Varii furono gli argomenti usati dai medici per domare la dolorosa

infermità; ma i più semplici, come suole, riuscirono anche i più

vantaggiosi. Tenere il ventre libero col calomelano e con la gialappa,

buono; buono promuovere il sudore; buonissime le limonee con qualche

piccola dose di tartaro emetico; utili i fomenti caldi, in cui fosse

stata cotta senape. Nè mancò di sovvenire efficacissimamente agli

ammalati l'acido nitrico, massimamente quando si usava in sulle

complessioni deboli, e quando, essendo già molt'oltre trascorso il

male, le emorragie, il vomito nero ed altri segni la incominciata

dissoluzione del corpo indicavano. Deteriorava pei vescicatorii la

condizione degli ammalati; pure giovarono in qualche caso applicati

alla regione del sottoposto ed infestato fegato. Le orine soppresse,

la digitale purpurea giovava. Ma forte e sopra tutti supremo rimedio

mostrossi l'aria pura, e spesse volte rinnovata, dalla quale tanta era

la efficacia, che per lei, anche a piccola distanza, si distruggeva la

venefica qualità ed il fomite stesso del male.

Dall'altro canto si vedeva che per l'aria pregna di esalazioni animali

si trasportava da uomo a uomo facilmente il morbo, e più fieramente

l'infettato tormentava. Serve di argomento a compruovare questo

accidente che le contrade più piene d'immondizie e meno ventilate della

città, e le case dei poveri furono le più miseramente contaminate.

Al contrario, le contrade spaziose e le case comode, pulite, e

di aria aperta e libera, o andaronne esenti, o non peggiorovvi,

o non vi appiccossi da corpo a corpo la corruzione; che anzi nel

contaminato individuo si contenne, gli assistenti, i parenti, i

medici, i ministri di Dio immuni lasciando. La qual cosa questa

malattia dalle altre contagiose febbri, e specialmente dalla peste

di Egitto, differenzia, il cui veleno largamente e lontanamente si

appicca. Nè in contado si propagava, abbenchè continuamente infinite

persone ed infinite mercanzie da contrada a contrada, e dalla città

nei contado si trasportassero e si diffondessero. Nè l'uomo sano,

ancorchè nella vicinanza degli ammalati vissuto fosse, mai ad altri

la infezione, se prima egli medesimo tocco dalla malattia stato non

fosse, comunicava; nè per gl'individui sani delle contaminate famiglie,

nè per gli arnesi loro, nè per le altre suppellettili delle case

giammai fuori la corruzione si avventava; e sì pure che le monete, le

carte, le merci tutte in continuo giro ed in un indistinto commercio

dentro e fuori della città versavano. L'abitudine, per un mirabile

e non conosciuto artifizio dei nostri corpi, al malefico influsso

gradatamente avvezzandoli, li salvava. Infatti, pel funesto male che

tanti fra la minuta gente toglieva di vita, un solo ministro di Dio,

tre soli ministri di salute perirono, quantunque e gli uni e gli altri

frequentissimamente e con tutta cura agl'infettati assistessero. E

quanta fosse la forza del rinnovato aere a domare l'acume del veleno,

confermò visibilmente il provvedimento dato da chi reggeva l'ospedale

di San Jacopo, il quale, quasi a riva il mare situato, ed ottimamente

a salute edificato, di un'aria libera, sfogata e purissima godeva;

conciossiachè non così tosto gl'infetti, ancorchè languidi, oppressi e

già quasi vinti fossero dalla malattia, la soglia di quel salutifero

edificio toccavano, ed in lui riposti erano, che i vitali spiriti

in loro si rinvigorivano mirabilmente, e dalle angosce più crudeli

subitamente ad un confortevole stato passavano. Toscano pregio fu

rimedio all'inquilino morbo; perchè oltre alla purezza procurata

dell'aria, la pulitezza delle case, la nettezza delle vestimenta,

la mondezza dei corpi, qualità tanto eminenti nel toscano paese,

sovvennero agl'infermi, e per sanarli bastarono le consuete abitudini.

Nè anco in così nemico tempo si scoverse quel fine crudele di schifare

e di fuggire gl'infetti per acquistare salute: a tutti rimasero i

debiti sussidii, o per la carità dei parenti, o per l'amorevolezza

degli amici, o per la pietà dei cherici, o per la provvidenza del

pubblico; dei quali vantaggi devono i Livornesi o ad una maggiore

civiltà o a più celesti inspirazioni restare obbligati.

Adunque se, oltre una naturale disposizione dei corpi a restare

contaminato dal morbo, abbisognavano e la vicinanza o il contatto

dell'uomo ammalato, o delle robe che a suo uso avevano servito nel

corso della malattia, se l'aria stagnante e chiusa e zeppa d'animali

effluvii la dava, se l'aria aperta e sfogata o l'allontanava o

l'aleggiava, se le persone sane, benchè vissute in prossimità

degl'infetti, e le merci da loro tocche, solo che al puro e ventilato

aere esposte fossero, l'infezione fuori della città non trasportavano,

e se finalmente il medesimo aere ventilato e puro il malefico

fomite presso al suo fonte stesso, cioè all'ammalato, distruggeva

ed annientava, si deduce che o l'accidente mortifero di Livorno,

quantunque avesse in sè raccolti tutti i segni di quel morbo che alcuni

febbre gialla, altri vomito nero appellano, era nondimeno molto dal

medesimo diverso, opinione non verisimile, perciocchè i segni indicano

identità di natura, o che il terrore e la mossa immaginazione l'hanno

in altri paesi fatto parere diverso da quello ch'egli è veramente,

tassandolo di contagio, quando veramente contagioso non è, a modo delle

malattie che i medici chiamano specialmente con questo nome, come, per

cagion d'esempio, la peste d'Egitto. Nè dimoreremci a dire com'egli

in Livorno stato fosse recato; perchè se il vi recasse, come corse

fama, un bastimento venuto da Vera-Crux, è incerto, siccome ancora è

incerto se da altro contagio qualunque, o se da mera disposizione del

cielo piovoso e caldo, come alcuni credono, e pare più verisimile,

ingenerato e sorto fosse. Certo è bene ch'ei fu contaminazione schifosa

ed abbominevole, e che funestò per numerose morti Livorno, spaventò le

città vicine, tenne lunga pezza dubbiosa ed atterrita l'Europa per la

fama delle provincie devastate in America. Queste cose si son volute

raccontare con quella semplicità che s'è potuto maggiore, acciocchè

la nuda verità meglio servir potesse a far conoscere, per forza di

comparazione, la natura ed i rimedii di un male che omai minaccia di

voler accrescere la soma di tutti quelli che già pur troppo affliggono

la miseranda Europa.

Anno di CRISTO MDCCCV. Indizione VIII.

PIO VII papa 6.

FRANCESCO II imperadore 14.

Pareva, e fu anche solennemente e con magnifiche parole detto da

Napoleone e da Melzi, che gli ordini statuiti in Lione per l'Italia

fossero per essere eterni; ma non erano corsi due anni, che già

manchi, insufficienti, non conducenti a cosa che buona e durevole

fosse, si qualificarono. Importava a chi s'era fatto imperatore che

re ancora si facesse. Erano, non senza disegno, stati invitati gli

Italici a condursi a Parigi, per cagione di assistere in nome della

repubblica alle imperiali cerimonie ed allegrezze. Vi andarono Melzi

presidente, i consultori di Stato Marescalchi, Caprara, Paradisi,

Fenaroli, Costabili, Luosi, Guicciardini; i deputati dei collegi e

dei magistrati, Guastavillani, Lambertenghi, Carlotti, Dambruschi,

Rangone, Galeppi, Litta, Fe, Alessandri, Salimbeni, Appiani, Busti,

Negri, Sopransi, Valdrighi. L'imperatore si lasciò intendere che il

chiamassero re, e condannassero gli ordini lionesi: disponendosi la

somma delle cose non solo con un comando, ma ancora con un cenno di

Napoleone, il fecero volontieri; Melzi, appresentandosegli il dì 17

marzo con gli altri deputati in cospetto di Napoleone salito sul trono

nel castello delle Tuillerie, in tali accenti favellava:

«Voi ordinaste, o sire, che la consulta di Stato e i deputati della

repubblica italiana si adunassero, e l'affare il più importante

pe' suoi destini presenti e futuri, cioè la forma del suo governo,

considerassero. Al cospetto vostro io m'appresento, o sire, per compire

appresso a voi l'onorevole carico d'informarvi di quanto ella fece e

di quanto ella desidera. Primieramente l'assemblea, molto bene ogni

cosa considerando, venne in questa sentenza, che l'impossibile è,

se troppo non si vuole dagli accidenti dell'età nostra discordare,

le attuali forme conservare. Ebbero le lionesi constituzioni tutti i

segni di ordini provvisorii: accidentali furono, perchè agli accidenti

dei tempi fossero rispondenti, nè in sè alcun nervo avevano, per cui

gli uomini prudenti e durata e conservazione promettere si potessero.

Non che la ragione, l'evidenza stringono urgentemente a cambiarla.

La quale cosa concessa e confessata vera, come vera è realmente,

la via da seguitarsi semplice diventa e piana; i progressi delle

cognizioni, i dettami dell'esperienza, la monarchia constituzionale,

la gratitudine, l'amore, la confidenza il monarca ci additano. Voi

conquistaste, o sire, voi riconquistaste, voi creaste, voi ordinaste,

voi sino a questo dì l'italiana repubblica governaste; quivi ogni

cosa le vostre geste, la vostra mente, i vostri benefizii rammenta: un

unico desiderio poteva essere fra di noi; un unico desiderio è sorto.

Noi non preterimmo di maturamente considerare quanto nelle future

cose la profonda sapienza vostra indicava; ma per quanto gli alti e

generosi pensieri vostri coi nostri più bramati interessi si accordino,

facilmente abbiamo a noi medesimi persuaso che le condizioni nostre

tanto ancora non sono mature che possiamo aggiungere a quest'ultimo

grado della politica independenza. L'italiana repubblica, così porta

l'ordine naturale delle cose, deve ancora per qualche tempo restare

impressa della condizione degli Stati novellamente creati. Un primo

nembo, quantunque leggiero, che l'aere oscurasse, sarebbe per lei

d'affanni e di timore cagione. Nella qual condizione, quale maggior

sicurezza, quale più fondata speranza di felicità potrebbe ella, sire,

che in voi trovare? Voi siete ancora necessaria parte di lei. Solo

nell'alta sapienza vostra sta, solo a lei s'appartiene il vedere il

preciso termine della dependenza tra le gelosie esterne e i pericoli

nostri. Interrogati amorevolmente, rispondiamo sinceramente. Questo è

il desiderio nostro che a voi significhiamo, questa la preghiera che a

voi indirizziamo, che vi piaccia quelle costituzioni darne, in cui i

principii già da voi pubblicati, dall'eterna ragione richiesti, alla

quiete delle nazioni necessarii, statuiti siano e confermati. Siate

contento, o sire, di accettare, siate contento di compire le preghiere

e i desiderii dell'italica consulta. Per questa mia bocca istantemente

tutti ve ne ricercano e ve ne scongiurano. Se voi benignamente ci

esaudite, agl'Italiani diremo, che voi con più forte legamento vi siete

alla conservazione, alla difesa, alla prosperità dell'italiana nazione

congiunto. Così è, sire, voi voleste che l'italiana repubblica fosse,

ed ella fu: fate ora che l'italiana monarchia sia felice, e sarà.»

Terminato il favellare, e fattosi avanti Melzi, l'atto dell'italiana

consulta espresse: il governo della repubblica italiana fosse monarcale

ed ereditario; Napoleone I re d'Italia si dichiarasse; le due corone di

Francia e d'Italia in lui solo, non ne' suoi discendenti o successori,

potessero esser unite: insino a tanto che gli eserciti franzesi

occupassero il regno di Napoli, i Russi Corfù, gl'Inglesi Malta, le

due corone non si potessero separare; pregassesi Napoleone imperatore

passasse a Milano per ricevere la corona e statuire leggi definitive

pel regno.

Rispose Napoleone, aver avuto sempre il pensiero di creare libera e

independente la nazione italiana; dalle sponde del Nilo avere sentito

le italiane disgrazie; essere, mercè il coraggio invitto de' suoi

soldati, comparso a Milano, quando i suoi popoli d'Italia ancora il

credevano sulle spiaggie del mar Rosso; ancora tinto di sangue, ancora

cosperso di polvere, sua prima cura essere stata l'ordinare l'italiana

patria; chiamarlo gl'Italiani a loro re; volere loro re essere, volere

questa corona conservare, ma solo fintantochè gl'interessi loro il

richiedessero; deporrebbela, quando fosse venuto il tempo, sopra un

giovane rampollo volontieri, al quale, del pari che a lui, sarebbero a

cuore la sicurezza e la prosperità dei popoli italiani. Nè questa fu la

sola dimostrazione ch'ei fece in questo proposito.

Entrò il giorno seguente l'imperatore in senato. Taleyrand, ch'era

uomo molto ambidestro, e capace di pruovar questa con molte altre cose

ancora, pruovò che per allora l'unione della corona d'Italia a quella

di Francia era necessaria. Lessesi l'accettazione; poi Napoleone prese

a favellare pretendendo parole di moderazione e di temperanza.

«Noi vi chiamammo, o senatori, disse, per darvi a conoscere tutto

l'animo nostro intorno agli affari più importanti dello Stato. Potente

e forte è l'impero di Francia, ma più grande ancora la moderazione

nostra. L'Olanda, la Svizzera, l'Italia tutta, la Germania quasi tutta

conquistammo: ma in fortuna tanto prospera misura e modo serbammo. Di

tante conquistate provincie quello solo ritenemmo che necessario era

a mantenerci in quel grado d'autorità e di potenza, nel quale fu la

Francia posta. Lo spartimento della Polonia, le provincie tolte alla

Turchia, la conquista delle Indie e di quasi tutte le colonie hanno,

a pregiudizio nostro, dall'uno de' lati fatto ir giù la bilancia:

l'inutile rendemmo, il necessario serbammo, nè mai le armi per vani

progetti di grandezza, nè per amore di conquiste impugnammo. Grande

incremento alla fertilità delle nostre terre avrebbe recata l'unione

dei territorii dell'italiana repubblica: pure, dopo la seconda

conquista, l'independenza sua a Lione confermammo; ed oggidì, più

oltre ancora procedendo, il principio della separazione delle due

corone statuiamo, solo il tempo di lei, quando senza pericolo pei

nostri popoli d'Italia effettuare si possa, assegnando. Accettammo,

e sulla nostra fronte l'aulica corona dei Lombardi posammo: questa

rattempreremo, questa ristaureremo, questa contro ogni assalto,

finchè il Mediterraneo non sia restituito alla condizione consueta,

difenderemo, e questo primo italico statuto a poter nostro sano e salvo

conserveremo.»

Creava l'imperatore Eugenio Beauharnais, figliuolo dell'imperadrice

sua moglie, principe, poi, suo figliuolo adottivo chiamandolo, vicerè

d'Italia il nominava. Creava Melzi guardasigilli del regno. Decretava,

andrebbe a Milano, e la corona reale la domenica 26 di maggio

prenderebbe.

Messosi in viaggio con grandissimo seguito di cortigiani, perchè

voleva far illustre questa sua gita con apparato molto magnifico

e piucchè regio, e festeggiato con grandissimi onori per tutta

Francia, arrivava Napoleone, il dì 20 aprile, a Stupinigi, piccola

ed amena villa dei reali di Sardegna, posta a poca distanza da

Torino. Quivi concorsero a fargli onoranza i magistrati: Menou verso

di lui umilissimo si mostrava. Vennero a trovarlo i deputati di

Milano per fargli omaggio, re loro, rigeneratore loro, padre loro

chiamandolo. Rispose amorevolmente, gli avrebbe in luogo di figliuoli:

raccomandò loro fossero virtuosi, l'attiva vita, la patria e l'ordine

amassero. Dell'ordine parlava per dar contro ai giacobini. Terminò

minacciosamente, dicendo che se alcuno avesse concetto gelosia pel

regno d'Italia, avere una buona spada per disperdere i suoi nemici.

Visitato Moncalieri, corse la collina di Torino: esaminata Superga,

entrò trionfalmente nella reale città. Abitò il palazzo del re con

molto studio e diligenza a questo fine restituito e addobbato dal

conte Salmatoris. Correvano i popoli piemontesi a vedere l'inusitato

spettacolo. Arrivava in questo mentre papa Pio a Torino, tornando di

Francia. Fu fatto alloggiare nella reggia con Napoleone: stettero molte

ore ristretti insieme; Pio sperava, Napoleone lusingava, pubblicamente

stretto accordo mostravano. Visitò le pubbliche singolarità: parlò con

facilissima loquela di musica, di medicina, di leggi, di pittura; volle

vedere la tavola d'Olimpia pinta da Revelli, pittore di nome. Lodò

l'opera, ma notò qualche difetto. Il papa festeggiato, anche da Menou

Abdallah, se ne partiva alla volta di Parma.

Dai discorsi civili si venne alla rappresentazione dell'armi. Volle

Napoleone vedere i gloriosi campi di Marengo, e quivi simulare

una sembianza di battaglia. Rizzossi un arco trionfale sulla porta

d'Alessandria per Marengo con gli emblemi delle italiche, germaniche,

egiziache vittorie. Sul campo stesso del combattuto Marengo l'imperial

trono si innalzava. Compariva Napoleone in una carrozza molto

splendida, e tirata da otto cavalli. Stavano i soldati schierati,

molti memori delle portate fatiche in questi stessi marenghiani campi:

Franzesi, Italiani, Mamelucchi, sì fanti che cavalli; s'accostavano le

guardie nazionali, tutte in abito ed in bellissimo ordine disposte;

magnifica comparsa poi facevano le guardie d'onore milanesi venute a

Marengo per onoranza del nuovo signore. Stavano appresso gli uffiziali

di corte, i ciamberlani, le dame, i paggi e molti generali in abiti

ricchissimi. Splendeva il sole a ciel sereno: i raggi, ripercossi

e rimandati in mille differenti guise da tanti ori, argenti e ferri

forbiti, facevano una vista mirabile. Una moltitudine innumerevole di

popolo era concorsa; l'alessandrina pianura risuonava di grida festive,

di nitriti guerrieri, di musica incitatrice. Napoleone glorioso, venuto

sul trono e postovi l'imperatrice a sedere, scendeva dall'imperiale

cocchio e, montato a cavallo, s'aggirava per le file degli ordinati

soldati. Le grida, gli applausi, i suoni d'ogni sorta più vivi e più

spessi sorgevano ed assordavano l'aria. Terminate la rassegna e la

mostra, iva a sedersi sull'imperiale seggio ancor egli, essendo in lui

conversi gli occhi della moltitudine, tutti imperadore o vincitore di

Marengo con altissime voci salutandolo. Seguitava la battaglia simulata

fra due opposte schiere, moderando le mosse e gli armeggiamenti

Lannes, che dopo i nuovi ordini imperiali era stato creato maresciallo.

Durò dalle dieci della mattina sino alle sei della sera con diletto

grandissimo di Napoleone; la quale terminata, dispensò a parecchi

soldati o magistrati le insegne della legione d'onore, creata da lui

novellamente. Sceso poscia dal trono, gettava le fondamenta d'una

colonna per testimonianza alle future genti della marenghiana vittoria:

ivi si fermarono le gloriose ricordanze.

Arrivava Napoleone con tutti i grandi della corona, il dì 6 di maggio,

a Mezzana Corte sulla sponda del Po, dove, passato il fiume sopra

estemporaneo bucintoro fra le innumerevoli acclamazioni dei popoli,

che sulle opposte rive tripudiavano, sulle terre del suo italico regno

entrava. L'aspettavano in solenne pompa, il ricevettero, il lodarono

il prefetto dell'Olona, il guardasigilli Melzi, il maresciallo Jourdan,

che stava al governo dei soldati franzesi alloggiati nel regno italico.

Giunto a Pavia, fece sua stanza nel palazzo del marchese Bolla, ad uso

di palazzo imperiale destinandolo. Guardie d'onore, studenti addobbati,

folle di popolo, arazzi spiegati, fiori sparsi, lumi accesi, applausi

infiniti testificavano l'allegrezza dei Pavesi. Vide volontieri

l'università, che l'ebbe con discorso limpido e puro di parole e

di stile non isconveniente al soggetto, per voce del rettore e dei

professori decani, lodato.

Fu magnifico l'ingresso di Napoleone in Milano. Entrava per la porta

ticinese, a cui fu dato il nome di Marengo. Gli appresentarono i

municipali le chiavi posate sopra un bacile d'oro. Dissero esser

le chiavi della fedel Milano; i cuori averseli già da lungo tempo

acquistati. Rispose, servassero le chiavi; credere amarlo i Milanesi,

credessero lui amarli. Pervenuto, traendo e gridando lietissimamente

una foltissima calca di popolo, al duomo, il cardinal Caprara

arcivescovo, fattosegli incontro sulla soglia, giurava rispetto,

fedeltà, obbedienza e sommessione, augurava conservazione di sì gran

sovrano, invocava gl'incliti protettori della magnifica città Ambrogio

e Carlo, acciocchè a lui ed a tutta la sua famiglia salute piena e

contentezza perenne dessero. Terminate le cerimonie del tempio, il

palazzo dei duchi ornato a festa e tutto esultante per l'acquistata

grandezza accoglieva il novello re.

Ed ecco che, saputo ch'era andato a Milano per la corona, il venivano

a trovare i deputati dell'italiche e dell'estere città. Vennevi

Lucchesini portatore dei prussiani onori: recava da parte del re

Federico l'aquila nera e l'aquila rossa a Napoleone; fregiatosene

il sire, compariva con esse al cospetto de' suoi schierati soldati.

Vennevi Cetto, inviato di Baviera; Beust, inviato dell'arcicancelliere

dell'impero germanico; Alberg mandato da Baden, Benvenuti balì mandato

dall'ordine di Malta: mandovvi il montagnoso Vallese il landmanno

Augustini; mandovvi l'adusta Spagna il principe di Masserano, Lucca un

Contenna ed un Belluomini, Toscana un principe Corsini ed un Vittorio

Fossombroni: tutti venivano ad onoranza ed a raccomandazione appresso

al potente e temuto signore.

Maggior materia era sotto i deputati della ligure repubblica. Aveva

mandato il senato genovese Durazzo doge, cardinale Spina arcivescovo,

Carbonara, Roggieri, Maghella, Fravega, Balbi, Maglione, Delarue,

Scassi, senatori. A loro maggiori carezze e più squisiti onori si

facevano. Studiavansi il ministro Marescalchi ed il cardinale Caprara

a soddisfar loro con mense, con udienze, con complimenti. Le medesime

gentilezze usavano i ministri di Francia: ad ogni piè sospinto veniva

dato dell'altezza serenissima al doge, e di ambasciatori straordinarii

ai senatori. Il signore stesso sempre li guardava con viso benigno,

e si allargava con loro in melliflue parole. Brevemente, fra tanto

festeggiare non erano i liguri legati la minor parte della comune

allegrezza. Ammessi all'udienza del signore, il videro sereno e lieto.

Con esso lui dell'acquistato imperio si rallegrarono, il commercio

della prediletta Liguria instaurasse supplicarono. Rispose umanamente,

conoscere l'amore dei Liguri; sapere aver soccorso gli eserciti

di Francia in tempi difficili; non isfuggirgli le angustie loro;

prenderebbe la spada, e li difenderebbe; conoscere l'affezione del

doge, vederlo volentieri, veder volentieri con lui i liguri senatori:

andrebbe a Genova; senza guardie come fra amici v'andrebbe. Dopo

l'udienza furono veduti ed accarezzati dall'imperatrice e da Elisa

principessa, sorella di Napoleone, sposata ad un Bacciocchi, creato

principe anch'egli. Tutti mostravano dolce viso ai liguri legati nella

napoleonica corte.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 88 / 99 段