Presa in Monza la ferrea corona, e non senza solenne pompa a Milano

trasportata, si apriva l'adito all'incoronazione. La domenica 26 di

maggio, essendo il tempo bello ed il sole lucidissimo, s'incoronava

il re. Precedevano Giuseppina imperatrice, Elisa principessa in abiti

ricchissimi: ambe risplendevano di diamanti. Seguitava Napoleone,

portando la corona imperiale in capo, quella del regno, lo scettro

e la mano di giustizia in pugno, il manto reale, di cui i due grandi

scudieri sostenevano lo strascico, indosso. L'accompagnavano uscieri,

araldi, paggi, aiutanti, mastri di cerimonie ordinarii, mastro

grande di cerimonie, ciamberlani, scudieri pomposissimi. Sette dame

ricchissimamente addobbate portavano le offerte; ad esse vicini con

gli onori di Carlo Magno, di Italia e dell'impero procedevano i grandi

ufficiali di Francia e d'Italia, ed i presidenti dei tre collegi

elettorali del regno. Ministri, consiglieri, generali accrescevano la

risplendente comitiva. Ed ecco Caprara cardinale affaccendatissimo

e rispettoso in viso, col baldacchino e col clero accostarsi al

signore, e sino al santuario accompagnarlo. Sedè Napoleone sul trono,

il cardinale benediceva gli ornamenti regi. Saliva il re all'altare,

e presasi la corona, ed in capo postalasi, disse queste parole: _Dio

me la diede, guai a chi la tocca_. Le divote volte in quel mentre

risuonavano di grida unanimi di allegrezza. Incoronato, givasi a

sedere sopra un magnifico trono alzato all'altro capo della navata.

I ministri, i cortigiani, i magistrati, i guerrieri l'attorniavano.

Le dame specialmente, in acconce gallerie sedute, facevano bellissima

mostra. Sedeva sopra uno scanno a destra Eugenio, vicerè, figliuolo

adottivo. A lui, siccome a quello a cui doveva restare la suprema

autorità, già guardavano graziosamente i circostanti. Onorato e

speciale luogo ebbero nell'imperial tribuna il doge ed i senatori

liguri: stavano con loro quaranta dame bellissime e pomposissime;

Giuseppina ed Elisa in una particolar tribuna rispondevano. Le volle,

le pareti, le colonne sotto ricchissimi drappi si celavano, e con

cortine di velo, con frange d'oro, con festoni di seta s'adornavano.

Grande, magnifica e maravigliosa scena fu questa, degna veramente della

superba Milano. Cantossi la solenne messa; giurò Napoleone: ad alta

voce gridossi dagli araldi: «Napoleone I, imperatore dei Franzesi e re

d'Italia è incoronato, consecrato e intronizzato; viva l'imperatore e

re.» Le ultime parole ripeterono gli astanti con vivissime acclamazioni

tre volte. Terminata la incoronazione, andò il solenne corteggio a

cantar l'inno ambrosiano nell'ambrosiana chiesa. La sera, Milano tutta

festeggiava; fuochi copiosissimi s'accesero, razzi innumerevoli si

trassero, un pallone areostatico andava al cielo: in ogni parte canti,

suoni, balli, tripudii, allegrezze. A veder tante pompe, si facevano

concetti d'eternità: già gli statuali si adagiavano giocondamente sui

seggi loro.

Mentre con lusinghe e con onori s'intrattenevano in Milano il doge ed

i liguri legati, per un concerto con gli aderenti più fidi, un gran

fatto si tramava. Sollevavasi a cose nuove la travagliata Liguria. Vi

si spargevano prima parole, poi aperti discorsi, intorno alla necessità

dell'unione con Francia. Allegavasi da uomini prezzolati nelle liguri

provincie, allora essere stata perduta l'independenza quando fu fatta

la rivoluzione; d'allora in poi essere stata sotto diversi nomi e

reggimenti diversi Genova serva; aver lo Stato più pesi che portar

possa da sè; poterli portare facilmente congiunto con Francia; sperarsi

invano che il potente non manomettesse il debole; di ciò manifeste

testimonianze aver dato i forastieri venuti quali come amici, quali

come alleati; ripugnare la natura umana, sempre superba, ai moderni

desiderii, nè la giustizia regnare in chi troppo può; essere cangiate

le sorti d'Europa; preponderare oltremodo la Francia; già abbracciare

e stringere da ogni parte, pel Piemonte unito e per l'italico regno

obbediente, l'esile Liguria: che starsi a fare; che non si domandava

l'unione a Francia? Giacchè non si può più comandare da sè, savio

consiglio essere il comandare con altrui; le umili genovesi insegne non

rispettarsi sui mari dai barbari buttati fuori dalle caverne africane,

rispettarsi le franzesi, i napoleonici segni avere a render sicuri i

liguri navili: così una sola deliberazione politica esser per fare ciò

che le antiche armi della repubblica più non potevano. A queste parole

si aggiungevano le adulazioni sulla felice condizione di esser posti

al freno di Napoleone eroe. Le giurisdizioni domandavano l'unione con

Francia, supplicava il senato, Napoleone la decretasse.

Avendo le arti sortito l'effetto loro, comparivano al cospetto

dell'imperatore in Milano, il dì 4 di giugno, i liguri legati. Girolamo

Durazzo doge, tutto pallido e sgomentato, orava in umili parole;

le quali dette, e porti i suffragii del ligure popolo al signore,

rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo venuto a parte delle

faccende dei Liguri; a buon fine sempre averle indirizzate; essersi

accorto che per loro era impossibile che qualche cosa degna dei padri

loro facessero; l'avara Inghilterra chiudere a piacer suo i porti,

infestar i mari, visitar le navi; le africane rapine andare ognora più

discendo; essere servitù nell'independenza ligure; essere necessità ai

Liguri di unirsi a un popolo potente; adempirebbe i loro desiderii, gli

unirebbe al suo gran popolo volontieri, memore dei servigii prestati;

tornassero nella loro patria; visiterebbeli fra breve, suggellerebbe la

felice unione in Genova.

Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente

per mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono

la repubblica, che chiuso è il mare dai barbari, la terra dalle

dogane, supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo

impero unisse. Seguitavano le condizioni; si soddisfacesse dallo

Stato ai creditori liguri come a quei di Francia; si conservasse il

porto franco di Genova; nell'accatastare, si avesse riguardo alla

sterilità delle terre liguri ed al caro delle opere; si togliessero

le dogane e le barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero

i soldati solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazii

sugl'introiti e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della

Liguria ne sentissero beneficio; le cause sì civili che criminali

si terminassero in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini

dell'impero; gli acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e

sicuri nel possesso e nella piena proprietà di loro.

Napoleone, desiderando mitigare la acerbità del fatto con un uomo

di temperata e prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun,

arcitesoriere dell'impero, perchè lo Stato nuovo ordinasse a seconda

delle leggi franzesi.

Restava che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava

Napoleone il dì 30 di giugno a Genova. Tutta la città si muoveva per

vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavalleria a Campo

Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano, le

fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi

traeva alle ambizioni, si componeva nei sembianti; le genovesi donne

attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del

popolo, chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Michel

Angelo Cambiaso, creato sindaco da Lebrun, s'appresentava con le

chiavi: Genova, superba per sito, essere ora superba per destino,

disse: darsi ad un eroe; avere gelosamente e per molti secoli custodito

la sua libertà; dì ciò pregiarsi; ma ora molto più pregiarsi, le chiavi

della città regina in mano di colui rimettendo che, savio e potente

più d'ogni altro, valeva a conservargliela intatta e salva. Rispose

benignamente; restituì le chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla

soglia della chiesa di San Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo

l'incensava. Luigi Corvetto, presidente del consiglio generale,

venuto alla presenza del signore, favellava, avere lui liberato il

buon popolo di Genova, averlo in figliuolo adottato; essere quivi in

mezzo a' suoi figliuoli; dimenticare il genovese popolo le passate

calamità; ogni altro affetto in questo solo affetto comporsi dell'amore

dell'imperadore e re; per questo essere i Genovesi sudditi deditissimi;

per questo i doveri più sacri affortificarsi dalle affezioni più

dolci; non isdegnasse, pregava, la semplicità delle parole loro; eroe,

sovrano e padre, in buon grado accettasse il tributo dell'ammirazione,

dell'amore e della fedeltà loro. Poscia a nome proprio e di Bartolammeo

Boccardi, uomo di non mediocre ingegno e stato sempre dedito alla parte

franzese, Luigi Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria,

chiamando Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare

l'antica cesarea divisa in quest'altra: _venni, vidi, felicitai_.

Piacque la squisita lusinga: Luigi Corvetto fu creato consigliere

di Stato. Bene ne occorse ai Liguri che, perduto l'antico nome,

trovarono in Corvetto chi affettuosamente gli amava, chi prudentemente

li consigliava, e chi utilmente presso il signore gli avvocava, non

a sdegni e ad antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma

solamente al benefizio de' suoi compatriotti riguardando.

Alloggiava Napoleone al palazzo Doria a quest'uopo diligentissimamente

preparato. Terminati i complimenti, si veniva alle feste. Incominciossi

dal mare. Faceva magnifica mostra un tempio che di Nettuno o Panteon

marittimo chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però

che ciò apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante

suolo, se ne andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni

galleggiando. Una gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine

ionico il sostentavano, le immagini de' marini dei l'adornavano. Sulle

due facce interna ed esterna della cupola si leggeva un'inscrizione,

parto del pad. Solari, la quale significava, i Liguri augurare a

Napoleone imperadore e re lo impero del mare, come già si aveva quello

della terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio; sopra di lei,

condotta che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone i circostanti

festeggiamenti rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro

giardini chinesi adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, rinfrescati

da zampilli d'acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più

colori ed ornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in moto

dal continuo aggirarsi della macchina, con dolce concerto tintinnavano

continuamente, giravano con morbide giravolte, ora qua ora là a

galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti,

schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate

facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche

e di vele si aggiungesse, e mille variati aspetti ad ogni momento

agli occhi dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o

vogliam dire gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte

di mare, due da ciascuna con velocità meravigliosa contesero della

vittoria; vinse la bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le

grida festose montavano al cielo. Fecesi notte intanto: diventò più

bello lo spettacolo. Lumiere di cristallo, che fra le colonne del

galleggiante tempio stavano sospese, subitamente accese, gittavano

sulle incostanti acque, che con lampi di vario colore li rimandavano,

raggi di abbondante e rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini,

anch'esse illuminate, consentivano con la sopravanzante luce del

tempio. Fuochi in aria a forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio,

si volteggiavano intorno al tempio ed ai quattro giardini chinesi. Le

agili barchette, posti fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire

giri, guizzi e baleni, che con la piena luce del tempio e delle

isolette da un canto si confondevano, dall'altro a chi d'in sulle

spiaggie di lontano mirava, l'oscurità della notte con l'immagine

d'innumerevoli e vaganti stelle temperavano. Alla dolce vista

consuonava un soave ascoltare: imperciocchè dalle chinesi isolette

uscivano suoni e concerti giocondissimi, mandati fuori dai petti e

dagli appositi strumenti di musici vestiti alla chinese. Al tempo

stesso le mura della città risplendevano per un'immensa luminaria; i

palazzi e le case quasi tutte avevano anch'esse i lumi a festa: tutto

l'anfiteatro della superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva

ai marini splendori. La torre della lanterna, accesasi ad un tratto da

innumerevoli lumi con bel disegno ordinati, trasse a sè gli occhi dei

festeggianti spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe

la maraviglia, che ben tosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa

di vulcano, come se veramente vulcano fosse. Nè i fuochi artificiati

furono la parte meno notabile del magnifico rallegramento; poichè due

bellissimi templi di fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte

dei moli, ed altri fuochi, con mirabile artifizio apprestati, ora si

tuffavano nelle acque, ed ora, più vivi che prima fossero, ne uscivano.

Così fra il molle ondeggiare, il vago risplendere, il giocondo suonare

nasceva una scena, a cui niuna può essere pari in dolcezza ed in

grandezza.

Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera:

poi, sceso dal marino tempio, se ne giva al magnifico palazzo di

Girolamo Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori. Diessi un festino

sontuoso a Napoleone nel palazzo pubblico. Intervennero Giuseppina

di Francia, Elisa di Piombino. Fu allegra la festa. Cantossi l'inno

ambrosiano nella cattedrale di San Lorenzo. Quivi giurarono nelle

parole dell'imperatore l'arcivescovo ed i vescovi. Poi dispensò le

insegne della Legion d'onore, più eccelse a Durazzo, Cambiaso, Celesia,

Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo Spina: presentò con dorate gioie

Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile. Comandò che si restituisse la

statua di Andrea Do- ria, atterrata dai giacobini. Contento indi se ne

tornava Napoleone al suo imperiale Parigi.

Rimase al governo di Genova il principe Lebrun, il quale,

temperatamente, secondo la natura sua procedendo, diede norma allo

Stato nuovo riducendolo alla forma di Francia. Ordinò con prediletto

pensiero l'università degli studii; vedeva i professori volontieri:

tra il bene operare ed il buon ricompensare cresceva lo zelo in chi

ammaestrava ed in chi era ammaestrato; l'università genovese diventò

fiorente. Passarono alcuni mesi tra l'introduzione degli ordini

franzesi e l'unione alla Francia: finalmente, orando Regnault di

San Giovanni di Angely, decretava, il dì 4 ottobre, il senato che i

territorii genovesi fossero uniti al territorio di Francia. A questo

modo finì uno dei più antichi Stati, nonchè d'Italia, d'Europa.

Gl'inorpellamenti non mancarono nella bocca di Regnault; fra tutti fu

lepidissimo il suo trovato, che la Francia distruggeva l'indipendenza

di Genova (questo appunto significavano le sue parole), perchè

l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il principio: per la potenza

di Napoleone, tornarono in patria i Genovesi schiavi della crudele

Africa.

La repubblica di Lucca anch'essa periva. Die' primieramente Piombino

ad Elisa sorella; poi Lucca e Piombino a Bacciocchi ed Elisa. Fossevi

in Lucca un senato: soldati non vi si scrivessero, ma tutti fossero

soldati; tassa e tributo nessuno vi si pagasse, se non per legge. Le

cariche, salve le giudiziali, non si potessero conferire se non ai

Lucchesi; principi di Lucca fossero Bacciocchi ed Elisa. Andavano al

possesso il dì 8 luglio.

Avviava Napoleone Parma all'unione con Francia: le leggi franzesi

vi promulgava; già le ambizioni parmigiane si voltavano alla fonte

parigina; Moreau di Saint-Mery secondava l'imperadore piuttosto per

piacere a lui che a sè, perchè amava il comandare assai più che a

modesto ed attempato uomo si convenisse; ma dolce era il cielo, dolci

gli abitatori, dolce il comandare.

Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone e

gl'italiani Stati rovinavano, tornava nella sua romana sede il

pontefice Pio. Parlò agli adunati cardinali, il 16 di giugno, delle

cose fatte e delle cose sperate, molto benefizio per la religione e per

la romana Chiesa dal suo parigino viaggio promettendosi. Ordinate le

faccende religiose in Francia, aveva desiderato di compor quelle che

più vicino a lui avevano romoreggiato, e gettato anzi lunghe radici in

tutte le parti d'Italia: quest'erano le differenze tra la santa Sede

e Ricci, vescovo di Pistoia. Dopo varie lettere e dichiarazioni, che

Roma non soddisfecero, nuove protestazioni di obbedienza e di fede fece

il vescovo, e le mandò al pontefice, quando, passando per Firenze,

se ne andava in Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando da

Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a

Ricci che l'abbraccierebbe volontieri, se prima volesse sottoscrivere

una dichiarazione. Ricci, stretto dai tempi, e temendo che il rifiuto

gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse. L'aspettavano il papa

e la regina nel palazzo Pitti; il pontefice gittossegli al collo,

l'abbracciava, e fattoselo sedere accanto a lui, molto l'accarezzava,

della presa risoluzione con esimie espressioni commendandolo. Passate

le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle mani del pontefice

un altro scritto; approvò Pio la seconda dichiarazione, affermando,

non dubitare della purezza cattolica di Ricci; e ne farebbe fede al

concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il vescovo.

Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere; il lodò nelle

allocuzioni del concistoro. A questo modo Pio, vittorioso di Napoleone,

trionfava anche di Ricci, due avversarii potenti, uno per la forza

dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni.

Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente

riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa.

L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia aveva sollevato

gli animi di tutti i potentati, e dato loro giusta cagione di temere

nuovi sovvertimenti e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava

e se ne rallegrava, perchè credeva che più stabile fondamento

all'ingrandimento de' suoi Stati fosse la nuova potenza di Napoleone,

che l'antica dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente

si scorgevano nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone: era la

prima che per loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti

i Borboni; l'altra, che, avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva

ridotto in mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia

dovunque egli volesse; nè che fosse per usarne moderatamente da nissuno

si confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo, si pensava che non

fosse prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul

suo imperio. Si portava opinione che i repubblicani di Francia e gli

amatori del nome borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone

si fossero risentiti e divenuti meno inclinati ad aiutarlo, quando si

venisse ad una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo

da non usare efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e

che se gli desse tempo sarebbe stato, non che difficile, impossibile

a frenarlo. Nè egli pel desiderio ardentissimo del comandare, troppo

s'infingeva. Il suo procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo

voler significare, argomentavano, quegli onori di Carlo Magno offerti

il giorno dell'incoronazione tanto a Parigi quanto a Milano, questo

la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già

fin d'allora, che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevasi

nella mente dell'imperator Alessandro alcune ragioni particolari di

tenersi mal soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la

principale consisteva nell'uccisione del duca d'Enghien, giovane

di sua età, e da lui specialmente conosciuto ed amato. Da questi

motivi era sorto nelle principali potenze d'Europa il desiderio di

una nuova collegazione a difensione comune ed a conservazione degli

antichi Stati contro la Francia, il cui fine era o di accordarsi

con Napoleone, se qualche termine di buona composizione a benefizio

dell'indipendenza dei consueti sovrani con lui si potesse trovare,

o di venire con esso lui al cimento dell'armi, quando ancora era

tenero su quel suo sovrano seggio. Nè l'Inghilterra mancava a sè

stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma ancora pel pericolo che

pareva sovrastare al cuore stesso del suo Stato; conciossiachè avesse

Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle coste della Picardia

e della Normandia, minacciando d'invasione i tre regni. Nè era privo

di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre alle grosse navi

da guerra, una quantità considerabile di legni minori. Secondavano le

intenzioni dell'imperatore con celere grandissimo i popoli di Francia

con profferte di danari e di navi. Guglielmo Pitt, che a questo tempo

reggeva i consigli del re Giorgio, aveva questo moto in poco concetto,

conoscendo che pel prepotente navilio d'Inghilterra difficile era

l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile nell'isola prima

che le sorti fossero definite. Ciò non ostante l'apparato di Francia

travagliava la nazione ed interrompeva i traffici. Per la qual cosa

intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi nemici e ad ordinare una

nuova lega contro Francia. A questo fine, e già fin dal mese di aprile,

era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia e l'Inghilterra un

accordo, col quale si erano obbligate ad usare i mezzi più pronti ed

efficaci per formare una lega generale, e che, per conseguire questo

intento, adunassero cinquecentomila soldati, non compresi i sussidii

d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre o costringere il governo di

Francia alla pace e ad una condizione in Europa, in cui nissuno Stato

preponderasse sopra gli altri: evacuasse Napoleone l'Annoverese e la

settentrionale Germania, rendesse independenti l'Olanda e la Svizzera,

restituisse il re di Sardegna con qualche accrescimento il territorio,

desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse da tutta Italia, compresa

l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria erano entrate in questa lega.

Prima però che all'aperta rottura si venisse, sì per vedere se ancora

qualche modo di questa composizione vi fosse, e sì per aver comodità

di fare i necessarii apprestamenti e di dar tempo agli aiuti di Russia

di arrivare, si deliberarono gli alleati a mandare a Parigi il barone

di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi recasse, e di un accordo

conforme l'imperator Napoleone sollecitasse.

Già era l'inviato dei confederati giunto a Berlino, quando

sopraggiunsero le novelle dell'unione di Genova all'imperio di Francia,

accidente contrario alle dichiarazioni di Napoleone ed agl'interessi

dell'Austria in Italia. Arrestossi a tale improvvisa notizia

Novosiltzoff, donde, fatto sapere all'imperadore Alessandro il fatto,

era tostamente richiamato a Pietroburgo. Per questo medesimo accidente,

e pel caso di Lucca, che poco dopo si seppe, l'Austria più strettamente

si congiungeva con la Russia.

Incominciarono i discorsi politici soliti a precedere le guerre, e dai

discorsi si vedeva che poca speranza restava di pace: nè Napoleone

era uomo capace di disfare per minaccie ciò che aveva fatto, nè

l'Austria si voleva tirar indietro dalle sue risoluzioni, sapendo

che Alessandro già aveva avviato verso i suoi confini due eserciti,

ciascuno di cinquanta mila soldati. Insorgeva adunque più vivamente

ed a Napoleone rappresentava il suo desiderio d'amicizia con Francia,

di pace con tutta Europa; ma essersi violato per gli ultimi accidenti

d'Italia il trattato di Luneville, promettitore d'indipendenza per

l'italiana repubblica; essersi con nuove rovine di stati independenti

spaventata l'Italia: non dovere una sola potenza arrogarsi il diritto

di regolare da sè gli interessi delle nazioni con esclusione delle

altre; richiedere la Francia dell'osservazion dei patti; richiederla

della dignità e dei diritti dell'altre potenze; offerire a norma delle

condizioni stipulate alla concordia, offerirla ora che con le armi

ancora non si contendeva, offerirla quando già si combattesse, e sempre

essere parata a convenire, salvi i trattati conclusi e l'independenza

delle nazioni.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 89 / 99 段