ai popoli del regno: avergli Napoleone Augusto dato il regno delle
Due Sicilie, due primi e supremi pensieri nodrire, esser grato al
donatore, utile ai sudditi; volere conservar la costituzione data
dall'antecessore; venire con Carolina, sua sposa augusta, venire col
principe Achille, suo reale figliuolo, venire co' figliuoli ancor
bambini, commettergli alla fede, all'amore loro; sperare farebbero
i magistrati il debito loro; in esso consistere la contentezza dei
popoli, in esso la sua benevolenza.
Principiarono le napolitane adulazioni. Il consiglio di Stato, il
clero, la nobiltà mandarono deputati a far riverenza ed omaggio a
Giovacchino re. Il trovarono a Gaeta; in nome suo giurarono. Napoli
intanto esultava. Inscrizioni, trofei, statue, archi trionfali,
ogni cosa in pompa. Una statua equestre, rizzata sulla piazza del
mercatello, rappresentava Napoleone augusto. Un'altra sulla piazza del
palazzo raffigurava, sotto forma di Giunone, Carolina regina. Perignon,
maresciallo di Francia, lodato guerriero, appresentava, il dì 6 di
settembre, a Giovacchino le chiavi di Napoli. Generali, ciamberlani,
scudieri, ufficiali, soldati, chi con le spade al fianco, chi con
le chiavi al tergo, ed un popolo numeroso e moltiforme, chi portando
rami d'alloro e chi di ulivo. Firrao cardinale col baldacchino e con
gli arredi sacri riceveva Giovacchino sulla porta della chiesa dello
Spirito Santo: condottolo sul trono, a tal uopo molto ornatamente
alzato, cantava la messa e l'inno ambrosiano. Terminata la ceremonia,
per la contrada di Toledo piena di popolo, a cui piaceva la gioventù
e la bellezza del nuovo re, andava Giovacchino a prender sede nel
real palazzo. Pochi giorni dopo, incontrata dal re a San Leucio,
faceva lieto e magnifico ingresso Carolina regina; risplendeva, come
lo sposo, di tutta gioventù e bellezza. Guardavano la venustà delle
forme, miravano il portamento dolce ed altero, cercavano le fattezze di
Napoleone fratello: gridavanla felice, virtuosa, augusta.
Furono felici i primi tempi di Murat. Occupavano tuttavia gl'Inglesi
l'isola di Capri, la quale, come posta alla bocche del golfo, è freno
e chiave di Napoli dalla parte del mare. La presenza loro era stimolo
a coloro che non si contentavano del nuovo stato, cagione di timore
agli aderenti, e ad ogni modo impediva il libero adito con manifesto
pregiudizio dei traffici commerciali. Pareva anche vergognoso che un
Napoleonide avesse continuamente quel fuscello negli occhi, da parte
massimamente degl'Inglesi, tanto disprezzati. Aveva Giuseppe, per la
sua indolenza, pazientemente tollerato quella vergogna: ma Giovacchino,
soldato vivo, se ne risentiva, e gli pareva necessario cominciar
il dominio con qualche fatto d'importanza: andava contro Capri. Vi
stava a presidio Hudson Lowe con due reggimenti accogliticci d'ogni
nazione, e che si chiamavano col nome di reale Corso e di reale Malta.
Erano nell'isola parecchi siti sicuri, le eminenze di Anacarpi, ed il
forte maggiore con quelli di San Michele e di San Costanzo. Partiti
da Napoli e da Salerno, e governati dal generale Lamarque, andavano
Franzesi e Napolitani alla fazione dell'isola. Posto piede a terra per
mezzo di scale uncinate, non senza grave difficoltà perchè gl'Inglesi
si difendevano risolutamente, s'impadronirono d'Anacarpi: vi fecero
prigioni circa ottocento solduti del reale Malta. Conquistato Anacarpi,
ch'è la parte superiore dell'isola, restava che si ricuperasse
l'inferiore. Dava ostacolo la difficoltà della discesa per una strada
molto angusta a guisa di scala scavata nel macigno, dentro la quale
traevano a palla ed a scaglia i forti, specialmente quello di San
Michele. Fu forza alzar batterie sulle sommità per battere i forti:
l'espugnazione andava in lungo. Arrivavano agli assediati soccorsi di
uomini e di munizioni dalla Sicilia. Ma la fortuna si mostrava prospera
al Napoleonide, perciocchè i venti di terra allontanavano gl'Inglesi
dal lido. Il re che stava sopravvedendo dalla marina di Massa,
fermatosi sopra la punta di Campanella, e veduto il tempo propizio,
spingeva in aiuto di Lamarque nuovi squadroni. Gl'Inglesi, rotti già
in gran parte e smantellati i forti, si diedero, il dì 2 di ottobre, al
vincitore. L'acquisto di Capri piacque ai Napolitani, e ne presero buon
augurio del nuovo governo.
Erano nel regno baroni, repubblicani e popolo. I baroni al nuovo
re volontieri si accostavano, perchè si contentavano degli onori,
nè stavano senza speranza di avere od a ricuperare gli antichi
privilegi, perciocchè, malgrado delle dimostrazioni contrarie, i
Napoleonidi tendevano a questo fine, od almeno ad acquistarne di
nuovi. I repubblicani erano avversi a Giovacchino, non perchè fosse
re, che di ciò facilmente si accomodavano, ma perchè si ricordavano
che gli aveva cacciati e fatti legare come malfattori in Toscana. Dava
anche loro fastidio la vanità incredibile di lui, siccome quegli che
indirizzava ogni suo studio e diligenza a vezzeggiare chi portasse un
nome feudatario. Per questo temevano che ad un bel bisogno li desse
in preda a chi desiderava il sangue loro; ma egli con qualche vezzo
se li conciliava, perchè avevano gli animi domi dalle disgrazie. Il
popolo non meglio di Giovacchino si curava che di Giuseppe; si sarebbe
facilmente contentato del nuovo dominio, purchè restasse tutelato dalle
violenze dei magnati ed avesse facile e quieto vivere. Ma Giovacchino,
tutto intento a vezzeggiare i baroni, trascurava il popolo, il quale,
vessato dai baroni e dai soldati, si alienava da lui. Era anche segno
che volesse governare con assoluto imperio il tacere della costituzione
che si credeva aver voluto dare Giuseppe in sul partire. Inoltre ordinò
che si scrivessero i soldati alla foggia di Francia. Ciò fe' sorgere
mali umori negli antichi possessori dei privilegi; nè meglio se ne
contentava il popolo, perchè gli pareva troppo insolito. Siccome poi
le province non quietavano, e che massimamente le Calabrie, secondo
il solito, imperversavano, scrisse le legioni provinciali, una per
provincia, ordine già statuito da Giuseppe, ma da lui rimessamente
eseguito. Così tutto in armi; chi non le portava come soldato pagato,
era obbligato a portarle come guardia non pagata.
Narra un storico famoso che Giovacchino, come soldato, comportava ogni
cosa ai soldati, e ne nasceva una licenza militare insopportabile.
«Seguitava anche questo effetto, che il solo puntello che avesse alla
sua potenza, erano i soldati e che nessuna radice aveva nell'opinione
dei popoli. Le insolenze soldatesche moltiplicavano. Non solo ogni
volontà, ma ogni capriccio d'un capo di reggimento, anzi di un
ufficiale qualunque, dovevano essere obbediti come se fossero leggi:
chi anzi si lamentava era mal concio, e per poco dichiarato nemico
del re. Molto e con ragione si erano doluti i popoli delle insolenze
dei baroni, ma quelle dei capitani di Giovacchino erano maggiori.
Rappresentavano i popoli i loro gravami, domandando proiezione
ed ammenda. Ma le soldatesche erano più forti delle querele, e si
notava come gran caso che chi si era lagnato non fosse mandato per
la peggiore. Nascevano nelle provincie un tacere sdegnoso ed una
sopportazione desiderosa di vendetta. Nè in miglior condizione si
trovava Napoli capitale. La guardia reale stessa, che attendeva
alla persona di Giovacchino, oltre ogni termine trascorreva. Nessuna
quiete, nessun ordine poteva essere pei cittadini, nè nel silenzio
della notte nè nelle feste del giorno, perchè, solo che un ufficiale
della guardia il volesse, tosto turbava con importuni romori, minaccie
ed insolenze i sonni ed i piaceri altrui. Il re comportava loro ogni
cosa. I mandatarii dei magistrati civili, che si attentavano di
frenare sì biasimevoli eccessi, erano dai soldati svillaneggiati,
scherniti e battuti; e sonsene veduti di quelli che arrestati, per
aver fatto il debito loro, dalle sfrenate soldatesche, e condotti
sotto le finestre del palazzo reale, furono, veggente il re, fatti
segno d'ogni vituperio.» Niega un annalista che la scontentezza dei
popoli dalla licenza, che Giovacchino accordava ai soldati, sorgesse.»
Una severa disciplina, dice egli, una cieca subordinazione trionfava
nei reggimenti napolitani, ai quali non devesi addebitare un qualche
eccesso commesso nella guerra, che civile ardeva nella Calabrie.» Ma
noi, che in quel torno di tempo avemmo a visitare quelle contrade
possiamo asserire che, tollerante o no il re, la licenza della
soldatesca era molta, e molto se ne risentivano le popolazioni.
Comunque di ciò sia, i mali umori prodotti da tutte queste cause davano
speranza alla corte di Palermo che le sue sorti potessero risorgere
nel regno di qua del Faro. Infuriava tuttavia la guerra civile nelle
Calabrie, nè gli Abbruzzi quietavano. Erano in questi moti varie parti
e varii fini: alcuni di coloro che combattevano contro Giovacchino e
che avevan combattuto contro Giuseppe, erano aderenti al re Ferdinando;
altri amatori della repubblica. Tacciasi di coloro, e non erano pochi,
che solo per amor del sacco e del sangue avevano l'armi in mano.
Non sarà forse narrazione incresciosa a chi leggerà questi annali, se
si racconterà come e per qual cagione la setta dei Carbonari a questi
tempi nascesse; quella setta che negli anni più a noi vicini tanti
scompigli cagionò nell'italiana penisola ed a sì gran repentaglio pose
la sicurezza degl'individui, l'ordine e la quiete degli stati. Alcuni
dei repubblicani più vivi, ritiratisi, durante le procedure usate
contro di loro, nelle montagne più aspre e nei più reconditi recessi
dell'Abruzzo e delle Calabrie, avevano portato con sè un odio estremo
contro il re, non solamente perchè loro avverso era stato, ma ancora
perchè era re. Nè di minore odio erano infiammati contro i Franzesi,
sì perchè avevano disfatto la repubblica propria e quelle d'altrui,
sì perchè gli avevano anche perseguitati. Non potevano costoro
pazientemente tollerare che in cospetto loro, nonchè di Ferdinando,
di Giovacchino, nonchè di Giovacchino, di regno si favellasse. Così
tra aspri dirupi e nascoste valli vivendosi, gli odii loro contro
i re tutti e contro i Franzesi fra immense solitudini continuamente
infiammavano. Ma sulle prime isolati ed alla spartita vivendo, nessun
comune vincolo li congiungeva, intenti piuttosto ad arrabbiarsi
che a vendicarsi. Gl'Inglesi, che custodivano la Sicilia, ebbero
notizia di quest'umore, ed avvisarono che fosse buono per turbare
il regno contro i Franzesi. Pertanto gli animarono a collegarsi fra
di loro, affinchè con menti unite concorressero ai medesimi disegni
e creassero nuovi seguaci. Per accenderli promettevano gl'Inglesi
qualche forma di costituzione. Sorse allora la setta dei carbonari,
la quale acquistò questo nome, perchè ebbe la sua origine e si mostrò
la prima volta nelle montagne dell'Abruzzo e delle Calabrie dove si
fa una grande quantità di carbone. Molti ancora fra questi settarii
sapevano ed esercevano veramente l'arte del carbonaio. Siccome poi non
ignoravano che, a voler tirar gli uomini, niuna cosa è più efficace
che le apparenze astruse e mirabili, così statuirono pratiche e riti
maravigliosi. Principal capo ed instigatore era un uomo dotato di
sorprendente facoltà persuasiva che per nome si chiamava Capobianco.
Avevano i carbonari quest'ordine comune coi liberi Muratori, che gli
ammessi passavano successivamente per varii gradi fino al quarto; che
celavano i riti loro con grande segretezza; che a certi statuiti segni
si conoscevano fra di loro; ma in altri particolari assai diversi
erano i carbonari dai liberi muratori: conciossiachè siccome il fine
che questi ostentano è di beneficare altrui, di banchettare sè stessi,
così il fine di quelli era tutto politico. Avevano i carbonari nel
loro procedere assai maggiore severità dei liberi muratori, poichè non
mai facevano banchetti, nè mai fra canti e suoni si rallegravano. Il
loro principal rito in ciò consisteva: che facessero vendetta, come
dicevano, dell'agnello stato ucciso dal lupo, e per agnello intendevano
Gesù Cristo, e pel lupo i re che con niun altro nome chiamavano se non
con quello di tiranni. Sè stessi poi nel gergo loro chiamavano col
vocabolo di pecore, ed il lupo credevano essere il monarca sotto il
quale vivevano. Opinavano altresì costoro che Gesù Cristo sia stato la
prima e la più illustre vittima della tirannide, e protestavano volerlo
vendicare con la morte dei tiranni. Così come adunque i Liberi muratori
intendono a vendicar la morte del loro Iramo, i carbonari intendevano a
vendicare la morte di Cristo. In questa setta entravano principalmente
uomini del volgo, sulla immaginazione dei quali gagliardissimamente
operavano, con vivi colori rappresentando la passione e la morte di
Cristo; e quando nelle loro congreghe i riti loro adempivano, avevano
presente un cadavere tutto sanguinoso, che dicevano essere il corpo di
Gesù Cristo. Quale effetto in quelle napolitane fantasie sì terribili
forme partorissero, ciascuno sel può considerare. Erano i segni loro
per conoscersi vicendevolmente, quando s'incontravano, oltre alcuni
altri, il toccarsi la mano, ed in tale atto col pollice segnavano una
croce nella palma della mano l'uno dell'altro. Quello che i liberi
muratori chiamavano loggia, essi baracca chiamavano, e le assemblee
loro col nume di vendite distinguevano, ai carbonari alludendo, i
quali, scendendo dalle montagne, andavano a vendere il carbone loro pei
mercati in pianura. Sentivano, come abbiamo detto, molto fortemente di
repubblica: niun altro modo di reggimento volevano che il repubblicano,
ed in repubblica già si erano ordinati apertamente nelle parti di
Catanzaro sotto la condotta di quel Capobianco che abbiamo sopra
nominato. Odiavano acerbamente i Franzesi, acerbissimamente Murat per
esser Franzese e re, ma non per questo erano amici di Ferdinando;
perchè piuttosto non volevano re. Nata prima nell'Abruzzo e nelle
Calabrie, questa peste propagata si era nelle altre parti del regno;
e perfino nella Romagna avevano introdotto le pratiche loro e creato
consettarii. In Napoli stessa pullulavano: non pochi fra i lazzaroni
della segreta lega micidiale erano consapevoli e partecipi.
Vedendo Ferdinando che la potenza dei carbonari era cosa d'importanza,
si deliberava, a ciò massimamente stimolato dagl'Inglesi, di fare
qualche pratica, acciocchè, se possibil fosse, concorressero co'
suoi proprii aderenti al medesimo fine, ch'era quello di cacciar i
Franzesi e di restituirgli il regno. Principale mezzano di queste
pratiche era il principe di Moliterno, che tornato d'Inghilterra,
dove si era condotto per proporre a quel governo che dichiarasse
l'unione e l'indipendenza di tutta Italia, se vi voleva far frutto
contro i Franzesi, le quali proposte non volle l'Inghilterra udire,
non fidandosi del principe per essere stato repubblicano, si era
in Calabria fatto capo di tutti gli antichi seguaci del cardinal
Ruffo, e vi teneva le cose molto turbate contro Giovacchino. Parlava
efficacemente. Pareva Moliterno personaggio atto a questi maneggi
coi carbonari, perchè ai tempi di Championnet era stato aderente
della repubblica, ed anzi per questa sua opinione proscritto dalla
corte di Napoli. I carbonari, sì perchè erano aspramente perseguitati
dai soldati di Murat, sì perchè Moliterno sentiva di repubblica, e
sì finalmente perchè molto si soddisfacevano di quella condizione
d'Italia, prestavano favorevoli orecchie alle proposte del principe.
Ciò, nonostante, stavano di mala voglia, e ripugnavano al venire ad
un accordo con gli agenti regi. Per vincere una tale ostinazione, il
governo di Palermo dava speranza ai carbonari che avrebbe loro dato una
costituzione libera a seconda dai desiderii loro. Per questi motivi, e
massimamente per questa promessa, quanto assurda ed impossibile ognun
sel vede, consentirono ad unirsi con gli aderenti del re a liberazione
del regno dai Franzesi. A queste risoluzioni vennero la maggior parte
dei carbonari; ma i più austeri, siccome quelli che abborrivano da
ogni qualunque lega con coloro che stavano ad un servizio regio,
continuarono a dissentire, e questa parte discordante fu quella che
ordinò quella repubblica di Catanzaro che abbiamo sopra nominato.
L'unione dei carbonari coi regi diede maggior forza alla parte di
Ferdinando in Calabria; ma dal canto suo Giovacchino, in cui non era la
medesima mollezza che in Giuseppe, validamente resisteva, massime nelle
terre murate, cooperando alla difesa i soldati franzesi guidati da
Partonneaux, i soldati napolitani e le legioni provinciali. Ogni cosa
in iscompiglio: la Calabria non era nè del re Ferdinando, nè del re
Giovacchino; le soldatesche ed i sollevati ne avevano in questa parte
ed in quella il dominio. Seguitavano tutti gli effetti della guerra
disordinata e civile; incendii, ruine, saccheggi, stupri, e, non che
uccisioni, assassinii. I fatti orribili tanto, più si moltiplicavano
quanto più, per l'occasione della guerra fatta nel paese, uomini di mal
affare d'ogni sorta, banditi, ladri, assassini, a cui nulla importava
nè di repubblica nè di regno, nè di Ferdinando nè di Giovacchino, nè di
Franzesi nè d'Inglesi, nè di papa nè di Turco, ma solo al sacco ed al
sangue intenti, dai più segreti rispostigli loro uscendo, commettevano
di quei fatti dai quali più la umanità abborrisce, e cui la storia più
ha ribrezzo a raccontare. Così le Calabrie furono da questo momento
in poi e per due anni continui fatte rosse da sangue disordinatamente
sparso finchè lo spavento cagionato da sangue ordinatamente sparso le
ridusse a più tollerabile condizione.
Anno di CRISTO MDCCCIX. Indizione XII.
PIO VII papa 10.
FRANCESCO I imp. d'Austria 4.
Le ruine si moltiplicavano: la Spagna ardeva, l'Italia e la meridional
parte della Germania sotto l'imperio diretto di Napoleone, l'Austria
perplessa, la Prussia serva, la Russia devota, la Turchia aderente,
la terraferma europea tutta obbediente a Napoleone o per forza o per
condiscendenza. Un solo principe vivente nel cuor dell'Italia, debole
per soldati, forte per coscienza, resisteva alla sovrana volontà.
Napoleone, spinto dalla ambizione e acciecato dalla prosperità, aveva
messo fuori certe parole sull'imperio di Carlo Magno, suo successore
nei diritti e nei fatti intitolandosi, come se gl'impiegati di Francia,
che da lui traevano gli stipendii, avessero potuto, imperadore
dei Franzesi chiamandolo, dargli il supremo dominio e l'effettiva
possessione, non che della Francia, di tutta la Italia, di tutta la
Germania, di quanto insomma componeva l'imperio di Occidente ai tempi
di quel glorioso imperadore.
Adunque con quell'insegna di Carlo Magno in fronte si avventava contro
il papa. Non poteva pazientemente tollerare che Roma, il cui nome
tant'alto suona, non fosse ridotta in sua potestà, e gli pesava che
ancora in Italia una piccola parte fosse che a lui non obbedisse. Dal
canto suo il papa si mostrava renitente al consentire di mettersi in
quella condizione servile, nella quale erano caduti, chi per debolezza
e chi per necessità, quasi tutti i principi di Europa. Così chi aveva
armi, cedeva, chi non ne aveva, resisteva. Pio VII, non che resistesse,
fortemente rimostrava al Signore della Francia, acerbamente dolendosi
che per gli articoli organici e pel decreto di Melzi fossero stati
due concordati guasti a pregiudizio della sedia apostolica, ed anche
a violazione manifesta dei concilii e del santo Vangelo stesso. Si
lamentava che nel Codice civile di Francia, introdotto anche per
ordine dell'imperadore in Italia, si fosse dato luogo al divorzio tanto
contrario alle massime della Chiesa ed ai precetti divini. Rimproverava
che in un paese cattolico, quale si protestava essere ed era la
Francia con legge uguale si ragguagliassero la religione cattolica e le
dissidenti, non esclusa anche l'ebraica, nemica tanto irreconciliabile
della religione di Cristo.
Di tutte queste cose ammoniva l'imperadore, dell'esecuzione delle sue
promesse a pro della cattolica religione richiedendolo. Ma Napoleone
vincitore delle maggiori potenze, non era più quel Napoleone ancor
tenero ne' suoi principii. Per la qual cosa, volendo ad ogni modo
venir a capo del suo disegno di farsi padrone di Roma, o che il papa
vi fosse o che non vi fosse, mandava dicendo al pontefice, che essendo
egli il successore di Carlo Magno, gli stati pontifizii, siccome quelli
che erano stati parte dell'impero di esso Carlo Magno, appartenevano
all'impero franzese; che se il pontefice era il signore di Roma, egli
ne era l'imperadore, e che a lui, come a successore di Carlo Magno,
il pontefice doveva obbedienza nelle cose temporali, come egli al
pontefice la doveva nelle spirituali; che uno dei diritti inerenti alla
sua corona era quello di esortare, anzi di sforzare il signore di Roma
a fare con lui e co' suoi successori una lega difensiva ed offensiva
per tutte le guerre presenti e future; che il pontefice, essendo
soggetto all'imperio di Carlo Magno, non si poteva esimere dall'entrare
in questa lega e dall'avere per nemici tutti coloro che di lui
Napoleone fossero nemici. Aggiungeva, che se il pontefice a quanto da
lui si esigeva non consentisse, aveva egli il diritto di annullare la
donazione di Carlo Magno, di spartire gli Stati pontifizii e di dargli
a chi meglio gli paresse; che nella persona del pontefice separerebbe
l'autorità temporale dalla spirituale; che manderebbe un governatore
con potestà di reggere Roma, e che al papa lascerebbe la semplice
qualità di vescovo di Roma.
Queste estreme intimazioni fatte al pontefice, che non aveva dato
a Napoleone alcuna cagione di dolersi di lui, e che anzi con tutta
l'autorità sua l'aveva aiutato a salire sul suo seggio imperiale,
dimostravano in chi le faceva una risoluzione irrevocabile. Rispondeva
il pontefice, e troppo seriamente rispondeva alle allegazioni di
Napoleone, perchè niuno meno le stimava che Napoleone stesso. Instava
adunque minacciosamente l'imperatore col pontefice, entrasse nella
confederazione italica coi re d'Italia e di Napoli, e per nemici avesse
i suoi nemici, e per amici gli amici. Ma avendo il papa costantemente
ricusato di aderire, si era ridotto a richiedere che il pontefice
facesse con lui una lega difensiva ed offensiva, e medesimamente
tenesse i suoi amici per amici, i suoi nemici per nemici: quando no,
lo stimerebbe intimazione di guerra, avrebbe il papa per nemico, Roma
conquisterebbe.
Allora, esposto il papa Pio con gravissime querele l'animo suo a
Napoleone, andava protestando, che se per gli occulti disegni di Dio
l'imperatore volesse consumare le sue minaccie, impossessandosi degli
Stati della Chiesa a titolo di conquista, non potrebbe sua Santità a
tali funesti avvenimenti riparare, ma protesterebbe come di usurpazione
violenta ed iniqua. L'imperatore perseverò nel dire che a questo
principio mai non consentirebbe, che i prelati non fossero sudditi del
sovrano, sotto il dominio del quale son nati, e che intenzion sua era
che tutta l'Italia, Roma Napoli e Milano, facessero una lega offensiva
e difensiva per allontanare dalla penisola i disordini della guerra.
Questa sua ostinazione corroborava col pretesto che la comunicazione
non doveva e non poteva essere interrotta per uno Stato intermedio
che a lui non si appartenesse tra i suoi Stati di Napoli e di Milano.
Inoltre voleva e comandava che i porti dello Stato pontificio fossero e
restassero serrati agli Inglesi. Rimostrò nuovamente il papa; e quanto
al serrare i porti agl'Inglesi, sebbene fosse da temersi che ciò non
potesse essere senza qualche pregiudizio dei cattolici che abitavano
l'Irlanda, l'avrebbe nondimeno il pontefice consentito, per amor della
concordia, all'imperatore.