Seguitarono queste protestazioni altri discorsi da ambe le parti.

Intanto le armi si apprestavano. L'imperadore di Francia, che con

la celerità aveva sempre vinto, vedendo la nuova lega ordita contro

di lui e la guerra inevitabile, stando coll'animo riposato dal canto

della Prussia, ordinò incontanente all'esercito raccolto sulle coste

di Francia verso l'Inghilterra marciasse in Alemagna, soccorresse alla

Baviera minacciata dalla Austria, ributtasse la forza colla forza. Poco

dopo, descritti nuovi soldati, si avviava egli medesimo verso i campi

d'Alemagna, sapendo quanto mole della guerra fossero il suo nome ed il

suo valore. Dal canto suo l'Austria commetteva all'arciduca Ferdinando,

giovane animosissimo, l'esercito germanico, dandogli per moderatore

della sua gioventù il generale Mack.

Dalla parte d'Italia, le condizioni delle cose militari erano le

seguenti. L'Austria, considerato quanta efficacia fosse per avere

il nome dell'arciduca Carlo, lo aveva preposto all'esercito italico,

schierato sulle rive dell'Adige. I forti passi del Tirolo erano dati in

guardia all'arciduca Giovanni con una grossa schiera, congiungitrice

de' due eserciti germanico ed italico. Si era fatto disegno che a

queste forze si accostasse, sbarcando in qualche parte d'Italia, un

grosso aiuto di Russi e d'Inglesi, che allora erano raccolti nelle

isole di Corfù e di Malta. Ma Napoleone, contuttochè principal cura

avesse delle cose di Germania, non pretermise quelle d'Italia; e poichè

seppe che l'arciduca Carlo era stato posto al governo della guerra,

avendo più fede nella fortuna di Massena che in quella di Jourdan,

surrogava il capitano italico al capitano germanico. Mandava intanto

nuovi soldati, per modo che tra Franzesi ed Italiani Massena aveva

un esercito fiorito ed uguale pel numero all'alemanno, che sommava

circa ad ottanta mila soldati. Stavasi Massena alloggiato sulla destra

dell'Adige, pronto a tentare il passo, come prima fosse dato il segno

delle battaglie. L'imperadore di Francia, che in tutte le sue guerre,

poco curandosi delle estremità, ed amando le guerre grosse piuttosto

che le sparse, badava sempre al cuore, perchè sapeva che a chi n'andava

il cuore ne andavano anche le estremità, fece, disegno d'ingrossare

sull'Adige con mandarvi quella parte che sotto Gouvion di Saint-Cyr

alloggiava nel regno di Napoli. Il che, perchè con sicurtà potesse

eseguire, aveva con sue pratiche e per mezzo del marchese del Gallo,

ambasciatore del re a Parigi, indotto Ferdinando a sottoscrivere

un trattato di neutralità. S'obbligava per questo trattato il re

a starsene neutrale durante la presente guerra, a respingere colla

forza ogni tentativo fatto contro la sua neutralità, a non permettere

che alcuna truppa nemica sbarcasse, o ne' suoi regni entrasse, a non

ricettare ne' suoi porti alcuna nave nemica, a non commettere i suoi

soldati o le piazze ad alcun ufficiale o russo od austriaco o di altra

potenza nemica, ed in questo capitolo s'intendessero anche compresi i

fuorusciti franzesi: il che particolarmente accennava al conte Ruggiero

di Damas. Dalla parte sua Napoleone, fidandosi, come si spiegava,

nelle obbligazioni e promesse del re, consentiva a sgomberare il regno

dei suoi soldati, ed a consegnare i luoghi occupati agli ufficiali

napolitani. Si obbligava, oltre a ciò, e prometteva di conoscere ed

avere per neutrale nella guerra presente il regno delle Due Sicilie.

Saint-Cyr marciava verso l'Adige.

I discorsi, secondo il solito, procedevano le armi; moderati dal canto

dell'arciduca, più vivi da quello del capitano napoleonico. Quando poi

già le armi suonavano in Alemagna, e già la Baviera era invasa dagli

Austriaci, il principe Eugenio, vicerè d'Italia, pubblicava con parole

molto aspre contro l'Austria la guerra.

Già si combatteva aspramente in Germania, quando ancora si riposava

dalle armi in Italia, imperciocchè, a petizione dell'arciduca, che

desiderava, prima di combattere, sapere a qual via s'incamminassero

gli accidenti della guerra germanica, si era fatto tra lui e Massena

un accordo, perchè le offese non si potessero cominciare prima del 18

ottobre.

Ma già vincevano le napoleoniche stelle. L'imperatore dei Franzesi

arrivando in Alemagna innanzi che gli Austriaci avessero avuto tempo

di riuscir oltre i passi della Selva Nera e di fortificarli, ed innanzi

che i Russi giungessero in aiuto loro, si avventava, in ciò mostrando,

oltre la celerità, una grandezza di militari concetti straordinaria,

contro il nemico tante volte vinto. Trovossi Mack in pochi giorni cinto

da ogni parte, segregato da Vienna, ridotto dentro le mura di Ulma.

Aveva vinto Napoleone una prima battaglia a Vertinga, una seconda a

Gunsborgo. Per tal guisa non solamente furono serrati gli Austriaci, ma

fu ancora Mack separato dall'arciduca Giovanni.

Spuntava appena il giorno 18 ottobre, termine della tregua, che sapendo

già Massena essersi venuto alle mani in Germania con prospero successo

de' suoi compagni, si deliberava a cominciar la guerra. Alle quattro

della mattina, dando due assalti uno sotto l'altro sopra Verona, si

accingeva a sforzare sul mezzo il passo.

Imponeva a questo fine a Duhesme ed a Gardanne che assaltassero

il ponte: era murato e rotto; ma Lacombe Saint-Michel, generale

d'artiglieria, con un petardo, esponendosi a grave pericolo, perchè

i Tedeschi fulminavano dalla riva sinistra, rompeva il muro, ed il

generale Chasseloup con pari valore riattava il ponte. Passarono i

soldati annali alla leggiera; ma fortemente pressati dai Tedeschi,

correvano grandissimo pericolo. Non tardò Gardanne a venire in soccorso

loro col grosso delle sue compagnie, e rinfrescò la battaglia. Si

combattè con molto valore e con vario successo da ambe le parti.

L'arciduca, che aveva il suo campo a San Martino, mandò tostamente

nuovi soldati in soccorso de' suoi, donde nasceva un più vivo e più

generale combattere; Duhesme ancor egli era passato con tutta la

sua schiera. Per quel giorno non fu compiuta pei Franzesi, ancorchè

avessero il vantaggio, la vittoria, e fu loro forza tornarsene ad

alloggiare sulla destra del fiume, conservando però in poter loro la

signoria del ponte.

Massena, o che il ritenesse il forte sito dell'arciduca, o che volesse

aspettare che Saint-Cyr l'avesse raggiunto, o che desiderasse, prima

di cacciarsi avanti, udire i fatti ulteriori della Germania, se ne

stette più giorni senza fare alcun movimento d'importanza. In questo

gli sopraggiungono desideratissime novelle: avere tutto l'esercito di

Mack, salvo una piccola squadra fuggita sotto la condotta dell'arciduca

Ferdinando, deposto le armi, ed essersi dato, il dì 17 ottobre, vinto

e cattivo in mano di Napoleone: il che importava l'annichilazione

quasi intiera delle forze austriache in Alemagna. Cambiavansi le sorti

dell'italica guerra. Fu l'arciduca obbligato a debilitarsi con mandar

parte de' suoi in aiuto dell'imperio pericolante. Sgomentaronsene i

Tedeschi, presero animo i Franzesi. Massena, udito il maraviglioso

caso d'Ulma, si risolveva, senza frappor tempo in mezzo, ad assaltare

l'avversario nel suo forte alloggiamento di Caldiero. Il giorno 29

ordinava il passo del fiume. Duhesme e Gardanne, passato il ponte, si

erano allargati a destra; Seras, passato più sopra, seguitava ad altro

disegno le falde dei monti, ed occupando le alture di val Pontena,

che signoreggiavano il costello di San Felice, che con le artiglierie

aveva molto noiato i Franzesi al passo del ponte, aveva obbligato i

Tedeschi a sgombrare da Veronetta. Ciò diede abilità ad altre squadre

di passare, massimamente ai cavalli, per modo che gli Austriaci,

cacciati da tutti i siti, e perfino da San Michele, si ritirarono con

grave perdita, sempre però animosamente combattendo, oltre San Martino.

I Franzesi pernottarono in Vago. Si risolveva l'arciduca a far fronte

a Caldiero. Si ordinava la mattina del giorno 30 alla battaglia,

distendendosi in siti diligentemente fortificati, e tenendo in serbo

la cavalleria ed un grosso corpo di ventiquattro battaglioni di

granatieri.

Il generale di Francia aveva partito i suoi in tre schiere, con un

grosso ordinato alle riscosse, e che stava accampato in poca distanza

alle spalle. Massena, avendo inteso che le fazioni ordinate di Seras e

di Verdier avevano avuto il fine ch'egli si era proposto, si deliberava

ad attaccare la battaglia. Non immoreremo a descrivere questo fatto,

che fu egregiamente combattuto da ambe le parti, ma il fine fu che i

Tedeschi, lasciando la vittoria in potestà di chi poteva più di loro,

cedettero, del campo e si ritirarono alle batterie che l'arciduca aveva

piantato sopra le eminenze che torreggiano oltre Caldiero.

Mentre si combatteva a Caldiero, aveva l'arciduca mandato a sua destra

verso i monti una colonna di cinque mila soldati sotto la condotta

d'Hillinger col proposito di circuire e di combattere i Franzesi alle

spalle. Ne nacque un grave accidente a danno delle forze austriache,

poichè Seras, che assai forte marciava su quelle medesime terre, oltre

procedendo ed intromettendosi tra Hillinger e l'arciduca, tagliò fuori

la squadra segregata, e la ridusse alla necessità di arrendersi.

Il fatto di Caldiero, la calamità d'Hillinger, gli ordini

dell'imperatore suo fratello non lasciarono più luogo ad elezione

nell'arciduca. Per la qual cosa la notte del primo novembre principiò

a tirarsi indietro per la strada di Vicenza; poi, continuando con arte

a cedere del campo, conduceva le sue genti, più intere che le perdite

prime e la presta ritirata potessero permettere, sulle sponde della

Sava, ponendosi alle stanze di Lubiana. Il seguitarono velocemente i

Franzesi: raccolsero alcuni corpi, ma piccoli, di sbrancati e grossi

magazzini di viveri, principalmente in Udine e Palmanova. A questo modo

i fertili paesi della terra ferma veneta, conquistati di nuovo dalle

armi vincitrici di Napoleone, furono tolti all'Austria. Solo la città

di Venezia restava in poter dei Tedeschi.

Era in questo mezzo tempo arrivato da Napoli Saint-Cyr. Massena,

trovandosi in necessità di seguitare a seconda l'arciduca nelle

montagne della Carniola e della Carintia, non voleva, per timore di

qualche sbarco di Russi e d'Inglesi, lasciare senza difesa i lidi

veneziani. Ordinava pertanto a Saint-Cyr che si allargasse e custodisse

le spiaggie dalle bocche dell'Adige sino a Venezia. Questa provvidenza

ebbe felice successo, non contro i tentativi di mare, che nessuno

fu fatto, ma contro uno di terra. Occupato Ney il Tirolo tedesco, e

insignoritosi del Tirolo italiano; costretto Augereau il generale

Yellacich alla dedizione; un grosso di sette mila fanti e mille

cavalli, sotto la condotta del principe di Roano, forzato a calarsi

per le sponde della Brenta verso i piani bagnati da questo fiume,

incontratosi a Castelfranco con Saint-Cyr, dopo un furioso conflitto,

fu obbligato ad arrendersi. Dopo questo fatto Massena, sicuro alle

spalle, vieppiù inoltrava la sua fronte, e fermava gli alloggiamenti

in Lubiana, ritiratosene l'arciduca per internarsi nella Croazia, e di

là nel principato di Sirmio in Ischiavonia, tra la Drava e la Sava. I

soldati di Massena e di Ney si congiunsero a Villaco ed a Clagenfurt:

i due eserciti di Francia, germanico ed italico, si congregarono alle

future imprese sul Danubio.

Aveva Ferdinando di Napoli, siccome si è narrato, stipulato la

neutralità; ma quando appunto la guerra si definiva in favor di Francia

in Germania e nell'Italia superiore, essendo già corso oltre il suo

mezzo il mese di novembre, arrivavano nel golfo di Napoli due navi

inglesi con molte onerarie, sopra le quali erano quindici mila soldati,

dodici mila Russi venuti da Corfù, tre mila Inglesi venuti da Malta.

Sbarcarono soldati, armi e munizioni tra Napoli e Portici, annunziando,

venire non solo per proteggere il regno, ma ancora per correre verso

Italia superiore in aiuto degli Austriaci. Non fece il re, non bene

considerando quel che potesse portare seco il tempo futuro, alcuna

dimostrazione nè protesta per impedire lo sbarco di queste genti

nemiche a Francia. L'ambasciator di Napoleone, viste le insegne del

nemico, molto acerbamente si risentiva, e, calati gl'imperiali stemmi

dalla fronte del suo palazzo, richiedeva il re dei passaporti, e

l'infedele terra (come diceva) abbandonando, se ne partiva alla volta

di Roma. Per mitigarlo, mandava fuori il governo un editto, per cui

prometteva ai Franzesi, Italiani, Liguri e ad altre nazioni unite

all'impero franzese, che sarebbero le proprietà loro ed i traffici

sicuri e salvi. Fu la dimostrazione indarno, perchè non solo nissuna

protestazione conteneva contro il moto dei confederati, ma nemmeno

mostrava alcun dispiacere di quello che la Francia avea sentito sì

acremente. Gli effetti che ne seguitarono, e che per molti anni tolsero

al re la possessione del regno di qua dal Faro, saranno fra breve

raccontati.

Vinceva Napoleone nei campi d'Austerlitz una campale battaglia. Vinti

i Russi ausiliarii, fu l'Austria costretta a consentire ai patti.

Si fermarono a Presborgo in Ungheria il dì 26 dicembre. Consentiva

l'imperatore di Alemagna e d'Austria a tutte le unioni dei territorii

italiani; riconosceva le risoluzioni prese dall'imperator di Francia

rispetto a Lucca ed a Piombino; riconosceva l'imperator di Francia

come re d'Italia con ciò però che, seguita la pace generale, le due

corone, a seconda delle promesse fatte dall'imperator Napoleone,

l'una dall'altra fossero separate, nè mai in perpetuo potessero esser

riunite; dava in potestà dell'imperatore medesimo di Francia tutti

gli Stati dell'antica repubblica di Venezia a lui ceduti pel trattato

di Campo Formio, e consentiva che fossero uniti al regno d'Italia;

riconosceva ancora nei duchi di Vittemberga e di Baviera la qualità

ed il titolo di re; cedeva a quest'ultimo, oltre parecchi paesi, i

principati di Brissio e di Bolzano, le sette signorie di Voralberga e

parecchi altri paesi sulle rive del lago di Costanza; dal canto suo

l'imperator Napoleone guarentiva l'interezza dell'impero d'Austria,

consentiva che Salisborgo, già dato all'arciduca Ferdinando di Toscana,

al medesimo imperio si unisse, e si obbligava ad intromettersi appresso

al re di Baviera, perchè cedesse Visborgo all'arciduca in compenso di

Salisborgo.

Anno di CRISTO MDCCCVI. Indizione IX.

PIO VII papa 7.

FRANCESCO II imperadore 15.

Si mandava ad effetto il trattato del 26 dicembre. Venezia e gli

antichi suoi territorii, dopo otto anni di dominio austriaco, tornavano

sotto quello di Francia. Venne Law Lauriston a prenderne possesso da

parte del re d'Italia. Il dì 19 gennaio arrivarono in Venezia i soldati

di Napoleone; li comandava Miollis. Arrivava il dì 5 di febbraio in

Venezia Eugenio vicerè, testè sposato ad Amelia di Baviera. Fecersi i

soliti rallegramenti.

A questo tempo rinfrescavansi le napolitane ruine. Napoleone vittorioso

pensava a soddisfare all'ambizione ed alla vendetta. Già sull'uscire

del precedente anno aveva pubblicato, parlando a' suoi soldati, queste

parole:

«Da dieci anni io feci quanto per me si potè per salvare il re di

Napoli e da dieci anni ei fece quanto per lui si potè per perdersi.

Dopo le battaglie di Dego, di Mondovì e di Lodi, deboli forze gli

restavano per resistermi: fidaimi nelle sue parole, anteposi la

generosità alla forza. Risolvè poscia Marengo la seconda lega: aveva

il re, di tutti il primo, incominciato la guerra: da' suoi alleati

abbandonato a Luneville, solo e senza difesa rimase. Implorò perdono,

gliel concedei. Voi, a Napoli già vicini, avevate in poter vostro il

regno: i tradimenti io sospettava, le vendette poteva fare: novella

generosità amaimi; che sgombraste il regno, ordinarvi; la terza volta

restommi della salute sua la casa dei reali di Napoli obbligata.

Perdonerò io la quarta ad una corte senza fede, senza onore, senza

ragione? No; ceda dal regno la napolitana famiglia: non può ella

col riposo d'Europa, coll'onore della mia corona sussistervi. Ite,

marciate, precipitate nell'onde quei deboli battaglioni dei tiranni del

mare, seppure a loro basterà l'animo di aspettarvi; ite, e mostrate

al mondo come da noi si puniscano gli spergiuri; ite e fate ch'egli

presto s'accorga che nostra è l'Italia, che il più bel paese della

terra ha ormai gettato via dal collo il giogo d'uomini perfidissimi:

ite, e mostrate che è la santità dei trattati vendicata, che sono le

ombre de' miei soldati, sopravvissuti ai naufragii, ai deserti, a cento

battaglie ed alle uccisioni nei porti della Sicilia, mentre tornavano

dall'Egitto, placate e paghe. Guideravvi mio fratello; partecipe della

mia potenza, partecipe dei miei consigli, in lui fidatevi, come io in

lui mi fido.»

A queste aspre parole del terribile vincitore di Austerlitz tenevan

dietro consenzienti fatti. Giuseppe fratello con esercito poderoso

marciava contro il regno; gli aveva dato Napoleone, conoscendolo

irresoluto e solito a lasciarsi portare dalla volontà degli altri,

per compagno e sostenitore de' suoi consigli Massena. Pruovossi

Ferdinando di stornare la tempesta con mandar Ruffo cardinale appresso

allo sdegnato signore per iscusare il fatto dello sbarco. Mostrossi

Napoleone inesorabile; preparava reali seggi ai fratelli; voleva

formare in ogni luogo Stati dipendenti intieramente da lui.

Quando pervennero a Ferdinando le novelle della volontà di Napoleone,

si ristrinsero insieme i suoi consiglieri per deliberare su quanto

la necessità del caso richiedesse. Ma la partenza dei Russi per

Corfù, con corriero espresso comandata dall'imperatore Alessandro,

rendè necessaria anche quella degl'Inglesi, che passarono in Sicilia,

lasciato Ferdinando nell'ultima ruina.

Lasciava Ferdinando la real sede il dì 23 gennaio, in Sicilia

ritirandosi. Così finiva allora il suo regno.

Partito Ferdinando sul vascello reale l'Archimede, fu lasciata una

reggenza composta dal generale Naselli, dal principe di Canosa, da don

Michelagnolo Cianciulli e da don Domenico Sofia. Era la città paventosa

delle cose avvenire; si temeva del popolo, dei Franzesi, dei Calabresi.

Accrebbe il terrore un grave tentativo dei carcerati al serraglio, che,

se avesse avuto effetto, Napoli sarebbe andata a rovina. Marciavano

intanto i Franzesi alla conquista. Giuseppe, fulminato vendetta

contro la corte, e promesso dolcezza al popolo se si sottomettesse,

velocemente viaggiava contro la capitale. Correva a destra a riva il

mare Regnier, nessuno ostacolo in nessun luogo incontrando, salvo

in Gaeta, piazza forte di sito, e custodita dal principe di Assia,

capitano valoroso. Intimata la resa, rispose negando. Assaltarono i

Franzesi il bastione di Sant'Andrea, e se lo presero, non senza sangue.

L'altra parte si difendeva egregiamente; ma essendo i napoleoniani

grossi, lasciate genti all'oppugnazione, passarono. Massena a sinistra

senza impedimento alcuno camminando, poichè Capua già si era data,

arrivava al 14 di febbraio sotto le mura dell'appetita città. Si

arresero castel Nuovo, castel dell'Uovo, castel del Carmine e castel

Sant'Elmo. Entrava Duhesme il primo con una scelta fronte di soldati

leggieri sì fanti che cavalli.

Faceva il dì seguente il suo ingresso Giuseppe a cavallo con molto

seguito di generali e con tutte le ordinanze in bellissima mostra.

Smontò al palazzo reale; trovollo squallido, e spogliato dai fuggitivi.

Addì 16, visitava la chiesa di san Gennaro; udita la messa di Ruffo

cardinale, presentava il santo con doni, primizie del futuro regno.

Tornatosi nella regia sede, dava le udienze ai magistrati, vedeva con

viso benigno la reggenza di Naselli; ma tosto la cassava, per crearne

un'altra: fecene capo Saliceti. Per far denaro, si mantennero le tasse

vecchie, se ne imposero delle nuove; per far sicurezza, si tolsero le

armi ai cittadini, e si venne sul suono di far morire soldatescamente

chi le portasse.

Intanto le Calabrie non quietavano. Si era il duca di Calabria

accostato, con un corpo di soldati uscito con lui da Napoli, al conte

Ruggiero, che con una squadra riempiuta di soldati siciliani, tedeschi,

napolitani, e con qualche misto di raunaticci, parte buona, parte

pessima, aveva fatto un alloggiamento fortificato sulle rive del Silo

nel principato di Salerno. Arso il ponte, schierava i suoi sulla riva.

Parve il caso d'importanza; vi fu mandato Regnier. Andò il Franzese

all'assalto, mandò i Napolitani in rotta, perseguitò i vinti fino a

Lagonero. Rannodaronsi i regi a Campotenese; venne loro sopra Regnier,

il dì 9 marzo e con un forte assalto li risolvette facilmente in fuga.

A stento salvossi il conte con mille soldati tra fanti e cavalli. Il

Franzese vittorioso s'inoltrava nella Calabria Ulteriore: occupava

Reggio, muniva di presidio la fortezza di Scilla, posta alla punta

d'Italia, dove è più vicina alla Sicilia, il che dava freno e sospetto

agl'Inglesi che in Messina si erano raccolti a difesa dell'isola.

Da un'altra parte Duhesme, oltratosi nella Basilicata, cacciava i

nemici da Bernarda e da Torre, ed entrava in Taranto, città opportuna,

pel suo sito, ad accennare ugualmente a Corfù ed alla Sicilia. Alcuni

rimasugli dei vinti si erano rannodati a Castrovillari, ma, combattuti

da Regnier, furono dispersi.

Sbaragliati i regolari, sorgevano, parte per la mutazione del governo,

parte per gl'istigamenti di Sicilia, parte per amore della vendetta,

parte per cupidigia del sacco, in diverse parti della Calabria, bande

collettizie di soldati spicciolati e di uomini facinorosi che mettevano

la provincia a terrore, a ruba ed a sangue. In questi orribili

ravvolgimenti perdeva chi aveva, acquistava chi non aveva; i buoni

solamente perivano, gli scellerati trionfavano. La ferocia di uomini

quasi ancora selvaggi era stimolata da uomini feroci per consetuedini;

il male si appiccava e dominava in ogni parte. Spargevansi voci che

la regina fomentasse questi moti: i Franzesi ed i partigiani loro

accrescevano questi romori, e davano loro più credito collo intento di

seminare viemmaggiormente rancori ed odii contro quel governo che da

loro era stato cacciato. Da questi accidenti nasceva che non solamente

il desiderio di Ferdinando diminuisse continuamente nelle popolazioni

quiete e negli uomini facoltosi, ma ancora con minor avversione si

vedesse il dominio dei Franzesi.

Questi rumori non ignorava Napoleone. Però, giudicando che fosse

arrivato il momento propizio per mandar fuori quello che si aveva

giù da lungo tempo concetto, nominava Giuseppe re delle Due Sicilie.

Annestava la solita condizione, che le due corone di Francia e di

Napoli non potessero mai essere posate sul medesimo capo.

La creazione del re Giuseppe fu sentita con qualche allegrezza in

Napoli: furonvi luminarie, spari, feste, teatri, canzoni, sonetti, al

solito; e di questi sonetti chi ne aveva più fatto per Carolina, più

ne faceva per Giuseppe. Vi furono anche non insolite, ma indecenti

cose: rivoltamenti di animi. Ruffo cardinale esultando ricevè Giuseppe

sotto il baldachino; il marchese del Gallo, ambasciatore di Ferdinando

a Parigi, il divenne di Giuseppe, poi incontanente suo ministro degli

affari esteri; il duca di Santa Teodora, ambasciatore di Ferdinando

in Ispagna, accettò carica in corte di Giuseppe. La Turchia stessa,

cui Napoleone avea voluto torre quel granaio dell'Egitto, adulava: il

giorno dell'assunzione di Giuseppe, il suo inviato in Napoli cacciò

fuori sulla fronte del suo palazzo, in mezzo a certa lumineria, questo

motto in lingua turca e franzese: _L'Oriente riconosce l'eroe del

secolo._

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 90 / 99 段