Discutevasi a Lione dai mandatarii; la licenza soldatesca straziava

intanto i mandatori, un inesorabile governo con le tasse li conquideva.

Dolevansi e delle perdute sostanze e degli innumerevoli oltraggi e

della durissima servitù: le grida degli straziati a Milano furono

soffocate dalle grida dei festeggianti a Lione. A Lione si discorreva

e si obbediva. Allungato il farne pubblica dimostrazione quanto

potesse parere dignità e sufficienza di discussione, arrivava il

consolo: era l'11 gennaio. Lionesi e Cisalpini a gara accorrevano.

Era spettacolo grande a chi mirava la scorza, compassionevole a chi

dentro, perchè là si macchinava di spegnere per legge la libertà che

già innanzi era perita per abuso. Ognuno maravigliava la dolcezza e la

semplicità del consolo: pareva loro che fossero parte di grandezza; le

adulazioni sorgevano. I repubblicani, se alcuno ve n'era, si rodevano,

ma s'infingevano non tanto per non esser tenuti faziosi, quanto per

non esser tenuti pazzi o sciocchi; che già con questi nomi cominciava

a chiamarli l'età. Buonaparte metteva mano all'opera; chiamava i

presidenti delle congregazioni e con loro discorreva intorno alla

costituzione: ora approvava, ora emendava, ora domandava consiglio.

Contradditor benigno e docile alle risposte, pareva che da altri

ricevesse quello che loro dava. Chi conosceva l'intrinseco, ammirava

l'arte; chi l'ignorava, la modestia. Infine dai discorsi permessi si

venne alla conclusione comandata: fu approvata la costituzione; parve

buono e fondamentale ordine quello dei collegi elettorali: nominolli

per la prima volta il consolo su liste doppie presentate dalle

congregazioni.

Ma non s'era ancor toccato il principal tasto, per cui mezza Italia era

stata fatta venire in Francia. Meno una costituzione che un esempio si

aspettava dagl'Italiani. Trattavasi di nominare un presidente della

Cisalpina. Importava la persona, importava la durata del magistrato:

a Buonaparte non piacevano i magistrati a tempo. Fu data l'intesa ai

cisalpini perchè il chiamassero capo della repubblica e gli dessero

il magistrato supremo di presidente per dieci anni, e potesse essere

rieletto quante volte si volesse. Avevano queste due deliberazioni

qualche malagevolezza, parte coi Cisalpini, parte colle potenze per la

evidente dipendenza verso Francia, se il consolo fosse padrone della

Cisalpina. Importava anche il confessare che niun cisalpino fosse

atto a governare: alcuni andavano alla volta di Melzi. I ministri di

Buonaparte fecero diligenze coi partigiani, ora lodando Melzi, ora

asseverando che avrebbe grande autorità nei nuovi ordini. Ebbero le

arti il fine desiderato. Appresentaronsi con la deliberazione fatta i

Cisalpini al consolo, nella quale era tanta adulazione di lui e tanta

depressione di loro medesimi, che non è da credere che nelle storie

vi sia un atto più umile o più vergognoso di questo. Confessarono, e

si forzarono anche di pruovare con loro ragioni, a tanto di viltà eran

ridotti, che nissun Cisalpino era che idoneamente li potesse governare.

Gradì il consolo nelle umili parole i proprii comandamenti; disse

che domani fra i convocati cisalpini in pubblica adunanza sederebbe.

Accompagnato dai ministri di Francia, dai consiglieri di Stato, dai

generali, dai prefetti e dai magistrati municipali di Lione, fra le

liete accoglienze ed i plausi festivi dei Cisalpini, in alto seggio

recatosi, così loro favellava: «Hovvi in Lione, come principali

cittadini della Cisalpina repubblica appresso a me adunati; voi mi

avete bastanti lumi dato, perchè l'augusto carico a me imposto, come

primo magistrato del popolo franzese e come primo creator vostro,

riempire io potessi. Le elezioni dei magistrati io feci senza amore

di parti o di luoghi; quanto al supremo grado di presidente, niuno ho

trovato fra di voi che per servigi verso la patria, per autorità nel

popolo, per sceveramento di parti abbia meritato ch'io un tal carico

gli commettessi. Muovonmi i motivi da voi prudentemente addotti: ai

vostri desiderii consento. Sosterrò io, finchè fia d'uopo, la gran

mole delle faccende vostre. Dolce mi sarà fra tante mie cure l'udire la

confermazione dello Stato vostro e la prosperità dei vostri popoli. Voi

non avete leggi generali, non eserciti forti; ma Dio vi salva, poichè

possedete quanto li può creare, dico popolazioni numerose, campagne

fertili, esempio da Francia.» (Versione del Botta.)

Questo favellare superbo fu da altissimi plausi e di Franzesi e

di Cisalpini seguitato. La servitù era dall'un de' lati mitigata

dall'imperio sopra i forastieri, dall'altro amareggiata dal vilipendio;

pure lietissimamente applaudivano i servi doppii, come se onorati

e liberi fossero. Dimostrarono desiderio che la repubblica, non più

cisalpina, ma italiana si chiamasse, cosa molto pregna, massimamente in

mano di Buonaparte. Consentì facilmente il consolo. Riprese, adulando,

le parole Prina Novarese, il quale, essendo di natura severa ed

arbitraria, molto bene aveva subodorato il consolo, ed il consolo lui.

Chiamarono gl'Italici ad alla voce il consolo presidente per dieci

anni, e rieleggere si potesse. Ebbe Melzi luogo di vicepresidente.

Era Melzi uomo generoso, savio, molto amato dagl'Italiani: pendeva

all'assoluto, ma piuttosto per grandezza che per vanità.

Restava che si ordinasse la costituzione: cominciossi dagli ordini

ecclesiastici. Fosse la religione cattolica, apostolica e romana

religione dello Stato: ciò non ostante, i riti acattolici liberamente

si potessero celebrare in privato; nominasse il governo i vescovi,

gl'instituisse la santa Sede; nominassero i vescovi ed instituissero

i parrochi, il governo gli appruovasse: ciascuna diocesi avesse

un capitolo metropolitano ed un seminario; i beni non alienati

si restituissero al clero; si definissero le congrue in beni pei

vescovi, pei capitoli, pei seminarii, per le fabbriche, fra tre mesi;

si assegnassero pensioni convenienti ai religiosi soppressi; non

s'innovassero i confini delle diocesi; per gl'innovati si domandasse

la approvazione della santa Sede; gli ecclesiastici delinquenti con

le pene canoniche fossero dai vescovi puniti; se gli ecclesiastici

non si rassegnassero, i vescovi ricorressero al braccio secolare;

se un ecclesiastico fosse condannato per delitto, si avvisasse il

vescovo della condanna, acciocchè quanto dalle leggi canoniche fosse

prescritto potesse fare: ogni atto pubblico che o i buoni costumi

corrompesse, od il culto o i suoi ministri offendesse, fosse proibito;

niun parroco potesse essere sforzato da nissun magistrato a ministrare

il sacramento del matrimonio a chiunque fosse vincolato da impedimento

canonico. A questo modo fu ordinata la Chiesa italiana nella lionese

consulta. Alcuni capi, ancorchè forse laudabili e sani, toccavano la

giurisdizione ecclesiastica, e sarebbe stato necessario, l'intervento

del pontefice. Nondimeno con acconcio discorso a nome di tutto il

clero italico assentiva lo arcivescovo di Ravenna, assentimento

non necessario se l'autorità civile aveva dritto di fare quello che

fece, non sufficiente, se l'intervento dell'autorità pontificia era

necessario. Ma il consolo su quelle prime tenerezze di amicizia col

papa non aveva timore.

Quanto agli ordini civili, i tre collegi dei possidenti, dei dotti

e dei commercianti erano il fondamento principale della repubblica:

in loro era investita la autorità sovrana. Ufficio dei collegi fosse

nominare i membri della censura, della consulta di Stato, del corpo

legislativo, dei tribunali di revisione e di cassazione, della camera

dei conti. Ancora accusassero i magistrati per violata costituzione

e per peculato; finalmente i dispareri nati tra la censura ed il

governo per accuse di tal sorte definissero. Sedessero i possidenti in

Milano, i dotti in Bologna, i commercianti in Brescia: ogni biennio si

adunassero.

Magistrato supremo era la censura: componessesi da nove possidenti,

di sei dotti, di sei commercianti: sedesse in Cremona: desse per sè

e giudicasse le accuse date per violata costituzione e per peculato;

cinque giorni dopo la fine delle adunanze dei collegi si adunasse;

dieci giorni, e non più, sedesse. Ordine buono era questo, ma l'età

servile il rendeva inutile.

Fosse il governo della repubblica commesso ad un presidente, ad

un vicepresidente, ad una consulta di Stato, ai ministri, ad un

consiglio legislativo. Avesse il presidente la potestà esecutiva, e il

vicepresidente nominasse: fossero i ministri tenuti d'ogni loro atto

verso lo Stato.

Uffizio della consulta fosse l'esaminare ed il concludere le

instruzioni pei ministri presso le potenze e l'esaminare i trattati.

Potesse nei casi gravi derogare alle leggi sulla libertà dei cittadini

ed all'esercizio della costituzione: provvedesse in qualunque modo alla

salute della repubblica. Se dopo tre anni qualche riforma giudicasse

necessaria in uno o più ordini della costituzione, sì la proponesse ai

collegi, ed i collegi definissero.

Avesse il consiglio legislativo facoltà di deliberare intorno ai

progetti di legge proposti dal presidente, e di consigliarlo sopra

quanti affari fosse da lui richiesto.

Il corpo legislativo statuisse le leggi proposte dal governo, ma non

discutesse nè parlasse: solo squittinasse.

Tali furono i principali ordini della costituzione dell'Italiana

repubblica, forse i migliori, massime i tre collegi ed il magistrato di

censura, che Buonaparte abbia saputo immaginare.

Letta ed accettata la costituzione, se ne tornava il consolo, traendo a

calca e con acclamazioni il popolo, nel suo palazzo. Poscia, ricevute

le salutazioni degl'Italici e nominati i ministri, si avviava,

contento del successo del suo italiano sperimento, al maraviglioso e

maravigliato Parigi.

Fecersi molte allegrezze nell'italiana repubblica per la data

costituzione e per l'acquistato presidente. Le adulazioni montarono

al colmo. Presersi solennemente i magistrati secondo gli ordini

nuovi; Melzi, prendendo il suo, parlò magnificamente del consolo,

modestamente di sè, acerbamente dei predecessori: toccò principalmente

delle corruttele. Intanto i soldati si descrivevano, ed i buoni

reggimenti si ordinavano. Prina, ministro di finanza, talmente rendè

prospera la rendita dello Stato, che, nonostante il tributo annuo che

pagava alla Francia, erano le casse piene, i pagamenti agevoli. Le

lettere e le scienze fiorivano, ma più le adulatorie che le libere.

Buon modo avea trovato Buonaparte presidente perchè gli scrittori

non facessero scarriere: questo fu di arricchirli e di chiamarli

ai primi gradi. Pareva loro un gran fatto, ed accettando il lieto

vivere, tacevano o adulavano. Tuttavia qualche volta il mal umore gli

assaliva, e negl'intimi simposii loro si sfogavano e si divertivano a

spese del presidente di Parigi. Il sapeva e ne rideva, perchè non li

temeva. Insomma la letteratura servile, le finanze prospere, i soldati

ordinati, l'independenza nulla.

Fra tutto questo sorgevano opere di singolare maguificenza: il

foro Buonaparte, come il chiamavano, fondessi nel luogo dove prima

s'innalzavano le mura del castello di Milano. Fu questo un maraviglioso

disegno che molto ritraeva della romana grandezza. Diessi mano al

finirsi il duomo di Milano da tanto tempo imperfetto, e tanto fu

promossa l'opera, che in poco d'anni vi si fece più lavoro che in

parecchi secoli. Da ogni parte si acquistava la bellezza. Tutte queste

cose e quel nome di repubblica italiana singolarmente allettavano i

popoli della penisola. Così vissesi qualche tempo in lei, finchè nuovi

disegni di Buonaparte l'incamminarono a nuovi pericoli ed a nuovi

destini.

A questo nome di repubblica Italiana ed all'esserne Buonaparte fatto

capo, si insospettarono giustamente le potenze, massimamente l'Austria,

alla quale stavano per le sue possessioni più a cura le italiane cose.

L'imperadore Alessandro stesso, che già aveva concetto qualche sinistra

impressione per la grande autorità che il consolo si era arrogata nella

Svizzera, vieppiù si allontanava da lui pei risultamenti della lionese

consulta, e le cose della Russia con la Francia già si scoprivano in

manifesta contenzione. Il consolo, che non voleva essere arrestato

a mezzo viaggio, tentò di mitigare questi mali umori col pubblicare

una scrittura, con la quale si sforzava di mostrare che la Francia,

conservando l'italiana repubblica, non aveva preso troppo per sè, nè

tanto quanto avevano per sè stessi preso gli altri potentati.

Genova sentiva ancor troppo pel recente governo di democrazia: volle il

consolo venirne alla solita scala dell'aristocrazia. Il supplicarono

affinchè desse loro una costituzione: consentiva facilmente. I

governatori di Genova lietamente annunziavano le felici novelle ai loro

concittadini; nè lo scritto dei reggitori genovesi disteso in lingua

e stile assai più purgato che le sucide scritture cisalpine, toscane e

napolitane, era, quanto alla forma, senza dignità.

Importava la costituzione, che un senato reggesse con potestà esecutiva

la repubblica; presiedesselo un doge; dividessesi in cinque magistrati,

il magistrato supremo, quello di giustizia e legislazione, quello

dell'interno, quello di guerra e mare, quello di finanza. Trenta membri

il componessero. Ufficio suo fosse presentare ad una consulta nazionale

le leggi da farsi, eseguire le fatte; eleggesse il doge sopra una lista

triplice presentata dai collegi.

Il doge presiedesse il senato ed il magistrato supremo: stesse in

carica sei anni; rappresentasse, quanto alla dignità ed agli onori,

la repubblica; sedesse nel palazzo nazionale; la guardia del governo

gli obbedisse; un delegato del magistrato supremo in ogni suo atto

l'assistesse.

Fosse il magistrato supremo composto del doge, dei presidenti degli

altri quattro magistrati e di quattro altri senatori; il senato gli

eleggesse; gli si appartenesse specialmente l'esecuzione delle leggi

e dei decreti; pubblicasse gli ordini e gli editti che credesse

convenienti; tutti i magistrati amministrativi a lui subordinati

s'intendessero; reggesse gli affari esteri; avesse facoltà di rivocare

i magistrati da lui dipendenti, di sospendere per sei mesi i non

dipendenti, anche i giudici dei tribunali; provvedesse alla salute sì

interna che esterna dello Stato; vegliasse che la giustizia rettamente

e secondo le leggi si ministrasse: sopravvegghiasse alle rendite

pubbliche, agli affari ecclesiastici, agli archivii, alla pubblica

instruzione; comandasse all'esercito. Questo ordine del magistrato

supremo rappresentava nella nuova costituzione l'antico piccolo

consiglio, che i Genovesi chiamavano consiglietto; in lui era tutto il

nervo del governo. L'autorità del doge era, come negli antichi ordini,

piuttosto onorifica che efficace.

Questo era il governo della repubblica ligure. Restava a dichiararsi in

qual modo si attuasse. Stanziò il consolo che vi fossero i tre collegi

dei possidenti, dei negozianti, dei dotti, dai quali ogni potestà

suprema, o politica, o civile, o amministrativa, come da fonte comune

derivasse. Eleggessero ogni due anni i collegi un sindacato di sette

membri: in potestà del sindacato fosse censurare due membri del senato,

due della consulta nazionale, due di ogni consulta giurisdizionale,

due di ogni tribunale, e chi fosse censurato, immantinente perdesse la

carica. Le giurisdizioni o distretti nominassero ciascuno una consulta

giurisdizionale; le consulte giurisdizionali i membri della consulta

nazionale eleggessero: sedesse in questa la potestà legislativa.

Il dì 29 giugno entrava in ufficio il nuovo governo in cospetto di

Saliceti, ministro plenipotenziario di Francia. Orò Saliceti con parole

acconce, ma in aria al solito e teoretiche.

Ringraziato dal senato, il consolo rispondeva: amare la Francia i

Liguri, perchè in ogni fortuna avevano i Liguri amato la Francia;

non temessero di niuna potenza, la Francia gli aveva in tutela;

dimenticassero le passate disgrazie, spegnessero gli odii civili,

amassero la costituzione, le leggi, la religione; allestissero un

navilio potente, ristaurassero l'antica gloria del nome ligure;

sarebbesi sempre delle prospere cose dei Liguri rallegrato, delle

avverse contristato.

Decretava il senato che a Cristoforo Colombo, per avere scoperto

un nuovo mondo, ed a Napoleone Buonaparte, per avere pacificato

l'universo, due statue marmoree, una a ciascuno nell'atrio del palazzo

nazionale s'innalzassero. Oltre a questo i Sarzanesi, supplicarono

il governo fosse loro lecito fondare nella loro città un monumento a

memoria della famiglia Buonaparte, che in lei, come affermavano, aveva

avuto origine. Fu udito benignamente il supplicare dei Sarzanesi, e

concessa loro volentieri la facoltà del monumento.

Mentre Menou trasordinava in Piemonte, i reali di Sardegna andavano

esuli per l'Italia. Il re Carlo Emmanuele, deditissimo alla religione,

perseguitato da fantasmi malinconici, ed avendo per le sofferte

disgrazie in poco concetto le cose umane, si deliberò di rinunziare

al regno, acciocchè, da ogni altra mondana sollecitudine rimoto,

solamente ai divini servigi ed alla salute dell'anima vacare potesse;

rinunziazione senza fasto, che dimostrò al mondo che se l'ambizione

è tormento a sè stessa, la moderazione rende felice l'uomo così negli

alti come negli ultimi seggi. Per la rinunziazione di Carlo Emmanuele

venne il regno in potestà di Vittorio Emmanuele, suo fratello, che

allora dimorava nel regno di Napoli.

Il consolo, che aveva indugiato ad unire formalmente il Piemonte alla

Francia, venne finalmente a questa deliberazione, non perchè Alessandro

consentisse, ma perchè le cose sue colla Russia già tendevano a

manifesta discordia. Avvisava il consolo che fra quegli umori già tanto

mossi il non unire il Piemonte non ristorerebbe l'amicizia, l'unirlo

non accrescerebbe l'inimicizia. Per la qual cosa decretava, il dì 14

settembre, il suo senato, che i dipartimenti del Po, della Dora, di

Marengo, della Sesia, della Stura e del Tanaro fossero e s'intendessero

uniti al territorio della repubblica franzese. Principiò l'unione del

Piemonte la sequela delle italiane aggiunte. Si fecero per la unione

allegrezze in Piemonte, dai nobili volontieri, perchè per le carezze

del consolo e di Menou vedevano che il dominio interrotto dalle

intemperanze democratiche di nuovo veniva loro in mano, dal popolo non

senza sincerità, perchè sperava che col reggimento legale fosse per

cessare il dominio incomposto del capitano d'Egitto.

Anno di CRISTO MDCCCIII. Indizione VI.

PIO VII papa 4.

FRANCESCO II imperadore 12.

Continuossi a vivere qualche tempo in Italia, eccettuata la parte

veneta, dal Piemonte fino a Napoli con due governi, l'uno di nome,

l'altro di fatto. In Piemonte piuttosto Menou che Buonaparte regnava,

in Parma piuttosto Buonaparte che Saint-Mery, a Genova piuttosto il

consolo che il senato, in Roma piuttosto il consolo che il papa, in

Toscana piuttosto Murat che Lodovico, in Napoli piuttosto Napoleone

che Ferdinando. Rotte e superbe erano spesso le intimazioni a tutti

questi italiani governi. Solo Menou faceva quel che voleva, e dominava

a suo arbitrio. Il consolo gli comportava ogni cosa, e solo che

l'Egiziano gli toccasse ch'erano democrati coloro che si querelavano,

tosto l'approvava ed il lodava. Pagava il Piemonte le tremende ambagi

d'Egitto. Gli altri obbedivano, chi per paura, chi per le ambizioni.

A questo tempo (27 maggio) morì di febbre acuta il re Lodovico

d'Etruria. Per la sua morte fu devoluto il trono nell'infante di Spagna

Carlo Lodovico, del quale, per essere minore d'età, fu commessa la

reggenza alla vedova regina, Maria Luisa.

Ma qual regno fosse devoluto all'infante bene dimostrarono i

comandamenti pubblicati nel tempo della sua assunzione da Murat in

Livorno, dando questa città, come dichiarata d'assedio, nel governo

dei suoi soldati. Mandava inoltre il generale buonapartico truppe a

Piombino ed in tutto il litorale toscano per impedire ogni pratica

cogl'Inglesi, arrestava gl'Inglesi, prendeva le loro navi sorte

nel porto, e molestava, co' suoi corsari che uscivano da Livorno, i

traffici inglesi. Queste cose faceva, perchè, dopo breve pace, era

sorta nuova guerra con la Gran Bretagna.

Prendeva, in mezzo a queste insolenze forastiere, nel mese di agosto

(il dì 29), possessione del regno Carlo Lodovico, sotto tutela della

regina madre. Giurarono fedeltà il senato fiorentino, i magistrati,

i deputati delle principali città. Furonvi corse di cocchi, emblemi,

luminarie, fuochi artificiali e le solite poesie elogistiche.

Anno di CRISTO MDCCCIV. Indizione VII.

PIO VII papa 5.

FRANCESCO II imperadore 13.

Ordinate col consentimento del papa le faccende religiose in Francia,

si rendeva necessario che il consolo le acconciasse coll'intervento

pontificio nell'Italia; imperciocchè il pontefice non aveva tralasciato

di muovere querele intorno alle deliberazioni prese senza che la

potestà sua fosse, non che consenziente, richiesta, nell'italiana

costituzione. Il consolo, per un suo gran fine, voleva gratificare al

papa. Per la qual cosa, dopo alcune pratiche tenute a Parigi tra il

cardinal Caprara, legato della santa Sede, e Ferdinando Marescalchi,

ministro degli affari esteri della repubblica italiana, fu concluso,

il dì 16 settembre dell'anno precedente, in nome del pontefice e del

presidente un concordato, l'importar del quale fu quasi del tutto

conforme al concordato di Francia.

Ma bene ne ampliò le condizioni a favore della potestà secolare Melzi

vicepresidente. Decretava, ai primi di febbraio del presente anno, che

la facoltà di vestire e di ammettere alla professione religiosa fosse

ristretta agli ordini, conventi, collegi, monasteri, che per instituto

fossero dediti all'istruzione ed educazione della gioventù, alla cura

degl'infermi, o ad altri simili ufficii di speciale e pubblica utilità;

che per vestire o far professione religiosa individuale, e per la

promozione agli ordini sacri il beneplacito del governo si richiedesse;

che la libera comunicazione dei vescovi colla santa Sede non importasse

nè devoluzione di cause da trattarsi in via contenziosa avanti i

tribunali, nè dipendenza alcuna dall'autorità spirituale nelle cose di

privata competenza dell'autorità temporale; che le bolle, i brevi ed i

rescritti della corte di Roma non si potessero recare in uso esteriore

e pubblico senza il beneplacito del governo; che solamente i sacerdoti,

gl'iniziati negli ordini sacri, i cherici ammessi nei seminarii

vescovili ed i vestiti o professi negli ordini religiosi fossero

esenti dal servizio militare; che il governo non darebbe mano forte per

l'esecuzione delle pene esterne ordinate dall'autorità ecclesiastica

per correggere gli ecclesiastici delinquenti e gli appellanti dalle

medesime, se non se in caso di abuso manifesto, ed osservati sempre

i confini ed i modi della rispettiva competenza; finalmente, che la

vigente disciplina della Chiesa nella sua attualità, salvo il diritto

della tutela e giurisdizione politica, si mantenesse.

Queste disposizioni sentì molto gravemente il pontefice, e vivamente se

ne dolse col presidente. Egli si temporeggiava alle risposte, nè dava

nè toglieva speranza di ammendazione. Intanto quantunque il concordato

italico, e massime il decreto del vicepresidente, fossero più accetti a

certuni che a certi altri, servirono, ciò non ostante, a tranquillare

le coscienze timorate del popolo, il quale, avendo sempre perseverato

nella fede e nella riverenza verso il papa, vedeva mal volentieri le

dissensioni con Roma, ed ora della ristorata concordia si rallegrava.

Ma già i bilustri pensieri del consolo si avvicinavano al loro

compimento. Glorioso per guerra, glorioso per pace, nissun nome nè

negli antichi, nè nei moderni tempi alle allucinate generazioni pareva

uguale al suo. Ancora spesseggiava il suono nelle bocche degli uomini

e fresca era negli animi la memoria delle sue maravigliose geste in

Italia e prima e dopo le egiziache fatiche. Mirabili cose si dicevano

ed ancor più si scrivevano.

Il consolo, non abborrendo dal proposito di ridurre in servitù una

nazione che con una piena di tanto amore si versava verso di lui,

pensò esser arrivato il tempo di dar compimento a' suoi disegni.

Perciò, allettati gli amatori del nome reale con la patria, i soldati

coi donativi, i preti col concordato, i magistrati con gli onori, il

popolo coi comodi, si accinse ad appropriarsi la parola di quello di

cui già aveva la sostanza, accoppiando in tal modo il supremo nome alla

suprema potenza. Restava che i repubblicani assicurasse: il fece con

l'uccisione del duca d'Enghien. Diè le prime mosse il tribunato: il

senato non s'indugiò a seguitare, parte per paura, parte per ambizione:

il dì 18 maggio chiamava Napoleone Buonaparte imperator dei Franzesi.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 86 / 99 段