Giovacchino Murat, nuovo re di Napoli, annunziava la sua assunzione

ai popoli del regno: avergli Napoleone Augusto dato il regno delle

Due Sicilie, due primi e supremi pensieri nodrire, esser grato al

donatore, utile ai sudditi; volere conservar la costituzione data

dall'antecessore; venire con Carolina, sua sposa augusta, venire col

principe Achille, suo reale figliuolo, venire co' figliuoli ancor

bambini, commettergli alla fede, all'amore loro; sperare farebbero

i magistrati il debito loro; in esso consistere la contentezza dei

popoli, in esso la sua benevolenza.

Principiarono le napolitane adulazioni. Il consiglio di Stato, il

clero, la nobiltà mandarono deputati a far riverenza ed omaggio a

Giovacchino re. Il trovarono a Gaeta; in nome suo giurarono. Napoli

intanto esultava. Inscrizioni, trofei, statue, archi trionfali,

ogni cosa in pompa. Una statua equestre, rizzata sulla piazza del

mercatello, rappresentava Napoleone augusto. Un'altra sulla piazza del

palazzo raffigurava, sotto forma di Giunone, Carolina regina. Perignon,

maresciallo di Francia, lodato guerriero, appresentava, il dì 6 di

settembre, a Giovacchino le chiavi di Napoli. Generali, ciamberlani,

scudieri, ufficiali, soldati, chi con le spade al fianco, chi con

le chiavi al tergo, ed un popolo numeroso e moltiforme, chi portando

rami d'alloro e chi di ulivo. Firrao cardinale col baldacchino e con

gli arredi sacri riceveva Giovacchino sulla porta della chiesa dello

Spirito Santo: condottolo sul trono, a tal uopo molto ornatamente

alzato, cantava la messa e l'inno ambrosiano. Terminata la ceremonia,

per la contrada di Toledo piena di popolo, a cui piaceva la gioventù

e la bellezza del nuovo re, andava Giovacchino a prender sede nel

real palazzo. Pochi giorni dopo, incontrata dal re a San Leucio,

faceva lieto e magnifico ingresso Carolina regina; risplendeva, come

lo sposo, di tutta gioventù e bellezza. Guardavano la venustà delle

forme, miravano il portamento dolce ed altero, cercavano le fattezze di

Napoleone fratello: gridavanla felice, virtuosa, augusta.

Furono felici i primi tempi di Murat. Occupavano tuttavia gl'Inglesi

l'isola di Capri, la quale, come posta alla bocche del golfo, è freno

e chiave di Napoli dalla parte del mare. La presenza loro era stimolo

a coloro che non si contentavano del nuovo stato, cagione di timore

agli aderenti, e ad ogni modo impediva il libero adito con manifesto

pregiudizio dei traffici commerciali. Pareva anche vergognoso che un

Napoleonide avesse continuamente quel fuscello negli occhi, da parte

massimamente degl'Inglesi, tanto disprezzati. Aveva Giuseppe, per la

sua indolenza, pazientemente tollerato quella vergogna: ma Giovacchino,

soldato vivo, se ne risentiva, e gli pareva necessario cominciar

il dominio con qualche fatto d'importanza: andava contro Capri. Vi

stava a presidio Hudson Lowe con due reggimenti accogliticci d'ogni

nazione, e che si chiamavano col nome di reale Corso e di reale Malta.

Erano nell'isola parecchi siti sicuri, le eminenze di Anacarpi, ed il

forte maggiore con quelli di San Michele e di San Costanzo. Partiti

da Napoli e da Salerno, e governati dal generale Lamarque, andavano

Franzesi e Napolitani alla fazione dell'isola. Posto piede a terra per

mezzo di scale uncinate, non senza grave difficoltà perchè gl'Inglesi

si difendevano risolutamente, s'impadronirono d'Anacarpi: vi fecero

prigioni circa ottocento solduti del reale Malta. Conquistato Anacarpi,

ch'è la parte superiore dell'isola, restava che si ricuperasse

l'inferiore. Dava ostacolo la difficoltà della discesa per una strada

molto angusta a guisa di scala scavata nel macigno, dentro la quale

traevano a palla ed a scaglia i forti, specialmente quello di San

Michele. Fu forza alzar batterie sulle sommità per battere i forti:

l'espugnazione andava in lungo. Arrivavano agli assediati soccorsi di

uomini e di munizioni dalla Sicilia. Ma la fortuna si mostrava prospera

al Napoleonide, perciocchè i venti di terra allontanavano gl'Inglesi

dal lido. Il re che stava sopravvedendo dalla marina di Massa,

fermatosi sopra la punta di Campanella, e veduto il tempo propizio,

spingeva in aiuto di Lamarque nuovi squadroni. Gl'Inglesi, rotti già

in gran parte e smantellati i forti, si diedero, il dì 2 di ottobre, al

vincitore. L'acquisto di Capri piacque ai Napolitani, e ne presero buon

augurio del nuovo governo.

Erano nel regno baroni, repubblicani e popolo. I baroni al nuovo

re volontieri si accostavano, perchè si contentavano degli onori,

nè stavano senza speranza di avere od a ricuperare gli antichi

privilegi, perciocchè, malgrado delle dimostrazioni contrarie, i

Napoleonidi tendevano a questo fine, od almeno ad acquistarne di

nuovi. I repubblicani erano avversi a Giovacchino, non perchè fosse

re, che di ciò facilmente si accomodavano, ma perchè si ricordavano

che gli aveva cacciati e fatti legare come malfattori in Toscana. Dava

anche loro fastidio la vanità incredibile di lui, siccome quegli che

indirizzava ogni suo studio e diligenza a vezzeggiare chi portasse un

nome feudatario. Per questo temevano che ad un bel bisogno li desse

in preda a chi desiderava il sangue loro; ma egli con qualche vezzo

se li conciliava, perchè avevano gli animi domi dalle disgrazie. Il

popolo non meglio di Giovacchino si curava che di Giuseppe; si sarebbe

facilmente contentato del nuovo dominio, purchè restasse tutelato dalle

violenze dei magnati ed avesse facile e quieto vivere. Ma Giovacchino,

tutto intento a vezzeggiare i baroni, trascurava il popolo, il quale,

vessato dai baroni e dai soldati, si alienava da lui. Era anche segno

che volesse governare con assoluto imperio il tacere della costituzione

che si credeva aver voluto dare Giuseppe in sul partire. Inoltre ordinò

che si scrivessero i soldati alla foggia di Francia. Ciò fe' sorgere

mali umori negli antichi possessori dei privilegi; nè meglio se ne

contentava il popolo, perchè gli pareva troppo insolito. Siccome poi

le province non quietavano, e che massimamente le Calabrie, secondo

il solito, imperversavano, scrisse le legioni provinciali, una per

provincia, ordine già statuito da Giuseppe, ma da lui rimessamente

eseguito. Così tutto in armi; chi non le portava come soldato pagato,

era obbligato a portarle come guardia non pagata.

Narra un storico famoso che Giovacchino, come soldato, comportava ogni

cosa ai soldati, e ne nasceva una licenza militare insopportabile.

«Seguitava anche questo effetto, che il solo puntello che avesse alla

sua potenza, erano i soldati e che nessuna radice aveva nell'opinione

dei popoli. Le insolenze soldatesche moltiplicavano. Non solo ogni

volontà, ma ogni capriccio d'un capo di reggimento, anzi di un

ufficiale qualunque, dovevano essere obbediti come se fossero leggi:

chi anzi si lamentava era mal concio, e per poco dichiarato nemico

del re. Molto e con ragione si erano doluti i popoli delle insolenze

dei baroni, ma quelle dei capitani di Giovacchino erano maggiori.

Rappresentavano i popoli i loro gravami, domandando proiezione

ed ammenda. Ma le soldatesche erano più forti delle querele, e si

notava come gran caso che chi si era lagnato non fosse mandato per

la peggiore. Nascevano nelle provincie un tacere sdegnoso ed una

sopportazione desiderosa di vendetta. Nè in miglior condizione si

trovava Napoli capitale. La guardia reale stessa, che attendeva

alla persona di Giovacchino, oltre ogni termine trascorreva. Nessuna

quiete, nessun ordine poteva essere pei cittadini, nè nel silenzio

della notte nè nelle feste del giorno, perchè, solo che un ufficiale

della guardia il volesse, tosto turbava con importuni romori, minaccie

ed insolenze i sonni ed i piaceri altrui. Il re comportava loro ogni

cosa. I mandatarii dei magistrati civili, che si attentavano di

frenare sì biasimevoli eccessi, erano dai soldati svillaneggiati,

scherniti e battuti; e sonsene veduti di quelli che arrestati, per

aver fatto il debito loro, dalle sfrenate soldatesche, e condotti

sotto le finestre del palazzo reale, furono, veggente il re, fatti

segno d'ogni vituperio.» Niega un annalista che la scontentezza dei

popoli dalla licenza, che Giovacchino accordava ai soldati, sorgesse.»

Una severa disciplina, dice egli, una cieca subordinazione trionfava

nei reggimenti napolitani, ai quali non devesi addebitare un qualche

eccesso commesso nella guerra, che civile ardeva nella Calabrie.» Ma

noi, che in quel torno di tempo avemmo a visitare quelle contrade

possiamo asserire che, tollerante o no il re, la licenza della

soldatesca era molta, e molto se ne risentivano le popolazioni.

Comunque di ciò sia, i mali umori prodotti da tutte queste cause davano

speranza alla corte di Palermo che le sue sorti potessero risorgere

nel regno di qua del Faro. Infuriava tuttavia la guerra civile nelle

Calabrie, nè gli Abbruzzi quietavano. Erano in questi moti varie parti

e varii fini: alcuni di coloro che combattevano contro Giovacchino e

che avevan combattuto contro Giuseppe, erano aderenti al re Ferdinando;

altri amatori della repubblica. Tacciasi di coloro, e non erano pochi,

che solo per amor del sacco e del sangue avevano l'armi in mano.

Non sarà forse narrazione incresciosa a chi leggerà questi annali, se

si racconterà come e per qual cagione la setta dei Carbonari a questi

tempi nascesse; quella setta che negli anni più a noi vicini tanti

scompigli cagionò nell'italiana penisola ed a sì gran repentaglio pose

la sicurezza degl'individui, l'ordine e la quiete degli stati. Alcuni

dei repubblicani più vivi, ritiratisi, durante le procedure usate

contro di loro, nelle montagne più aspre e nei più reconditi recessi

dell'Abruzzo e delle Calabrie, avevano portato con sè un odio estremo

contro il re, non solamente perchè loro avverso era stato, ma ancora

perchè era re. Nè di minore odio erano infiammati contro i Franzesi,

sì perchè avevano disfatto la repubblica propria e quelle d'altrui,

sì perchè gli avevano anche perseguitati. Non potevano costoro

pazientemente tollerare che in cospetto loro, nonchè di Ferdinando,

di Giovacchino, nonchè di Giovacchino, di regno si favellasse. Così

tra aspri dirupi e nascoste valli vivendosi, gli odii loro contro

i re tutti e contro i Franzesi fra immense solitudini continuamente

infiammavano. Ma sulle prime isolati ed alla spartita vivendo, nessun

comune vincolo li congiungeva, intenti piuttosto ad arrabbiarsi

che a vendicarsi. Gl'Inglesi, che custodivano la Sicilia, ebbero

notizia di quest'umore, ed avvisarono che fosse buono per turbare

il regno contro i Franzesi. Pertanto gli animarono a collegarsi fra

di loro, affinchè con menti unite concorressero ai medesimi disegni

e creassero nuovi seguaci. Per accenderli promettevano gl'Inglesi

qualche forma di costituzione. Sorse allora la setta dei carbonari,

la quale acquistò questo nome, perchè ebbe la sua origine e si mostrò

la prima volta nelle montagne dell'Abruzzo e delle Calabrie dove si

fa una grande quantità di carbone. Molti ancora fra questi settarii

sapevano ed esercevano veramente l'arte del carbonaio. Siccome poi non

ignoravano che, a voler tirar gli uomini, niuna cosa è più efficace

che le apparenze astruse e mirabili, così statuirono pratiche e riti

maravigliosi. Principal capo ed instigatore era un uomo dotato di

sorprendente facoltà persuasiva che per nome si chiamava Capobianco.

Avevano i carbonari quest'ordine comune coi liberi Muratori, che gli

ammessi passavano successivamente per varii gradi fino al quarto; che

celavano i riti loro con grande segretezza; che a certi statuiti segni

si conoscevano fra di loro; ma in altri particolari assai diversi

erano i carbonari dai liberi muratori: conciossiachè siccome il fine

che questi ostentano è di beneficare altrui, di banchettare sè stessi,

così il fine di quelli era tutto politico. Avevano i carbonari nel

loro procedere assai maggiore severità dei liberi muratori, poichè non

mai facevano banchetti, nè mai fra canti e suoni si rallegravano. Il

loro principal rito in ciò consisteva: che facessero vendetta, come

dicevano, dell'agnello stato ucciso dal lupo, e per agnello intendevano

Gesù Cristo, e pel lupo i re che con niun altro nome chiamavano se non

con quello di tiranni. Sè stessi poi nel gergo loro chiamavano col

vocabolo di pecore, ed il lupo credevano essere il monarca sotto il

quale vivevano. Opinavano altresì costoro che Gesù Cristo sia stato la

prima e la più illustre vittima della tirannide, e protestavano volerlo

vendicare con la morte dei tiranni. Così come adunque i Liberi muratori

intendono a vendicar la morte del loro Iramo, i carbonari intendevano a

vendicare la morte di Cristo. In questa setta entravano principalmente

uomini del volgo, sulla immaginazione dei quali gagliardissimamente

operavano, con vivi colori rappresentando la passione e la morte di

Cristo; e quando nelle loro congreghe i riti loro adempivano, avevano

presente un cadavere tutto sanguinoso, che dicevano essere il corpo di

Gesù Cristo. Quale effetto in quelle napolitane fantasie sì terribili

forme partorissero, ciascuno sel può considerare. Erano i segni loro

per conoscersi vicendevolmente, quando s'incontravano, oltre alcuni

altri, il toccarsi la mano, ed in tale atto col pollice segnavano una

croce nella palma della mano l'uno dell'altro. Quello che i liberi

muratori chiamavano loggia, essi baracca chiamavano, e le assemblee

loro col nume di vendite distinguevano, ai carbonari alludendo, i

quali, scendendo dalle montagne, andavano a vendere il carbone loro pei

mercati in pianura. Sentivano, come abbiamo detto, molto fortemente di

repubblica: niun altro modo di reggimento volevano che il repubblicano,

ed in repubblica già si erano ordinati apertamente nelle parti di

Catanzaro sotto la condotta di quel Capobianco che abbiamo sopra

nominato. Odiavano acerbamente i Franzesi, acerbissimamente Murat per

esser Franzese e re, ma non per questo erano amici di Ferdinando;

perchè piuttosto non volevano re. Nata prima nell'Abruzzo e nelle

Calabrie, questa peste propagata si era nelle altre parti del regno;

e perfino nella Romagna avevano introdotto le pratiche loro e creato

consettarii. In Napoli stessa pullulavano: non pochi fra i lazzaroni

della segreta lega micidiale erano consapevoli e partecipi.

Vedendo Ferdinando che la potenza dei carbonari era cosa d'importanza,

si deliberava, a ciò massimamente stimolato dagl'Inglesi, di fare

qualche pratica, acciocchè, se possibil fosse, concorressero co'

suoi proprii aderenti al medesimo fine, ch'era quello di cacciar i

Franzesi e di restituirgli il regno. Principale mezzano di queste

pratiche era il principe di Moliterno, che tornato d'Inghilterra,

dove si era condotto per proporre a quel governo che dichiarasse

l'unione e l'indipendenza di tutta Italia, se vi voleva far frutto

contro i Franzesi, le quali proposte non volle l'Inghilterra udire,

non fidandosi del principe per essere stato repubblicano, si era

in Calabria fatto capo di tutti gli antichi seguaci del cardinal

Ruffo, e vi teneva le cose molto turbate contro Giovacchino. Parlava

efficacemente. Pareva Moliterno personaggio atto a questi maneggi

coi carbonari, perchè ai tempi di Championnet era stato aderente

della repubblica, ed anzi per questa sua opinione proscritto dalla

corte di Napoli. I carbonari, sì perchè erano aspramente perseguitati

dai soldati di Murat, sì perchè Moliterno sentiva di repubblica, e

sì finalmente perchè molto si soddisfacevano di quella condizione

d'Italia, prestavano favorevoli orecchie alle proposte del principe.

Ciò, nonostante, stavano di mala voglia, e ripugnavano al venire ad

un accordo con gli agenti regi. Per vincere una tale ostinazione, il

governo di Palermo dava speranza ai carbonari che avrebbe loro dato una

costituzione libera a seconda dai desiderii loro. Per questi motivi, e

massimamente per questa promessa, quanto assurda ed impossibile ognun

sel vede, consentirono ad unirsi con gli aderenti del re a liberazione

del regno dai Franzesi. A queste risoluzioni vennero la maggior parte

dei carbonari; ma i più austeri, siccome quelli che abborrivano da

ogni qualunque lega con coloro che stavano ad un servizio regio,

continuarono a dissentire, e questa parte discordante fu quella che

ordinò quella repubblica di Catanzaro che abbiamo sopra nominato.

L'unione dei carbonari coi regi diede maggior forza alla parte di

Ferdinando in Calabria; ma dal canto suo Giovacchino, in cui non era la

medesima mollezza che in Giuseppe, validamente resisteva, massime nelle

terre murate, cooperando alla difesa i soldati franzesi guidati da

Partonneaux, i soldati napolitani e le legioni provinciali. Ogni cosa

in iscompiglio: la Calabria non era nè del re Ferdinando, nè del re

Giovacchino; le soldatesche ed i sollevati ne avevano in questa parte

ed in quella il dominio. Seguitavano tutti gli effetti della guerra

disordinata e civile; incendii, ruine, saccheggi, stupri, e, non che

uccisioni, assassinii. I fatti orribili tanto, più si moltiplicavano

quanto più, per l'occasione della guerra fatta nel paese, uomini di mal

affare d'ogni sorta, banditi, ladri, assassini, a cui nulla importava

nè di repubblica nè di regno, nè di Ferdinando nè di Giovacchino, nè di

Franzesi nè d'Inglesi, nè di papa nè di Turco, ma solo al sacco ed al

sangue intenti, dai più segreti rispostigli loro uscendo, commettevano

di quei fatti dai quali più la umanità abborrisce, e cui la storia più

ha ribrezzo a raccontare. Così le Calabrie furono da questo momento

in poi e per due anni continui fatte rosse da sangue disordinatamente

sparso finchè lo spavento cagionato da sangue ordinatamente sparso le

ridusse a più tollerabile condizione.

Anno di CRISTO MDCCCIX. Indizione XII.

PIO VII papa 10.

FRANCESCO I imp. d'Austria 4.

Le ruine si moltiplicavano: la Spagna ardeva, l'Italia e la meridional

parte della Germania sotto l'imperio diretto di Napoleone, l'Austria

perplessa, la Prussia serva, la Russia devota, la Turchia aderente,

la terraferma europea tutta obbediente a Napoleone o per forza o per

condiscendenza. Un solo principe vivente nel cuor dell'Italia, debole

per soldati, forte per coscienza, resisteva alla sovrana volontà.

Napoleone, spinto dalla ambizione e acciecato dalla prosperità, aveva

messo fuori certe parole sull'imperio di Carlo Magno, suo successore

nei diritti e nei fatti intitolandosi, come se gl'impiegati di Francia,

che da lui traevano gli stipendii, avessero potuto, imperadore

dei Franzesi chiamandolo, dargli il supremo dominio e l'effettiva

possessione, non che della Francia, di tutta la Italia, di tutta la

Germania, di quanto insomma componeva l'imperio di Occidente ai tempi

di quel glorioso imperadore.

Adunque con quell'insegna di Carlo Magno in fronte si avventava contro

il papa. Non poteva pazientemente tollerare che Roma, il cui nome

tant'alto suona, non fosse ridotta in sua potestà, e gli pesava che

ancora in Italia una piccola parte fosse che a lui non obbedisse. Dal

canto suo il papa si mostrava renitente al consentire di mettersi in

quella condizione servile, nella quale erano caduti, chi per debolezza

e chi per necessità, quasi tutti i principi di Europa. Così chi aveva

armi, cedeva, chi non ne aveva, resisteva. Pio VII, non che resistesse,

fortemente rimostrava al Signore della Francia, acerbamente dolendosi

che per gli articoli organici e pel decreto di Melzi fossero stati

due concordati guasti a pregiudizio della sedia apostolica, ed anche

a violazione manifesta dei concilii e del santo Vangelo stesso. Si

lamentava che nel Codice civile di Francia, introdotto anche per

ordine dell'imperadore in Italia, si fosse dato luogo al divorzio tanto

contrario alle massime della Chiesa ed ai precetti divini. Rimproverava

che in un paese cattolico, quale si protestava essere ed era la

Francia con legge uguale si ragguagliassero la religione cattolica e le

dissidenti, non esclusa anche l'ebraica, nemica tanto irreconciliabile

della religione di Cristo.

Di tutte queste cose ammoniva l'imperadore, dell'esecuzione delle sue

promesse a pro della cattolica religione richiedendolo. Ma Napoleone

vincitore delle maggiori potenze, non era più quel Napoleone ancor

tenero ne' suoi principii. Per la qual cosa, volendo ad ogni modo

venir a capo del suo disegno di farsi padrone di Roma, o che il papa

vi fosse o che non vi fosse, mandava dicendo al pontefice, che essendo

egli il successore di Carlo Magno, gli stati pontifizii, siccome quelli

che erano stati parte dell'impero di esso Carlo Magno, appartenevano

all'impero franzese; che se il pontefice era il signore di Roma, egli

ne era l'imperadore, e che a lui, come a successore di Carlo Magno,

il pontefice doveva obbedienza nelle cose temporali, come egli al

pontefice la doveva nelle spirituali; che uno dei diritti inerenti alla

sua corona era quello di esortare, anzi di sforzare il signore di Roma

a fare con lui e co' suoi successori una lega difensiva ed offensiva

per tutte le guerre presenti e future; che il pontefice, essendo

soggetto all'imperio di Carlo Magno, non si poteva esimere dall'entrare

in questa lega e dall'avere per nemici tutti coloro che di lui

Napoleone fossero nemici. Aggiungeva, che se il pontefice a quanto da

lui si esigeva non consentisse, aveva egli il diritto di annullare la

donazione di Carlo Magno, di spartire gli Stati pontifizii e di dargli

a chi meglio gli paresse; che nella persona del pontefice separerebbe

l'autorità temporale dalla spirituale; che manderebbe un governatore

con potestà di reggere Roma, e che al papa lascerebbe la semplice

qualità di vescovo di Roma.

Queste estreme intimazioni fatte al pontefice, che non aveva dato

a Napoleone alcuna cagione di dolersi di lui, e che anzi con tutta

l'autorità sua l'aveva aiutato a salire sul suo seggio imperiale,

dimostravano in chi le faceva una risoluzione irrevocabile. Rispondeva

il pontefice, e troppo seriamente rispondeva alle allegazioni di

Napoleone, perchè niuno meno le stimava che Napoleone stesso. Instava

adunque minacciosamente l'imperatore col pontefice, entrasse nella

confederazione italica coi re d'Italia e di Napoli, e per nemici avesse

i suoi nemici, e per amici gli amici. Ma avendo il papa costantemente

ricusato di aderire, si era ridotto a richiedere che il pontefice

facesse con lui una lega difensiva ed offensiva, e medesimamente

tenesse i suoi amici per amici, i suoi nemici per nemici: quando no,

lo stimerebbe intimazione di guerra, avrebbe il papa per nemico, Roma

conquisterebbe.

Allora, esposto il papa Pio con gravissime querele l'animo suo a

Napoleone, andava protestando, che se per gli occulti disegni di Dio

l'imperatore volesse consumare le sue minaccie, impossessandosi degli

Stati della Chiesa a titolo di conquista, non potrebbe sua Santità a

tali funesti avvenimenti riparare, ma protesterebbe come di usurpazione

violenta ed iniqua. L'imperatore perseverò nel dire che a questo

principio mai non consentirebbe, che i prelati non fossero sudditi del

sovrano, sotto il dominio del quale son nati, e che intenzion sua era

che tutta l'Italia, Roma Napoli e Milano, facessero una lega offensiva

e difensiva per allontanare dalla penisola i disordini della guerra.

Questa sua ostinazione corroborava col pretesto che la comunicazione

non doveva e non poteva essere interrotta per uno Stato intermedio

che a lui non si appartenesse tra i suoi Stati di Napoli e di Milano.

Inoltre voleva e comandava che i porti dello Stato pontificio fossero e

restassero serrati agli Inglesi. Rimostrò nuovamente il papa; e quanto

al serrare i porti agl'Inglesi, sebbene fosse da temersi che ciò non

potesse essere senza qualche pregiudizio dei cattolici che abitavano

l'Irlanda, l'avrebbe nondimeno il pontefice consentito, per amor della

concordia, all'imperatore.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 92 / 99 段