il mondo. I reali si accorsero che Buonaparte non era uomo, come
aspettavano, che volesse fare il Monk; i repubblicani videro che non
era uomo da voler fare, come si promettevano, il Cincinnato. Poi i
reali dimenticarono tosto la realtà, i repubblicani la repubblica, e
gli uni e gli altri trassero cupidamente agl'imperiali allettamenti.
Pochi dall'una parte e dall'altra si ristarono. Delle potenze
d'Europa, l'Inghilterra, che non s'era mai ingannata sulle qualità
di Buonaparte, contrastava, ma invano; contrastava anche invano il
lontano ed ingannatosi Alessandro; la Turchia, per timore della Russia,
si peritava; l'Austria taceva; la Prussia, che tuttavia continuava
ad ingannarsi, non solamente aveva consentito, ma ancora esortato.
Questo era stato uno dei principali fondamenti dell'ardimento di
Napoleone. Luigi XVIII, re di Francia, che fino a questo tempo,
forse per qualche speranza, aveva più temperatamente che degli altri
governi franzesi parlato e scritto di Buonaparte, a questo estremo
atto di assunzione di potenza, per cui ogni aspettazione di buon fine
era tolta, grandemente risentendosi, con gravissime parole contro
l'usurpazione fin dall'ultimo settentrione, dove esule da' suoi
regni se ne stava, protestò. Il Piemonte si confortava della perduta
independenza per l'unione con chi comandava; Genova ingannata sperava
almeno di conservare l'antico nome; la repubblica italiana, giacchè era
perduta la libertà, si prometteva almeno la potenza; la Toscana, che
meglio di tutti giudicava delle faccende presenti, non sapeva nè che
sperasse nè che temesse; bene si doleva che i leopoldiani tempi fossero
perduti per sempre; Napoli, già servo il regno di qua dal Faro, stava
in dubbio se almeno potesse conservar libero quello oltre il Faro. Il
papa era spaventato dalla grandezza di Napoleone; ma egli il confortava
con le promesse, con le adulazioni, ed ancor più con le richieste;
imperciocchè, vedendo che, poichè alle antiche consuetudini se ne
tornava, non aveva titolo legittimo, nè volendo ammettere la dottrina
della sovranità del popolo perchè l'ammetterla era un confessare
che chi faceva poteva disfare, ed ei non voleva essere disfatto, il
pontefice con grandissime istanze, non purgate da qualche minaccia,
richiedeva che a Parigi se ne venisse per consecrarlo imperatore.
Parevagli che la consecrazione del papa gli desse nella opinione degli
uomini quello che per altre parti gli mancava. Era certamente un gran
fatto che il capo supremo della Chiesa, in età già grave, in istagione
sinistra, a lontana e straniera terra se ne andasse per legittimare
con la santità del suo ministerio quello che tutti i principi d'Europa
chiamavano o apertamente o occultamente una usurpazione. Per indurre il
papa a questa deliberazione, Napoleone gli prometteva, che se già molto
aveva fatto a benefizio della religione e della santa Sede in Francia,
molto più era per fare, ove il papa consentisse alla consecrazione.
Si trovava il pontefice da queste domande molto angustiato, perchè
dall'una parte desiderava di satisfare a Napoleone, sperando di farne
nascere tratti profittevoli alla religione; dall'altra il confermare
con la efficacia del suo ufficio gli effetti della prepotenza militare,
gli pareva duro e disonorevole consiglio.
Tutte le cose però molto bene e maturamente considerate, e co' suoi
cardinali parecchie volte ponderate, implorato anche l'aiuto divino,
siccome quegli che pienamente da lui ripeteva ogni evento o prospero od
avverso, si deliberava a voler fare quello che da tanti secoli non si
era veduto che alcuno fatto avesse. Per la qual cosa, risolutosi del
tutto a voler posporre al benefizio della religione ogni altro umano
riguardo, convocati i cardinali il dì 29 ottobre, con queste gravi ed
affettuose parole loro favellava:
«Da questo medesimo seggio, venerabili fratelli, noi già vi
annunziammo, siccome il concordato con Napoleone imperadore dei
Franzesi, allora primo console, era stato da noi concluso: da
questo stesso vi partecipammo la contentezza, che aveva ripieno il
nostro cuore nel veder volte novellamente, per opera del concordato
medesimo, alla cattolica Religione quelle vaste e popolose regioni.
D'allora in poi i profanati tempi furono aperti e purificati, gli
altari riedificati, la salvatrice croce innalzata, l'adorazione del
vero Dio restituita, i misteri augusti della religione liberamente
e pubblicamente celebrati, legittimi pastori a pascere il famelico
gregge conceduti: numerose anime dai sentieri dell'errore al grembo
della felice eternità richiamate, e con sè stesse e col vero Dio
riconciliate: risorse felicemente, da quella oscurità in cui era stata
immersa, alla piena luce del giorno in mezzo ad una rinomata nazione la
cattolica religione.
A tanti benefizii esultammo, e le esultazioni nostre a Dio nostro
Signore dall'intimo del nostro cuore porgemmo. Questa grande e
maravigliosa opera non solamente ci riempiva di gratitudine verso quel
potente principe che usò tutto il potere e l'autorità sua per fare il
concordato, ma ancora ci spingeva, per la dolce ricordanza, ad usare
ogni occasione che si aprisse per dimostrargli tale essere verso di
lui lo animo nostro. Ora questo medesimo potente principe, il nostro
carissimo figliuolo in Cristo Napoleone imperadore dei Franzesi, che
con le opere sue sì bene ha meritato della cattolica religione, viene
a noi significandoci, ardentemente desiderare di essere coi santi
olii unto, e dalle mani nostre l'imperiale corona ricevere, acciocchè
i sacri diritti, che sono in così alto grado per collocarlo, siano
col carattere della religione impressi, e più potentemente sopra di
lui le celesti benedizioni appellino. Richiesta di tal sorte non solo
chiaramente la Religione sua e la sua filiale riverenza verso la Santa
Sede dimostrata, ma siccome quella che accompagnata è da espresse
dimostrazioni e promosse, dà speranza che sia la fede sacra promossa,
e che siano le dolorose ingiurie riparate, opera che già ha egli con
tanta fatica e con tanto zelo in quelle fiorite ragioni procurato.
Voi vedete pertanto, venerabili fratelli, quanto giuste e gravi
siano le cagioni che ad intraprendere questo viaggio c'invitano.
Muovonci gl'interessi della nostra santa religione, e muoveci la
gratitudine verso il potente imperadore, muoveci l'amore verso
colui che, con tutta la forza sua adoperandosi, ebbe in Francia alla
cattolica religione libero e pubblico esercizio procurato, muoveci
il desiderio che d'avanzarla viemmaggiormente in prosperità ed in
dignità ci dimostra. Speriamo altresì, che quando al cospetto suo
giunti saremo, e con lui volto a volto favelleremo, tali cose da
esso a benefizio della cattolica Chiesa, sola posseditrice dell'arca
di salvazione, impetreremo, che giustamente con noi medesimi
dello avere a perfezione condotto l'opera della nostra santissima
religione congratularci potremo. Non dalle nostre deboli parole tale
speranza concepiamo, ma dalla grazia di colui di cui, quantunque
immeritatamente, siamo il Vicario sopra la terra, dalla grazia di
colui che per la forza dei sacri riti invocato essendo, nei bene
disposti cuori dei principi discende, specialmente quando padri dei
popoli si mostrano, specialmente quando alla eterna salute intendono,
specialmente quando di vivere e di morire veri e buoni figliuoli della
cattolica Chiesa deliberano. Per tutte queste cagioni, venerabili
fratelli, e l'esempio seguitando di alcuni nostri predecessori,
che, la propria sede lasciando, in estere regioni per promuovere
la religione e per gratificare ai principi che della Chiesa bene
meritato avevano, peregrinarono, ci siamo ad intraprendere il presente
viaggio deliberati, avvengadiochè da tale risoluzione avessero dovuto
allontanarci la stagione sinistra, l'età nostra grave, la salute
inferma. Ma non fia che a tali impedimenti ci sgomentiamo, solo che
voglia Iddio farci dei nostri desiderii grazia. Nè fu il negozio, prima
che si risolvessimo, da ogni parte ed attentamente non considerato.
Stemmo dubbii ed incerti un tempo; ma con tali assicurazioni si fece
incontro ai desiderii nostri lo imperadore, che ci rendemmo certi,
essere il nostro viaggio a pro della religione per riuscire. Voi ciò
sapete che su di ciò a voi chiesi consiglio; ma per non preterire
quello che ogni altra cosa avanza, sapendo benissimo che, conforme
al detto della divina Sapienza, le risoluzioni dei mortali, anche
di quelli che per dottrina e per pietà più riputati sono, di quelli
altresì, il cui parlare quale incenso alla presenza di Dio sen sale,
sono deboli e timide ed incerte, le nostre fervorose preghiere al Padre
di ogni sapere indirizzammo, instantemente richiedendolo che ci sia
fatto abilità di solo fare quello che a lui piacer possa, solo quello
che a prosperità ed incremento della sua Chiesa tornare prometta.
Ecci Dio, il quale coll'umile nostro cuore tante volte supplicammo,
al quale nel suo sacro tempio le supplici nostre mani alzammo, dal
quale e benigna udienza ed aiuto propizio in tant'uopo implorammo,
testimonio che niun'altra cosa vogliamo, o niun'altra intendiamo,
che alla gloria ed agli interessi della cattolica religione, alla
salute delle anime, all'adempimento dell'apostolico mandato a noi,
quantunque immeritevoli, commesso. Di questa medesima sincerità nostra
voi stessi, venerabili fratelli, a cui tutto apersi, siete testimonii.
Adunque quando un negozio sì grande con l'aiuto della divina assistenza
vicino è a compirsi, qual vicario di Dio, Salvator nostro, operando,
questo viaggio, al quale tante e sì ponderose cagioni ci confortano,
imprenderemo.
Benedirà, speriamo, il Dio d'ogni grazia i nostri passi, ed in questa
epoca nuova della religione con uno splendore di accresciuta gloria si
manifesterà! Ad esempio di Pio VI di riverita memoria, quando a Vienna
d'Austria si condusse, abbiamo, venerabili fratelli, provveduto che
le curie e le audienze siano e restino, secondo il solito, aperte;
e siccome la necessità del morire è certa, il giorno incerto, così
abbiamo ordinato, che se durante il viaggio nostro a Dio piacesse
di ritorci a lui, si tengano i pontificii comizii. Infine da voi
richiediamo, voi instantemente preghiamo che vi piaccia per noi sempre
quell'affezione medesima conservare che finora ci mostraste, e che, noi
assenti, l'anima nostra all'onnipotente Iddio, a Gesù Cristo nostro
Signore, alla gloriosissima sua Vergine madre, al beato apostolo
Pietro, acciò questo viaggio e felice sia nel corso e prospero nel
fine, raccomandiate. La quale cosa, se come speriamo, dal fonte di bene
impetreremo, voi, venerandi fratelli, che di ogni consiglio nostro e di
ogni nostra cura foste sempre partecipi fatti, della comune contentezza
ancora voi parteciperete e tutti insieme nella mercè del Signore
esulteremo e ci rallegreremo.»
Giunto il pontefice sulle franzesi terre, fu per ordine
dell'imperatore, ed ancor più per la pietà dei fedeli, in ogni luogo
con riverenza veduto. A Parigi, anche quelli che non credevano nè al
papa nè alla religione si precitavano a gara alla sua presenza, per
esprimergli con parole sentimenti di rispetto. Incoronava Napoleone il
dì 2 dicembre. Napoleone consecrato diè nel campo di Marte solennemente
le imperiali aquile a' suoi soldati: le antiche insegne della
repubblica, che avevano veduto le renane, italiche, egiziache vittorie,
lasciate nel fango.
Andarono i magistrati ed i capi dell'esercito a rendere omaggio
all'incoronato loro signore. Cervoni, antico compagno, vedendolo
non più così scarso del corpo come era una volta, con esso lui della
prospera salute si rallegrava. Si, rispose il sire, ora sto bene.
Mentre pel concordato con Francia aveva il pontefice dato sesto alle
faccende religiose di quel regno, un altro pensiero mandava ad effetto,
dal quale confidava che dovesse risultare molto benefizio alla Sedia
apostolica; e siccome per l'accordo fatto con Napoleone aveva posto
freno alla setta filosofica, così con un'altra deliberazione voleva
medicare dalle radici il male che vedeva provenire dalla setta che
l'impugnava, pretendendo le massime e gli usi della Chiesa primitiva.
Erasi sparsa voce: spenti i gesuiti, per questo appunto esser nate
le rivoluzioni, per questo la rovina de' reali seggi, per questo
imperversare una libertà scapestrata, per questo l'anarchia dissolvere
ogni buon ordine, perchè era stata soppressa la società loro; per
questo la filosofica e la giansenistica piena avere tutto allagato: a
sì potenti e sì ostinati nemici, i re soli senza il papa, nè il papa
solo senza i re, nemmeno i re ed il papa insieme congiunti non poter
resistere, se non s'accosta l'opera aiutatrice e tanto efficace dei
gesuiti: sedurre la filosofia gli animi ardenti ed allegri con torre il
freno alle passioni, sedurre il giansenismo gli animi ardenti e rigidi
con un'apparenza di santimonia e di austerità: non essere padroni i
re dell'ammaestrare i giovani a seconda dei pensieri loro; non esser
padrone il papa di piegar uomini male ammaestrati: necessario esser
l'aiuto di coloro che radici buone sanno porre negli spiriti, e di
quanto gli spiriti concepiscono e di quanto le mani fanno, possono
essere e sono diligentemente informati: cospirare il volgo contro i
potenti, doversi accordare i potenti per resistere al volgo; nè un modo
qualunque al grand'uopo poter bastare; richiedersi il più alto, il più
stretto, il più generale: soli a questo fine valere i gesuiti; doversi
loro chiamare ad instaurazione della società sciolta, a salute dei
principi pericolanti, a rannodamento dell'Europa disordinata: o gesuiti
o rivoluzioni, nè altro modo di salvamento trovarsi che in loro.
A tali vociferazioni, che in quest'anno diffondevansi ogni giorno
più, supplicava il re Ferdinando di Napoli il papa, acciocchè,
per ammaestrare la gioventù del suo reame nelle rette e salutevoli
dottrine, come diceva, vi riinstaurasse, siccome già in Russia aveva
fatto, la compagnia di Gesù. Il pontefice facilmente gliene consentiva:
un Gabriello Gruber la ordinava. Così fu principiata la risurrezione
dei gesuiti; e fu osservato che fu principiata da un re, attivo
cooperatore della soppressione, e da un papa uscito dai benedettini,
avversi ai gesuiti.
Le toscane cose, che nell'anno precedente lasciammo non poco sinistre,
vieppiù turbava un insolito e doloroso accidente: conciossiachè sorse
in sul finire dell'autunno del presente anno nella egregia città di
Livorno una pestifera infermità, alla quale diede occasione, siccome
pare, la state che trascorse in quest'anno, sotto il dominio continuo
di venti austriali, oltre solito calda e piovosa. La quale infermità,
da alcuni chiamata febbre gialla, da altri vomito nero, nomi l'uno
e l'altro che a lei molto bene si confanno pei segni strani che
l'accompagnano, incominciò ad infierire nelle parti più basse, più
fitte e più sucide della città per modo che a questi toglieva la vita
in sette giorni, a chi in cinque, a chi in tre, ed a chi ancora nel
breve giro di un giorno. Dire quali e quanti fossero gli effetti che in
chi ella s'appiccava ingenerasse, fora materia assai lunga e difficile,
perchè chi assaliva ad un modo e chi ad un altro, ed era molto
proteiforme. Pure sormontavano sempre i due principali segni, che il
corpo, massimamente il busto, e prima e dopo morte, giallo divenisse, e
certo sozzume nero a guisa della posatura del caffè in copia lo stomaco
recesse. Nè più facilmente nei cagionevoli che nei sani s'accendeva
il mortale morbo, perciocchè si vedevano spesso giovani gagliardi
passarsene dallo stato il più florido di salute fra brevissimo tempo
in fine di morte. Nè uno era nei diversi tempi l'aspetto del morbo,
tre particolarmente notandosene: in sul primo, poco aveva che dalle
solite ardenti febbri il differenziasse; l'insulto primo accompagnava
un ribrezzo di freddo, massimamente lungo il dorso ed alla regione dei
lombi; doleva acerbamente il capo, ma più alle tempia ed alla fronte
che altrove, dolevano in singolar modo le membra alle giunture; gli
occhi accesi e come pieni di sangue, duri e presti i polsi; la pelle
ardeva di calore intensissimo, nè godeva l'ammalato del benefizio del
ventre o delle orine. Augurio funesto erano principalmente un molesto
senso alla forcella dello stomaco ed una inclinazione al vomitare.
Questo primo tempo concludeva una grande insidia, per modo che quando
più pareva al malato, ai parenti ed agli amici vicina la guarnigione,
più vicina era la morte. Tutto il mortifero apparato s'attutiva ad
un tratto, e, cessata la lebbre, se un leggiero sudore ed una somma
debolezza si eccettuavano, sano si mostrava il corpo, ed a perfetta
salute inclinante. Ma ecco improvvisamente e dopo il breve spazio di
poche ore, sorgere nuova e più fiera tempesta; che la molestia della
bocca dello stomaco diveniva dolore acerbissimo, e dalla regione del
ventricolo a quella del fegato si estendeva; nè il toccare queste
parti, ancorchè leggerissimo fosse, era a modo alcuno sopportabile
all'ammalato. Abboriva da ogni cibo e da ogni bevanda; gli occhi rossi,
gialli si facevano: gialle ancora le orine, e giallo il corpo; la
faccia ed il collo più di ogni altra parte il giallore vestivano. Lo
stomaco impaziente vomitava ogni presa vivanda, benchè leggerissima
fosse; ovvero pretta bile o bile mista a vermini buttava.
A questo si aggiungevano oppressione ai precordii, sospiri frequenti,
purgamenti del corpo fetidissimi, liquidi e come color di cenere. Nè
regola certa più restava ai medicanti per giudicar del male, perchè i
polsi ad ogni momento variavano; ora tardi, ora celeri, ora piccoli,
ora spiegati, ora urtanti, ora languidi, ora depressi, mostravano che
se insorgeva qualche volta natura, invano ancora insorgeva, superando
la prepotente forza del morbo. In mezzo a tanto tumulto, come se
chi era per morire meglio dovesse vedere la sua morte, libera si
conservava la mente ed intiera. Succedeva tantosto l'ultimo tempo più
vicino a morte, in cui tremavano le membra, i reciticci divenivano
non più di muchi o di bile, ma di materia nera, fetidissima, come di
sangue putrefatto e marcio. Trasudava anche, e spesso in gran copia,
dalle gengive e dalle fauci questo nero sangue; e così ancora dalle
narici e dal fondamento dell'utero copiosamente usciva: ogni cosa si
volgeva a putredine ed a mortificazione. Bruttavano la pelle o macchie
nere a guisa di piccoli punti, o larghi lividori a guisa di pesche,
massimamente in quei luoghi a cui si appoggiava il corpo. Facevano
la bocca disforme ed orrida, le labbra turgidissime e nere; gli occhi
lagrimosi e tristi ogni vivo lume perdevano; quindi il delirio od il
letargo fra le convulsioni ed un mortale freddo di membra la vita
troncavano. Chi moriva nel primo, chi nel secondo, chi nel terzo
tempo. Ma quando prima la malattia invase, più morivano nel primo che
nell'ultimo; più nell'ultimo che nel primo, ma non molti, quando già
trascorsi essendo circa due mesi, o fosse per l'abitudine dei corpi,
o fosse per la diminuzione delle cagioni, già era stata ammansita la
ferocia del funesto influsso. Pessimi presagii erano la violenza della
prima febbre, i dolori acutissimi delle membra, massime al petto,
l'affanno sommo, la prostrazione delle forze, il vomito pertinace e
nero, il comparire sulle prime il giallore; il chiudersi la via delle
orine, il singhiozzo: ottimi, la moderata febbre, il vomito raro e
mucoso senza putridume, il giallore tardo, la traspirazione libera,
il corpo lubrico, ma di bile, non di sangue, e il non tremare e il
non prostrarsi. Per le orine trovava per l'ordinario via la natura
a discacciare il veleno mortifero; imperciocchè, quando copiose ed
intensamente gialle fluivano, annunziavano l'esito felice. Ma non
una era la maniera del guarire; conciossiachè si è veduto l'uscire
improvvisamente e copiosamente sangue dalla bocca e dalle narici
chiamare inaspettatamente a vita chi già pareva preda d'inevitabil
morte. Furono viste femmine guarite dal correre improvviso di
mestrui abbondanti; fu visto lo sconciarsi della concetta creatura
ed il copioso versarsi del sangue, che ne conseguitava, redimere la
sofferente madre dalla fine imminente. Crudo era il male e nimicissimo
alla vita; funeste vestigia, anche già quando se n'era ito, nei
corpi lasciava: lunghe, tristi, penose si vedevano le convalescenze;
chi restava stupido lungo spazio, chi tremava, chi, spaventato da
funeste fantasime, passava malinconici i giorni, spaventose le notti,
miserabili segni che stata era vicina la morte. Strana ed orrida
contaminazione di corpi, che spesso, oltre le raccontate alterazioni,
insolite apparenze induceva: a questo veniva in odio l'acqua, come
se da cane arrabbiato morso fosse; a quello la vista si pervertiva,
o doppio o più grande del solito vedendo; a quest'altro gonfiavano
straordinariamente le parotidi: a chi venivano bollicine piene di
umore corrosivo in pelle, ed a chi pioveva sangue dagli orecchi.
Escoriavasi la pelle, come se dal fuoco bruciata fosse, in quei luoghi
dove la suffusa bile si spargeva: trascolava dai vescicatorii una linfa
intensamente verde, simile piuttosto al sugo di cicoria che ad altro,
la quale sì caustica e sì pungente natura aveva, che la pelle delle
toccate membra dolorosamente infiammava, e tostamente cancrenava. Più
feroce infierì il male contro le donne. Ma le gravide quasi tutte, che
prese ne furono, morirono: i fanciulli passarono quasi tutti indenni.
L'intemperanza di ogni genere, specialmente il darsi al bere eccessivo
del vino e degli spiriti, ed il gozzovigliare ed il trascorrere nei
cibi cagionavano e più certa malattia e più certa morte.
Ogni cosa poi sozza così dentro come fuori; imperciocchè negli sparati
cadaveri le narici si vedevano imbrattate di nero sangue, e la morta
bocca recere ancora, tanto n'era pieno il corpo, quel sucidume nero
e fetido che nelle ultime ore della vita da lei pioveva. Pieno ancor
esso e zeppo e gonfio di questo medesimo putridume infame e nero si
trovava il ventricolo, roso, oltre a ciò, da serpeggiante cancrena,
e rosi gl'intestini; la rete, chiamata dai medici omento, rosa del
tutto, mostrava quanta forza di distruzione l'orribile malore avesse.
Un fluido rosso e giallastro, come di bile mista a sangue, il cavo
torace ingombrava; e sangue nero e putredinoso tutti aveva pieni i
polmoni, cospersi ancor essi di macchie livide e cancrenose; livido
ed infiammato il setto traverso; livida e di corrotto sangue piena la
milza; livido, molle, putredinoso e di colore come se cotto fosse, il
fegato, sul quale, e così sul ventricolo, pareva essersi specialmente
scagliata con tutti i suoi effetti più tremendi la pestilenza. Insomma,
o putridume sanguinolento, o sangue nero, o infiammazione vicina a
sfacelo, o distruzione intiera di parti in ogni luogo e nelle più
vitali viscere si discoprivano. Nè perchè la funesta corruttela tali
mortiferi effetti producesse, lungo tempo richiedevasi che anche in
coloro, i quali nel breve spazio di ventiquattr'ore restavano morti,
si scorgeva che uno sfacelo universale, che un'aura venefica aveva il
corpo tutto invaso ed allo stato di morte ridotto; che tale vide, tale
descrisse con singolar medica maestria questa esiziale infermità il
dottor Palloni, mandato dal toscano governo a vedere se alcun senno od
umano provvedimento contro la medesima valesse. Nè solamente i visceri
che più vicini e concorrenti all'opificio della digestione, quali sono,
per esempio, il fegato ed il ventricolo, ma ancora i più segreti e più
lontani erano da lei tocchi e contaminati; posciachè la vescica, che
serve di ricettacolo alle orine, vuota si rinveniva, e di striscie
sanguinose listata; il cerebro stesso, fonte principale di vita,
ed i suoi proteggitori invogli col sozzo aspetto di vasi sanguigni
strapieni, e con le cavità bruttate di un fluido sviato e giallastro,
alla vista si appresentavano. Corrotta era la bile, e sparsa per tutto
il corpo dei miseri contaminati. Pessimi il quinto e settimo giorno;
pure notati di morti frequenti anche il primo, il secondo e il terzo:
in alcuni, ma rari, indugiò la morte insino al decimoterzo od al
decimoquarto.