più bisogno, il concilio nazionale di Parigi. Così gli sforzi dei
vescovi e preti giurati, per astuzia del consolo servirono alla
reintegrazione dell'autorità papale piena in Francia.
Questa convenzione mandata a Roma per la ratifica del papa, vi destò
gravi e pertinaci controversie. I teologi più stretti e più dediti alle
massime della curia romana apertamente biasimavano i plenipotenziari
dello avere troppo largheggiato nelle concessioni e grandemente offeso
i diritti e le prerogative della Chiesa cattolica. Il papa medesimo,
siccome quegli che molto timorato era e delle prerogative della santa
Sede zelantissimo, se ne stava in forse non sapendo risolversi al
ratificare. Deliberò, prima di risolversi, di consigliarsi coi teologi
più dotti di Roma: richiese del parer loro il cardinal Albani e frate
Angelo Maria Merenda dei predicatori, commissario del sant'Officio.
S'accordarono ambidue che il papa, salva coscienza, potesse ratificare.
Stante adunque le dilucidazioni date dal cardinale e dal commissario,
non soprastette più lungamente Pio VII a dare il suo assenso e ratificò
il concordato. Scrisse al tempo stesso brevi ai vescovi titolari,
acciocchè alle sedi loro rinunziassero. Alcuni rinunziarono; la maggior
parte, massimamente quelli che si erano riparati in Inghilterra,
ricusarono. Dei giurati, Primat, le Blanc di Beaulieu, Perrier, Lecoz,
Saurin, supplicato al papa che loro perdonasse e nelle sedi destinate
dal consolo gl'instituisse, impetrarono.
Anno di CRISTO MDCCCII. Indizione V.
PIO VII papa 3.
FRANCESCO II imperadore 11.
Rimossi tutti gl'impedimenti, pubblicava il consolo il giorno di Pasqua
del presente anno il concordato. Scriveva ai vescovi una circolare in
cui con parole asprissime ingiuriava i filosofi: poi rivolgendosi ai
Franzesi col solito stile discorreva che da una rivoluzione prodotta
dall'amor della patria erano sorte le discordie religiose, e per esse
il flagello delle famiglie, gli sdegni delle fazioni, le speranze
dei nemici; uomini insensati aver atterrato gli altari, spento la
religione; per loro avere cessato quelle divote solennità, in cui l'un
l'altro aveva per fratello, in cui tutti sotto la mano di Dio creatore
di tutti, si stimavano fra di loro uguali; per loro non udire più i
moribondi quella voce consolatrice che chiama i cristiani a miglior
vita; per loro Dio stesso parere sbandito dalla natura; dipartimenti
distrutti dall'ire religiose, forastieri chiamati a danni della patria,
passioni senza freno, costumi senz'appoggio, sciagure senza speranza,
dissoluzione di società: sola religione avere potuto portarvi rimedio;
averlo lui voluto, averlo nella sapienza sua voluto il pontefice,
averlo i legislatori della repubblica approvato: così essere sorto
il concordato, così spenti i semi delle discordie, così svanire gli
scrupoli delle coscienze, così superarsi gli ostacoli della pace.
Dimenticassero, esortava, i ministri della religione le dissensioni,
le disgrazie, gli errori; con la patria la religione li riconciliasse;
con la patria li ricongiungesse; i giovani cittadini all'amore delle
leggi, all'obbedienza dei magistrati informassero: consigliassero,
predicassero, inculcassero che il Dio della pace era peranco il Dio
degli eserciti, e che, impugnate l'armi sue insuperabili, combatteva a
favor di coloro che la libertà della Francia difendevano.
Grande allegrezza ricevettero i fedeli in Francia per la reintegrata
religione; gioinne anche maravigliosamente Roma: ma non fu il
contento del pontefice senza amarezze; conciossiachè il consolo aveva
accompagnato la pubblicazione del concordato con certe regole di
disciplina ecclesiastica sotto forma di decreto che, secondo taluni,
offendevano le prerogative della santa Sede, o ristringevano l'autorità
dei vescovi, o difficoltavano l'ingresso allo Stato ecclesiastico. Le
quali regole, quantunque potessero parer giuste e necessarie sì per
la sicurezza della potestà temporale come pel buon ordine dello Stato,
ed usate già dai tempi antichi non solamente in Francia, ma ancora in
altri paesi d'Europa, e massimamente in Italia, rendevano mal suono; ma
il consolo ne aggiunse un'altra veramente intollerabile, perchè toccava
la giurisdizione, e questa fu, che i vicarii generali delle diocesi
vacanti continuassero ad usare l'autorità vescovile anche dopo la morte
del vescovo, e fino a tanto che successore non avesse.
Se ne dolse il papa, e non punto calse al consolo ch'ei se ne dolesse.
Orava in concistoro Pio VII, descrivendo con singolare facondia i
negoziati introdotti, le stipulazioni fatte, lo stato della Francia.
Quindi instò perchè gli articoli si riformassero; ma il consolo che,
ottenuto il concordato, voleva essere padrone della Chiesa, non che la
Chiesa fosse di lui, rispondeva ora con sotterfugi, ora con minaccie,
nè mai il pontefice potè venire a capo del suo intendimento. In tale
conformità continuarono le faccende religiose in Francia, finchè nuove
condiscendenze del pontefice e nuove ambizioni del consolo mandarono
ogni cosa in ruina ed in conquasso. A questo modo travagliava Roma con
Francia; nè noi abbiam creduto d'interrompere il filo della narrazione
per riferire altri fatti, de' quali ora riprenderemo il discorso.
Intanto cambiamenti notabili fin dal varcato anno erano accaduti in
Piemonte. Aveva il consolo voglia di serbar questo paese per sè, ma
indugiava al risolversi, ed occultava cautamente le sue intenzioni.
Aveva anzi veduto volentieri il marchese di San Marsano mandato a
Parigi per negoziare della restituzione del Piemonte. Le incertezze
e le ambagi del consolo, le offerte palesi fatte al re dopo la
battaglia di Marengo e la presenza del marchese a Parigi tenevano in
pendente l'opinione dei popoli in Piemonte, e toglievano ogni modo
di buon governo. Ognuno guardava verso Firenze, Roma o Napoli, dove
abitava, ora in questa, ora in quella, il re Carlo Emmanuele. Sorsero
le sorti fatte più certe della Cisalpina e della Liguria, mentre si
tacquero quelle del Piemonte, onde chi sperava pel re ebbe cagione di
più sperare, chi temeva, di più temere. In tali intricate occorrenze
avvenne di verso Borea un caso di grandissima importanza, perchè nella
notte del 13 marzo 1801 morì di morte violenta Paolo, imperadore
di Russia; della quale non così tosto fu avvisato il consolo, che
trovandosi libero dalle instanze di lui, e volendo preoccupare il
passo alle intenzioni di Alessandro suo figliuolo e successore, fece un
decreto, mettendovi una data anteriore, il quale, sebbene ancora non
importasse la unione definitiva del Piemonte alla Francia, accennava
però manifestamente che sua volontà fosse che l'unione si effettuasse:
costituiva il decreto il Piemonte secondo gli ordini di Francia.
Sperava che Alessandro, trovata all'assunzione sua la cosa fatta, non
difficilmente sarebbe per consentirvi. Importava il decreto dato ai 2
d'aprile del 1801, che il Piemonte formerebbe una divisione militare
della Francia, che fosse partito in sei dipartimenti, che le leggi
della repubblica, rispetto agli ordini amministrativi e giudiziali, vi
si pubblicassero ed eseguissero, che le casse al primo giugno fossero
comuni, che un amministrator generale con un consiglio di sei reggesse;
che Jourdan restasse eletto amministrator generale. Si crearono sei
dipartimenti, dell'Eridano, poi detto del Po, con Torino, di Marengo
con Alessandria, del Tanaro con Asti, della Sesia con Vercelli, della
Dora con Ivrea, della Stura con Cuneo. Mandava Jourdan a Parigi per
ringraziare e promettere obbedienza deputati. Furono veduti molto
volontieri, massime i nobili, perchè il consolo li voleva allettare.
Intanto il consolo si studiava a conciliarsi l'animo di Alessandro
ed a congiungerselo in amicizia; e, siccome astutissimo ch'egli era e
sprofondato in tutte le arti di Francia, d'Italia e d'Egitto, avendo
udito che il novello imperadore era di natura generosa, e tendente
al governare gli uomini piuttosto con dolcezza che con severità, se
gli mise intorno da tutte le parti tentandolo. E ai dolci suoni,
alla magnificenza e giocondità delle parole, come benevolo, si
calava Alessandro. Quindi il consolo, fatto sicuro dell'amicizia
di Russia, insorgeva, e mentre Alessandro si pasceva di speranze
lusinghiere, ei dava mano alla realtà, incamminandosi al dominio
del mondo. Cominciando dal Piemonte, che stimava essere necessario
congiungersi per avere senza impedimenti di mezzo la signoria
d'Italia, comandava che il decreto dei 2 d'aprile fosse in ogni sua
parte mandato ad effetto. L'Austria pei patiti danni, la Inghilterra
per la lontananza, nè consentirono, nè contrastarono. Arrivarono a
Torino i commissarii parigini ad ordinar lo Stato, chi per le finanze,
chi pel fisco, chi pel lotto, chi per le poste, chi per gli studii,
chi pei giudizii. Voleva il consolo ridurre lo Stato alla forma di
monarchia; i repubblicani in Francia, eccettuati i più furibondi che
aveva confinati in carcere o banditi in lidi lontani, il secondavano.
Quanto ai repubblicani italiani, due mezzi gli si paravano davanti,
o di vezzeggiarli come quei di Francia, o di spegnerli, non già
coll'ammazzarli, perciocchè sapeva che l'età non comportava sangue, ma
col torre loro l'autorità e la riputazione. Elesse quest'ultimo; al che
diede anche favore la ricchezza degli avversarii, che mandavano doni,
presenti e denari nelle corrotte Tuilerie, il che era cagione che a
quello, a che di propria volontà inclinava, fosse anche stimolato da
altri.
Buon procedere sarebbe stato questo quanto all'utile se mai non
avessero potuto arrivare i tempi grossi, ma non al contrario, perchè
per esso si perdevano gli amici e non si acquistavano i nemici; ma il
consolo sempre aspettava prosperità. Restava Jourdan ch'era stimato
repubblicano. Deliberossi a torre anche questo capo ai repubblicani,
quantunque ei si fosse portato molto rimessamente con loro; partì
Jourdan lodato dal consolo, desiderato dai Piemontesi. Arrivava Menou
in Torino, in luogo di Jourdan. Raccontare le lepidezze e gli arbitrii
che vi fece questo Menou, sarebbe troppo lunga bisogna, e forse troppo
più piacevole che la gravità della storia comporti. A questa guisa
passarono i tempi fra i Subalpini infino alla unione definitiva:
partigiani di Francia perseguitati, partigiani di Sardegna accarezzati,
partigiani d'Italia usati come stromenti di calunnie e di vendette, il
giardino del re difformato da una sucida baracca ad uso d'una Turca.
A questo modo incominciava il promesso legale dominio del generoso e
sfortunato Piemonte.
Il consolo teneva il Piemonte per Menou, la Toscana per Murat.
Voleva, come a suo cognato, aprire a Murat l'adito alle grandezze;
nè Murat era di cattiva natura, solo aveva poco cervello e l'animo
molto vanaglorioso: per questo, quantunque fosse buono, si piegava
volontieri alle voglie del consolo, quali elle si fossero. La parte
dell'esercito che egli governava, mandata primieramente in Italia
per rinforzare l'ala destra di Brune e per alloggiare in Toscana,
fu, dopo la pace di Luneville, mandata nello Stato romano, con star
pronta ad assaltare il regno di Napoli. Conclusa poi la pace, entrava
nel regno fino a Taranto, in nome dal re, per isforzare il governo
ad osservar il trattato ed i perdoni verso i novatori, in fatto per
minacciar gl'Inglesi e per vivere a spese del regno. Quanto allo
Stato romano, concluso il concordato, Murat ritirava le genti che
vi aveva, in Ancona, per tener quel freno in bocca al pontefice;
si coloriva il fatto col pretesto degl'Inglesi. Così gl'Inglesi
occupavano quanto potevano in Italia e nelle sue isole per impedire,
come dicevano, il predominio e la tirannide dei Franzesi, questi
facevano lo stesso per impedire, come protestavano, ii predominio e
la tirannide degl'inglesi; fra entrambi intanto l'Italia non aveva
nè posa nè speranza. Murat girando per Toscana e stando in Firenze,
ed ora andando a Pisa, ed ora a Livorno ed ora a Lucca, riceveva in
ogni luogo come cognato del consolo, onorevoli accoglienze; cagione
per lui d'incredibile contentezza. Si mostrava cortese ed affabile con
tutti, nè amava le rapine, manco il sangue; purchè il lodassero, se
ne veniva contento. Pure trascorse ad un atto, nel quale non si sa se
sia o maggior barbarie, o maggior ingratitudine, o maggiore insolenza.
Comandava con bando pubblico che tutti gl'Italiani, erano la maggior
parte Napolitani, esuli dalle patrie loro per opinioni politiche,
dovessero sgombrare dalla Toscana, e ritornare ne' proprii paesi, in
cui, secondochè affermava, potevano, in virtù dei trattati, vivere vita
sicura e tranquilla: chi fosse contumace a questo comandamento, fosse
per forza condotto ai confini ed espulso.
Murat contento di comandar in Toscana, fu contentissimo d'instituirvi
un re. Era l'infante principe di Parma arrivato in Parma, dove stava
aspettando i deputati del novello regno. Vennervi a complimentarlo e
riconoscerlo come re di Etruria, quest'era il titolo che gli si dava,
Murat, Ippolito Venturi, Ubaldo Feroni. Assunse il nome di Lodovico I;
nominò suo legato a ricever il regno Cesare Ventura. Murat annunziando
l'assunzione di Lodovico, parlava di civiltà e di dottrina ai Toscani,
lodava i Medici ed i Leopoldi, esortava i regnicoli ad avere i Franzesi
in luogo di un popolo amico. Cesare Ventura prendeva possesso del
regno. Favellarono nella solennità Francesco Gonella, Tommaso Magnani,
Orlando del Benino. Vidervisi due donne complimentate da Gian Batista
Grisoni, l'una sorella del consolo, l'altra vedova del ministro di
Spagna. Venne Lodovico a Firenze, resse con dolcezza, le leopoldiane
vestigia calcando.
Era tempo di costituzioni transitorie, fatte non perchè durassero,
ma perchè servissero di scala ad altre. Mandava il consolo, qual suo
legato, Salicetti a riformar Lucca, oppressa dall'impero dei forastieri
e straziata dalle discordie civili. Parve bello ed acconcio trovato
per ritrarre i paesi, a satisfazione delle potenze, verso i loro
ordini antichi, l'introdurre nei nuovi nomi i vecchi. Cominciavasi
a parlar di aristocrazia per far passo alla monarchia. Costituiva
Salicetti la repubblica di Lucca con un Collegio o Gran Consiglio di
duecento proprietarii più ricchi e di cento principali negozianti,
artisti e letterati: avesse questo consiglio la facoltà di eleggere i
primi magistrati. Fossevi un corpo d'anziani con la potestà esecutiva;
presiedesselo un gonfaloniere eletto a volta dai colleghi, una volta
ogni due mesi: un consiglio amministrativo, nel quale gli anziani
entrassero, e quattro magistrati di tre membri ciascuno, esercesse le
veci di ministri: proponessero gli anziani le leggi e le eseguissero;
una congregazione di venti eletti dal collegio le discutessero e le
statuissero; rappresentasse il gonfaloniere la repubblica, le leggi
promulgasse, gli atti degli anziani sottoscrivesse. I cantoni del
Serchio con Lucca, del Littorale con Viareggio, degli Apennini con
borgo a Mozzano componessero la repubblica. Per la prima volta trasse
Salicetti i magistrati supremi. Ordini buoni erano questi, ma il tempo
li guastava.
Le sorti della Toscana erano congiunte con quelle di Parma. Essendo
il duca padre mancato di vita, cesse la sovranità del ducato nella
repubblica di Francia. Mandava il consolo il consiglier di Stato Moreau
di Saint-Mery ad amministrarlo. Resse Saint-Mery, che buona e leale
persona era, con benigno e giusto freno. Era egli, se non letterato,
non senza lettere ed amatore sì di letterati che d'opere letterarie:
ogni generoso pensiero gli piaceva. Solo procedeva con qualche vanità,
e siccome le vanità particolari sono intollerabili alle ambizioni
generali, venne in disgrazia del consolo, nè potè costituire in Parma
ordini stabili.
Due qualità contrarie erano nel consolo, pazienza maravigliosa nel
proseguire cautamente anche pel corso di molti anni, i suoi disegni,
impazienza di conseguire precipitosamente il fine quando ad esso
approssimava. Riconciliatosi col papa, quieta l'Austria, ingannato
Alessandro, confidente della pace coll'Inghilterra, si apparecchiava a
mandar ad effetto ciò che nella mente aveva da sì luogo tempo concetto
e con tanta pertinacia procurato. Voleva che le prime mosse venissero
dall'Italia, perchè temeva che certi residui di opinioni e di desiderii
repubblicani in Francia non fossero per fargli qualche malgiuoco
sotto, se la faccenda non si spianasse con qualche precedente esempio.
Deliberossi adunque prima di scoprirsi in Francia di fare sue sperienze
italiane, confidando che gli Italiani, siccome vinti, avrebbero l'animo
più pieghevole. Così con le armi franzesi aveva conquistato Italia,
con le condiscendenze italiane voleva conquistar Francia. Sapeva che
le cose insolite allettano tutti, spezialmente i Franzesi nati con
fantasia potente. Perciò volle alle sue italiane arti dare pomposo
cominciamento.
Spargevansi ad arte dai più fidi in Cisalpina voci che la repubblica
pericolava con quei governi temporanei; che era oggimai tempo di
costituirla stabilmente e come a potenza independente si conveniva;
che ordini forti erano necessarii perchè diventasse quieta dentro,
rispettata fuori; che niuno era più capace di darle questi necessari
ordini di colui che prima l'aveva creata, poi riscattata; non potersi
più lei costituire con gli ordini dati dall'eroe Buonaparte del 1797,
perchè avviliti dalla invasione, ricordatori di discordie, sospetti
per democrazia ai potentati vicini. Aver pace Europa, averla Italia:
non doversi più la felice concordia turbare con ordini incomposti;
volersi vivere in repubblica, ma non troppo disforme dai governi
antichi conservati in Europa; sola potenza essere la Cisalpina
in Italia che a favor di Francia stando, fosse in grado di tener
in equilibrio l'Austria tanto potente per l'acquisto de' dominii
veneziani, nè essere la repubblica per acquistare la forza necessaria,
se non con leggi conducenti a stabilità: varii essere gli umori,
gl'interessi, le opinioni, le abitudini delle cisalpine popolazioni,
nè Veneziani, Milanesi, Modanesi, Novaresi, Bolognesi nel medesimo
desiderio concorrere, nè la medesima cosa volere; rimanere i vestigii
dell'antiche emolazioni: parti separate e non consenzienti non poter
comporre un corpo unito e forte, se un governo stretto, se una mano
gagliarda in uno e medesimo volere non le costringessero: richiedere
adunque un reggimento nuovo, concorde e virile la pace d'Europa,
richiederlo la quiete della Cisalpina, richiederlo le condizioni felici
alle quali era chiamata.
Mentre questi semi si spargevano nel pubblico, Petiet coi capi della
Cisalpina negoziava affinchè i comandamenti imperativi del consolo
avessero a parere desiderii e supplicazioni spontanee dei popoli.
Maturati i consigli, a Parigi pel disegno, a Milano per l'esecuzione,
usciva un decreto della consulta legislativa del governo: ordinava
che una consulta straordinaria si adunerebbe a Lione in Francia, e suo
ufficio sarebbe ordinare le leggi fondamentali dello Stato ed informare
il consolo intorno alle persone che nei tre collegi elettorali
dovessero entrare: sarebbe l'assemblea composta dei membri attuali
della consulta legislativa, da quei della commissione, eccettuati tre
per restare al governo del paese, da una deputazione di vescovi e di
curati, e dalle deputazioni dei tribunali, delle accademie, della
università degli studii, della guardia nazionale, dei reggimenti
della truppa soldata, dei notabili dei dipartimenti, delle camere di
commercio. Sommò il numero a quattrocento cinquanta. Risplendeanvi un
Visconti, arcivescovo di Milano, un Castiglioni, un Montecuccoli, un
Opizzoni, un Rangoni, un Melzi, un Paradisi, un Caprara, un Serbelloni,
un Aldrovandi, un Giovio, un Pallavicini, un Moscati, un Gambara, un
Lecchi, un Borromeo, un Triulzi, un Fantoni, un Belgiojoso, un Mangili,
un Cagnoli, un Oriani, un Codronchi, arcivescovo di Ravenna, un
Belissomi, vescovo di Cesena, un Dolfino, vescovo di Bergamo. Andarono
a Lione, chi per amore, chi per forza, chi per ambizione: grande
aspettazione era in Cisalpina; in Francia le menti attentissime. Pareva
un fallo mirabile che una nazione italiana si conducesse in Francia
per regolare le sue sorti. Il governo cisalpino esortava con pubblico
manifesto i deputati; gissero a fondare gli ordini salutari della
repubblica in mezzo alla maggior nazione, in cospetto dell'autore e del
restitutore della Cisalpina; nissuno l'ufficio ricusasse; mostrassero
con le egregie qualità loro, quanto la cisalpina nazione valesse: a lei
amore e rispetto conciliassero; ogni pretesto di calunnia togliessero;
nel lionese congresso livor nissuno, parzialità nissuna recassero;
al mondo disvelassero, buonamente, nobilmente, affettuosamente
verso la patria procedendo, esser loro quei medesimi Cisalpini che
nell'inevitabile tumulto di tante passioni, nell'avviluppamento di
tante vicende, nell'alternativa di politici eventi tanto contrarii,
mai non attesero a vendette, a discordie, a fazioni, a persecuzioni,
a sangue: pruovassero che non invano aveva il cisalpino popolo nome
di leale e di buono; pruovassero che se a sublime grado fra le nazioni
erano destinati, a sublime grado ancora meritavano d'essere innalzati;
dovere a sè stessa dei propri ordini restare la Cisalpina obbligata;
solo sè medesima potrebbe accagionare, se tanti lieti augurii, se tante
concepite speranze fossero indarno.
Questi nobili sentimenti verso la cisalpina patria e questa
rinunziazione di ogni affetto parziale ed interessato predicava un
Sommariva, presidente del governo. Trovarono in Lione il ministro
Talleyrand, che aveva in sè raccolti tutti i pensieri del consolo;
trovarono Marescalchi che riconosciuto da Francia per ministro degli
affari esteri della Cisalpina, guardava dove accennasse in viso
Taleyrand, e il seguitava. L'importanza era che vi fosse sembianza
di discutere liberamente quello che già il consolo aveva ordinato
imperiosamente. Già aveva sparso sue ambagi: volere la felicità della
Cisalpina, volere consigliarsi con gli uomini savi di lei; niuna cosa
più desiderare che la independenza e la salute sua; amarla come sua
figliuola prediletta, stimarla principal parte della sua gloria; l'arte
allignava, bene si disponeva la materia. Partivansi i deputati in
cinque congregazioni che rappresentavano i cinque popoli, esaminassero
la costituzione già data dal consolo per Petiel a Milano, e come per
leggi organiche si potesse mandar ad esecuzione.