Avvicinandosi oggimai la fine dell'anno, ed essendo giunto Macdonald

sui campi donde poteva cooperare con Brune, e volendo il generalissimo

secondare i movimenti di Moreau in Germania, che con armi prospere

minacciava il cuore dell'Austria, si deliberava a dar principio

alle ostilità: assaltati impetuosamente i corpi che Bellegarde aveva

posto alle stanze sulla destra del Mincio, gli sforzava a rivarcare

il fiume. Restava ch'egli medesimo il passasse, difficil opera,

perchè gli Austriaci, forti di numero e di sito, si erano risoluti

a difendere gagliardamente il fiume. Erano i Franzesi partiti in tre

schiere. Fece Brune pensiero di varcare al passo di Mozambano, perchè

quivi le rive essendo meno paludose, facilitavano l'accostarsi ed il

combattere più fermamente ne' luoghi occupati. Perchè poi il passo gli

riuscisse più facile, avvisò d'ingannar il nemico col fargli credere

ch'ei lo volesse passare più sotto tra la Volta e Pozzuolo. Correva il

giorno 25 dicembre, cui il generalissimo di Francia aveva destinato

al passaggio del Mincio. Fu il primo Dupont a mandar ad effetto la

fazione che gli era commessa, d'ingannare, cioè, il generale tedesco,

però contentandosi di una dimostrazione sulla riva sinistra, senza

prendervi alloggiamento stabile, senza ingaggiare battaglia giusta.

Passava primieramente coi soldati leggieri sulle barche trovate a

caso, poi, accomodate le piatte, costruiva il ponte e varcava con la

maggior parte delle genti. S'impadroniva, dopo breve contrasto, della

terra di Pozzuolo, e, senza aver rispetto alle condizioni delle cose,

vi fermava le sue stanze; felice ad un tratto ed infelice pensiero. Ne

sorse un gravissimo pericolo; perchè Brune, avendo trovato le strade

molto sinistre, non potè mettersi all'impresa il giorno 25: il che

fu cagione che Bellegarde, che alloggiava col grosso a Villafranca,

terra poco lontana, corse subitamente con tutto il pondo de' suoi

contro Dupont. Si difese virilmente il Franzese, ancorchè Bellegarde

si fosse scoperto con quasi tutto il suo esercito in battaglia; fecero

i suoi soldati quanto in accidente sì pericoloso per uomini valorosi

si poteva fare. Ma tanto preponderava il nemico, che già Dupont, non

essendo potente a resistere col suo corpo solo, cedeva e si vedeva

vicino ad essere rituffato nel fiume, portando in tal modo la pena

dell'aver preso animo, contro gli ordini del capitano generale, di

fermarsi a far grossa battaglia sulla riva opposta del fiume. Sarebbe

adunque stata l'ala destra dei Franzesi conquisa intieramente e rotta,

se non fosse giunto improvvisamente un non pensato soccorso. Suchet,

che dall'eminenza della Volta scopriva quanto Dupont fosse pressato dal

nemico, consigliandosi piuttosto con la necessità dell'accidente che

con gli ordini di Brune, perciocchè il generalissimo gli aveva ordinato

che andasse ad aiutare il passo di Mozambano, frettolosamente marciava

al mal auguroso Pozzuolo. L'arrivo di Suchet, ristorava la fortuna

della giornata oramai perduta. Tuttavia gli Austriaci, grossi e sicuri

sul destro fianco, facevano una battaglia forte e molto ostinata. Tre

volte s'impadronirono di Pozzuolo, e tre volte ne furono risospinti.

Infine fu costretto Bellegarde a tirarsi indietro a Villafranca,

lasciando i repubblicani in possessione di Pozzuolo. Patì molto in

questa battaglia, nè però senza strage fu la vittoria dei Franzesi.

Il seguente giorno, come aveva destinato, passava Brune il fiume a

Mozambano per guisa tale che tutto l'esercito di Francia si trovava

condotto sulla sinistra del Mincio.

Bellegarde, considerato il successo della fazione di Pozzuolo, nè

volendo avventurarsi a battaglie campali in quelle facile largura

tra il Mincio e l'Adige, ancorchè molto prevalesse di cavalleria,

accomodava le sue deliberazioni agli esiti delle cose, e ritirava

le genti sulla sinistra dell'Adige, solo lasciando sulla destra

alcuni corpi, non per signoreggiare il paese, ma soltanto per meglio

difendere il passo del fiume. Brune, fatto più ardito dalla vittoria,

applicava l'animo a cacciare l'avversario oltre Verona, ed a far

sentire l'impressione dell'armi franzesi nel Vicentino, nel Padovano e

nel Trivigiano. Per la qual cosa, avvicinandosi col grosso all'Adige,

mandava Moncey con un corpo sufficiente verso Corona e Rivoli, affinchè

serrasse la strada a Laudon ed a Wukassovich, che già scendevano dal

Tirolo, e nel caso in cui eleggessero di rivoltarsi là dond'erano

venuti, li perseguitasse anche all'insù. Sapeva che Macdonald,

procedendo pei monti superiori, ed entrando dalla valle dell'Oglio in

quella del Mela, da questa in quella della Chiesa, e pervenendo alla

superior coda del lago di Garda, si proponeva di riuscire per montagne

scoscese e rotte sopra a Trento. La quale mossa, se avesse avuto il

suo effetto, Laudon e Wukassovich, combattuti sopra da Macdonald,

sotto da Moncey, non avrebbero più avuto scampo. Succedeva felicemente

il pensiero di Brune, rispetto al passo del fiume, perchè facilmente

gli veniva fatto di varcarlo a Bussolengo, luogo già tanto famoso pei

successivi passaggi, ora dei Franzesi, ora di Tedeschi. Bellegarde,

informato del viaggio di Macdonald, aveva fatto debole dimostrazione

per impedire il transito ai repubblicani, e si ritirava, lasciato

solamente nel castello di San Felice di Verona un presidio, che poco

dopo si arrese sulle rive del Brenta. Al tempo stesso accortosi quanto

la guerra fosse pericolosa a Laudon ed a Wukassovich, aveva loro

comandato che risalissero più presto che potessero l'Adige, e per la

valle della Brenta con frettolosi passi venissero a congiungersi con

lui nei contorni di Bassano.

In questo punto pervennero le novelle che dopo la vittoria di

Hohenlinden, guadagnata da Moreau contro l'arciduca Giovanni, era

stata conclusa a Steyer il giorno 25 dicembre una tregua tra il

generale franzese e l'arciduca Carlo. Propose Bellegarde a Brune un

trattato simile di sospensione di offese; ma, esigendo, conforme alle

istruzioni, che gli si cedesse, oltre Peschiera, Ferrara, Ancona e

porto Legnago, anche Mantova, il trattato non potè aver effetto, e si

continuò la guerra.

Anno di CRISTO MDCCCI. Indizione IV.

PIO VII papa 2.

FRANCESCO II imperadore 10.

Le cose pressavano molto nel Tirolo. Moncey e Macdonald intendevano

a serrare da ogni parte Wukassovich e Laudon, per impedir loro la

facoltà del ritirarsi. Ma il primo, alloggiato superiormente al

secondo, e prestamente obbedendo a Bellegarde, entrato per Pergine

nella valle del Brenta, schivava il pericolo, e sicuramente per la

sponda di questo fiume camminava alla volta del suo generalissimo;

il secondo, pel contrario, si trovava in molto ardua condizione,

imperciocchè già si era condotto tanto innanzi, che era disceso fin

sotto a Roveredo, e non poteva più tornare indietro per Trento innanzi

che Macdonald vi arrivasse. Era, oltre a ciò, aspramente combattuto da

Moncey dalla parte inferiore, per modo, che cacciato all'insù da un

sito all'altro, aveva anche abbandonato al vincitore la possessione

di Roveredo. Al tempo stesso Macdonald, superata la resistenza che

Davidowich con un po' di retroguardo di Wukassovich aveva fatto a

Trento, s'impadroniva di questa ultima capitale del Tirolo italiano.

Era dunque tolto ogni scampo a Laudon per la strada maestra, nè altra

speranza gli restava che quella di condursi, per le strette ripide

e malagevoli di Cadonazzo, a Levico. Ma illuso Moncey colla notizia

d'una tregua, frettolosamente marciando per approfittar dell'inganno,

a Levico arrivava a salvamento, donde calando con viaggio prospero, si

avvicinava a Bellegarde. Diede Moncey all'insù di Roveredo, Macdonald

all'ingiù da Trento: incontraronsi fra le due città i due generali

della repubblica, dolenti ambidue dell'essere stati ingannati. Restava

a Macdonald che compisse un'altra parte del suo disegno, piacendogli le

imprese grandi ed audaci: quest'era di montar l'Adige sino a Bolzano

ed a Brissio, poi di entrare nella valle della Drava per uscire alle

spalle di Bellegarde, e tagliargli la strada al suo ricetto d'Austria.

Infatti, già era arrivato col suo antiguardo a Bolzano, combattendovi

gagliardamente il generale Auffenberg, che vi stava a difesa con

quattro mila soldati; non la guerra, ma la pace impedì a Macdonald

l'esecuzione del suo animoso disegno.

Eransi Wukassovich e Laudon ricongiunti con Bellegarde, che ancora

poteva tener in pendente la fortuna, ma non volle più avventurare le

sorti, avendogli interrotto la speranza le novelle allora pervenute

della sospensione di Steyer. Per la qual cosa si ritirava dal Brenta,

riducendosi sulle sponde del Piave. Il perseguitava Brune: era il fine

della guerra. A petizione del generale d'Austria, si concluse, il dì

16 gennaio, a Treviso un trattato di tregua coi capitoli seguenti: si

sospendessero le offese; le due parti non potessero rompere il trattato

se non dopo quindici giorni di disdetta; le piazze di Peschiera

e di Sermione, i castelli di Verona e di Legnago, la città e la

cittadella di Ferrara, la città e il forte d'Ancona si consegnassero

ai Franzesi; Mantova restasse bloccata dai repubblicani ad ottocento

braccia dallo spalto, con facoltà al presidio di procacciarsi viveri

di dieci in dieci giorni; i magistrati austriaci si rispettassero;

la tregua durasse trentatrè dì, compresi i quindici; nissuno per

fatti od opinioni politiche potesse essere molestato. Non piacque al

consolo l'accordo di Treviso, perchè non giudicava a suo proposito che

l'Austria possedesse Mantova. Fu forza cedere, e, per un nuovo accordo

fatto a Luneville, fu quella principalissima fortezza data in mano dei

Franzesi.

La sospensione di Treviso ridusse alle strette il re di Napoli,

perchè per lei potevano i Franzesi più espeditamente attendere alla

ricuperazione dei paesi perduti. Il conte Ruggiero, volendo cooperare

con Bellegarde, si era mosso coi Napolitani, e, traversato lo Stato

romano era, andato in Toscana, alloggiandosi in Siena. Dall'altro

lato il marchese Sommariva con qualche squadrone di Tedeschi e coi

fuorusciti aretini s'era ancor egli fatto avanti, ed aveva levato

a rumore le parti superiori del granducato. Al quale moto sollevati

gli Aretini, siccome quelli che mal volentieri sopportavano il nuovo

dominio, di nuovo erano corsi all'armi, ed avevano condotto in grave

pericolo Miollis, che con poche genti custodiva la Toscana. Messi in

confusione e sconquasso i confini, si incamminavano Sommariva da una

parte, il conte Ruggiero dall'altra all'acquisto di Firenze, dove

il generale franzese aveva la sua principale stanza. Queste cose

accadevano sul principiare del presente anno. Disperando Miollis,

perchè si sentiva più debole pel poco numero de' suoi soldati, misti

di Franzesi, Cisalpini e Piemontesi, di far fronte ad un tratto ai due

nemici, s'appigliò prudentemente al partito di combatterli separati,

usando celerità. Marciavano primieramente contro i Napolitani, condotti

dal conte. Guidava il generale Pino l'antiguardo di fanti cisalpini

e di cavalli piemontesi. Affrontava tra Poggibonzi e Siena una grossa

colonna di cinque o sei mila fanti napolitani, e valorosamente urtando

con le baionette, li voltava in fuga. Volle il conte far testa in

Siena; ma Pino, guidato dal proprio valore, da quello de' suoi, dal

fervore della vittoria, dava dentro incontanente, e, fracassate

coi cannoni le porte, vittoriosamente vi entrava. Ritirossene il

conte; poi fece opera di rannodarsi sui poggi vicini; ma pressando

viemmaggiormente i Cisalpini ed i Piemontesi, fu costretto ad

abbandonar tostamente i territorii toscani, ritirandosi in quei di Roma

per l'oscurità della notte.

Il marchese, udito il sinistro caso del conte, ritraeva prestamente i

passi, e giva a ricoverarsi in Ancona. In tal modo Miollis per valore

de' suoi e per la provvidenza propria riduceva di nuovo in arbitrio di

Francia le cose di Toscana, e teneva in timore il sinistro fianco di

Bellegarde.

Queste erano le condizioni di Toscana quando, conclusa la sospensione

di Treviso, nella quale non fu compreso il re di Napoli, le cose del

regno restarono esposte a grandissimo pericolo; perchè Murat, siccome

gli era stato comandato dal consolo, già venuto con le nuove reclute in

Italia, s'incamminava a gran passi contro la Toscana e la Romagna per

invadere il regno. Ai soldati di Murat s'accostava al medesimo fine una

forte squadra dell'esercito vittorioso di Brune: ogni cosa cedeva alla

riputazione della vittoria. Il resistere pel re era impossibile, la sua

ruina certa. La salute, caso da non essere presentito, gli venne dal

settentrione.

Carolina regina, donna di mente forte, e che non dava molta fede alle

matte credenze ed alle parole gonfie, si era risoluta, voltando tutto

l'animo alle speranze russe, e non isperando in altro modo congiunzione

con Francia, di andar a Pietroburgo per pregare l'imperatore Paolo ad

intromettersi, come mediatore, tra il consolo e Ferdinando. Piacque

la fede a Paolo: già rappattumato col consolo, mandava in Italia il

generale Lewashew, affinchè s'intromettesse a concordia fra le due

potenze. Si soddisfece Buonaparte del procedere di Paolo, perchè

secondava i suoi fini. Venne per parte del re il cavaliere Micheroux a

trovare Murat a Foligno: non istettero a negoziar lungo tempo, essendo

le due parti sommamente desiderose di convenire, una per piacere a

Paolo, l'altra per paura di Buonaparte. Fu dunque il dì 18 febbraio

accordata tra Francia e Napoli, con corroborazione dell'autorità

della Russia, una tregua, principali capitoli della quale furono che

i soldati regi sgombrassero dallo Stato romano; che i repubblicani

occupassero Terni, ma che la Nera non oltrepassassero; che tutti

i porti di Napoli e di Sicilia si serrassero contro gl'Inglesi e

contro i Turchi; che ogni comunicazione cessasse tra Porto-ferraio e

Porto-longone nell'isola d'Elba fintantochè gl'Inglesi non avessero

sgombrato da Porto-ferraio; che Dolomieu si liberasse dalle carceri di

Messina; che si restituissero gli ufficiali ed i generali franzesi;

che si obbligasse il re ad udire favorevolmente le raccomandazioni

di Francia per coloro che fossero o banditi o carcerati per opinioni

politiche.

Ebbe questo trattato subito effetto: vuotò il conte Ruggiero il

territorio della Chiesa; prevenendo le istanze del consolo, aboliva

tribunali straordinarii, e condonava ogni pena pel crimenlese. Murat,

tra per vanagloria d'entrar qual liberatore in Roma e per adescare

ai futuri disegni, venutovi dentro e concorrendo a lui il popolo, si

condusse a far riverenza al pontefice.

Ogni cosa si componeva a concordia. Negoziavasi a Luneville per

l'Austria dal conte Luigi Cobentzel, per la Francia da Giuseppe

Buonaparte, l'uno e l'altro avendo mandato e possanza di concludere.

Dopo qualche contenzione, pigliarono forma che il trattato definitivo

di pace fosse sottoscritto il dì 9 di febbraio. I capitoli principali

quanto all'Italia furono quelli stessi del trattato di Campoformio,

solo variossi pei confini: l'Adige, principiando dove sbocca dal Tirolo

infino alla sua foce, fosse confine tra la Cisalpina e gli Stati

d'Austria; la destra parte di Verona, e così quella di Portolegnago

spettassero alla Cisalpina, la sinistra all'Austria; si obbligava

l'imperatore a dare la Brisgovia al duca di Modena in ricompensa dal

perduto ducato; rinunziasse il granduca alla Toscana ed all'isola

d'Elba, e la Toscana e l'isola si dessero all'infante duca di Parma: il

granduca si ricompensasse con Stati competenti in Germania; conoscesse

e riconoscesse l'imperatore le repubbliche cisalpina e ligure, e

rinunziasse ad ogni titolo, sovranità e diritto sopra i territori della

Cisalpina; consentisse all'unione dei feudi imperiali colla repubblica

ligure. Del Piemonte nulla si stipulava.

Il re di Napoli, ridotto alla necessità di obbedire alla forza lontana

di Paolo ed alla vicina di Buonaparte, si quietava anche col consolo,

convenendo in un trattato di pace a Firenze, il dì 28 di marzo,

sottoscritto per parte di lui da Micheroux, per parte della Francia

da Alquier. Convenissi come nella tregua, e di vantaggio che il re

rinunziasse primieramente e per sempre a Porto-longone ed a quanto

possedesse nell'isola d'Elba; secondamente cedesse alla Francia, come

cosa propria e da farne ogni voler suo, gli Stati dei Presidii ed

il principato di Piombino; ancora perdonasse ogni delitto politico

commesso fino a quel giorno; restituisse i beni confiscati, liberasse

i detenuti, potessero gli esuli tornare nel regno sicuramente, e fosse

loro restituita ogni proprietà; da ambe le parte si dimenticassero le

offese.

Le cose si fermarono anche con nuova composizione con la Spagna,

essendosi stipulato un trattato a Madrid, il dì 21 marzo, da Luciano

Buonaparte per parte di Francia, e dal principe della Pace per parte di

Spagna. S'accordarono le due parti che il duca di Parma rinunzierebbe

al ducato in favore della repubblica di Francia; che la Toscana si

darebbe al figliuolo del duca col titolo di re; che il duca padre si

compenserebbe con rendite e con altri Stati; che la parte dell'isola

d'Elba che apparteneva alla Toscana spetterebbe alla Francia, e che la

Francia ne ricompenserebbe il re di Etruria collo Stato di Piombino;

che la Toscana s'intendesse unita per sempre alla corona di Spagna; che

se il re d'Etruria morisse senza prole, succedessero i figliuoli del re

di Spagna.

Così, in men che non fa un anno, ogni ostacolo cedette ai buonapartiani

fatti. Poscia, essendo in tutti, parte pei medesimi, parte per

diversi rispetti la medesima intenzione alla pace, composte tutte le

controversie, il consolo contrasse amicizia coll'imperatore Paolo,

s'accordò coll'imperatore Francesco, e rialzò la Francia da bassa ad

eminente fortuna.

Le cose della religione cattolica erano in gran disordine in Francia.

L'assemblea costituente aveva interrotto la unione con la sedia

apostolica, rispetto alla instituzione pontificia dei vescovi,

qual era stata accordata tra Leone X e Francesco I, e tolto i beni

alla Chiesa, con appropriargli alla nazione. I governi che vennero

dopo, massimamente il consesso nazionale, non solamente distrussero

gli ordini statuiti dall'assemblea, ma spensero ancora ogni ordine

religioso, perseguitarono i ministri della religione, ed alcuni

anche sforzarono, cosa nefanda, a rinegare il proprio stato e le

proprie opinioni. Il direttorio continuò a perseguitare i preti, ora

confinandoli nell'esilio, ora serrandoli nelle prigioni, e sempre

impedendo loro, massime ai non giurati, che liberamente e pubblicamente

celebrassero i riti divini. Era quindi nato un desiderio in Francia

di veder ristorati i riti della religione cattolica, e molti Franzesi

in questo desiderio tanto più s'infiammavano, quanto più difficile

sembrava la reintegrazione. Buonaparte non era uomo da non vedersi

queste cose, meno ancora da non usarle per edificare la sua potenza

e per arrivare a' suoi fini smisurati. Adunque, divenuto libero dai

pensieri, che più nella mente sua pressavano, della guerra, applicava

viemaggiormente l'animo al negoziare col papa, col fine di venirne

con lui ad un aggiustamento in materia religiosa. Alcuni accidenti

aiutavano queste pratiche, altri le disaiutavano. Dava favore al

consolo un concilio nazionale di vescovi giurati che, dipendentemente

da un altro tenuto nel 1797 con suo consentimento espresso era per

adunarsi in Parigi il dì di San Pietro. Non solamente ei non impediva

che questi vescovi parlassero, ma gl'incitava anche a parlare,

quantunque fossero giurati e contrarii a quella pienezza di potestà che

i papi sostengono spettarsi alla Sedia apostolica. Da un'altra parte la

romana curia ardentemente impugnava le loro dottrine. Le disputazioni,

come accade, s'inasprivano.

Queste contese teologiche molto piacevano al consolo, e gli

dimostravano una grande opportunità, perchè non dubitava che il

papa, temendo ch'ei non fosse per gettarsi in grembo agl'impugnatori

della santa Sede, avrebbe mostrato più docilità nel concedere ciò che

desiderava; perciò questi umori non solo favoriva, ma incitava. Questi

erano gli accidenti favorevoli al consolo; ma per natura e per uso e

per massima amava egli molto più il governo stretto e monarcale del

papa che il governo largo e popolare degli avversarii, e gli pareva

che gli ordini papali, rispetto alla potestà unica ed universale,

fossero un grande, utile e maraviglioso pensamento. Chiamava i

giansenisti gente di molta fede e di ristretti pensieri; nè gli pareva

che la costituzione del clero, siccome cosa antiquata e cagione di

molte disgrazie, si potesse utilmente rinfrescare. Un nuovo e vivace

pensiero, e più conforme ai desiderii dei popoli, gli pareva che

abbisognasse.

Da un'altra parte cadevano in questa materia molte e gravi difficoltà.

La principale forza del consolo era posta ne' suoi soldati, e non

istava senza timore che quell'apparato religioso, al quale da sì lungo

tempo erano disavvezzi, e quel comparir di preti, che avevano e con

fatti perseguitato e con motteggi lacerato, non paresse avere agli

occhi loro qualche parte di ridicolo, cosa di somma importanza in

Francia. Temeva altresì in quei primi principii la setta filosofica,

nemica al papa, assai più potente di quella che impugnava la larghezza

dell'autorità pontificia. Egli aspettava dalla prima gran favore e gran

sussidio. Ma più di tutto questo travagliava l'animo suo la faccenda

dei beni della Chiesa venduti dai precedenti governi; perchè l'ottenere

dal papa la confermazione di queste vendite era di sommo momento, e

sapeva che il pontefice ripugnava al fare in questo proposito alcuna

espressa dichiarazione. Pure la tranquillità dei possessori era

fondamento indispensabile della sua potenza. Non pochi dei giurati

erano di gran nome e di qualche autorità, e il consolo li voleva

vezzeggiare; ma l'impetrare dal papa che non solamente gli assolvesse

e nel grembo suo li riaccettasse, ma ancora, come desiderava, che ai

primi seggi della gallicana Chiesa li sollevasse, appariva intricato

e malagevole argomento. La medesima difficoltà sorgeva per gli

ecclesiastici della parte contraria che avevano conservato i seggi loro

anche ai tempi dell'esilio, ed ai quali non avrebbero forse voluto

rinunziare, parte per insistenza nelle antiche opinioni, parte per

affezione alla famiglia reale di Francia.

Nè mediocre impedimento alla definizione del trattato recava il

capitolo della celebrazione dei riti cattolici; perciocchè, essendo i

medesimi andati in disuso da sì lungo tempo, non era senza pericolo

di scandalo, in mezzo a popolazioni infette di usi e di opinioni

contrarie, il volere che tutto ad un tratto pubblicamente e secondo

tutti gli usi della Chiesa si celebrassero: si temeva che nascessero

enormità, dalle quali i fedeli ricevessero maggiore offensione che

edificazione. Ripugnava adunque il consolo, malgrado che il papa

insistesse per ogni larghezza di culto pubblico, a questa condizione,

volendo indugiare a tempo più propizio i desiderii di Roma.

Nonostante tutte queste malagevolezze in un negozio di tanta

importanza, essendo nelle due parti grandissimo desiderio di convenire,

mandava Pio VII a Parigi il cardinale Ercole Consalvi, suo segretario

di Stato, Giuseppe Spina, arcivescovo di Corinto, ed il padre Caselli,

teologo consultore della santa Sede. Dal canto suo dava il consolo

facoltà di trattare e di concludere a Giuseppe Buonaparte, a Cretet,

consigliere di Stato, ed a Bernier, curato di San-Lodo d'Angeri. Da

questi si venne, il dì 15 luglio, al trattato definitivo tra la santa

Sede e la repubblica di Francia, atto piuttosto di unica che di molta

importanza, poichè per lui si restituiva alla Chiesa cattolica una

parte nobilissima d'Europa, e si ridava la pace a tanti uomini di

coscienza timorata e pia.

Confessatosi dal governo franzese che la religione cattolica,

apostolica e romana era professata dalla maggior parte dei Franzesi, e

confessatosi altresì da Sua Beatitudine che dalla sua reintegrazione in

Francia era per derivarle un grande benefizio ed un grande splendore,

convennero e stipularono le due parti, che la religione cattolica

apostolica e romana avrebbe libero e pubblico esercizio in Francia, a

quelle regole conformandosi che il governo giudicherebbe necessarie per

la quiete dello Stato; s'accorderebbero la santa Sede ed il governo

ad ordinare una nuova circoscrizione delle diocesi; esorterebbe il

pontefice i vescovi titolari a rinunziare alle sedi loro, e, se nol

facessero, con la elezione di nuove titolari provvederebbe, nominerebbe

il consolo tre mesi dopo la pubblicazione della bolla di sua Santità,

gli arcivescovi ed i vescovi secondo la nuova circoscrizione, e

conferirebbe il papa l'instituzione canonica secondo le regole

costituite per la Francia innanzi che il governo vi si cambiasse; le

sedi vescovili, che in progresso vacassero, ugualmente con nominazioni

fatte dal consolo si riempissero, e l'instituzione canonica, conforme

al capitolo precedente, dal papa si conferisse; giurassero i vescovi

e gli altri ecclesiastici, prima dell'ingresso loro, fedeltà alla

repubblica, e promettessero di svelare qualunque trama contraria

allo Stato; pregassero nelle chiese per la repubblica e pei consoli;

i vescovi non potessero fare nuove circoscrizioni di parrocchie nè

nominare parochi se non a beneplacito del governo; le chiese non

vendute si restituissero ai vescovi. Dichiarava inoltre il papa, avuto

riguardo alla pace ed alla reintegrazione della religione in Francia,

che nè egli, nè i suoi successori non sarebbero mai per molestare gli

acquisitori dei beni ecclesiastici alienati, e che, per conseguente,

la proprietà di essi beni, i diritti e le rendite annessivi, fossero

e restassero incomutabilmente in loro, nei loro eredi e negli aventi

causa da essi. Obbligossi il governo di Francia a dare congrui

assegnamenti ai vescovi ed ai parrochi, e provvedere che i fedeli di

Francia potessero legare alle chiese per benefizio della religione.

Confessò e riconobbe il papa, essere nel consolo gli stessi diritti e

prerogative, di cui appresso alla sedia apostolica godevano gli antichi

sovrani di Francia. Se accadesse che un consolo cattolico arrivasse

al seggio supremo in Francia, i suoi diritti e prerogative, e così

ancora la forma delle elezione dei vescovi si regolassero per un nuovo

accordo.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 84 / 99 段