in Calabria, tutto il paese era venuto, salvo alcuni moti incomposti, a
divozione dei Franzesi. Solo Gaeta e Civitella di Tronto resistevano.
Poca speranza restava al re di far frutto, sebbene sapesse che non
mancavano mali semi contro il nuovo signore, se gl'Inglesi, sbarcando
sulle terre calabresi, non avessero somministrato qualche forte
soccorso di battaglioni ordinati. Ma grandemente ripugnava ad una
spedizione in terraferma Stuart, che, essendo succeduto a Craig nel
governo de' soldati britannici in Sicilia, continuava a starsene nelle
stanze di Messina. Gli pareva che il principal fine degl'Inglesi fosse
la conservazion della Sicilia. Ma era a questo tempo giunto in Sicilia
un uomo a cui piacevano le imprese avventurose; questi era Sidney
Smith, che, arrestata la fortuna prospera di Buonaparte in Oriente, si
era persuaso di poterla arrestare in Occidente. Stimolato dalla propria
natura, dalle preghiere di Ferdinando e dalle instigazioni della
regina, continuamente esortava Stuart alla fazione. Ma la prudenza
dell'uno superava l'audacia dell'altro, e niuna cosa si risolveva. Si
deliberava Sidney a fare qualche sforzo da sè colle forze marittime
per far vedere a Stuart che la materia era meglio disposta ch'ei non
credeva. Per la qual cosa partiva dalla Sicilia con qualche nave grossa
da guerra e molte annorarie, con intento d'andar a visitare le coste di
Napoli.
Vi scoperse inclinazioni favorevoli, ma non sufficienti, perchè
potessero fare da sè. Tornossene in Sicilia: con intente esortazioni
tanto fece, che il prudente Stuart si lasciò muovere a tentare qualche
fatto su quella tribulata e tumultuosa terra. Sbarcava sul principiar
di luglio con circa cinque mila soldati sulle coste del golfo di
Sant'Eufemia: chiamava, ma con poco frutto, le popolazioni a levarsi.
Stava sospeso, stante la freddezza dei popoli, se dovesse tornare
alle navi, o persistere sulla terraferma, quando gli pervennero le
novelle, che Regnier con un corpo di circa quattro mila soldati aveva
posto il campo a Maida, terra distante dieci miglia dal mare. Udì al
tempo stesso che una nuova schiera di tre mila soldati accorreva in
soccorso di Regnier, perciocchè la nuova della venuta degl'Inglesi già
si era sparsa nelle vicinanze. Si deliberava pertanto ad assaltare il
nemico innanzi che il soccorso si fosse congiunto con esso lui. Forte
e quasi inespugnabile era il sito di Regnier, e se si avesse aspettato
l'inimico, la sua vittoria sarebbe stata certa. Ma o nel proprio valore
troppo confidando, o di quello del nemico troppo debolmente giudicando,
consentì al commettere all'arbitrio della fortuna un'impresa certa,
e scese, varcato il fatale fiume Amato, che gli stava alla fronte,
nella pericolosa pianura. Arrivavano in questo mentre i tre mila; il
quale accidente accrebbe nei Franzesi l'opinione del vincere. Si fece
dalla sua parte avanti l'esercito d'Inghilterra: le due emole nazioni
venivano al cimento.
Incominciò la battaglia, correva il dì 6 luglio, dall'affronto
incomposto e sparso dei soldati armati alla leggiera; poi si venne
alla zuffa delle genti grosse. Trassero poche volte con gli archibusi:
mossi dall'emulazione, ed impazienti del combattere da lontano, si
avventarono colle baionette in canna gli uni contro gli altri. La
mischia era spaventosa; vivi erano i Franzesi, stabili gl'Inglesi.
Dopo varii accidenti, la battaglia si facea pericolosa per questi,
quando un nuovo reggimento partito da Messina, e testè sbarcato a
Santa Eufemia, arrivò sul campo, e posto dietro un po' di riparo che
il terreno offeriva, fece fronte ai cavalli franzesi che incalzavano, e
coi tiri spesseggiando, non solamente arrestò l'impeto loro, ma ancora
li costrinse alla ritirata più rotti che interi. Dopo questo fatto, i
soldati di Regnier si posero in fuga sconposti e sbaragliati, cercando
ciascuno salute senza ordine e norma, come meglio avvisava. Fu compiuta
la vittoria degli Inglesi. Dei dispersi, che furono un grosso numero,
molti venuti in mano dei Calabresi, furono crudelmente ammazzati:
alcuni, condotti cattivi al cospetto di Stuart, salvi restarono.
La vittoria di Maida die' nuova cagione ai Calabresi di levarsi a
romore: ad uso barbaro ammazzavano quanti venivano loro alle mani. I
Franzesi, dal canto loro irritati contro uomini che a nissun uso civile
attendevano, saccheggiavano ed ardevano tutte le terre che loro si
scoprivano contrarie, uccidendo i terrazzani, e nissun rispetto avendo
o al sesso o all'età. La Calabria tutta fumava d'incendii e di sangue.
Furono i Franzesi obbligati a sgombrarne.
Il trionfo di Maida poco durava. Si ingrossavano di nuovo i
napoleoniani; gli assassinii erano cattivo fondamento; il capitano
d'Inghilterra si ritirava in Sicilia, solo lasciando un presidio nel
forte di Scilla, di cui s'era impadronito.
Si accalorava l'oppugnazione di Gaeta. Già per molti mesi l'aveva
virilmente difesa il principe d'Assia: vi morirono molti buoni
Franzesi, fra gli altri il generale Vallelongue. Il principe ferito
gravemente fu portato in Sicilia. Si diede la fortezza, che già,
aperta una breccia molto grande nel muro della cittadella, i terribili
granatieri di Francia erano pronti all'assalto, il dì 18 luglio.
La resa di Gaeta avvantaggiò le condizioni dei Franzesi nel regno. La
forte schiera che l'aveva oppugnata andava a ricuperare le Calabrie;
e stantechè il nome di Massena era di molto terrore, gli fu dato il
governo della spedizione. Perchè un uomo terribile avesse podestà
terribili, decretava Giuseppe, fossero e s'intendessero le Calabrie in
istato di guerra; i magistrati civili e militari obbedissero a Massena;
creasse commissioni militari pei giudizii, ed i giudizii si eseguissero
senza appello in ventiquattro ore; i soldati vivessero a carico dei
paesi sollevati; i beni degli assassini e dei capi dei ribelli si
ponessero al fisco; i beni degli assenti ancor essi si confiscassero;
chi, non essendo ascritto alla guardia provinciale, fosse trovato con
armi, si desse a morte; i conventi che non dichiarassero i religiosi
complici si sopprimessero. Andava Massena alla spedizione: seguitarono
dalle due parti crudeltà inusitate. Durò lunga pezza la carnificina;
pure i napoleoniani per la disciplina e per gli ordinati disegni
prevalevano. Il terrore e le uccisioni frenarono, non quietarono la
provincia; semi orrendi vi covavano, che ora in questo luogo ora in
quell'altro ripullulavano, e facevano segno che più potevano l'odio
e la rabbia che i supplizii; nè mai potè Giuseppe venir a capo dei
sollevamenti calabresi, ancorchè osasse rimedii asprissimi, e qualche
volta anche dolcezza coi perdoni. Vedremo poi che se la dolcezza
mescolata con la crudeltà non fece frutto per pacificare le Calabrie,
una crudeltà pura il fece: feroce razza di Calabria che non potè
costringersi alla quiete, se non con lo sterminio.
Risoluzioni infedeli, atti soperchievoli, guerra barbara insanguinavano
una costa dell'Adriatico; simili accidenti insanguinavano l'altra.
Erano le Bocche di Cattaro il più sicuro ricovero che si avessero
i naviganti nell'Adriatico, state cedute alla Francia pel trattato
di Campo Formio, con tempo di sei settimane ad esserne messo in
possessione. Spirato il termine, e non comparsi gli ufficiali
di Francia a prenderne possessione, un agente di Russia, col
quale concordavano, siccome Greci, gran parte dei Bocchesi e dei
Montenegrini, selvaggi abitatori delle vicine montagne, sollevò
il paese, predicando che, poichè il tempo buono della consegna
era trascorso, i Franzesi erano scaduti, ed il paese padrone di sè
stesso. I comandanti austriaci di Castel Nuovo e degli altri forti la
intendevano ad un altro modo, e volevano serbare la fede. Arrivava in
questo mentre il marchese Ghisilieri, commissario d'Austria, per fare
la consegnazione; ma non che il suo mandato eseguisse perchè già i
Franzesi si approssimavano, consentì a sgombrar il paese, lasciandolo
in potere de' natii, dei Montenegrini e dei Russi. Sgombrarono di
malavoglia i comandanti austriaci, e sdegnosamente anche protestarono
della violazione dei patti. Nè meno sdegnosamente udì Vienna il
fatto: fu il marchese condannato a carcere perpetuo in una fortezza di
Transilvania.
La fede violata a Cattaro die' occasione a fede violata in Ragusi.
I napoleoniani, non potendo più occupare Cattaro, s'impadronirono di
Ragusi, nessuna ragione contro quella pacifica ed innocente repubblica
allegando, ma solamente il pretesto di preservarla dalle scorrerie
dei Montenegrini. Certo i soldati napoleonici difesero Ragusi, dicesi
la città, perciocchè i Montenegrini saccheggiavano il territorio; ma
Napoleone spense la repubblica, congiungendola all'italico regno:
singolar modo di preservazione. Sorse una guerra varia. Lauriston,
tenuto in assedio in Ragusi dai Montenegrini, era soccorso da Molitor,
che li vinceva, risospingendoli ai loro nidi delle montagne. Pure
stavano ancora minacciosi ed infestavano con ispesse correrie il
paese, quando Marmont, con astuzia militare avendogli indotti a venire
al piano, con istrage grandissima prostrava tutte le forze loro.
Guerra orribile fu questa: i Montenegrini ammazzavano i prigioni e
gittavano le lor teste tronche fra le file dei compagni inorriditi; i
napoleoniani perseguitavano sui monti loro i Montenegrini, e quando non
li potevano avere, per essersi nascosti nelle tane, ne li cacciavano
con fuoco e fumo, come se fiere fossero, per uccidersi.
Cantava queste vittorie con gloriose promulgazioni, secondo la natura
sua, Dandolo, che era per Napoleone provveditore generale della
Dalmazia.
Il re Federico sentiva i frutti della tenuta condotta. Vinta l'Austria
per avere la Prussia imprudentemente serbata la neutralità, insorgeva
Napoleone a vincere la Prussia dopo l'Austria. Usò le insidie, le
insolenze e le usurpazioni per farla vile agli occhi del mondo; poi
assalti più aperti per farla risentire, non dubitando di vincerla.
Invase l'Annover, ed operò ch'ella lo accettasse in proprietà,
dono funesto per la riputazione, funesto per gli effetti. Offese la
Germania nel caso del duca d'Enghien: non risentissi la Prussia. Portò
pazientemente il re l'incoronazione italica, l'unione di Genova, il
fatto di Lucca, le non attenute promesse al re di Sardegna: portò
pazientemente la carcerazione dei legati d'Inghilterra sui territorii
germanici, le taglie poste sulle città anseatiche, le violazioni
delle terre d'Anspach e di Bareit. Di mezza Germania si faceva signore
Napoleone per la confederazione del Reno. Non ci allungheremo in altri
fatti; ma nuovi soldati napoleonici marciavano in Germania. Conobbe il
re con quale amico avesse a fare, e corse alle armi; corse altresì al
ferro Napoleone.
Vinse la fortuna di Napoleone. Fu la Prussia prostrata a Jena, fu
prostrata a Maddeborgo ed a Perenslavia. Berlino, capitale del regno,
le fortezze tutte, dominando uno scompiglio ed un terrore estremo,
vennero in poter del vincitore. Questo fine ebbero le armi animosamente
mosse dal re Federico per istimolo proprio e per quelli di Alessandro
di Russia. Arrivava Alessandro imperatore con le sue schiere in aiuto
del vinto amico; ma Napoleone soprastava di ardire, di forza e d'arte.
Fu asprissima la battaglia di Eylau e di esito incerto. Incrudelita la
stagione, ritiraronsi i Franzesi di qua della Vistola, i Russi di là
della Pregel.
Anno di CRISTO MDCCCVII. Indizione X.
PIO VII papa 8.
FRANCESCO I imp. d'Austria 2.
Intiepiditosi il tempo, si avventavano gli uni contro gli altri
Franzesi e Russi: varii furono i combattimenti; sanguinosi tutti.
Infine sui campi di Friedland conflissero con ordinanza piena i due
nemici (14 giugno). Quivi cadde la fortuna russa. Napoleone vincitore
ai confini di Alessandro sovrastava; addomandava Alessandro i patti.
Narrano che i due imperatori nelle conferenze più segrete fra di loro
si spartissero il mondo. Quale di questo sia la verità, convennero
sulle sponde del Niemen in trattato, il dì 7 di luglio; riconobbe
Alessandro il nome e l'autorità regia in Giuseppe Napoleone come re di
Napoli, ed in Luigi Napoleone come re d'Olanda; consentì che un regno
di Vestfalia si creasse, ed in Girolamo Napoleone, fratello minore di
Napoleone, s'investisse; accordò che un ducato di Varsavia si creasse,
e duca ne fosse Federico Augusto di Sassonia; riconobbe la renana
confederazione; stipulò per articolo segreto che le Bocche di Cattaro
si sgombrassero dai Russi e si consegnassero in potestà di Napoleone.
Convenne infine che sette isole ioniche cedessero in possessione del
medesimo.
I fatti di guerra di Napoleone superavano per grandezza quanti siano
stati mandati alla memoria dei posteri, e già lui temeva ed adorava
il mondo. Non v'era più luogo all'adulazione; perchè le lodi, per
ismisurate che fossero, parevano minori del vero; nè i poeti più
celebri, quantunque con ogni nervo vi si sforzassero, potevano
arrivare a tanta altezza. Un mezzo solo gli restava per accrescere la
gloria acquistata; questa era di usarne moderatamente; ma amò meglio
dilettarsi, provando quant'oltre potesse trascorrere la viltà degli
uomini. Lasciando le adulazioni franzesi e d'altre nazioni, solo si
dica delle italiane. A questo fine erano stati chiamati a Parigi i
deputati del regno italico. Gamboni, patriarca di Venezia, favellava,
introdotto all'udienza nell'imperial sede di Saint-Cloud, con
servilissimo discorso al signore.
Rispose, gradire i sentimenti de' suoi popoli d'Italia; con piacere
averli veduti combattere valorosamente sulla scena del mondo; sperare
che sì fausto principio avrebbe consenziente fine. In questo luogo
venne in sul dire che le donne italiane dovevano allontanare da
sè stesse gli oziosi giovani, nè permettere che più languissero
negl'interni recessi, e comparissero al cospetto loro se non quando
portassero cicatrici onorevoli. Soggiunse poscia, vedrebbe Venezia
volentieri; sapere quanto i Veneziani l'amassero.
Accarezzato dai monaci del Cenisio, festeggiato dai Torinesi testè
liberati da Menou, al quale era succeduto, come governator generale,
il buon principe Camillo Borghese, arrivava Napoleone trionfante nella
reale ed accetta Milano. Le feste furono molte: i soldati armeggiavano,
i poeti cantavano, i magistrati lusingavano. Trattò Melzi molto
rimessamente, perchè non ne aveva più bisogno; perchè poi fosse meglio
rintanato, il creò duca di Lodi.
Ed ecco che Napoleone arrivava a Venezia (29 novembre). Luminaria
per tutta la città; di notte il canal grande chiaro come di giorno;
la piazza di San Marco più chiara del canale; regata, balli, teatri,
plausi di voci e di mani. Si mostrò lieto e contento in volto. Tornato
a Milano il dì 6 dicembre udiva i collegi, ed i collegi parlava. Accusò
gli antenati, parlò di patria degenere dalla antica, affermò molto
aver fatto per gli Italiani, molto più voler fare; ammonilli, stessero
congiunti con Francia; ricordò loro che da quella ferrea corona si
ripromettessero l'independenza.
Corsa trionfalmente la Lombardia, nuovi italici pensieri gli
venivano in mente e li mandava ad esecuzione. Aveva, a cagione che
il principe reggente di Portogallo si era ritirato dal voler fare
contro gl'Inglesi, per un trattato sottoscritto a Fontanablò ai 27 di
ottobre con un ministro di Spagna, tolto il Portogallo a' suoi antichi
signori, che vi erano ancora presenti, e dato in potestà di nuovi.
Per esso si accordarono la Francia e la Spagna, che la provincia del
Portogallo tra Mino e Duero colla città di Porto cedessero in proprietà
e sovranità del re d'Etruria, ed egli assumesse il nome di re della
Lusitania settentrionale; che l'Algarve si desse al principe della
Pace con titolo di principe dell'Algarve; che il Beira ed il Tramonti e
l'Estremadura di Portogallo si serbassero sequestrate sino alla pace;
che il re d'Etruria cedesse il suo reame all'imperator dei Franzesi;
che un esercito napoleonico entrasse in Ispagna, e congiunto con lo
spagnuolo occupasse il Portogallo. I Braganzesi, avuto notizia del
fatto, e non aspettata la tempesta, s'imbarcarono per Brasile sopra
navi proprie ed inglesi.
Il dì 22 novembre i ministri di Francia e di Spagna, nelle stanze di
Maria Luisa regina reggente di Toscana entrando, le intimarono essere
finito e ceduto a Napoleone il suo toscano regno, e che in compenso
le erano assegnati altri Stati da goderseli col suo figliuolo Carlo
Lodovico. Significava la regina ai suoi popoli essere la Toscana ceduta
all'imperator Napoleone; ad altri regni andarsene: ricorderebbesi
con diletto del toscano amore, rammaricherebbesi della separazione,
consolerebbesi pensando, passare una nazione sì docile sotto il
fausto dominio di un monarca dotato di tutte le più eroiche virtù,
fra le quali, per usare le stesse parole che usò la regina, dette così
com'erano alla segreteriesca, fra le quali campeggiava singolarmente la
premura la più costante di promuovere ed assicurare la prosperità dei
popoli ad esso soggetti. Non seguitò la regina in Toscana le vestigie
leopoldiane, anzi era andata riducendo lo Stato a governo più stretto.
Arrivò il generale Reille, il dì 11 dicembre, a pigliar possesso
in nome dell'imperatore e re; i magistrati giurarono obbedienza;
cassaronsi gli stemmi di Toscana; rizzaronsi i napoleonici: arrivava
Menou egiziaco a scuotere le toscane genti; Napoleone trionfatore,
tornando a Parigi, tirava dietro le sue carrozze quelle di Maria Luisa
e di Carlo Lodovico.
La natura rotta e precipitosa di Menon mitigava in Toscana una
giunta creata dal nuovo sovrano e composta di uomini giusti e buoni,
fra i quali era Degerando, solito sempre a sperare, a supporre e
a voler bene. Avevano il difficile carico di ridurre la Toscana a
forma franzese. Erano in questa bisogna alcune cose inflessibili,
alcune pieghevoli. Si noveravano fra le prime gli ordini giudiziali,
amministrativi e soldateschi: furono introdotti nella nuova provincia
senza modificazione; degli ultimi non potevano i Toscani darsi pace,
parendo loro cosa enorme che dovessero andare alle guerre dell'estrema
Europa per gl'interessi di Francia, o piuttosto del suo signore. Si
adoperava la giunta, non senza frutto, a fare che la nuova signoria
meno grave riuscisse. Primieramente la tassa fondiaria, opinando in ciò
molto moderatamente Degerando, fu ordinata per modo che non gettasse
più del quinto nè meno del sesto della rendita. Non trascurava la
giunta le commerciali faccende. Pel cielo propizio, volle tirarvi
la coltivazione del cotone, e per migliorar le lane, diede favore al
far venire pecore di vello fino nelle parti montuose della provincia
sienese. Delle berrette di Prato, dei cappelli di paglia, degli
alabastri e dei coralli di Firenze e di Livorno, parti essenziali
del toscano commercio, con iscuole apposite, con carezze e con premii
particolar cura aveva. Domandò a Napoleone che permettesse le tratte
delle sete per Livorno, provvedimento utilissimo, anzi indispensabile,
per tener in fiore le manifature dei drappi e la coltivazione dei
gelsi nella nuova provincia. Richiese anche dal signore che concedesse
una camera di commercio a Livorno a guisa di quella di Marsiglia,
acciocchè i Livornesi potessero regolare da sè, e non per mezzo dei
Marsigliesi, le proprie faccende commerciali: non solo buona, ma
sincera e disinteressata supplica fu questa della giunta, perchè dava
contro Marsiglia. Per queste deliberazioni si mirava a conservar salvo
il commercio del Levante con Livorno.
I comodi di terra pressavano nei consigli della giunta come quei di
mare. Supplicava all'imperadore aprisse una strada da Arezzo a Rimini,
brevissima fra tutte dal Mediterraneo all'Adriatico, ristorasse quella
da Firenze a Roma per l'antica via Appia, dirizzasse quella da Firenze
a Bologna pei Bisenzio e pel Reno, terminasse finalmente quella che
insistendo sull'antica via Laontana, da Siena porta a Cortona, Arezzo
e Perugia. Nè gli studii si ommettevano; consiglio degno del dotto
e dabbene Degerando. Ebbero quei di Pisa e di Firenze con tutti i
sussidii loro ogni debito favore: ebberlo le accademie del Cimento,
della Crusca, del Disegno, dei Georgofili: feconda terra coltivava
Degerando, e la feconda terra ancora a lui degnamente rispondeva.
Quando poi arrivava gennaio, cessava la giunta l'ufficio, dato da
Napoleone il governo di Toscana ad Elisa principessa, granduchessa
nominandola. La qual Elisa, o per natura o per vezzo, simile piuttosto
al fratello che a donna, si dilettava di soldati, gli studii e la
toscana fama assai freddamente risguardando. A questo modo finì la
toscana patria.
Similmente ed al tempo stesso Napoleone univa all'imperio il ducato
di Parma e Piacenza dipartimento del Taro chiamandolo. Restavano ai
Borboni di Parma le speranze del Mino e del Duero.
La servitù si abbelliva. In questo Napoleone fu singolarissimo. Opere
magnifiche, opere utilissime sorgevano. Milano massimamente di tutto
splendore splendeva. La mole dell'ambrosiano tempio cresceva; il foro
Buonaparte ogni giorno più grandeggiava; Eugenio vicerè fomentava i
parti più belli dei pittori, degli scultori, degli architettori; la
corte promuovitrice di servitù era anche pruomovitrice di bellezza.
Nuovi canali si cavavano nuovi ponti s'innalzano nuove strade si
aprivano. Nè le rocche nè i dirupi ostavano; l'umana arte stimolata
da Napoleone, ogni più difficile impedimento vinceva. Sorsero sotto il
suo dominio e per sua volontà due opere piuttosto da anteporsi che da
pareggiarsi alle più belle ed utili degli antichi Romani; queste sono
le due strade del Sempione e del Cenisio, le quali, aprendo un facile
adito tra le più inospite ed alte roccie dall'Italia alla Francia,
attesteranno perpetuamente all'età future, in un colla perizia ed
attività dei Franzesi, la potenza di chi sul principiare del secolo
decimonono le umane sorti volgeva.
Anno di CRISTO MDCCCVIII. Indizione XI.
PIO VII papa 9.
FRANCESCO I imp. d'Austria 3.
Era arrivato il tempo in cui i disegni napoleonici dovevano colorirsi a
danno del re di Spagna. Il mettere discordia nella famiglia reale, il
far sorgere sospetto nel padre del figliuolo, dispetto nel figliuolo
verso il padre, il seminar sospetti sopra la coniugal fede della
regina, e al tempo stesso accarezzare chi era soggetto dei sospetti,
e farne strumento alle macchinazioni, il contaminar la fama di una
principessa morta, accusar un principe di Spagna d'insidie, perchè più
amava la Francia che la Spagna, fare che a Madrid e ad Aranjuez ogni
cosa fosse sospetto di fraudi e di tradimenti, e la quiete e confidente
vita del tutto sbandirne, queste arti produssero il mal frutto. La
subitezza spagnuola le ruppe, col far re Ferdinando e dimetter Carlo;
ma Napoleone ravviava le fila: l'accidente stesso d'Aranjuez, che
parea dovere scompigliar ogni trama, gli diede occasione a mandarla ad
effetto. Trasse con le lusinghe il re Carlo in suo potere a Baiona;
restava che vi tirasse il re Ferdinando, ed il vi tirò. Rallegrossi
allora dell'opera compita. Costrinse il padre ed il figliuolo a
rinunziare al regno in suo favore, mandò il padre poco libero a
Marsiglia, il figliuolo prigione a Valenzay: nominò, ribollendo in lui
la cupidità dell'esaltazione de' suoi, Giuseppe re di Spagna, Murat re
di Napoli. Sorsero sdegnosamente gli Spagnuoli contro le ordite cose, e
combatterono i napoleoniani.
Napoleone, obbligato a mandar soldati contro Spagna, ed a scemargli
in Germania, temeva di qualche moto sinistro. Una nuova dimostrazione
dell'amicizia di Russia gli parve necessaria. Fatte le sue
osservazioni, otteneva che Alessandro il venisse a trovare ad Erfurt.
Quivi furono splendide le accoglienze pubbliche, intimi i parlari
segreti: stava il mondo in aspettazione e timore nel vedere i due
monarchi, allora potenti sopra tutti favellare insieme delle supreme
sorti. Chi detestava l'imperio dispotico di Napoleone, disperava
della libertà d'Europa, perchè, essendo le due volontà preponderanti
ridotte in una sola, non restava più nè appello, nè ricorso, nè
speranza. Chi temeva dell'insorgere progressivo della potente Russia,
abborriva ch'ella fosse chiamata ad aver parte in modo tanto attivo
nelle faccende di Europa; conciossiachè le abitudini più facilmente
si contraggono che si dismettano, ed anche l'ambizione del dominare
non si rallenta mai, anzi cresce sempre ed è insanabile. Rotto era e
capriccioso il procedere di Napoleone, e però da non durare, mentre
l'andare considerato e metodico della Russia dava più fondata cagione
di temere. Le scene di Erfurt erano per Napoleone più di apparato che
di arte, per Alessandro più di arte che di apparato.