Sospinti dalle gravi combinazioni della guerra italica, non si è

fatto fin qui menzione d'un fatto importantissimo, e che avrà non meno

importanti conseguenze. I cardinali, già adunati, come si è detto, in

conclave a Venezia per intendere alla elezione del successore a Pio VI,

nel dì 13 marzo del presente anno assunsero al pontificato il cardinale

Gregorio Barnaba Chiaramonti, vescovo d'Imola, che sotto il nome di

Pio VII fu, nel giorno 21 di detto mese, incoronato nella chiesa di

San Giorgio Maggiore di quell'unica città. Così la fortuna preparava a

Buonaparte il più efficace fondamento che potesse desiderare a' suoi

disegni, fondamento più potente delle armi, più potente della fama;

poichè il consolo confidava di ridurlo ai suoi pensieri con accarezzar

la religione. Ciò produsse effetti di grandissima importanza.

Ricevettero i Romani con molte dimostrazioni di allegrezza le novelle

della creazione del pontefice. Erano in servitù dei Napolitani:

speravano che il signore proprio avesse a liberarli dal signore alieno.

Partiva papa Pio il dì 9 di giugno da Venezia e dopo travagliosa

navigazione arrivava ai 25 a Pesaro. Mandati avanti con suprema

autorità per ricevere lo Stato dagli agenti del re Ferdinando e per

dare qualche assetto alle cose sconvolte, i cardinali Albani, Roverella

e della Somaglia, entrava in Roma il terzo giorno di luglio in mezzo

alle consuete allegrezze dei Romani.

Provvide alla Chiesa con la creazione di nuovi pastori, allo Stato

con quella di nuovi magistrati; ridusse ogni cosa, quanto possibil

fosse, alla forma antica. Fu mansueto l'ingresso, mansueto il possesso;

i partigiani della repubblica salvi. Stanziò che i beni venduti al

tempo del dominio franzese alla camera apostolica tornassero, salvo il

rimborso del quarto, ai possessori. Nè molto tempo corse che, volendo

provvedere dall'un de' lati alla camera, dall'altro all'interesse

dei comuni e dei particolari, tolse alcune tasse, ne pose di nuove.

Volle che i comuni si liberassero dai debiti, sulla camera pontificia

trasferendoli, salvo i debiti contratti per l'annona e gl'interessi

corsi dei debiti anteriori; liberava i comuni dai luoghi di monte,

sullo Stato investendogli, ma al tempo medesimo statuiva che, finchè

l'erario non fosse ristorato, solo i due quinti dei frutti dei monti

si pagassero. Comandava che i quattro quinti si corrispondessero ai

possessori dei monti vacabili, e che i luoghi di monte sì perpetui

che vacabili fossero esenti da ogni qualunque tassa o contribuzione.

Aboliva le gabelle privilegiate, quali quelle dei bargelli, del bollo

estinto, dei cavalli morti, o le trasferiva a benefizio dei comuni.

L'opera poi delle contribuzioni indirizzava a più generale ed uniforme

condizione: creava due tasse, abolito ogni privilegio e consuetudine

antica che fosse contraria. Chiamò l'una reale e l'altra dativa.

Quattro erano le parti della prima; un terratico di paoli sei per

ogni centinaio di scudi d'estimo pei fondi rustici, una imposizione

di due paoli per ogni centinaio di scudi di valuta sui palazzi e case

urbane, un balzello di scudi cinque sui cambii per ogni centinaio di

frutti, una contribuzione di valimento, che doveva sommare alla sesta

parte di tutte le rendite dei capitali naturali e civili, rustici ed

urbani sopra coloro che consumassero le loro rendite fuori di Stato.

La dativa consisteva nella gabella del sale sforzato, in quella della

mulenda o macinato, ed in quella di tre paoli per ogni barile di vino

che s'introducesse in Roma, salva la esenzione pei padri di dodici

figliuoli e pei religiosi mendicanti. Buoni ordini furono questi,

fatti anche migliori dal benefizio di aver cassa del tutto la carta

pecuniaria.

Non omise il consolo di considerare le romane cose. Prevedeva

che come la pace coi re era per lui grande mezzo di potenza, così

maggiore sarebbe la pace con la Chiesa. Quando poi seppe che il

cardinale Chiaramonti era stato esaltato al supremo seggio, concepì

maggiori speranze, perchè il conosceva fornito di pietà sincera, e

però più facile ad essere tirato. Era gran cosa quella che veniva

offerendo il consolo, perchè il ristorare la religione cattolica in

Francia importava non solamente la restituzione di un gran reame alla

santa Sede, ma ancora la conservazione pura ed intatta degli altri;

conciossiachè non era da dubitare che se la Francia avesse perseverato

nell'andare sviata in materia di religione, anche gli altri paesi

sarebbero stati, o tardi o tosto, contaminati dall'esempio. Per la

qual cosa papa Pio VII prestava benigne orecchie a quanto il consolo

gli mandava dicendo. Adunque, tentati prima gli animi da una parte e

dall'ultra, si venne poscia alle strette del negoziare, e finalmente

alla conclusione, come sarà a suo luogo raccontato.

Buonaparte dominava la terra, Nelson il mare. Dopo la vittoria di

Aboukir, comparve questi colla vincitrice armata davanti a Malta, già

bloccata, e tolse, se alcuna ancor restava, ogni speranza di redenzione

ai Franzesi assediati. Fece più volte, ma invano Nelson, la chiamata

a Vaubois, che la comandava. Incominciava a patire maravigliosamente

di vitto, d'abiti, di denaro; le malattie si moltiplicavano. Non

per questo rimetteva Vaubois della solita costanza, nè allentava

la diligenza delle difese. Per provvedere ai cambii, costrinse i

principali isolani a dargli carte d'obbligo da scontarsi in Francia

alla pace generale, e con queste pagava i soldati. Per vestirli, si

fe' dare tele e drappi; per pascerli, farine; spianava pane, obbligava

gl'isolani a venir levare le farine da lui, moltiplicava i conigli ed

il pollame, per modo che molto tempo bastarono. Infieriva lo scorbuto;

il combattevano col coltivare a molta cura nei luoghi più acconci

gli ortaggi. Un Nicolò Isvard di Malta, maestro di musica, componeva

opere, e recitavano, e cantavano, e ballavano. Pure la fame pressava.

Provavasi il governatore a mandar in Francia per soccorso il Guglielmo

Tell; ma i vigilanti e lesti Inglesi se lo pigliarono. Stava attento,

e provvedeva con mirabile accortezza a tutti gli accidenti. Fecero

i Maltesi di fuori congiure con quei di dentro: Vaubois le scopriva;

davano assalti, e li risospingeva; pruove mirabili di chi si moriva

di fame e di morbo. In cospetto degli assediati, tre navi tolonesi,

cariche di tre mila soldati e di munizioni sì da bocca che da guerra,

venivano in potere di Nelson. Ogni giorno, anzi ogni ora, la fame

cresceva. Mandava fuori le bocche disutili; gl'Inglesi, barbaramente,

come se vi fosse pericolo di vicino soccorso, le rincacciavano.

Parecchi morirono di fame sotto le mura, gli altri, più morti che vivi,

furono di nuovo ricettati dai Franzesi. Prevedeva Vaubois avvicinarsi

l'ultima fine. La fame sopravanzò il valore. Vennesi a resa, ma

onorevole, il dì 5 settembre.

Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva

la chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza

sicura con l'espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia

e la Porta Ottomana le condizioni delle possessioni ioniche. A questo

modo le veneziane isole arrivarono, in mezzo a tante guerre, ad una

condizione non solo tollerabile, ma buona, ed in lei vissero parecchi

anni assai felicemente; vennero poi nuove guerre e nuove ambizioni

nuovamente a turbarle.

La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra

nè dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che, mentre si combatteva

in Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove

genti, ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le

mandava ad ingrossare ora l'esercito germanico ed ora l'italico. Un

grosso corpo specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la

condotta di Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad

ambedue. Dal canto suo l'Austria non ometteva di levar nuovi soldati,

massimamente dall'Ungheria, e gli inviava a rinforzar quelli che

alloggiavano ai confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava

tuttavia intero, ed era pronto a contendere di nuovo della vittoria.

Ma non piccolo fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna

sulle mosse di Toscana, che, posta pei capitoli d'Alessandria fuori del

dominio franzese, e conseguentemente in quello dell'Austria, seguitava

i desiderii dell'imperatore.

Grande odio annidava ancora in Toscana contro i repubblicani,

perchè e troppo oltre era trascorso, nè si cessava di fomentarlo.

Al medesimo fine indirizzava gli animi la reggenza creata in nome

del duca. Il marchese Sommariva, mandato perchè desse forma a quelle

masse incomposte, le ingrossasse e le armasse, con indefessa attività

attendeva a compir l'ufficio che gli era stato commesso. Quelle genti,

siccome quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse

da odio contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui

monti che dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano

molti insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani.

Per la qual cosa, usando l'occasione, non solamente richiedevano la

Toscana e Sommariva che frenassero e punissero i violatori dei confini,

ma ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece

Sommariva risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo

piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al

consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana.

A questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli

Apennini e s'impadronisse di Firenze; a Monnier, andasse a combattere

e a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati; a Clement,

marciasse più sotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso

l'esito dalle intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la

capitale della Toscana, e l'ultimo partendosi da Lucca, arrivava a

Livorno, dove pose le mani adesso a cinquanta bastimenti inglesi e

ad una quantità grandissima di frumenti. Le cose non successero di

questo dalla parte di Arezzo. Gli Aretini si difendevano virilmente.

Fu presa d'assalto il 19 di ottobre, con moltissimo sangue. Seguitava

una strage, una insolenza, un sacco tale, quale si doveva aspettare da

soldati irritati per ingiurie nuove, che avevano risuscitata la memoria

delle antiche. Il terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in

gran parte le masse toscane. Sommariva si ritirava nel Ferrarese.

Le cose si volgevano novellamente a guerra tra Francia ed Austria. Non

aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati

a Parigi il dì 8 luglio tra il conte San Giuliano ed il ministro

Taleyrand. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra

l'imperadore alla guerra, perchè, avendo rifiutato la pace, abborriva

dal restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo

al pensiero che i Paesi Bassi avessero a restare in possessione della

potenza emola a lei: offeriva adunque sussidii di denaro ed aiuti

di forze dalla parte di Napoli. Dall'altra parte l'imperadore non

sapeva risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli

che fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia finchè quella

fortezza fosse in potestà di uno Stato dipendente intieramente dalla

Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione

dell'imperadore Paolo, giustamente confidava di poter fare fortunata

guerra da sè stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e

di Magnano, e considerando che si era perduta la giornata di Marengo un

sol momento, dopo ch'era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore

ne' suoi soldati.

Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente modo.

Al germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il germanico

d'Austria governato da Kray; all'italico di Francia che obbediva a

Brune, l'Italico d'Austria cui era proposto Bellegarde. Fra i due e per

congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei Grigioni

un franzese governato da Macdonald, nel Tirolo un austriaco capitanato

da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con Hiller,

Brune con Bellegarde avevano a combattere.

La sollevazione del paese toscano che aveva obbligato Brune a smembrar

parte delle sue forze ed a mandarle oltre il suo fianco destro, aveva

debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove

genti, con comandare a Macdonald, che, lasciati grossi presidii nei

Grigioni, si calasse prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla

Valtellina sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello per rinforzar

Brune dove alloggiava, questo per riuscire alle spalle di Bellegarde,

ed obbligarlo a ritirarsi indietro dalla fronte del Miurio, dove allora

aveva le sue stanze. Aspro e difficile comandamento era questo del

consolo; ciò non ostante, non si perdeva d'animo Macdonald, stimolando

il fatto del San Bernardo, e volendolo emulare. L'antiguardo condotto

da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e partito più presto

e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga, parte il monte

dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli gravissimi,

sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio. Acquistava per tal

modo Baraguey l'impero della Valtellina, e facilitava la strada allo

scendere di Macdonald. I Valtellini, al veder comparire quelle genti,

si maravigliavano, come se venissero dal cielo; tanto pareva loro

impossibile che elleno per quei luoghi ed in quella stagione (novembre)

fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a Macdonald.

Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente incappellato di

nevi e di ghiacci, pareva che la natura fosse divenuta insuperabile.

Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada, già di per sè

stessa sdrucciolevole, stretta, rotta e precipitosa; pure, come al

San Bernardo, si posero le artiglierie sui traini, le provvigioni sui

muli; marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo

condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga; donde restava

a salirsi l'erta precipitosa che porta al sommo giogo. Mettevansi

in viaggio, e con penosi passi ed infinito anelito procedendo, alla

bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante

furiosissimo, che, innalzando un immenso nembo di nevosa polvere e

negli occhi dei soldati gettandolo, rendeva impossibile ogni passo.

La forza della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso

delle nevi ammonticchiate sopra quegli sdrucciolenti gioghi, levava

un'orribile sommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso

sulle sottoposte valli piombando, portò con sè a precipizio quanto le

si era parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono;

gli altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente

notte nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che,

separato da' suoi, precedeva con le guide, a male stento e quasi morto

aggiungeva alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi,

che, come quei del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla

salute dei viaggiatori.

Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato

Macdonald, il quale, spinto da ardente desiderio di emolare il consolo,

e prevedendo che lo stare importava la distruzione per la mancanza

dei viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed

atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti

buoi a pestar le nevi: seguitavano quaranta palaiuoli ad appianarle

ed a fare il sentiero: i zappatori, venendo dopo, l'assodavano; due

compagnie di fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro

passo ciò che ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano

le altre genti, fanti e cavalli; le artiglierie, le bestie da soma

viaggiavano alla coda; questo era l'antiguardo. Arrivata sulla cima

all'ospizio, con infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato

Laboissiere. Poi seguitando il cammino per la pianura del Cardinello,

giungeva a campo Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì 2 e 3 di

dicembre due altre squadre di fanti, di cavalli e d'artiglierie; il

tempo freddo e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il

passo. Solo alcuni soldati, per la forza di quell'insolito rigore,

o morivano gelati o, perdute le estremità, con le membra monche

restavano. Crudo era il viaggio, ma con isperanza di terminarlo

felicemente, quando il dì 4 (rimaneva a varcarsi il retroguardo in

cui si trovava Macdonald) si levava una spaventevole bufera, che

e gli uomini col soffio violentissimo arrestava e sotto monti di

lanciata neve li seppelliva, ed ogni traccia che fatta si fosse di

strada intieramente scassava. La disperazione entrava negli animi:

le guide, uomini del paese, atterrite, attestavano l'impossibilità

del passare, e l'opera loro ricusarono. Era per perire Macdonald

sotto monti di neve come era perito Cambise sotto monti di arena.

Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere piuttosto

da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i soldati.

Accorreva e gridava: «Franzesi, ha l'esercito di riserva vinto il San

Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra quello

che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano in

Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e

l'armi.» La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino.

Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto

terrore tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi,

spesso la stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di

neve; là era un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa

ogni strada. S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore quanto più

si saliva e che gli animi attristava e prostrava, e le membra, con

renderle inutili, aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso

si rinnovavano, l'inesorabile inverno spaziava largamente e dominava;

le Rezie Alpi in atto di sorbirsi gli audaci Franzesi. Rifulse in

tanto estremo caso mirabilmente quanto possa questa portentosa umana

natura; perchè, non restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale

pericolo, aprivano ciò ch'era chiuso, spianavano ciò ch'era montuoso,

rompevano ciò che era ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole,

sgretolavano ciò che era sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò

che era abisso. Per tale modo, quantunque un rovinoso inverno li

chiamasse a distruzione ed a morte, l'inverno vincevano, e contrastando

a quanto hanno di più terribile e di più insuperabile i furibondi

elementi, riuscivano nella Valtellina valle a salvamento. Rallegravansi

dell'acquistata vita l'uno con l'altro, perchè si erano creduti

morti; godevasi Macdonald il raccolto frutto dell'invitta costanza.

Imprese son queste che paiono impossibili, e più a coloro che le hanno

effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il secolo nostro, tanto

abbondante raccontatore, non una, ma cento testimonianze non fosse

per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o antica o moderna fatto più

maraviglioso o più erculeo di questo.

Sebbene la prima parte dell'impresa fosse compita, restavano da

effettuarsi le due altre che avevano anch'esse gran momento di

difficoltà; quest'erano il passo dalla Valtellina nella valle

Camonica, cioè dalle acque dell'Adda a quelle dell'Oglio, ed il passo

dalla Valtellina nel Trentino, cioè delle acque dell'Adda a quelle

dell'Adige. Apriva il primo il monte Priga, il secondo il monte Tonale.

Non ebbe prospero fine il tentativo contro quest'ultimo, perchè gli

Alemanni vi si erano fortemente trincierati, e sebbene Macdonald due

volte con grande vigoria li combattesse, aiutati dalla stagione, dalla

fortezza del sito e dal proprio valore, il risospinsero.

Da un'altra parte sortiva esito felice il passo della Priga.

Traversato, non senza gravi difficoltà e pericoli, quell'aspro monte,

vedevano i repubblicani le acque dell'Oglio, e, passato Breno, si

raccoglievano a Pisogna, terra posta sulla settentrional punta del lago

d'Iseo, cui l'Oglio con le sue acque forma e nudrisce. Vi trovavano la

legione italiana di Lecchi e vettovaglie fresche, provvidenza di Brune,

che ve le aveva mandate a ristoro di quelle stanche ed eroiche genti.

Erasi sul fine di novembre disdetta la tregua e denunziate le ostilità

da una parte e dall'altra; ma non si venne tosto alle mani in Italia,

perchè Brune non voleva principiar la guerra innanzi che Macdonald,

occupato allora nel passo dei monti, fosse venuto a congiungersi

con lui. Nè stava senza timore che il suo fianco destro pericolasse,

stantechè Dupont, dopo la conquista della Toscana, era ritornato con la

maggior parte delle truppe al campo principale, lasciato solamente in

quel paese Miollis con tre o quattro mila soldati. Oltre a ciò il re

di Napoli, stimolato dagl'Inglesi, e volendo cooperare con l'Austria,

aveva radunato un esercito campale sotto la condotta del conte

Ruggiero di Damas; il quale, traversato lo Stato pontificio, già si

avvicinava alla Toscana. Perciò il generale di Francia stava aspettando

che Macdonald si accostasse, e che i soldati novelli, che già erano

arrivati in Piemonte, gli pervenissero. Nè meno desiderava indugiar la

guerra Bellegarde, volendo aspettare che Laudon e Wukassowich fossero

scesi dal Tirolo. Inoltre, trovandosi alloggiato in sito forte per

natura e per arte, amava meglio essere assaltato che assaltare.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 83 / 99 段