Napoleone, al quale sempre pareva che la corona imperiale fosse

monca, se non fosse padrone di Roma, si apprestava a disfar quello

che aveva per tanti secoli durato fra tante rivoluzioni e di Italia e

del mondo. Perchè poi la forza fosse aiutata dall'arte, accompagnava

le sue risoluzioni con parole di umanità e di desiderio di libertà

per la potestà secolare. Quindi instantemente richiedeva, anche

con la solita minaccia di privarlo della potenza temporale, se non

consentisse, il papa che riconoscesse in lui il diritto d'indicare

alla santa Sede tanti cardinali franzesi, quanti bastassero perchè il

terzo almeno del sacro collegio si componesse di cardinali franzesi.

Se il papa consentiva, acquistava Napoleone preponderante autorità

nelle deliberazioni, e massimamente nelle nomine dei papi; se ricusava,

avrebbe punito alla nazione franzese che egli le negasse ciò che per la

sua grandezza credeva meritarsi, punto questo che all'imperatore molto

caleva. Non potere, rispose il pontefice, consentire ad una domanda

che vulnerava la libertà della Chiesa ed offendeva la sua più intima

costituzione, e ciò dimostrava con sane e sante ragioni.

Non si rimaneva l'imperatore dalla presa deliberazione; mandò di nuovo

dicendo al papa, o gli desse il terzo dei cardinali o si piglierebbe

Roma. Tentato di render Pio odioso ai Franzesi, il volle far

disprezzabile al mondo. Imperiosamente intimava al pontefice, cacciasse

da Roma il console del re Ferdinando di Napoli. Rispondeva Pio, ch'egli

non aveva guerra col re, che il re possedeva ancora tutto il reame di

Sicilia, che era un sovrano cattolico, e che egli non sarebbe mai per

consentire a trattarlo da nemico, cacciando da Roma coloro che a Roma

il rappresentavano.

L'appetita Roma veniva in mano di lui. Se vi fu ingiustizia nei

motivi, fuvvi inganno nell'esecuzione. Si avvicinavano i napoleoniani

all'antica Roma, nè ancora confessavano di marciare contro di lei.

Pretendevano parole di voler andare nel regno di Napoli: erano sei

mila; obbedivano a Miollis. Nè bastava un generale per un papa:

Alquier, ambasciatore di Napoleone presso la santa Sede, anch'egli

vi si adoperava. Usava anzi parole più aspre del soldato. Era

giunto il mese di gennaio 1808 al suo fine, quando Alquier mandava

dicendo a Filippo Casoni, cardinale segretario di Stato, che sei

mila napoleoniani erano per traversare, senza arrestarvisi, lo Stato

romano: che Miollis prometteva che passerebbero senza offesa del paese,

e che il generale era uomo di tal fama che la sua promessa doveva

stimarsi certezza. Mandava Alquier con queste lettere l'itinerario

de' soldati, dal quale appariva che veramente indirizzava verso il

regno di Napoli il loro cammino, e non dovevano passare per la città.

Pure si spargevano romori diversi. Affermavano questi che andassero a

Napoli, quelli che s'impadronirebbero di Roma. Il papa interpellava

formalmente, per mezzo del cardinal segretario, Miollis, dicesse e

dichiarasse, apertamente e senza simulazione alcuna, il motivo del

marciare di questi soldati, acciocchè Sua Santità potesse fare quelle

risoluzioni che più convenienti giudicherebbe. Rispondeva, aver mandato

la norma del viaggio dei soldati, e sperare che ciò basterebbe per

soddisfare i ministri di Sua Santità. Il tempo stringeva: i comandanti

napoleonici marciando, e detti i soliti motti e scherni sui preti,

sul papa e sui soldati del papa, minacciavano che entrerebbero in

Roma, e l'occuperebbero. Novellamente protestava il papa, fuori delle

mura passassero, in Roma non entrassero; se il facessero, l'avrebbe

per caso di guerra, ogni pratica di concordia troncherebbe. Già tanto

vicini erano i napoleoniani, che vedevano le mura della romana città.

Alquier tuttavia moltiplicava in protestazioni col santo padre,

affermando con osservazione grandissima che erano soltanto di passo

e non avevano, nessuna intenzione ostile. I napoleoniani intanto,

arrivati più presso, assaltarono armata mano, il dì 2 febbraio, la

porta del popolo, per essa entrarono violentemente, s'impadronirono del

castel Sant'Angelo, recarono in poter loro tutti i posti militari, e

tant'oltre nell'insolenza procederono, che piantarono le artiglierie

loro con le bocche volte contro il Quirinale, abitazione questa

del pontefice. Perchè poi niuna parte di audacia mancasse in questi

schifosi accidenti, Miollis domandava, per mezzo di Alquier, udienza al

santo padre; ed avendola ottenuta, si scusò con dire che non per suo

comando le bocche dei cannoni erano state volte contro il quirinale

palazzo, come se l'ingiuria fatta al sovrano di Roma ed al capo della

cristianità consistesse in questa sola violenza che certamente era

molto grave. Della occupazione frodolenta ed ostile di Roma, ch'era

pure l'importanza del fatto, non fece parola.

Gli oltraggi al papa si moltiplicavano. L'accusavano dell'aver dato

asilo nei suoi Stati a Napolitani briganti, ribelli, congiuratori

contro lo Stato di Murat; per questo, affermavano, aversi occupata

Roma; il papa stesso accagionarono di connivenza. Alquier già ne fece

querele; del rimanente voleva, non so se per pazzia o per ischerno,

che il papa avesse e trattasse ancora come amiche le truppe che

violentemente avevano occupato la sua capitale e la sede del suo

governo, e fatto contro il pacifico ed inerme suo palazzo quello che

contro le fortezze nemiche ed armate solo si suol fare. A questo tratto

non potè più contenere sè medesimo il pontefice: sdegnosamente scrisse

all'ambasciatore napoleonico, non terrebbe più per amici quei soldati

che, rompendo le più solenni promesse, erano entrati in Roma, avevano

violato la sua propria residenza, offeso la sua libertà, occupato la

città ed il castello, voltato i cannoni contro la propria abitazione,

e che inoltre con intollerabile peso si aggravavano sopra il suo erario

e sopra i suoi sudditi. A questo aggiungeva che, essendo privato della

sua libertà, e ridotto in condizione di carcerato, non intendeva più

nè voleva negoziare, e che solo allora si risolverebbe a trattare delle

faccende pubbliche con Francia, che sarebbe restituito alla sua piena e

sicura libertà.

Le amarezze del papa divenivano ogni giorno maggiori. Il comandante

napoleonico intimava ai cardinali napolitani, nel termine di

ventiquattr'ore partissero da Roma, tornassero a Napoli. Se nol

facessero, gli sforzerebbero i soldati. Quindi l'intimazione medesima,

termine tre ore a partire, fu fatta dal soldato medesimo ai cardinali

del regno italico. Risposero stare ai comandamenti del pontefice;

farebbero quanto ordinasse. A tanto oltraggio il pontefice, quantunque

in potestà di altrui già fosse ridotto, gravemente risentissi. Scrisse

ai cardinali, non potere Sua Santità permettere che partissero:

proibirlo anzi a tutti ed a singoli in virtù di quella obbedienza che a

lui giurato avevano.

La sovranità del papa a grado a grado dai violenti occupatori si

disfaceva. Commettevano il male, non volevano che si sapesse. Soldati

napoleoniani furono mandati alla posta delle lettere, dove, cacciate le

guardie pontifizie, ogni cosa recarono in poter loro. Al medesimo fine

invasero tutte le stamperie di Roma per modo che nulla, se non quanto

permettevano essi, stampare si potesse.

Tolta al papa la forza civile, si faceva passo di togliergli la

militare. Incominciossi dalle arti con subornare i soldati, le

napoleoniche glorie e la felicità degli imperiali soldati magnificando.

Pochi cessero, i più resisterono. Riuscite inutili le instigazioni,

toccossi il rimedio della forza. I soldati furono costretti alle

insegne napoleoniche, e mandati prima in Ancona, poscia nel regno

italico per essere ordinati secondo le forme imperiali.

Restava il santo padre nel suo pontificale palazzo con poche guardie,

piuttosto ad onore che a difesa. Vollero i Franzesi che quest'ultimo

suo ricetto fosse turbato dalle armi forastiere, non contenti se

non quando il sommo pontefice fosse in vero carcere ristretto.

Andavano, il dì 7 aprile, all'impresa del prendere il pontificale

palazzo; si appresentavano alla porta: il soldato svizzero, che vi

stava a guardia, rispose che non lascerebbe entrare gente armata,

ma solamente l'ufficiale che le comandava. Parve soddisfarsene

il capitano napoleonico: fatti fermar i soldati, entrava solo; ma

non così tosto fu lo sportello aperto, e l'ufficiale entrato, che,

aggiungendo la sorpresa alla forza, fece segno a' suoi che entrassero.

Entrarono; volte le baionette contro lo Svizzero, occuparono l'adito.

Si impadronirono, atterrando romorosamente le porte delle armi delle

papali guardie, i più intimi penetrali invasero.

Di tanti eccessi querelavasi gravissimamente il pontefice con Miollis;

ma le sue querele non muovevano il generale, che anzi, negli eccessi

moltiplicando, faceva arrestare da' suoi soldati monsignor Guidebono

Cavalchini governator di Roma, ordinando che fosse condotto a

Fenestrelle, fortezza alle fauci delle Alpi sopra Pinerolo.

A questi tratti il pontefice, fatto maggiore di sè medesimo, in istile

grave e profetico, a Napoleone le sue parole rivolgendo: «Per le

viscere, diceva, della misericordia di Dio nostro, per quel Dio che è

cagione che il sole levante venne dall'alto a ritirarsi, esortiamo,

preghiamo, scongiuriamo te, imperadore e re Napoleone, a cambiar

consiglio, a rivestirti dei sentimenti che sul principiar del tuo regno

manifestasti; sovvengati che Dio è re sopra di te; sovvengati ch'ei non

rispetterà la grandezza di uomo che sia; sovvengati ed abbi sempre alla

mente tua davanti, ch'ei si farà vedere, e presto, in forma terribile;

perchè quelli che comandano agli altri saranno da lui con estremo

rigore giudicati.»

Napoleone, cieco, e dal suo inevitabile destino tratto, non attendeva

alle spaventevoli o fatidiche voci del pontefice. Decretava, il dì

2 aprile dello scorso anno, che, stantechè il sovrano attuale di

Roma aveva costantemente ricusato di far guerra agl'Inglesi, e di

collegarsi coi re d'Italia e di Napoli a difesa comune della penisola;

stantechè l'interesse de' due reami e dell'esercito d'Italia e di

Napoli esigevano che la comunicazione non fosse interrotta da una

potenza nemica; stantechè la donazione di Carlo Magno, suo illustre

predecessore, degli Stati pontifizii, era stata fatta a benefizio della

cristianità, non a vantaggio dei nemici della nostra santa religione:

stante finalmente che l'ambasciatore della corte di Roma appresso a

lui aveva domandato i suoi passaporti; le provincie d'Urbino, Ancona,

Macerata e Camerino fossero irrevocabilmente e per sempre unite al

suo regno d'Italia; il regno italico, il dì 11 maggio, prendesse

possessione delle quattro provincie, vi si pubblicasse ed eseguisse il

codice Napoleone: fossero investite nel vicerè amplissime facoltà per

l'esecuzione del decreto.

Il giorno stesso del 2 di aprile, l'imperatore, conoscendo quanti

prelati natii delle provincie unite fossero in Roma ai servigi del

pontefice, e volendo privare il santo padre del sussidio di tanti

servitori ed amici, decretava che tutti i cardinali, prelati, ufficiali

ed impiegati qualsivogliano appresso alla corte, di Roma, nati nel

regno d'Italia, fossero tenuti, passato il dì 25 di maggio, di ridursi

nel regno; chi nol facesse avesse i suoi beni posti al fisco; i beni

già si sequestrassero a chi non avesse obbedito il dì 5 di giugno.

Nè solo la violenza del voler torre i servidori al papa si usò contro

coloro ch'erano nati nel regno italico, ma ancora contro quelli che,

sebbene venuti al mondo in Roma, possedevano ufficii spirituali in quel

regno.

Eugenio vicerè, con solenne decreto del 20 maggio spartiva, le quattro

provincie in tre dipartimenti, del Metauro, del Musone e del Tronto

chiamandoli. Avesse il primo Ancona per metropoli, il secondo Macerata,

il terzo Fermo. Fosse in Ancona ad ulteriore ordinamento di questi

territorii un magistrato politico: chiamovvi Lemarrois presidente: due

consiglieri di Stato.

Si esigevano nelle provincie unite i giuramenti di fedeltà

all'imperatore, di obbedienza alle leggi e costituzioni. Il pontefice,

che non aveva riconosciuto l'usurpazione, non consentiva ai giuramenti

pieni. Da questo conflitto tra armi ed opinioni sorse nelle Marche,

una volta sì prospere e felici, un disordine ed una infelicità

dolorosissima.

Pubblicava Pio una solenne protesta, la quale così terminava:

«Stante adunque che per le ragioni finora raccontate egli è chiaro

e manifesto che per forza di un attentato enorme i diritti della

romana Chiesa sono stati dall'ultimo decreto di Napoleone violati, e

che una ferita ancor più profonda è stata a noi ed alla santa Sede

fatta, acciocchè tacendo non paia ai posteri che noi l'iniquissimo

delitto commesso con violazione di tutte le regole della rettitudine e

dell'onore, quanto pure merita, non abbiamo, il che sarebbe perpetua

vergogna nostra, a sdegno e ad abborrimento avuto, di nostro proprio

moto, di nostra certa scienza, di nostra piena potenza dichiariamo, e

solennemente e in miglior modo protestiamo, l'occupazione delle terre

che sono nella marca d'Ancona, e l'unione loro al reame d'Italia,

senza alcun diritto e senza alcuna cagione per decreto dell'imperatore

Napoleone fatte, ingiuste essere, usurpate, nulle. Dichiariamo altresì

e protestiamo nullo essere e di niun valore quanto fino ad oggi si è

fatto per esecuzione del detto decreto, e quanto potrà essere d'ora

in poi sulle terre medesime da qualunque persona fatto e commesso:

vogliamo inoltre e dichiariamo che anche dopo mille anni, e tanto

quanto il mondo durerà, quanto vi si è fatto e quanto sarà per farvisi,

a patto niuno possa portar pregiudizio o nocumento ai diritti sì di

dominio che di possessione sulle medesime terre, perchè sono e debbono

essere di tutta proprietà della nostra santa Sedia apostolica.»

Così Pio, venuto in forza altrui, parlava a Napoleone, e contro di lui

protestava. Così ancora Napoleone, dopo di aver carcerato i reali di

Spagna, carcerava anche il papa, e dopo di aver usurpato la Spagna,

usurpava anche Roma. Alessandro di Russia in questo mentre appunto

lasciava a posta la sua imperial sede di Pietroburgo per girsene

a visitarlo in Erfurt; Francesco d'Austria vi mandava il generale

Saint-Vincent (27 settembre 1808).

Ma era in Europa rimasta accesa la materia di nuove calamità, e

già l'Austria, non abborrendo dall'entrare in nuovi travagli, e

dall'abbracciar sola la guerra, si mise in sull'armare. Si doleva

Napoleone dei romorosi apparecchi, affermando non pretendere

coll'imperatore d'Austria alcuna differenza: rispondeva Francesco

essere a difesa, non ad offesa. Accusava il primo gli austriaci

ministri, e non so quale viennese setta, bramosa di guerra, come la

chiamava, e prezzolata dall'Inghilterra. Rinfacciava superbamente a

Francesco l'avere conservato la monarchia austriaca quando la poteva

distruggere; gli protestava amicizia; lo esortava a desistere dalle

armi. Ma l'Austria non voleva riposarsi inerme sulla fede di colui

che aveva incarcerato i reali di Spagna. La confederazione renana, la

distruzione dell'impero germanico, Vienna senza propugnacolo per la

servitù della Baviera, Ferdinando cacciato di Napoli, il suo trono dato

ad un Napoleonide, l'Olanda data ad un Napoleonide, Parma aggiunta,

la Toscana congiunta, la pontificia Roma occupata, davano giustificata

cagione all'Austria di correre all'armi, non potendole in modo alcuno

esser capace che a lei altro partito restasse che armi o servitù. Solo

le mancava l'occasione: la offerse la guerra di Spagna, all'impresa

della quale era allora Napoleone occupato, e la usò. Ma prevedendo che

quello era l'ultimo cimento, faceva apparati potentissimi.

Un esercito grossissimo militava sotto la condotta dell'arciduca

Carlo in Germania. Destinavasi all'invasione della Baviera, la quale

perseverava nell'amicizia di Napoleone. Se poi la fortuna si mostrasse

favorevole a questo primo conato, si aveva in animo di attraversare

la Selva Nera e di andar a tentare le renane cose. Per aiutare questo

sforzo, ch'era il principale, Bellegarde, capitano sperimentatissimo,

stanziava con un corpo assai grosso in Boemia, pronto a sboccar nella

Franconia, tostochè i casi di guerra il richiedessero. Grandissima

speranza poi aveva collocato l'imperatore Francesco nel moto dei

Tirolesi, sempre affezionati al suo nome e desiderosi di riscuotersi

dalla signoria dei Bavari. Sollecita cura ebbero gli ordinatori di

questo vasto disegno delle cose d'Italia; perciocchè vi mandarono con

un'oste assai numerosa, massimamente di cavalli, l'arciduca Giovanni,

giovane di natura temperata e di buon nome presso agl'Italiani.

A questi sforzi, se Napoleone era pari, non era certamente superiore.

Fece opera di temporeggiarsi, offerendo la Russia per sicurtà

della quiete. Ma, da quell'uomo astuto e pratico ch'egli era, non

ingannandosi punto sulle intenzioni della potenza emola, e certificato

della mala disposizione di lei, che gli parve irrevocabile, si

preparava alla guerra, con mandar in Germania ed in Italia quanti

soldati poteva risparmiare per la necessità d'oltre i Pirenei. Ciò

nondimeno Francesco, che con disegno da lungo tempo ordito si muoveva,

stava meglio armato e più pronto a cimentarsi. Pensò Napoleone ad andar

egli medesimo alla guerra germanica, perchè vedeva che sulle sponde

del Danubio erano per volgersi le difinitive sorti, e che nessun altro

nome, fuorichè il suo, poteva pareggiare quello del principe Carlo.

Quanto all'Italia, diede il governo della guerra in questa parte

importante al principe Eugenio, mandandogli per moderatore Macdonald.

L'Italia e la Germania commosse aspettavano nuovo destino. L'arciduca

Carlo mandò dicendo al generalissimo di Francia, andrebbe avanti, e chi

resistesse, combatterebbe. L'arciduca Giovanni, correndo il dì 9 aprile

del presente anno al medesimo modo intimò la guerra Broussier che colle

prime guardie custodiva i passi della valle di Fella. Preparate le

armi, pubblicavansi i discorsi.

Addì 10 di aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca,

varcata la sommità dei monti al passo di Tarvasio, e superato, non però

senza qualche difficoltà per la resistenza dei Franzesi, quello della

Chiusa, si avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante

corredo di artiglierie e di cavalleria passava l'Isonzo, e minacciava

con tutto lo sforzo de' suoi la fronte dei napoleoniani. Fuvvi un

feroce incontro ai ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè

molto valorosamente. Ma, ingrossando vieppiù nelle parti più basse

gli Austriaci che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò, per

ordine del vicerè, sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò

il principe a piantare il suo alloggiamento a Sacile sulla Livenza,

attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere,

sì quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano

dal Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le

fortezze di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi,

eccetto quelli che venivano dalle parti superiori del regno Italico

e dalla Toscana, si deliberava ad assaltar l'inimico innanzi ch'egli

avesse col grosso della sua mole congiunto le altre parti che a lui si

avvicinavano.

Erano i Franzesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras

e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo,

Broussier a sinistra: le fanterie e le cavallerie del regno Italico

formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i

Tedeschi; correva il dì 16 aprile: destossi una gravissima contesa nel

villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie volte

cacciati e rincacciati: i soldati italiani combatterono egregiamente.

Pure restò Palsi in potere dell'arciduca: e già i Tedeschi minacciosi

colla loro sinistra fornitissima di cavalleria insistevano; la destra

de' Franzesi molto pativa; Seras e Severoli si trovavano pressati con

urto grandissimo ed in grave pericolo. Sarebbero anche stati condotti

a mal partito, se Barbon dal mezzo non avesse mandato gente fresca in

loro aiuto. Avuti Seras questi soldati di soccorso, preso nuovo animo,

spinse avanti con tanta gagliarda, che, pigliando del campo, scacciò

il nemico non solamente da Palsi, ma ancora da Porcia, dove aveva il

suo principale alloggiamento. L'arciduca, veduto che il mezzo delle

fronte franzese era stato debilitato pel soccorso mandato a Seras, vi

dava dentro per guisa che per poco stette non lo rompesse intieramente.

Ma entrava in questo punto opportunamente nella battaglia Broussier,

e riconfortava i suoi che già manifestamente declinavano. Barbou

eziandio si difendeva con molto spirito. Spinse allora l'arciduca tutti

i suoi battaglioni avanti: la battaglia divenne generale su tutta la

fronte. Fu la zuffa lunga, grave e sanguinosa, superando i Tedeschi di

numero e di costanza, i Franzesi d'impeto e di ardire. Intento sommo

degli Austriaci era di ricuperar Porcia; ma, contuttochè molto vi si

sforzassero, non poterono mai venirne a capo.

Durava la battaglia già da più di sei ore, nè la fortuna inclinava.

Pure finalmente rinfrescando sempre più l'arciduca con nuovi aiuti la

fronte, costrinse i napoleoniani a piegare, non senza aver disordinato

in parte le loro schiere e ucciso loro di molta gente. E se la notte,

che sopraggiunse, non avesse posto fine al perseguitare del nemico,

avrebbero i Franzesi e gl'Italiani provato qualche pregiudizio molto

notabile.

Dopo l'infelice fatto, non erano più le stanze di Sacile sicure al

principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato debolmente

dai Tedeschi, sulle sponde dell'Adige. Quivi vennero a congiungersi con

lui i soldati di Lamarque, che già stanziavano nelle terre veronesi, e

quelli che sotto Durante dalla Toscana erano venuti. Nè piccola cagione

di dare novelli spiriti ai napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu

egli veduto con allegra fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che

stimava aver a passare in lui la riputazione di ogni impresa segnalata.

Passò l'arciduca la Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano,

il Padovano e parte del Vicentino inondando. Assaltava in questo

mentre Palmanova, ma con poco frutto; tentò con un grosso sforzo il

sito fortificato di Malghera per aprirsi la strada alle lagune di

Venezia, ma non sortì effetto. Si apprestava non ostante ad andar a

trovare il nemico sulle rive dell'Adige, sperando di riuscire nella

superiore Lombardia, dominio antico de' suoi maggiori. Non trovò

nelle regioni conquistate quel seguito che aspettava. Vi fu qualche

moto in Padova, ma di poca importanza: si levarono anche in arme gli

abitatori di Crespino, terra del Polesine, e fu per loro in mal punto,

perchè Napoleone, tornato superiore per le vittorie di Germania,

fortemente sdegnatosi, li suggellò all'imperio militare ed alla pena

del bastone per le trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose,

perdonare, ma a prezzo di sangue: dessero, per esser immolati, quattro

di loro. Per intercessione del vicerè, che tentò di mollificare

l'animo dell'imperadore, fu ridotto il numero a due; questi comprarono

coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.

Intanto l'arciduca Carlo aveva occupato la Baviera, e col suo grosso

esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa pareva su quei

primi principii dar favore allo sforzo dell'imperatore Francesco. Ma

parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 93 / 99 段