Questo atto, ancorchè inaspettato non fosse, empiè di maraviglia

il mondo. I reali si accorsero che Buonaparte non era uomo, come

aspettavano, che volesse fare il Monk; i repubblicani videro che non

era uomo da voler fare, come si promettevano, il Cincinnato. Poi i

reali dimenticarono tosto la realtà, i repubblicani la repubblica, e

gli uni e gli altri trassero cupidamente agl'imperiali allettamenti.

Pochi dall'una parte e dall'altra si ristarono. Delle potenze

d'Europa, l'Inghilterra, che non s'era mai ingannata sulle qualità

di Buonaparte, contrastava, ma invano; contrastava anche invano il

lontano ed ingannatosi Alessandro; la Turchia, per timore della Russia,

si peritava; l'Austria taceva; la Prussia, che tuttavia continuava

ad ingannarsi, non solamente aveva consentito, ma ancora esortato.

Questo era stato uno dei principali fondamenti dell'ardimento di

Napoleone. Luigi XVIII, re di Francia, che fino a questo tempo,

forse per qualche speranza, aveva più temperatamente che degli altri

governi franzesi parlato e scritto di Buonaparte, a questo estremo

atto di assunzione di potenza, per cui ogni aspettazione di buon fine

era tolta, grandemente risentendosi, con gravissime parole contro

l'usurpazione fin dall'ultimo settentrione, dove esule da' suoi

regni se ne stava, protestò. Il Piemonte si confortava della perduta

independenza per l'unione con chi comandava; Genova ingannata sperava

almeno di conservare l'antico nome; la repubblica italiana, giacchè era

perduta la libertà, si prometteva almeno la potenza; la Toscana, che

meglio di tutti giudicava delle faccende presenti, non sapeva nè che

sperasse nè che temesse; bene si doleva che i leopoldiani tempi fossero

perduti per sempre; Napoli, già servo il regno di qua dal Faro, stava

in dubbio se almeno potesse conservar libero quello oltre il Faro. Il

papa era spaventato dalla grandezza di Napoleone; ma egli il confortava

con le promesse, con le adulazioni, ed ancor più con le richieste;

imperciocchè, vedendo che, poichè alle antiche consuetudini se ne

tornava, non aveva titolo legittimo, nè volendo ammettere la dottrina

della sovranità del popolo perchè l'ammetterla era un confessare

che chi faceva poteva disfare, ed ei non voleva essere disfatto, il

pontefice con grandissime istanze, non purgate da qualche minaccia,

richiedeva che a Parigi se ne venisse per consecrarlo imperatore.

Parevagli che la consecrazione del papa gli desse nella opinione degli

uomini quello che per altre parti gli mancava. Era certamente un gran

fatto che il capo supremo della Chiesa, in età già grave, in istagione

sinistra, a lontana e straniera terra se ne andasse per legittimare

con la santità del suo ministerio quello che tutti i principi d'Europa

chiamavano o apertamente o occultamente una usurpazione. Per indurre il

papa a questa deliberazione, Napoleone gli prometteva, che se già molto

aveva fatto a benefizio della religione e della santa Sede in Francia,

molto più era per fare, ove il papa consentisse alla consecrazione.

Si trovava il pontefice da queste domande molto angustiato, perchè

dall'una parte desiderava di satisfare a Napoleone, sperando di farne

nascere tratti profittevoli alla religione; dall'altra il confermare

con la efficacia del suo ufficio gli effetti della prepotenza militare,

gli pareva duro e disonorevole consiglio.

Tutte le cose però molto bene e maturamente considerate, e co' suoi

cardinali parecchie volte ponderate, implorato anche l'aiuto divino,

siccome quegli che pienamente da lui ripeteva ogni evento o prospero od

avverso, si deliberava a voler fare quello che da tanti secoli non si

era veduto che alcuno fatto avesse. Per la qual cosa, risolutosi del

tutto a voler posporre al benefizio della religione ogni altro umano

riguardo, convocati i cardinali il dì 29 ottobre, con queste gravi ed

affettuose parole loro favellava:

«Da questo medesimo seggio, venerabili fratelli, noi già vi

annunziammo, siccome il concordato con Napoleone imperadore dei

Franzesi, allora primo console, era stato da noi concluso: da

questo stesso vi partecipammo la contentezza, che aveva ripieno il

nostro cuore nel veder volte novellamente, per opera del concordato

medesimo, alla cattolica Religione quelle vaste e popolose regioni.

D'allora in poi i profanati tempi furono aperti e purificati, gli

altari riedificati, la salvatrice croce innalzata, l'adorazione del

vero Dio restituita, i misteri augusti della religione liberamente

e pubblicamente celebrati, legittimi pastori a pascere il famelico

gregge conceduti: numerose anime dai sentieri dell'errore al grembo

della felice eternità richiamate, e con sè stesse e col vero Dio

riconciliate: risorse felicemente, da quella oscurità in cui era stata

immersa, alla piena luce del giorno in mezzo ad una rinomata nazione la

cattolica religione.

A tanti benefizii esultammo, e le esultazioni nostre a Dio nostro

Signore dall'intimo del nostro cuore porgemmo. Questa grande e

maravigliosa opera non solamente ci riempiva di gratitudine verso quel

potente principe che usò tutto il potere e l'autorità sua per fare il

concordato, ma ancora ci spingeva, per la dolce ricordanza, ad usare

ogni occasione che si aprisse per dimostrargli tale essere verso di

lui lo animo nostro. Ora questo medesimo potente principe, il nostro

carissimo figliuolo in Cristo Napoleone imperadore dei Franzesi, che

con le opere sue sì bene ha meritato della cattolica religione, viene

a noi significandoci, ardentemente desiderare di essere coi santi

olii unto, e dalle mani nostre l'imperiale corona ricevere, acciocchè

i sacri diritti, che sono in così alto grado per collocarlo, siano

col carattere della religione impressi, e più potentemente sopra di

lui le celesti benedizioni appellino. Richiesta di tal sorte non solo

chiaramente la Religione sua e la sua filiale riverenza verso la Santa

Sede dimostrata, ma siccome quella che accompagnata è da espresse

dimostrazioni e promosse, dà speranza che sia la fede sacra promossa,

e che siano le dolorose ingiurie riparate, opera che già ha egli con

tanta fatica e con tanto zelo in quelle fiorite ragioni procurato.

Voi vedete pertanto, venerabili fratelli, quanto giuste e gravi

siano le cagioni che ad intraprendere questo viaggio c'invitano.

Muovonci gl'interessi della nostra santa religione, e muoveci la

gratitudine verso il potente imperadore, muoveci l'amore verso

colui che, con tutta la forza sua adoperandosi, ebbe in Francia alla

cattolica religione libero e pubblico esercizio procurato, muoveci

il desiderio che d'avanzarla viemmaggiormente in prosperità ed in

dignità ci dimostra. Speriamo altresì, che quando al cospetto suo

giunti saremo, e con lui volto a volto favelleremo, tali cose da

esso a benefizio della cattolica Chiesa, sola posseditrice dell'arca

di salvazione, impetreremo, che giustamente con noi medesimi

dello avere a perfezione condotto l'opera della nostra santissima

religione congratularci potremo. Non dalle nostre deboli parole tale

speranza concepiamo, ma dalla grazia di colui di cui, quantunque

immeritatamente, siamo il Vicario sopra la terra, dalla grazia di

colui che per la forza dei sacri riti invocato essendo, nei bene

disposti cuori dei principi discende, specialmente quando padri dei

popoli si mostrano, specialmente quando alla eterna salute intendono,

specialmente quando di vivere e di morire veri e buoni figliuoli della

cattolica Chiesa deliberano. Per tutte queste cagioni, venerabili

fratelli, e l'esempio seguitando di alcuni nostri predecessori,

che, la propria sede lasciando, in estere regioni per promuovere

la religione e per gratificare ai principi che della Chiesa bene

meritato avevano, peregrinarono, ci siamo ad intraprendere il presente

viaggio deliberati, avvengadiochè da tale risoluzione avessero dovuto

allontanarci la stagione sinistra, l'età nostra grave, la salute

inferma. Ma non fia che a tali impedimenti ci sgomentiamo, solo che

voglia Iddio farci dei nostri desiderii grazia. Nè fu il negozio, prima

che si risolvessimo, da ogni parte ed attentamente non considerato.

Stemmo dubbii ed incerti un tempo; ma con tali assicurazioni si fece

incontro ai desiderii nostri lo imperadore, che ci rendemmo certi,

essere il nostro viaggio a pro della religione per riuscire. Voi ciò

sapete che su di ciò a voi chiesi consiglio; ma per non preterire

quello che ogni altra cosa avanza, sapendo benissimo che, conforme

al detto della divina Sapienza, le risoluzioni dei mortali, anche

di quelli che per dottrina e per pietà più riputati sono, di quelli

altresì, il cui parlare quale incenso alla presenza di Dio sen sale,

sono deboli e timide ed incerte, le nostre fervorose preghiere al Padre

di ogni sapere indirizzammo, instantemente richiedendolo che ci sia

fatto abilità di solo fare quello che a lui piacer possa, solo quello

che a prosperità ed incremento della sua Chiesa tornare prometta.

Ecci Dio, il quale coll'umile nostro cuore tante volte supplicammo,

al quale nel suo sacro tempio le supplici nostre mani alzammo, dal

quale e benigna udienza ed aiuto propizio in tant'uopo implorammo,

testimonio che niun'altra cosa vogliamo, o niun'altra intendiamo,

che alla gloria ed agli interessi della cattolica religione, alla

salute delle anime, all'adempimento dell'apostolico mandato a noi,

quantunque immeritevoli, commesso. Di questa medesima sincerità nostra

voi stessi, venerabili fratelli, a cui tutto apersi, siete testimonii.

Adunque quando un negozio sì grande con l'aiuto della divina assistenza

vicino è a compirsi, qual vicario di Dio, Salvator nostro, operando,

questo viaggio, al quale tante e sì ponderose cagioni ci confortano,

imprenderemo.

Benedirà, speriamo, il Dio d'ogni grazia i nostri passi, ed in questa

epoca nuova della religione con uno splendore di accresciuta gloria si

manifesterà! Ad esempio di Pio VI di riverita memoria, quando a Vienna

d'Austria si condusse, abbiamo, venerabili fratelli, provveduto che

le curie e le audienze siano e restino, secondo il solito, aperte;

e siccome la necessità del morire è certa, il giorno incerto, così

abbiamo ordinato, che se durante il viaggio nostro a Dio piacesse

di ritorci a lui, si tengano i pontificii comizii. Infine da voi

richiediamo, voi instantemente preghiamo che vi piaccia per noi sempre

quell'affezione medesima conservare che finora ci mostraste, e che, noi

assenti, l'anima nostra all'onnipotente Iddio, a Gesù Cristo nostro

Signore, alla gloriosissima sua Vergine madre, al beato apostolo

Pietro, acciò questo viaggio e felice sia nel corso e prospero nel

fine, raccomandiate. La quale cosa, se come speriamo, dal fonte di bene

impetreremo, voi, venerandi fratelli, che di ogni consiglio nostro e di

ogni nostra cura foste sempre partecipi fatti, della comune contentezza

ancora voi parteciperete e tutti insieme nella mercè del Signore

esulteremo e ci rallegreremo.»

Giunto il pontefice sulle franzesi terre, fu per ordine

dell'imperatore, ed ancor più per la pietà dei fedeli, in ogni luogo

con riverenza veduto. A Parigi, anche quelli che non credevano nè al

papa nè alla religione si precitavano a gara alla sua presenza, per

esprimergli con parole sentimenti di rispetto. Incoronava Napoleone il

dì 2 dicembre. Napoleone consecrato diè nel campo di Marte solennemente

le imperiali aquile a' suoi soldati: le antiche insegne della

repubblica, che avevano veduto le renane, italiche, egiziache vittorie,

lasciate nel fango.

Andarono i magistrati ed i capi dell'esercito a rendere omaggio

all'incoronato loro signore. Cervoni, antico compagno, vedendolo

non più così scarso del corpo come era una volta, con esso lui della

prospera salute si rallegrava. Si, rispose il sire, ora sto bene.

Mentre pel concordato con Francia aveva il pontefice dato sesto alle

faccende religiose di quel regno, un altro pensiero mandava ad effetto,

dal quale confidava che dovesse risultare molto benefizio alla Sedia

apostolica; e siccome per l'accordo fatto con Napoleone aveva posto

freno alla setta filosofica, così con un'altra deliberazione voleva

medicare dalle radici il male che vedeva provenire dalla setta che

l'impugnava, pretendendo le massime e gli usi della Chiesa primitiva.

Erasi sparsa voce: spenti i gesuiti, per questo appunto esser nate

le rivoluzioni, per questo la rovina de' reali seggi, per questo

imperversare una libertà scapestrata, per questo l'anarchia dissolvere

ogni buon ordine, perchè era stata soppressa la società loro; per

questo la filosofica e la giansenistica piena avere tutto allagato: a

sì potenti e sì ostinati nemici, i re soli senza il papa, nè il papa

solo senza i re, nemmeno i re ed il papa insieme congiunti non poter

resistere, se non s'accosta l'opera aiutatrice e tanto efficace dei

gesuiti: sedurre la filosofia gli animi ardenti ed allegri con torre il

freno alle passioni, sedurre il giansenismo gli animi ardenti e rigidi

con un'apparenza di santimonia e di austerità: non essere padroni i

re dell'ammaestrare i giovani a seconda dei pensieri loro; non esser

padrone il papa di piegar uomini male ammaestrati: necessario esser

l'aiuto di coloro che radici buone sanno porre negli spiriti, e di

quanto gli spiriti concepiscono e di quanto le mani fanno, possono

essere e sono diligentemente informati: cospirare il volgo contro i

potenti, doversi accordare i potenti per resistere al volgo; nè un modo

qualunque al grand'uopo poter bastare; richiedersi il più alto, il più

stretto, il più generale: soli a questo fine valere i gesuiti; doversi

loro chiamare ad instaurazione della società sciolta, a salute dei

principi pericolanti, a rannodamento dell'Europa disordinata: o gesuiti

o rivoluzioni, nè altro modo di salvamento trovarsi che in loro.

A tali vociferazioni, che in quest'anno diffondevansi ogni giorno

più, supplicava il re Ferdinando di Napoli il papa, acciocchè,

per ammaestrare la gioventù del suo reame nelle rette e salutevoli

dottrine, come diceva, vi riinstaurasse, siccome già in Russia aveva

fatto, la compagnia di Gesù. Il pontefice facilmente gliene consentiva:

un Gabriello Gruber la ordinava. Così fu principiata la risurrezione

dei gesuiti; e fu osservato che fu principiata da un re, attivo

cooperatore della soppressione, e da un papa uscito dai benedettini,

avversi ai gesuiti.

Le toscane cose, che nell'anno precedente lasciammo non poco sinistre,

vieppiù turbava un insolito e doloroso accidente: conciossiachè sorse

in sul finire dell'autunno del presente anno nella egregia città di

Livorno una pestifera infermità, alla quale diede occasione, siccome

pare, la state che trascorse in quest'anno, sotto il dominio continuo

di venti austriali, oltre solito calda e piovosa. La quale infermità,

da alcuni chiamata febbre gialla, da altri vomito nero, nomi l'uno

e l'altro che a lei molto bene si confanno pei segni strani che

l'accompagnano, incominciò ad infierire nelle parti più basse, più

fitte e più sucide della città per modo che a questi toglieva la vita

in sette giorni, a chi in cinque, a chi in tre, ed a chi ancora nel

breve giro di un giorno. Dire quali e quanti fossero gli effetti che in

chi ella s'appiccava ingenerasse, fora materia assai lunga e difficile,

perchè chi assaliva ad un modo e chi ad un altro, ed era molto

proteiforme. Pure sormontavano sempre i due principali segni, che il

corpo, massimamente il busto, e prima e dopo morte, giallo divenisse, e

certo sozzume nero a guisa della posatura del caffè in copia lo stomaco

recesse. Nè più facilmente nei cagionevoli che nei sani s'accendeva

il mortale morbo, perciocchè si vedevano spesso giovani gagliardi

passarsene dallo stato il più florido di salute fra brevissimo tempo

in fine di morte. Nè uno era nei diversi tempi l'aspetto del morbo,

tre particolarmente notandosene: in sul primo, poco aveva che dalle

solite ardenti febbri il differenziasse; l'insulto primo accompagnava

un ribrezzo di freddo, massimamente lungo il dorso ed alla regione dei

lombi; doleva acerbamente il capo, ma più alle tempia ed alla fronte

che altrove, dolevano in singolar modo le membra alle giunture; gli

occhi accesi e come pieni di sangue, duri e presti i polsi; la pelle

ardeva di calore intensissimo, nè godeva l'ammalato del benefizio del

ventre o delle orine. Augurio funesto erano principalmente un molesto

senso alla forcella dello stomaco ed una inclinazione al vomitare.

Questo primo tempo concludeva una grande insidia, per modo che quando

più pareva al malato, ai parenti ed agli amici vicina la guarnigione,

più vicina era la morte. Tutto il mortifero apparato s'attutiva ad

un tratto, e, cessata la lebbre, se un leggiero sudore ed una somma

debolezza si eccettuavano, sano si mostrava il corpo, ed a perfetta

salute inclinante. Ma ecco improvvisamente e dopo il breve spazio di

poche ore, sorgere nuova e più fiera tempesta; che la molestia della

bocca dello stomaco diveniva dolore acerbissimo, e dalla regione del

ventricolo a quella del fegato si estendeva; nè il toccare queste

parti, ancorchè leggerissimo fosse, era a modo alcuno sopportabile

all'ammalato. Abboriva da ogni cibo e da ogni bevanda; gli occhi rossi,

gialli si facevano: gialle ancora le orine, e giallo il corpo; la

faccia ed il collo più di ogni altra parte il giallore vestivano. Lo

stomaco impaziente vomitava ogni presa vivanda, benchè leggerissima

fosse; ovvero pretta bile o bile mista a vermini buttava.

A questo si aggiungevano oppressione ai precordii, sospiri frequenti,

purgamenti del corpo fetidissimi, liquidi e come color di cenere. Nè

regola certa più restava ai medicanti per giudicar del male, perchè i

polsi ad ogni momento variavano; ora tardi, ora celeri, ora piccoli,

ora spiegati, ora urtanti, ora languidi, ora depressi, mostravano che

se insorgeva qualche volta natura, invano ancora insorgeva, superando

la prepotente forza del morbo. In mezzo a tanto tumulto, come se

chi era per morire meglio dovesse vedere la sua morte, libera si

conservava la mente ed intiera. Succedeva tantosto l'ultimo tempo più

vicino a morte, in cui tremavano le membra, i reciticci divenivano

non più di muchi o di bile, ma di materia nera, fetidissima, come di

sangue putrefatto e marcio. Trasudava anche, e spesso in gran copia,

dalle gengive e dalle fauci questo nero sangue; e così ancora dalle

narici e dal fondamento dell'utero copiosamente usciva: ogni cosa si

volgeva a putredine ed a mortificazione. Bruttavano la pelle o macchie

nere a guisa di piccoli punti, o larghi lividori a guisa di pesche,

massimamente in quei luoghi a cui si appoggiava il corpo. Facevano

la bocca disforme ed orrida, le labbra turgidissime e nere; gli occhi

lagrimosi e tristi ogni vivo lume perdevano; quindi il delirio od il

letargo fra le convulsioni ed un mortale freddo di membra la vita

troncavano. Chi moriva nel primo, chi nel secondo, chi nel terzo

tempo. Ma quando prima la malattia invase, più morivano nel primo che

nell'ultimo; più nell'ultimo che nel primo, ma non molti, quando già

trascorsi essendo circa due mesi, o fosse per l'abitudine dei corpi,

o fosse per la diminuzione delle cagioni, già era stata ammansita la

ferocia del funesto influsso. Pessimi presagii erano la violenza della

prima febbre, i dolori acutissimi delle membra, massime al petto,

l'affanno sommo, la prostrazione delle forze, il vomito pertinace e

nero, il comparire sulle prime il giallore; il chiudersi la via delle

orine, il singhiozzo: ottimi, la moderata febbre, il vomito raro e

mucoso senza putridume, il giallore tardo, la traspirazione libera,

il corpo lubrico, ma di bile, non di sangue, e il non tremare e il

non prostrarsi. Per le orine trovava per l'ordinario via la natura

a discacciare il veleno mortifero; imperciocchè, quando copiose ed

intensamente gialle fluivano, annunziavano l'esito felice. Ma non

una era la maniera del guarire; conciossiachè si è veduto l'uscire

improvvisamente e copiosamente sangue dalla bocca e dalle narici

chiamare inaspettatamente a vita chi già pareva preda d'inevitabil

morte. Furono viste femmine guarite dal correre improvviso di

mestrui abbondanti; fu visto lo sconciarsi della concetta creatura

ed il copioso versarsi del sangue, che ne conseguitava, redimere la

sofferente madre dalla fine imminente. Crudo era il male e nimicissimo

alla vita; funeste vestigia, anche già quando se n'era ito, nei

corpi lasciava: lunghe, tristi, penose si vedevano le convalescenze;

chi restava stupido lungo spazio, chi tremava, chi, spaventato da

funeste fantasime, passava malinconici i giorni, spaventose le notti,

miserabili segni che stata era vicina la morte. Strana ed orrida

contaminazione di corpi, che spesso, oltre le raccontate alterazioni,

insolite apparenze induceva: a questo veniva in odio l'acqua, come

se da cane arrabbiato morso fosse; a quello la vista si pervertiva,

o doppio o più grande del solito vedendo; a quest'altro gonfiavano

straordinariamente le parotidi: a chi venivano bollicine piene di

umore corrosivo in pelle, ed a chi pioveva sangue dagli orecchi.

Escoriavasi la pelle, come se dal fuoco bruciata fosse, in quei luoghi

dove la suffusa bile si spargeva: trascolava dai vescicatorii una linfa

intensamente verde, simile piuttosto al sugo di cicoria che ad altro,

la quale sì caustica e sì pungente natura aveva, che la pelle delle

toccate membra dolorosamente infiammava, e tostamente cancrenava. Più

feroce infierì il male contro le donne. Ma le gravide quasi tutte, che

prese ne furono, morirono: i fanciulli passarono quasi tutti indenni.

L'intemperanza di ogni genere, specialmente il darsi al bere eccessivo

del vino e degli spiriti, ed il gozzovigliare ed il trascorrere nei

cibi cagionavano e più certa malattia e più certa morte.

Ogni cosa poi sozza così dentro come fuori; imperciocchè negli sparati

cadaveri le narici si vedevano imbrattate di nero sangue, e la morta

bocca recere ancora, tanto n'era pieno il corpo, quel sucidume nero

e fetido che nelle ultime ore della vita da lei pioveva. Pieno ancor

esso e zeppo e gonfio di questo medesimo putridume infame e nero si

trovava il ventricolo, roso, oltre a ciò, da serpeggiante cancrena,

e rosi gl'intestini; la rete, chiamata dai medici omento, rosa del

tutto, mostrava quanta forza di distruzione l'orribile malore avesse.

Un fluido rosso e giallastro, come di bile mista a sangue, il cavo

torace ingombrava; e sangue nero e putredinoso tutti aveva pieni i

polmoni, cospersi ancor essi di macchie livide e cancrenose; livido

ed infiammato il setto traverso; livida e di corrotto sangue piena la

milza; livido, molle, putredinoso e di colore come se cotto fosse, il

fegato, sul quale, e così sul ventricolo, pareva essersi specialmente

scagliata con tutti i suoi effetti più tremendi la pestilenza. Insomma,

o putridume sanguinolento, o sangue nero, o infiammazione vicina a

sfacelo, o distruzione intiera di parti in ogni luogo e nelle più

vitali viscere si discoprivano. Nè perchè la funesta corruttela tali

mortiferi effetti producesse, lungo tempo richiedevasi che anche in

coloro, i quali nel breve spazio di ventiquattr'ore restavano morti,

si scorgeva che uno sfacelo universale, che un'aura venefica aveva il

corpo tutto invaso ed allo stato di morte ridotto; che tale vide, tale

descrisse con singolar medica maestria questa esiziale infermità il

dottor Palloni, mandato dal toscano governo a vedere se alcun senno od

umano provvedimento contro la medesima valesse. Nè solamente i visceri

che più vicini e concorrenti all'opificio della digestione, quali sono,

per esempio, il fegato ed il ventricolo, ma ancora i più segreti e più

lontani erano da lei tocchi e contaminati; posciachè la vescica, che

serve di ricettacolo alle orine, vuota si rinveniva, e di striscie

sanguinose listata; il cerebro stesso, fonte principale di vita,

ed i suoi proteggitori invogli col sozzo aspetto di vasi sanguigni

strapieni, e con le cavità bruttate di un fluido sviato e giallastro,

alla vista si appresentavano. Corrotta era la bile, e sparsa per tutto

il corpo dei miseri contaminati. Pessimi il quinto e settimo giorno;

pure notati di morti frequenti anche il primo, il secondo e il terzo:

in alcuni, ma rari, indugiò la morte insino al decimoterzo od al

decimoquarto.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 87 / 99 段