Superata l'asprezza delle Alpi con arte e costanza, corsa la

Lombardia con prestezza, fatto risorgere il nome di Cisalpina in

Milano, sollevati a gran cose gli animi dei popoli con una impresa

inusitata, restava che per una determinativa battaglia i presi augurii

si adempissero, e si confermasse in Buonaparte il supremo seggio di

Francia e l'imperio assoluto d'Italia. Assai presto fu l'acquisto di

questo paese fatto da Kray, Suwarow e Melas; restava che si vedesse

se il capitano di Francia non fosse abile a riconquistarlo più presto

ancora. Aveva Melas, come abbiamo narrato, raccolti i suoi nel forte

alloggiamento tra la Bormida ed il Tanaro sotto le mura di Alessandria.

Grosso di circa quaranta mila soldati, fornitissimo di artiglieria,

fiorito di cavallerie sceltissime, provvisto di veterani, era molto

abile a combattere di tante sorti. Nè mancava in lui l'ardire o l'arte,

nè la memoria delle recenti vittorie. Sapeva altresì di quanto momento

fosse la battaglia che soprastava.

Dall'altra parte il consolo combatteva su quelle italiche terre, già

piene di tanta sua gloria; i suoi ufficiali, giovani, confidenti e

valorosi, con incredibile ardimento andavano al confermare i gloriosi

destini di Francia; i soldati, alcuni veterani, molti nuovi, non

avevano tanto uso di battaglie quanto i Tedeschi, ma l'ardore e la

confidenza supplivano a quanto mancasse nell'esperienza. Di numero

erano inferiori agli avversarii, e di cavallerie e di artiglierie.

Giravano adunque assai dubbie le sorti.

Il dì 14 giugno alle cinque della mattina, Melas varcava, fulminando

l'augurosa Bormida. Esnitz coi fanti leggieri e col maggior nervo

delle cavallerie, movendosi a sinistra degl'imperiali, marciava contro

castel Ceriolo per la strada che porta a Sale, perchè intento del

generalissimo austriaco era di riuscire alle spalle dei Franzesi da

quella parte per tagliargli fuori da Pavia e da Tortona, donde avevano

corrispondenza con le altre loro genti alloggiate sulla sponda sinistra

del Po. Keim coi soldati di più grave armatura muoveva l'armi contro il

villaggio di Marengo, per cui passa la strada per Tortona; quest'era

la schiera di mezzo. Una terza, che era la destra, sotto la condotta

di Haddick, con un grosso di granatieri ungari guidati da Otto, doveva

fare sforzo, seguitando la destra sponda della Bormida all'insù, per

riuscire a Fregarolo, e consentire verso Tortona con la mezzana. Si

prevedeva, e quest'era il pensiero delle due parti, che si sarebbe

conteso massimamente della possessione di Marengo, perchè quello era

il sito, alla conservazion del quale indirizzavano i Franzesi tutti i

loro movimenti. Precedeva le camminanti squadre d'Austria un apparato

formidabile di artiglierie, che, furiosamente tuonando, significavano

quanto duro e quanto micidiale fosse per essere l'incontro. A tanto

impeto non erano i Franzesi pari in quel primo tempo della battaglia,

perchè Monnier si trovava lontano a destra, Desaix a sinistra.

Adunque tutte le difese loro consistevano nella schiere di Victor, che

occupava assai grossa Marengo, ed in quella di Lannes, che aveva la sua

sede a destra della strada di Tortona. A queste genti si aggiungevano

circa novecento soldati della guardia del consolo, i cavalli condotti

dal giovane Kellermann, quei di Champeaux, e finalmente quelli di cui

aveva il governo Murat: i primi facevano spalla ai fanti di Victor,

i secondi a quei di Lannes, ed in ultimo i terzi, posti sulla punta

estrema a destra di tutta la fronte, custodivano la strada che accenna

a Sale. Così l'ordinanza dei Franzesi, partendo dalla Bormida, e da

lei scostandosi obbliquamente, e passando per Marengo, si distendeva

sin verso a Castel-Ceriolo. Keim incontrava Gardanne mandato da Victor

a Pietrabuona, piccolo luogo posto tra Marengo e la Bormida, e con

una forza prepotente lo prostrava. Si ritiravano disordinatamente le

reliquie verso Marengo. Sarebbero anche state intieramente circondate

e prese se Victor non avesse tosto mandato Chamberlhac a riscattarle.

Vennero avanti i Tedeschi ed ingaggiarono con Victor una battaglia

orribile: commiservi ambe le parti fatti di stupendo valore. Piegò

finalmente la fortuna in favor di coloro che avevano più numerose

genti e più fiorite artiglierie: entrava vittoriosamente Keim in

Marengo. Non per questo si era Victor disordinato; che anzi grosso,

intiero e minaccioso novellamente si schierava dietro Marengo. Venne

a congiungersi a lui sulla destra sua punta Lannes, il che fece

rinfrescare la battaglia più feroce di prima. S'attaccò Keim con

Lannes, Haddich con Victor, e chi considererà la natura sì di quei

generali che di quei soldati, si persuaderà facilmente che mai in

nissuna battaglia sia stato speso più valore e maggior arte che in

questa. Secondava potentemente l'urto di Lannes contro Keim Champeaux

co' suoi cavalli, nella quale mischia gravemente ferito passò di questa

vita alcuni giorni dopo. Kellermann con la sua squadra aiutava anche

efficacemente Victor, cariche a cariche continuamente aggiungendo

e moltiplicando. Ciò non ostante, Victor, per essere entrato nella

battaglia il primo, e per avere Gardanne molto patito nell'affronto di

Pietrabuona, stanco e diradato cedè finalmente il luogo e si ritirò,

quanto più potè prestamente e non senza qualche moto disordinato, a San

Giuliano. Lannes allora, nudato sul suo sinistro fianco dell'appoggio

di Victor, fu costretto rinculare ancor esso; il che diede cagione

a Keim di guadagnare vieppiù del campo e di credersi sicuramente

in possessione della vittoria. Frattanto Esnitz coi fanti leggieri

aveva occupato castel Ceriolo, e coi cavalli si andava allargando col

pensiero di mostrarsi alle spalle delle due schiere repubblicane che

indietreggiavano; il quale disegno se avesse avuto effetto, dava senza

dubbio alcuno la vittoria agl'imperiali.

Solo rimedio a tanto pericolo aveva il consolo nei novecento soldati

della sua guardia e nei cavalli di Murat, certamente non capaci a

far fronte alla numerosa cavalleria d'Esnitz. Mandava adunque avanti

i novecento. L'Alemanno, quantunque gli avesse circondati da ogni

banda, non li potè mai rompere, o che egli non abbia fatto tutto

quello che poteva, o che i novecento abbiano fatto più di quello che

potevano. Questa mollezza o errore di Esnitz e questo valore dei

consolari diedero comodità a Monnier di arrivare da Castel Nuovo,

donde, chiamato dal consolo veniva, a prestissimi passi. S'incontrava

egli arrivando con le genti di Esnitz; sebbene elleno da tutte le

parti il circondassero, si aperse una strada, aiutato gagliardamente

dai consolari. Il generale Cara-San-Cyr, cacciati i Tirolesi da

Castel-Ceriolo, se ne faceva padrone, e tostamente con tagliate e

barricate vi si affortificava. Dievvi dentro Esnitz per ricuperarlo,

e non gli venne fatto; pure la fortuna li favoriva, perchè aveva in

questo punto obbligato alla ritirata i consolari e l'altra parte

dei soldati di Monnier. Ma, invece di seguitare alla dilunga i

cedenti, si ostinava all'acquisto di Castel-Ceriolo. Cara-San-Cyr

sempre il respinse, e tanto il tenne lontano, che ora Cara-San-Cyr

fu salvamento de' suoi, come prima erano stati i novecento; questi

diedero tempo a Monnier di arrivare, egli il diede a Desaix. Melas

in questo, volendo usare l'occasione favorevole che la fortuna gli

parava davanti, aveva spinto innanzi la sua ala destra, massimamente

i cinque mila Ungari, affinchè andassero a disfare quella nuova testa

che i Franzesi mostravano di voler fare a San Giuliano. Pareva che a

questo effetto bastassero Keim vincitore ed Esnitz mezzo vinto e mezzo

vincitore. Ma, per assicurarsi meglio del fatto, e per provvedere ai

casi dubbii che Desaix, arrivando, avrebbe potuto arrecare, mandava di

lungo spazio avanti i cinque mila, dei quali, come di corpo autore di

vittoria, aveva preso il governo Zach, quartiermastro di tutto il campo

austriaco.

Erano le cinque della sera; già da più di dieci ore si combatteva:

gli Austriaci vincitori si rallegravano; tenue speranza e solo in

Desaix rimaneva ai Franzesi. Il consolo stesso, che aveva concepito

il mirabile disegno di questa seconda invasione d'Italia, stava

perplesso. Mentre fra molto timore e poca speranza si esitava, ecco

arrivare al consolo le novelle che la prima fronte della deseziana

schiera compariva a San Giuliano. Determinavasi subitamente; altro uomo

ch'egli, in fortuna quasi disperata com'era quella in cui si trovava,

si sarebbe servito della forza che arrivava solamente per appoggio

della ritirata. Ma l'audace consolo la volle usare per rinnovar la

battaglia e per vincere. Metteva l'esercito in nuova ordinanza per modo

che da Castel-Ceriolo obbliquamente distendendosi sino a San Giuliano,

alloggiava Cara-San-Cyr sul luogo estremo a destra, poi a sinistra

verso San Giuliano procedendo, Monnier, quindi Lannes, poi finalmente

in quest'ultima terra a cavallo della strada per Tortona Desaix. I

cavalli di Kellerman a fronte, e fra Desaix e Lannes avevano il campo.

Non avendo fatto Esnitz co' suoi fanti e cavalleggieri contro l'ala

destra de' Franzesi quell'opera gagliarda e quel frutto che Melas

aspettava da lui, aveva il generalissimo d'Austria mandato i cinque

mila Ungari condotti da Zach control l'ala sinistra, sperando che

questo nodo di genti fortissime l'avrebbero potuta rompere e tagliarle

la strada verso Tortona.

La colonna di cinque mila, in cui si conteneva tutto il destino della

giornata, in sè medesima ristretta, baldanzosamente marciava contro i

Deseziani. Desaix, lasciatala approssimare senza trarre, quando arrivò

a tiro, la fulminava con le artiglierie che Marmont aveva collocato

sulla fronte, poi scagliava contro di lei tutti i suoi. A quel duro

rincalzo attoniti sulle prime si fermarono gli Ungari: poi, ripreso

nuovo animo, qual mole grossa ed insuperabile, marciavano. Nè le genti

franzesi, siccome più leggieri, quantunque tutto all'intorno vi si

affaticassero, li poterono arrestare. Era questo un caso simile a

quello di Fortenoy. Desaix, che punto non si era sbigottito a quel

pericolo, postosi a fronte de' suoi, stava sopravvedendo il paese

per iscoprire se gli accidenti del terreno gli potessero offrire

qualche vantaggio, quando ferito in mezzo al petto da una palla di

archibuso, si trovò in fine di morte. Sottentrava al governo, invece di

Desaix, Boudet. Non si perdè questi d'animo per sì amaro caso, non si

perdettero di animo i suoi soldati; che, anzi stimolando quegli uomini

già di per sè stessi valorosi il desiderio di vendetta, con incredibile

furia si gettarono addosso ai cinque mila. Nè gli Ungari cedevano: era

un combattere asprissimo e mortalissimo. Già piegavano i repubblicani,

disperate parevano le sorti; volle la fortuna che la salute di Francia

nascesse prossimamente dall'estrema rovina. Era Kellermann, destinato

al gran riscatto. Effettivamente, mentre Boudet instava ancora da

fronte, quantunque rinculasse, Kellermann dal consolo commesso,

assaltava con tutto il pondo de' suoi cavalli il sinistro fianco

dell'ungara mole, e siccome quella era spartita in manipoli, tra l'uno

e l'altro ficcandosi, totalmente la disordinava. Snodata, perduti gli

ordini tra sè medesima e coi Franzesi intricata e ravviluppata, non le

restava più nè disegno nè modo di difendersi. Laonde, insistendo sempre

più valorosamente contro di essa Kellermann e tornando alla carica

Boudet rianimato dal favorevole caso, fu costretta a darsi intiera,

deposte le armi, al vincitore. Così quello che non avevano potuto fare

nè le fanterie nè le artiglierie fecero le cavallerie, al contrario

di quanto successe in Fontenoy, dove le artiglierie fecero quello

che le fanterie e le cavallerie non avevano potuto fare. Il sinistro

caso degli Ungari fe' superar del tutto la fortuna de' Franzesi;

perchè, spingendosi avanti, si serrarono addosso ai nemici privi di

quel principale sostegno, e li costrinsero alla ritirata, con grave

sbaraglio ed uccisione. Pensò tostamente Melas a far dare il segno

della raccolta per andarsi a ritirare vinto là dond'era la mattina

partito con tanta speranza di vincere: solo fece una testa grossa a

Marengo per dar tempo alle ritirantesi squadre di arrivare. Ricoverossi

oltre la Bormida: riassunsero i Franzesi gli alloggiamenti che avevano

occupati prima della battaglia.

A questa battaglia, che cambiò le sorti d'Europa, e la fece andare

pel medesimo verso per quattordici anni, principali operatori della

vittoria furono Cara-San-Cyr per aver preso e conservato Castel

Ceriolo, Victor per avere fortemente combattuto a Marengo contro Keim,

Boudet per aver opposto un duro intoppo alla mole ungara, finalmente, e

soprattutto, quell'accorto e prode Kellermann, che, usando il momento

opportuno, non dubitò di dar dentro co' suoi cavalli a quella massa

intera e grave che solo col peso pareva che fosse per prostrare quanto

le si parasse davanti. Si rallegravano i compagni del glorioso fatto

con lui, ma, venuto in cospetto del consolo, questi con la solita aria

di sussiego e superiorità parlando, nè informandosi punto di quanto

era successo, gli disse: _Avete dato anzi una bella carica che no_.

Sdegnato il giovane guerriero, rispose: _Bene godo che la prezziate,

giacchè vi mette la corona in capo_. Il consolo, che non amava l'essere

scoperto prima che si scoprisse egli, l'ebbe per male, e sempre

dimostrò l'animo alieno dal figliuolo del maresciallo.

Rimaneva ancora dopo la battaglia al generalissimo d'Austria forza

bastante a resistere lungo tempo nel forte sito in cui si era

riparato. Ma o che il terrore concetto per la recente rotta o l'arti

di Buonaparte, che continuamente protestava voler aderire ai patti di

Campoformio, e ridurre i paesi dipendenti da lui a forma di governo

più tollerabile e meno minacciosa pei principi, sel facessero, non si

mostrò renitente, e chiese i patti. Furono gloriosi per la Francia,

stupendi per l'Europa. Sospendessersi fino a risposta da Vienna le

offese; l'imperiale esercito se ne gisse a stanziare tra il Mincio,

la Fossa Maestra ed il Po; occupasse Peschiera, Mantova, Borgoforte, e

sulla destra del fiume Ferrara; medesimamente ritenesse la possessione

della Toscana: il repubblicano possedesse il paese fra la Chiesa,

l'Oglio e il Po; il tratto tra la Chiesa ed il Mincio fosse esente

dai soldati d'ambe le parti; le fortezze di Tortona, di Alessandria,

di Milano, di Torino, di Pizzighettone, d'Arona e di Piacenza si

consegnassero ai repubblicani; Cuneo ancora, i castelli di Ceva e di

Savona, Genova ed il forte Urbano cedessero in loro possessione: niuno

per opinioni dimostrate o per servigi fatti agli Austriaci potesse

essere riconosciuto o molestato; i Cisalpini carcerati per opinioni

politiche si rimettessero in libertà; qual fosse la risposta di Vienna,

le ostilità, se non dopo avviso di dieci giorni, non si potessero

ricominciare; durante la tregua niuna delle parti potesse mandar gente

in Germania. Tali furono i patti conclusi in Alessandria. La tregua,

prolungata più volte di comune consenso di dieci in dieci giorni,

fu finalmente per nuova ed espressa convenzione accordata fino al 23

novembre.

Buonaparte, vincitore di Marengo, aveva in sua mano le sorti d'Europa

liete o tristi, la pace o la guerra, la civiltà o la barbarie, la

libertà o la servitù dei popoli: gloria civile l'aspettava uguale alla

guerriera; ma l'ultima ed un desio fiero ed indomabile di comandare non

lasciarono luogo alla prima. Fu ricevuto a Milano qual trionfatore. Il

chiamavano uomo unico, eroe straordinario, modello impareggiabile, con

tutte quelle altre lodi che l'adulazione meglio sapeva inventare; con

pari adulazione rispondeva Francia. Parlò a Milano molto di pace, molto

di religione, molto di lettere, molto di scienze. Creovvi una consulta,

una commissione di governo. V'aggiunse un ministro straordinario di

Francia, chiamando a questa carica un Petiet, ch'era stato ministro

di guerra ai tempi del direttorio. Riapriva l'università di Pavia

stata chiusa; ordinava stipendii onorevoli ai professori; vi chiamava

i più riputati, i più dotti, i più virtuosi uomini. Fiorì vieppiù per

questi ordini l'università; pareva rinascessero i tempi di Giuseppe;

ma il dominio militare, in cui si viveva, avvertiva i popoli che l'età

era diversa. Non accarezzava più gli amatori ardenti di rivoluzioni,

anzi da sè gli allontanava; chiamava a sè coloro che erano in voce di

aristocrati, purchè fossero di natura moderata e ricchi e di buona

fama. Melzi, Aldini, Birago, il dottor Moscati, Scarpa, il vescovo

di Pavia, Gregorio Fontana, Marescalchi, Mascheroni molto volontieri

vedeva. Del resto, quantunque il procedere paresse più civile, e

le sembianze più oneste, il prendere e il dilapidare era lo stesso;

ricominciò la Cisalpina a travagliare del male antico.

Riordinata la Cisalpina, se ne tornava il consolo in Francia. Passò,

per Torino; alloggiò in cittadella; non si lasciò vedere, non volendo

lasciarsi tirare alle promesse per rispetto di Paolo, che sempre

favoriva il re. Anzi fu certo che, sebbene avesse l'animo molto alieno,

aveva nondimeno, dopo la battaglia di Marengo, offerto l'antico seggio

a Carlo Emmanuele, purchè nuovamente rinunziasse alla Savoia ed alla

contea di Nizza. Tornò altresì sull'antico pensiero, per potersi serbar

il Piemonte, che appetiva con grandissimo desiderio, di dare al re la

Cisalpina, sì veramente che rinunziasse al Piemonte. Le quali proposte

non furono accettate dal principe, parte per motivi di religione,

parte per non voler concludere senza il consentimento dei suoi alleati,

di Paolo massimamente e dell'Inghilterra; nè pur volendo dar appicco

all'Austria, nel caso che le cose di Francia nuovamente sinistrassero,

acciocchè ella s'impadronisse del Piemonte. Non ostante le proferte ed

i negoziati, creava in Piemonte, come in Cisalpina, non per terminare,

ma per minacciare, una consulta ed una commissione di governo, a cui

chiamò molti uomini riputati per dottrina e per pacatezza d'opinione.

Creava ministro straordinario presso a questo governo prima il generale

Dupont, poi, per riconoscere i meriti del vincitore di Fleurus,

Jourdan.

Era a questo tempo l'aspetto del Piemonte oltre ogni dire miserabile:

una estrema carestia, un rapir di soldati lo avevano messo in estrema

penuria. I Piemontesi non sapevano più nè che cosa sperare, nè che cosa

temere, nè che cosa desiderare. I biglietti di credito, che sempre

più scapitavano, lunga e luttuosa peste del paese, avevano posto in

confusione tutti gli averi. Penò molto la consulta, quantunque in lei

abbondassero gli avvocati dotti e sottili, ad assestar questa faccenda,

e quando si assestò, nissuno contento, ancorchè la legge fosse giusta.

Questa fu gran radice di mali umori. Nè gran momento di sventura non

recava il peso gravissimo del dover mantenere i soldati di Francia, sì

quelli che passavano, come quelli che stanziavano: peso da non poter

esser portato dalle finanze piemontesi. S'aggiungevano i comandamenti

fantastici; perchè ora si voleva che una fortezza piemontese si

demolisse a spese del Piemonte, ed ora che la medesima si riattasse:

ora s'addomandavano i piombi della cupola di Superga, il che, prima

cosa, avrebbe fatto rovinar l'edifizio per le acque, ed ora si voleva

che si demolissero i bastioni che sopportano il giardino del re, opera

inutile, perchè la città era già tutto all'intorno smantellata. Se non

era la costanza di chi governava ad opporvisi, Superga ed il giardino,

gradito passeggio dei Torinesi, perivano. Chi domandava denari pel

vivere dei soldati, chi pel vestito, chi per gli ospedali, chi per

le artiglierie, chi pei passi, chi per le stanze; erano le richieste

capricciose, i consumi eccessivi, le finanze impotenti; ogni cosa in

travaglio e confusione.

Altri tormenti, oltre i raccontati, travagliavano i Piemontesi e

rendevano impossibile ogni buon governo; questi erano l'incertezza

delle sorti future. Sorgevano e s'inviperivano le sette. Chi voleva

essere Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Gli amici si odiavano, i

nemici si accordavano, nessun nervo di opinione. Accrebbe l'incertezza

ed i mali umori un atto del consolo, con cui diede il Novarese sì

alto che basso alla Cisalpina. La sinistra novella sollevò gli animi

maravigliosamente in Piemonte, perchè si pensò che Buonaparte volesse

restituire il rimanente al re. Il governo protestò: il consolo, che

sapeva ciò che si faceva, si maravigliava che si temesse, che si

protestasse. Pure non si scopriva; i timori, le sette e le angustie del

governo crescevano. Era segno il Piemonte ad ogni più fiera tempesta.

Fra sì funesta intemperie, ebbe il governo che allora, sotto nome

di commissione esecutiva, surrogata alla commissione di governo, era

composto di Bossi, Botta e Giulio, un consolativo pensiero, e questo fu

di stanziar beni di una valuta di cinquecento mila franchi all'anno a

benefizio dell'università degli studii, dell'accademia delle scienze,

del collegio e di altre dipendenze, ordine veramente benefico e

magnifico, di cui solo si trovano modelli negli Stati Uniti d'America

per munificenza del congresso, com'erano in Polonia per munificenza

dell'imperatore Alessandro.

Fu questo conforto piccolo pei tempi, perchè le disgrazie sormontavano.

Continuossi a vivere disordinatamente, discordemente, servilmente,

famelicamente in Piemonte, finchè venne il destro a Buonaparte

d'incamminarlo a più certo destino.

Le sorti di Genova erano del pari infelici, parte pei medesimi motivi,

parte per diversi. Per la capitolazione d'Alessandria, abbandonava

Hohenzollern Genova, non senza aver prima, per comandamento di Melas,

esatto dai sessanta negozianti più ricchi un milione, come diceva, in

presto ad uso dei soldati. I Franzesi, condotti da Suchet, entrarono

nella desolata città il dì 24 giugno. Quante sventure e quanti dolori

abbiano in sè queste frequenti mutazioni di dominio, ciascuno può

giudicare. Trattaronla i Franzesi duramente, come se fosse sana ed

intera.

Il consolo, come in Cisalpina ed in Piemonte, creava una commissione

di governo con tutte le potestà, salvo la giudiziale e la legislativa;

creava una consulta colla potestà legislativa; creava finalmente presso

il governo ligure un ministro straordinario, chiamandovi il generale

Dejean. Nella presa del magistrato sorsero le solite adulazioni,

maggiori però da parte del ministro straordinario che del governo.

Più certo e più chiaro era il destino di Genova che quel di Piemonte;

perciocchè la Francia prometteva independenza. Ciò fu cagione che fosse

maggior forza nel governo ligure che nel piemontese, e che le parti

avverse meno si ardissero di contrastargli.

Erano quei della commissione di governo uomini pacifici e dabbene.

Pure, mossi dalle grida dei democrati, stanziarono una legge

d'indennità, della quale il minor male che si possa dire è, ch'era

contraria ai capitoli d'Alessandria. Si risarcissero dai briganti e

nemici della patria (così chiamavano i fautori dell'antico stato) i

danni ai danneggiati; se non avessero di che risarcire, risarcissero

per loro i comuni; radice pericolosa era questa di enormi arbitrii.

Con questi accidenti si viveva il governo povero, obbligato a sopperire

allo Stato ed ai soldati forestieri: Keit dominava i mari e serrava i

porti; Genova, sempre in servitù o periva di fame o periva per ferro;

contristava vieppiù la città, venuta a crudeli strette per la forza,

la malattia pestilenziale che, non che cessasse, montava al colmo.

Due mila perirono in un mese. Brevemente, le condizioni dei tre Stati

contermini era questa; in Piemonte fame, peste di carta pecuniaria,

incertezza di avvenire; in Cisalpina abbondanza di viveri, erario

sufficiente, maggiore speranza, se non di stato libero, almeno di stato

nuovo; in Genova fame, peste e povertà d'erario. Nel resto, in tutti

tre servitù; i governi, fattori di Francia.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 82 / 99 段