenere le pretensioni dell'altra, e che per questo

le faccende spirituali, che per natura propria sono immutabili, si

trovarono confuse con le temporali sempre mutabili a seconda de' tempi;

considerato finalmente, che quanto egli aveva proposto a conciliazione

della sicurezza de' suoi soldati, della quiete e della felicità

de' suoi popoli, della dignità e della integrità del suo impero

colle pretensioni temporali dei sommi pontefici, era stato proposto

indarno, intendeva voleva ed ordinava che gli Stati del papa fossero

e restassero uniti all'impero franzese; che la città di Roma, prima

sede della cristianità e tanto piena d'illustri memorie, fosse città

imperiale e libera, e che il suo reggimento avesse forme speciali;

che i segni della romana grandezza, che ancora in piè sussistevano,

a spesa del suo imperial tesoro fossero conservati e mantenuti; che

il debito del pubblico fosse debito dell'impero; che le rendite del

papa si amplificassero fino a due milioni di franchi, e fossero esenti

da ogni carico e prestanza; che le proprietà e palazzi del santo

padre non fossero soggetti ad alcun aggravio di tasse e a nessuna

giurisdizione o visita, ed, oltre a questo, godessero d'immunità

speciali; che finalmente una consulta straordinaria il 1.º di giugno

prendesse possessione a suo nome degli Stati del papa, ed operasse che

il governo, secondo gli ordini della costituzione, vi fosse recato in

atto il primo giorno del 1810; nè mettendo tempo in mezzo, chiamava,

il giorno stesso del 17 maggio, alla consulta Miollis, creato anche

governator generale e presidente, Saliceti, Degerando, Janet, Dalpozzo,

e per segretario un Balbo, figliuolo del conte Balbo di Torino.

A questo modo veniva Roma in potestà immediata di Napoleone, ed

i papi, dopo una possessione di mille anni, furono spodestati del

dominio temporale. Ad atto così grave ed insolito sclamava Pio, e

con la sua pontificale voce a tutto il mondo gridava. E il giorno

appresso, in cui mandava fuori le sue lamentazioni, fulminava la

scomunica contro l'imperator Napoleone e contro tutti coloro che con

lui avessero cooperato all'occupazione degli Stati della Chiesa,

e massimamente della città di Roma. Fulminò altresì l'interdetto

contro tutti i vescovi e prelati sì secolari che regolari, i quali

non si conformassero a quanto aveva statuito circa i giuramenti e le

dimostrazioni pubbliche verso il nuovo governo.

Data la sentenza, si ritirava nei penetrali del suo palazzo, attendendo

a pregare, ed aspettando quello che la nemica forza fosse per ordinare

di lui. Fe' chiudere diligentemente le porte e murare gli aditi del

Quirinale, acciocchè non si potesse pervenire nelle interne stanze sino

alla sua persona, se non con manifesta violazione del suo domicilio.

Informarono i napoleoniani il loro padrone dello sdegno del papa e

della fulminata sentenza; pregarono, ordinasse che avessero a fargli.

Rispose, rivocasse il papa la scomunica, accettasse i due milioni:

quando no, l'arrestassero, ed il conducessero in Francia. Duro

comando trovò duri esecutori. Andarono la notte del 5 luglio sbirri,

manasdieri, galeotti, e con loro, cosa incredibile, generali e soldati

alla violazione della pontificia stanza. Gli sbirri, i masnadieri

ed i galeotti scalarono il muro alla panattiera, dov'era più basso,

ed entrati, aprirono la porta ai soldati, parte genti d'armi, parte

di grossa ordinanza. Squassavansi le interne porte, scuotevansi i

cardini, rompevansi i muri: il notturno rumore di stanza in stanza

dell'assaltato Quirinale si propagava; le facelle accese accrescevano

terrore alla cosa. Svegliati a sì grande ed improvviso fracasso,

tremavano i servitori del papa; solo Pio imperterrito si mostrava.

Stava con lui Pacca cardinale, chiamato a destino peggiore di quello

del pontefice, per avere in tanta sventura e precipizio serbato fede

al suo signore: pregavano, e vicendevolmente si confortavano. Ed

ecco arrivare i soldati, atterrate o fracassate tutte le porte, alla

stanza dell'innocente e perseguitato pontefice. Vestivasi a fretta

degli abiti pontificali: voleva che rimanesse testimonio il mondo

della violazione, non solamente della sua persona, ma ancora del suo

grado e della sua dignità. Entrò per forza nella pontificia camera il

generale di gendarmeria Radet, cui accompagnava un certo Diana, che

per poco non aveva avuto il capo mozzo a Parigi per essersi mescolato

in una congiura contro di Napoleone. Radet, pensando agli ordini

dell'imperadore, venne tostamente intimando al papa, accettasse i due

milioni, rivocasse la scomunica, altrimenti sarebbe preso e condotto

in Francia. Ricusò non superbamente, ma pacatamente, il che fu maggior

forza, il pontefice la proferta. Poi disse perdonare a lui, esecutore

degli ordini; bene maravigliarsi che un Diana, suo suddito, si ardisse

di comparirgli avanti, e di fare alla dignità sua tanto oltraggio;

ciò non ostante, soggiunse, anche a lui perdonare. Fattosi dal papa il

rifiuto, trapassava a protestare, dichiarando nullo e di niun valore

essere quanto contro di lui, contro lo Stato della Chiesa e contro la

romana Sede aveva il governo franzese fatto e faceva; poi disse essere

parato; di lui facessero ciò che volessero; dessergli pure supplizio e

morte, non avere l'uomo innocente cosa di che temere si abbia. A questo

passo, preso con una mano un crocifisso, coll'altra il breviario, ciò

solo gli restava di tanta grandezza, in mezzo ai vili uomini rompitori

del suo palazzo ed ai soldati che non avevano abborrito dal mescolarsi

con loro, s'incamminava dove condurre il volessero. Gli offeriva

Radet desse il nome dei più fidi cui desiderasse aver compagni al suo

viaggio. Diedelo; nessuno gli fu conceduto. Fugli per forza svelto dal

grembo Bartolommeo Pacca cardinale. Poi fu con presto tumulto, condotto

assiepandosegli d'ogni intorno le armi soldatesche, nella carrozza che

a questo fine era stata apparecchiata, e con molta celerità incamminato

alla volta di Toscana. Solo era con lui Radet. Mentre gl'indegni fatti

notturnamente si commettevano nel pontificale palazzo, Miollis, sorto

a vegliare la impresa, se ne stava ad udire i rapporti che ad ogni

momento gli pervenivano, nel giardino del contestabile passeggiando.

Stupore ed orrore occuparono Roma quando, nato il giorno, vi si sparse

la nuova della commessa enormità. Portavano i carceratori il pontefice

molto celeremente pei cavalli delle poste per prevenir la fama.

Trasmettevansi l'uno all'altro i gendarmi di stazione in stazione il

captivo e potente Pio. Quel di Genova temendo qualche moto in Riviera

di levante, l'imbarcava sur un debole schifo che veniva da Toscana.

Addomandò il pontefice al carceratore se fosse intento del governo di

Francia di annegarlo. Rispose negando. Posto piede a terra, il serrava

nelle apprestate carrozze in Genova: pena di morte, se i postiglioni

non galoppassero. Sostossi in Alessandria, come in luogo sicuro per

le soldatesche, a desinare. Poi traversossi il Piemonte con velocità

di volo. A Sant'Ambrogio di Susa, il carceratore apprestava i cavalli

per partire con maggiore celerità che non era venuto. Lasso dall'età,

dagli affanni, dal viaggio, l'addomandava il pontefice, se Napoleone

il voleva vivo o morto. Vivo, rispose. Soggiunse Pio: Adunque starommi

questa notte in Sant'Ambrogio. Fu forza consentire. Varcavano il

Cenisio: gl'italiani popoli, non avendo potuto per la velocità venerare

il pontefice presente, il venerarono lontano, pietosamente visitando i

luoghi dove aveva stanziato, per dove era passato: sacri li chiamavano

per isventura, sacri per dignità, sacri per santità. Pacca fedele fu

mandato, come se fosse un malfattore, nel forte di Pierrechateau presso

a Bolley. Fu lasciato il papa fermarsi qualche giorno a Grenoble, poi

messo di nuovo in viaggio. Come se altra strada non ci fosse, fu fatto

passare a Valenza di Delfinato, stanza di morte di Pio VI, atto tanto

più incivile quanto non necessario. Per Avignone, per Aix, per Nizza

di Provenza il condussero a Savona, strano viaggio da Roma per Francia

a Savona. Ma celavasi la partenza, celavasi il viaggio: salvo coloro

che presenti vedevano il pontefice, niuno sapeva; perchè delle lettere

dei privati poche parlavano, delle gazzette niuna, dove fosse, nè dove

andasse. I Franzesi con la medesima riverente osservanza l'onoravano,

con cui lo avevano onorato gl'Italiani: il trattarono i prefetti dei

dipartimenti con sentimento e rispetto: così aveva comandato Napoleone.

Napoleone vincitore tornava in Francia nella imperial sede di

Fontainebleau. I deputati italiani già l'aspettavano per le adulazioni.

Moscati, orando pel regno italico, ringraziò delle date leggi;

Zondadari cardinale, per la Toscana, della data Elisa. Per Roma vi fu

maggior magniloquenza. Braschi, oratore della città dei sette colli,

favellò degli Scipioni, dei Camilli, dei Cesari, del padre Tevere.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 94 / 99 段