monca, se non fosse padrone di Roma, si apprestava a disfar quello
che aveva per tanti secoli durato fra tante rivoluzioni e di Italia e
del mondo. Perchè poi la forza fosse aiutata dall'arte, accompagnava
le sue risoluzioni con parole di umanità e di desiderio di libertà
per la potestà secolare. Quindi instantemente richiedeva, anche
con la solita minaccia di privarlo della potenza temporale, se non
consentisse, il papa che riconoscesse in lui il diritto d'indicare
alla santa Sede tanti cardinali franzesi, quanti bastassero perchè il
terzo almeno del sacro collegio si componesse di cardinali franzesi.
Se il papa consentiva, acquistava Napoleone preponderante autorità
nelle deliberazioni, e massimamente nelle nomine dei papi; se ricusava,
avrebbe punito alla nazione franzese che egli le negasse ciò che per la
sua grandezza credeva meritarsi, punto questo che all'imperatore molto
caleva. Non potere, rispose il pontefice, consentire ad una domanda
che vulnerava la libertà della Chiesa ed offendeva la sua più intima
costituzione, e ciò dimostrava con sane e sante ragioni.
Non si rimaneva l'imperatore dalla presa deliberazione; mandò di nuovo
dicendo al papa, o gli desse il terzo dei cardinali o si piglierebbe
Roma. Tentato di render Pio odioso ai Franzesi, il volle far
disprezzabile al mondo. Imperiosamente intimava al pontefice, cacciasse
da Roma il console del re Ferdinando di Napoli. Rispondeva Pio, ch'egli
non aveva guerra col re, che il re possedeva ancora tutto il reame di
Sicilia, che era un sovrano cattolico, e che egli non sarebbe mai per
consentire a trattarlo da nemico, cacciando da Roma coloro che a Roma
il rappresentavano.
L'appetita Roma veniva in mano di lui. Se vi fu ingiustizia nei
motivi, fuvvi inganno nell'esecuzione. Si avvicinavano i napoleoniani
all'antica Roma, nè ancora confessavano di marciare contro di lei.
Pretendevano parole di voler andare nel regno di Napoli: erano sei
mila; obbedivano a Miollis. Nè bastava un generale per un papa:
Alquier, ambasciatore di Napoleone presso la santa Sede, anch'egli
vi si adoperava. Usava anzi parole più aspre del soldato. Era
giunto il mese di gennaio 1808 al suo fine, quando Alquier mandava
dicendo a Filippo Casoni, cardinale segretario di Stato, che sei
mila napoleoniani erano per traversare, senza arrestarvisi, lo Stato
romano: che Miollis prometteva che passerebbero senza offesa del paese,
e che il generale era uomo di tal fama che la sua promessa doveva
stimarsi certezza. Mandava Alquier con queste lettere l'itinerario
de' soldati, dal quale appariva che veramente indirizzava verso il
regno di Napoli il loro cammino, e non dovevano passare per la città.
Pure si spargevano romori diversi. Affermavano questi che andassero a
Napoli, quelli che s'impadronirebbero di Roma. Il papa interpellava
formalmente, per mezzo del cardinal segretario, Miollis, dicesse e
dichiarasse, apertamente e senza simulazione alcuna, il motivo del
marciare di questi soldati, acciocchè Sua Santità potesse fare quelle
risoluzioni che più convenienti giudicherebbe. Rispondeva, aver mandato
la norma del viaggio dei soldati, e sperare che ciò basterebbe per
soddisfare i ministri di Sua Santità. Il tempo stringeva: i comandanti
napoleonici marciando, e detti i soliti motti e scherni sui preti,
sul papa e sui soldati del papa, minacciavano che entrerebbero in
Roma, e l'occuperebbero. Novellamente protestava il papa, fuori delle
mura passassero, in Roma non entrassero; se il facessero, l'avrebbe
per caso di guerra, ogni pratica di concordia troncherebbe. Già tanto
vicini erano i napoleoniani, che vedevano le mura della romana città.
Alquier tuttavia moltiplicava in protestazioni col santo padre,
affermando con osservazione grandissima che erano soltanto di passo
e non avevano, nessuna intenzione ostile. I napoleoniani intanto,
arrivati più presso, assaltarono armata mano, il dì 2 febbraio, la
porta del popolo, per essa entrarono violentemente, s'impadronirono del
castel Sant'Angelo, recarono in poter loro tutti i posti militari, e
tant'oltre nell'insolenza procederono, che piantarono le artiglierie
loro con le bocche volte contro il Quirinale, abitazione questa
del pontefice. Perchè poi niuna parte di audacia mancasse in questi
schifosi accidenti, Miollis domandava, per mezzo di Alquier, udienza al
santo padre; ed avendola ottenuta, si scusò con dire che non per suo
comando le bocche dei cannoni erano state volte contro il quirinale
palazzo, come se l'ingiuria fatta al sovrano di Roma ed al capo della
cristianità consistesse in questa sola violenza che certamente era
molto grave. Della occupazione frodolenta ed ostile di Roma, ch'era
pure l'importanza del fatto, non fece parola.
Gli oltraggi al papa si moltiplicavano. L'accusavano dell'aver dato
asilo nei suoi Stati a Napolitani briganti, ribelli, congiuratori
contro lo Stato di Murat; per questo, affermavano, aversi occupata
Roma; il papa stesso accagionarono di connivenza. Alquier già ne fece
querele; del rimanente voleva, non so se per pazzia o per ischerno,
che il papa avesse e trattasse ancora come amiche le truppe che
violentemente avevano occupato la sua capitale e la sede del suo
governo, e fatto contro il pacifico ed inerme suo palazzo quello che
contro le fortezze nemiche ed armate solo si suol fare. A questo tratto
non potè più contenere sè medesimo il pontefice: sdegnosamente scrisse
all'ambasciatore napoleonico, non terrebbe più per amici quei soldati
che, rompendo le più solenni promesse, erano entrati in Roma, avevano
violato la sua propria residenza, offeso la sua libertà, occupato la
città ed il castello, voltato i cannoni contro la propria abitazione,
e che inoltre con intollerabile peso si aggravavano sopra il suo erario
e sopra i suoi sudditi. A questo aggiungeva che, essendo privato della
sua libertà, e ridotto in condizione di carcerato, non intendeva più
nè voleva negoziare, e che solo allora si risolverebbe a trattare delle
faccende pubbliche con Francia, che sarebbe restituito alla sua piena e
sicura libertà.
Le amarezze del papa divenivano ogni giorno maggiori. Il comandante
napoleonico intimava ai cardinali napolitani, nel termine di
ventiquattr'ore partissero da Roma, tornassero a Napoli. Se nol
facessero, gli sforzerebbero i soldati. Quindi l'intimazione medesima,
termine tre ore a partire, fu fatta dal soldato medesimo ai cardinali
del regno italico. Risposero stare ai comandamenti del pontefice;
farebbero quanto ordinasse. A tanto oltraggio il pontefice, quantunque
in potestà di altrui già fosse ridotto, gravemente risentissi. Scrisse
ai cardinali, non potere Sua Santità permettere che partissero:
proibirlo anzi a tutti ed a singoli in virtù di quella obbedienza che a
lui giurato avevano.
La sovranità del papa a grado a grado dai violenti occupatori si
disfaceva. Commettevano il male, non volevano che si sapesse. Soldati
napoleoniani furono mandati alla posta delle lettere, dove, cacciate le
guardie pontifizie, ogni cosa recarono in poter loro. Al medesimo fine
invasero tutte le stamperie di Roma per modo che nulla, se non quanto
permettevano essi, stampare si potesse.
Tolta al papa la forza civile, si faceva passo di togliergli la
militare. Incominciossi dalle arti con subornare i soldati, le
napoleoniche glorie e la felicità degli imperiali soldati magnificando.
Pochi cessero, i più resisterono. Riuscite inutili le instigazioni,
toccossi il rimedio della forza. I soldati furono costretti alle
insegne napoleoniche, e mandati prima in Ancona, poscia nel regno
italico per essere ordinati secondo le forme imperiali.
Restava il santo padre nel suo pontificale palazzo con poche guardie,
piuttosto ad onore che a difesa. Vollero i Franzesi che quest'ultimo
suo ricetto fosse turbato dalle armi forastiere, non contenti se
non quando il sommo pontefice fosse in vero carcere ristretto.
Andavano, il dì 7 aprile, all'impresa del prendere il pontificale
palazzo; si appresentavano alla porta: il soldato svizzero, che vi
stava a guardia, rispose che non lascerebbe entrare gente armata,
ma solamente l'ufficiale che le comandava. Parve soddisfarsene
il capitano napoleonico: fatti fermar i soldati, entrava solo; ma
non così tosto fu lo sportello aperto, e l'ufficiale entrato, che,
aggiungendo la sorpresa alla forza, fece segno a' suoi che entrassero.
Entrarono; volte le baionette contro lo Svizzero, occuparono l'adito.
Si impadronirono, atterrando romorosamente le porte delle armi delle
papali guardie, i più intimi penetrali invasero.
Di tanti eccessi querelavasi gravissimamente il pontefice con Miollis;
ma le sue querele non muovevano il generale, che anzi, negli eccessi
moltiplicando, faceva arrestare da' suoi soldati monsignor Guidebono
Cavalchini governator di Roma, ordinando che fosse condotto a
Fenestrelle, fortezza alle fauci delle Alpi sopra Pinerolo.
A questi tratti il pontefice, fatto maggiore di sè medesimo, in istile
grave e profetico, a Napoleone le sue parole rivolgendo: «Per le
viscere, diceva, della misericordia di Dio nostro, per quel Dio che è
cagione che il sole levante venne dall'alto a ritirarsi, esortiamo,
preghiamo, scongiuriamo te, imperadore e re Napoleone, a cambiar
consiglio, a rivestirti dei sentimenti che sul principiar del tuo regno
manifestasti; sovvengati che Dio è re sopra di te; sovvengati ch'ei non
rispetterà la grandezza di uomo che sia; sovvengati ed abbi sempre alla
mente tua davanti, ch'ei si farà vedere, e presto, in forma terribile;
perchè quelli che comandano agli altri saranno da lui con estremo
rigore giudicati.»
Napoleone, cieco, e dal suo inevitabile destino tratto, non attendeva
alle spaventevoli o fatidiche voci del pontefice. Decretava, il dì
2 aprile dello scorso anno, che, stantechè il sovrano attuale di
Roma aveva costantemente ricusato di far guerra agl'Inglesi, e di
collegarsi coi re d'Italia e di Napoli a difesa comune della penisola;
stantechè l'interesse de' due reami e dell'esercito d'Italia e di
Napoli esigevano che la comunicazione non fosse interrotta da una
potenza nemica; stantechè la donazione di Carlo Magno, suo illustre
predecessore, degli Stati pontifizii, era stata fatta a benefizio della
cristianità, non a vantaggio dei nemici della nostra santa religione:
stante finalmente che l'ambasciatore della corte di Roma appresso a
lui aveva domandato i suoi passaporti; le provincie d'Urbino, Ancona,
Macerata e Camerino fossero irrevocabilmente e per sempre unite al
suo regno d'Italia; il regno italico, il dì 11 maggio, prendesse
possessione delle quattro provincie, vi si pubblicasse ed eseguisse il
codice Napoleone: fossero investite nel vicerè amplissime facoltà per
l'esecuzione del decreto.
Il giorno stesso del 2 di aprile, l'imperatore, conoscendo quanti
prelati natii delle provincie unite fossero in Roma ai servigi del
pontefice, e volendo privare il santo padre del sussidio di tanti
servitori ed amici, decretava che tutti i cardinali, prelati, ufficiali
ed impiegati qualsivogliano appresso alla corte, di Roma, nati nel
regno d'Italia, fossero tenuti, passato il dì 25 di maggio, di ridursi
nel regno; chi nol facesse avesse i suoi beni posti al fisco; i beni
già si sequestrassero a chi non avesse obbedito il dì 5 di giugno.
Nè solo la violenza del voler torre i servidori al papa si usò contro
coloro ch'erano nati nel regno italico, ma ancora contro quelli che,
sebbene venuti al mondo in Roma, possedevano ufficii spirituali in quel
regno.
Eugenio vicerè, con solenne decreto del 20 maggio spartiva, le quattro
provincie in tre dipartimenti, del Metauro, del Musone e del Tronto
chiamandoli. Avesse il primo Ancona per metropoli, il secondo Macerata,
il terzo Fermo. Fosse in Ancona ad ulteriore ordinamento di questi
territorii un magistrato politico: chiamovvi Lemarrois presidente: due
consiglieri di Stato.
Si esigevano nelle provincie unite i giuramenti di fedeltà
all'imperatore, di obbedienza alle leggi e costituzioni. Il pontefice,
che non aveva riconosciuto l'usurpazione, non consentiva ai giuramenti
pieni. Da questo conflitto tra armi ed opinioni sorse nelle Marche,
una volta sì prospere e felici, un disordine ed una infelicità
dolorosissima.
Pubblicava Pio una solenne protesta, la quale così terminava:
«Stante adunque che per le ragioni finora raccontate egli è chiaro
e manifesto che per forza di un attentato enorme i diritti della
romana Chiesa sono stati dall'ultimo decreto di Napoleone violati, e
che una ferita ancor più profonda è stata a noi ed alla santa Sede
fatta, acciocchè tacendo non paia ai posteri che noi l'iniquissimo
delitto commesso con violazione di tutte le regole della rettitudine e
dell'onore, quanto pure merita, non abbiamo, il che sarebbe perpetua
vergogna nostra, a sdegno e ad abborrimento avuto, di nostro proprio
moto, di nostra certa scienza, di nostra piena potenza dichiariamo, e
solennemente e in miglior modo protestiamo, l'occupazione delle terre
che sono nella marca d'Ancona, e l'unione loro al reame d'Italia,
senza alcun diritto e senza alcuna cagione per decreto dell'imperatore
Napoleone fatte, ingiuste essere, usurpate, nulle. Dichiariamo altresì
e protestiamo nullo essere e di niun valore quanto fino ad oggi si è
fatto per esecuzione del detto decreto, e quanto potrà essere d'ora
in poi sulle terre medesime da qualunque persona fatto e commesso:
vogliamo inoltre e dichiariamo che anche dopo mille anni, e tanto
quanto il mondo durerà, quanto vi si è fatto e quanto sarà per farvisi,
a patto niuno possa portar pregiudizio o nocumento ai diritti sì di
dominio che di possessione sulle medesime terre, perchè sono e debbono
essere di tutta proprietà della nostra santa Sedia apostolica.»
Così Pio, venuto in forza altrui, parlava a Napoleone, e contro di lui
protestava. Così ancora Napoleone, dopo di aver carcerato i reali di
Spagna, carcerava anche il papa, e dopo di aver usurpato la Spagna,
usurpava anche Roma. Alessandro di Russia in questo mentre appunto
lasciava a posta la sua imperial sede di Pietroburgo per girsene
a visitarlo in Erfurt; Francesco d'Austria vi mandava il generale
Saint-Vincent (27 settembre 1808).
Ma era in Europa rimasta accesa la materia di nuove calamità, e
già l'Austria, non abborrendo dall'entrare in nuovi travagli, e
dall'abbracciar sola la guerra, si mise in sull'armare. Si doleva
Napoleone dei romorosi apparecchi, affermando non pretendere
coll'imperatore d'Austria alcuna differenza: rispondeva Francesco
essere a difesa, non ad offesa. Accusava il primo gli austriaci
ministri, e non so quale viennese setta, bramosa di guerra, come la
chiamava, e prezzolata dall'Inghilterra. Rinfacciava superbamente a
Francesco l'avere conservato la monarchia austriaca quando la poteva
distruggere; gli protestava amicizia; lo esortava a desistere dalle
armi. Ma l'Austria non voleva riposarsi inerme sulla fede di colui
che aveva incarcerato i reali di Spagna. La confederazione renana, la
distruzione dell'impero germanico, Vienna senza propugnacolo per la
servitù della Baviera, Ferdinando cacciato di Napoli, il suo trono dato
ad un Napoleonide, l'Olanda data ad un Napoleonide, Parma aggiunta,
la Toscana congiunta, la pontificia Roma occupata, davano giustificata
cagione all'Austria di correre all'armi, non potendole in modo alcuno
esser capace che a lei altro partito restasse che armi o servitù. Solo
le mancava l'occasione: la offerse la guerra di Spagna, all'impresa
della quale era allora Napoleone occupato, e la usò. Ma prevedendo che
quello era l'ultimo cimento, faceva apparati potentissimi.
Un esercito grossissimo militava sotto la condotta dell'arciduca
Carlo in Germania. Destinavasi all'invasione della Baviera, la quale
perseverava nell'amicizia di Napoleone. Se poi la fortuna si mostrasse
favorevole a questo primo conato, si aveva in animo di attraversare
la Selva Nera e di andar a tentare le renane cose. Per aiutare questo
sforzo, ch'era il principale, Bellegarde, capitano sperimentatissimo,
stanziava con un corpo assai grosso in Boemia, pronto a sboccar nella
Franconia, tostochè i casi di guerra il richiedessero. Grandissima
speranza poi aveva collocato l'imperatore Francesco nel moto dei
Tirolesi, sempre affezionati al suo nome e desiderosi di riscuotersi
dalla signoria dei Bavari. Sollecita cura ebbero gli ordinatori di
questo vasto disegno delle cose d'Italia; perciocchè vi mandarono con
un'oste assai numerosa, massimamente di cavalli, l'arciduca Giovanni,
giovane di natura temperata e di buon nome presso agl'Italiani.
A questi sforzi, se Napoleone era pari, non era certamente superiore.
Fece opera di temporeggiarsi, offerendo la Russia per sicurtà
della quiete. Ma, da quell'uomo astuto e pratico ch'egli era, non
ingannandosi punto sulle intenzioni della potenza emola, e certificato
della mala disposizione di lei, che gli parve irrevocabile, si
preparava alla guerra, con mandar in Germania ed in Italia quanti
soldati poteva risparmiare per la necessità d'oltre i Pirenei. Ciò
nondimeno Francesco, che con disegno da lungo tempo ordito si muoveva,
stava meglio armato e più pronto a cimentarsi. Pensò Napoleone ad andar
egli medesimo alla guerra germanica, perchè vedeva che sulle sponde
del Danubio erano per volgersi le difinitive sorti, e che nessun altro
nome, fuorichè il suo, poteva pareggiare quello del principe Carlo.
Quanto all'Italia, diede il governo della guerra in questa parte
importante al principe Eugenio, mandandogli per moderatore Macdonald.
L'Italia e la Germania commosse aspettavano nuovo destino. L'arciduca
Carlo mandò dicendo al generalissimo di Francia, andrebbe avanti, e chi
resistesse, combatterebbe. L'arciduca Giovanni, correndo il dì 9 aprile
del presente anno al medesimo modo intimò la guerra Broussier che colle
prime guardie custodiva i passi della valle di Fella. Preparate le
armi, pubblicavansi i discorsi.
Addì 10 di aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca,
varcata la sommità dei monti al passo di Tarvasio, e superato, non però
senza qualche difficoltà per la resistenza dei Franzesi, quello della
Chiusa, si avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante
corredo di artiglierie e di cavalleria passava l'Isonzo, e minacciava
con tutto lo sforzo de' suoi la fronte dei napoleoniani. Fuvvi un
feroce incontro ai ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè
molto valorosamente. Ma, ingrossando vieppiù nelle parti più basse
gli Austriaci che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò, per
ordine del vicerè, sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò
il principe a piantare il suo alloggiamento a Sacile sulla Livenza,
attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere,
sì quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano
dal Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le
fortezze di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi,
eccetto quelli che venivano dalle parti superiori del regno Italico
e dalla Toscana, si deliberava ad assaltar l'inimico innanzi ch'egli
avesse col grosso della sua mole congiunto le altre parti che a lui si
avvicinavano.
Erano i Franzesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras
e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo,
Broussier a sinistra: le fanterie e le cavallerie del regno Italico
formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i
Tedeschi; correva il dì 16 aprile: destossi una gravissima contesa nel
villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie volte
cacciati e rincacciati: i soldati italiani combatterono egregiamente.
Pure restò Palsi in potere dell'arciduca: e già i Tedeschi minacciosi
colla loro sinistra fornitissima di cavalleria insistevano; la destra
de' Franzesi molto pativa; Seras e Severoli si trovavano pressati con
urto grandissimo ed in grave pericolo. Sarebbero anche stati condotti
a mal partito, se Barbon dal mezzo non avesse mandato gente fresca in
loro aiuto. Avuti Seras questi soldati di soccorso, preso nuovo animo,
spinse avanti con tanta gagliarda, che, pigliando del campo, scacciò
il nemico non solamente da Palsi, ma ancora da Porcia, dove aveva il
suo principale alloggiamento. L'arciduca, veduto che il mezzo delle
fronte franzese era stato debilitato pel soccorso mandato a Seras, vi
dava dentro per guisa che per poco stette non lo rompesse intieramente.
Ma entrava in questo punto opportunamente nella battaglia Broussier,
e riconfortava i suoi che già manifestamente declinavano. Barbou
eziandio si difendeva con molto spirito. Spinse allora l'arciduca tutti
i suoi battaglioni avanti: la battaglia divenne generale su tutta la
fronte. Fu la zuffa lunga, grave e sanguinosa, superando i Tedeschi di
numero e di costanza, i Franzesi d'impeto e di ardire. Intento sommo
degli Austriaci era di ricuperar Porcia; ma, contuttochè molto vi si
sforzassero, non poterono mai venirne a capo.
Durava la battaglia già da più di sei ore, nè la fortuna inclinava.
Pure finalmente rinfrescando sempre più l'arciduca con nuovi aiuti la
fronte, costrinse i napoleoniani a piegare, non senza aver disordinato
in parte le loro schiere e ucciso loro di molta gente. E se la notte,
che sopraggiunse, non avesse posto fine al perseguitare del nemico,
avrebbero i Franzesi e gl'Italiani provato qualche pregiudizio molto
notabile.
Dopo l'infelice fatto, non erano più le stanze di Sacile sicure al
principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato debolmente
dai Tedeschi, sulle sponde dell'Adige. Quivi vennero a congiungersi con
lui i soldati di Lamarque, che già stanziavano nelle terre veronesi, e
quelli che sotto Durante dalla Toscana erano venuti. Nè piccola cagione
di dare novelli spiriti ai napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu
egli veduto con allegra fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che
stimava aver a passare in lui la riputazione di ogni impresa segnalata.
Passò l'arciduca la Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano,
il Padovano e parte del Vicentino inondando. Assaltava in questo
mentre Palmanova, ma con poco frutto; tentò con un grosso sforzo il
sito fortificato di Malghera per aprirsi la strada alle lagune di
Venezia, ma non sortì effetto. Si apprestava non ostante ad andar a
trovare il nemico sulle rive dell'Adige, sperando di riuscire nella
superiore Lombardia, dominio antico de' suoi maggiori. Non trovò
nelle regioni conquistate quel seguito che aspettava. Vi fu qualche
moto in Padova, ma di poca importanza: si levarono anche in arme gli
abitatori di Crespino, terra del Polesine, e fu per loro in mal punto,
perchè Napoleone, tornato superiore per le vittorie di Germania,
fortemente sdegnatosi, li suggellò all'imperio militare ed alla pena
del bastone per le trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose,
perdonare, ma a prezzo di sangue: dessero, per esser immolati, quattro
di loro. Per intercessione del vicerè, che tentò di mollificare
l'animo dell'imperadore, fu ridotto il numero a due; questi comprarono
coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.
Intanto l'arciduca Carlo aveva occupato la Baviera, e col suo grosso
esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa pareva su quei
primi principii dar favore allo sforzo dell'imperatore Francesco. Ma
parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi.