Era rotta la costanza di tutti: solo Massena non si piegava, perchè

aveva la mente fissa nel pensiero di aiutar la impresa del consolo e

di serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine,

venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare

quei sozzi e velenosi cibi che per due giorni, tanta era l'estremità

del vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che

da vinto. Si accordarono (volle Massena che l'accordo s'intitolasse

convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua

domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi ufficiali e soldati,

in numero di circa otto mila, liberi della fede e delle persone loro;

per la via di terra potessero tornare in Francia, e chi non potesse per

terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo o nel golfo di

Juan; i prigionieri tedeschi si restituissero, nissun potesse essere

riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in

libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova

a' dì 4 giugno si consegnasse alle forze austriache ed inglesi.

Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna,

le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto

l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit. I democrati più vivi se

ne andarono coi Franzesi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi

gl'inni, accesersi i fuochi dai partigiani per amore, più ancora dagli

avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il

pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza

freno, in quel primo fervor della fame, se ne morì. Pruovaronsi i

villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come

dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern,

posto a guardia della città da Otto, con militare imperio li frenava.

Creava il capitano tedesco una reggenza imperiale e reale; frenava la

reggenza le vendette prossime a prorompere, comandamento lodevole;

veniva sul toccar le borse, comandamento inevitabile, ma duro nella

misera Genova.

Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava. Aveva il

consolo con meravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di

riserva a Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia.

Ma avendo Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli

fu fatto abilità di condursi su quei campi in cui tuttavia vivevano

i segni e le memorie delle sue fresche vittorie; cosa che gli era

cagione di somma incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era

sicuro di trovarvi forti aderenze. Adunque, mentre Melas se ne stava

martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si

avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia.

Varii, molti e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua

impresa: i soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse,

generali esperti e valorosi, artiglierie formidabili, cavalleria

sufficiente. Aveva apprestato, per pascere i soldati sull'erme

solitudini delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e

giù, secondo i casi, le artiglierie per quei sentieri rotti, stretti

ed ingombri di nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini

sdrucciolevoli che si usano in quei paesi per iscendere dai nevosi

gioghi. Nè questo fu il solo trovato di Buonaparte e di Marmont,

che soprantendeva alle artiglierie, per facilitar loro il passo per

luoghi fino allora alle medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa

di truogoli, tronchi d'alberi grossissimi, a fine di potervele posar

dentro, come in un letto proprio, e per tal modo trasportarle a dorso

di muli a traverso le montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per

le necessità de' suoi fin oltre l'Alpi; poi, si confidava nell'Italia.

Per muovere le opinioni degl'Italiani, aveva chiamato a sè la legione

italiana capitanata da un Lecchi, la quale, fuggendo il furore nemico

per le rotte di Scherer, si era riparata in Francia, bella e buona

gente. Per conoscere poi i luoghi, conduceva con sè gl'Italiani che più

ne erano pratici; e siccome l'intento suo era di varcare il gran San

Bernardo, così si consigliava specialmente con un Pavetti di Romano nel

Canavese, giovane di natura molto generosa, e che in queste bisogna con

molto affetto camminava.

Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar

l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito

il gran San Bernardo, col fine di calarsi per la valle di Aosta

nelle pianure piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte

consuonassero, e, giunte al piano, potessero e muovere i popoli a

romore contro il nemico e congiungersi con lui a qualche importante

fatto, aveva ordinato che il generale Thureau, pei passi dei monti

Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre in quattro mila soldati si

calasse a Susa; al tempo medesimo comandava al generale Moncey che

pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con una eletta schiera di

circa dodici mila soldati. Imponeva infine al generale Bethancourt che

facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi per Domodossola

sulle sponde del lago Maggiore. Siccome poi non ignorava quali e

quante difficoltà ostassero al passo di un grosso esercito pel gran

San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa cinque mila soldati che

passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a raccostarsi col grosso

nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti insieme unite sommavano

circa a sessanta mila combattenti. Così il consolo, tutta la regione

dell'Alpi abbracciando che si distendeva dal San Gottardo al monte

Ginevra, minacciava invasione al sottoposto piano del Piemonte e della

Lombardia.

Lusingati, per la città loro passando, con discorsi di umanità, di pace

e di civiltà quei Ginevrini tanto ingentiliti, se ne giva il consolo

alla stupenda guerra. Erano le genti già adunate tutte a Martigny di

Vallese sul Rodano, terra posta alle falde estreme del San Bernardo.

Guardavano con maraviglia e con desiderio quelle alte cime. Parlava

loro Berthier, quartiermastro, ed il suo parlare di gloria e di

Buonaparte infinitamente infiammava quegli animi già da per sè stessi

tanto incitati e valorosi. Partivano il dì 17 maggio da Martigny per

andarne a conquistar l'Italia. Maraviglioso l'ardore loro, maravigliosa

l'allegria, maraviglioso ancora il moto ed il fervore delle opere.

Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotati, carrelli

sdrucciolevoli, carrette, lettiche, cavalli, muli, bardature, arcioni,

basti da bagaglie, basti da artiglierie, impedimenti di ogni sorte,

e fra tutto questo soldati affaticantisi ed ufficiali affaticantisi

al par dei soldati. S'aggiungevano le risa e le canzoni: i motti, gli

scherzi, le piacevolezze alla franzese. Non a guerra terribile, ma a

festa, non a casi dubbii, ma a vittoria certa pareva che andassero.

Il romore si propagava da ogni banda: quei luoghi ermi, solitarii, e

da tanti secoli muti, risuonavano insolitamente e ad un tratto per

voci liete e guerriere. L'esercito strano e stranamente provvisto,

al malagevole viaggio saliva per l'erta alla volta di San Pietro fin

dove giunge la strada carreggiabile. Pure spesso erte ripidissime,

fosse sassose, capi di valli sdrucciolanti si appresentavano; i carri,

i carretti, le carrette pericolavano. Accorrevano presti i soldati a

braccia, sostenevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano

e più mettevano fuori motti, facezie e concetti, parte arguti, parte

graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I

tardi Vallesani, che erano accorsi in folla dalle case, o piuttosto

dai tugurii e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì

allegra, non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altro mondo.

Invitati e pagati per aiuto, il facevano volentieri. Ma più bisogna

faceva un Franzese che tre Vallesani. Così arrivarono i repubblicani

a San Pietro, Lannes con la sua schiera il primo, siccome quello

che per l'incredibile ardimento il consolo sempre mandava, lui non

solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e

più pericolose. Quivi si era arrivato ad un luogo in cui pareva che

la natura molto più potesse che l'arte od il coraggio; perciocchè da

San Pietro alla cima del gran San Bernardo, dov'è fondato l'eremo dei

religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi d'eternale inverno,

non si apre più strada alcuna battuta. Solo si vedono sentieri stretti

e pieghevoli su per monti scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia

del volere e la potenza dell'umano ingegno. Quanto si rotolava, fu

posto ad essere tirato, quanto si tirava ad essere portato. Posersi

le artiglierie grosse nei truogoli, i truogoli negli sdruccioli, e

dei soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva: le minute sui

robusti e pratici muli si caricarono. Così se Gian Giacopo Triulzi

montò e calò con grosse funi di roccia in roccia per le barricate nella

stagione più rigida dell'anno le artiglierie di Francesco I, tirò

Buonaparte quelle della repubblica sui carri sdrucciolevoli e sulle

bestie raunate a questo intento. Seguitavano le salmerie al medesimo

modo tirate e portate. Era una tratta immensa: in quelle volte di

ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti: chi era

pervenuto all'alto vedeva i compagni in fondo, e con le rallegratrici

voci gl'incoraggiava. Questi rispondevano, ed al difficile cammino

s'incitavano. Tutte le valli all'intorno risuonavano.

Fra le nevi, fra le nebbie, fra le nubi apparivano le armi

risplendenti, apparivano gli abiti coloriti dei soldati; quel miscuglio

di natura morta e di natura viva era spettacolo mirabile. Godeva

il consolo, che vedeva andar le cose a seconda de' suoi pensieri,

e soldatescamente parlando a questo ed a quello, che in ciò aveva

un'arte eccellente, gl'induceva a star forti ed a trovar facile quello

che era giudicato impossibile. Già s'avvicinavano al sommo giogo, ed

incominciavano a scorgere l'adito che, in mezzo a due monti altissimi

aprendosi, dà il varco verso la più sublime cima. Salutarono, qual fine

delle fatiche loro, con gioiose voci i soldati, e con isforzi maggiori

intendevano al salire. Voleva il consolo che riposassero alquanto: _Di

cotesto non vi caglia_, rispondevano, _badate a salir voi, e lasciate

fare a noi_. Stanchi facevano dar nei tamburi, ed al militare suono si

rinfrancavano e si rianimavano. Infine guadagnarono la cima, dove non

così tosto furono giunti, che l'uno con l'altro si rallegrarono, come

di compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense appresso

all'eremo rusticamente imbandite per opera dei religiosi, provvidenza

del consolo, che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino,

pane, cacio; riposaronsi fra cannoni e bagaglie sparse, fra ghiacci

e nevi agglomerate. I religiosi s'aggiravano fra i soldati con volti

dipinti di sedata allegrezza: bontà con forza su quel supremo monte

s'accoppiava. Parlò Buonaparte ai religiosi della pietà loro, di voler

dare il seggio al papa, quiete e sostanze ai preti, autorità alla

religione: parlò di sè e dei re modestamente, della pace bramosamente.

I romiti buoni, che non avevano nè cognizione, nè uso, nè modo, nè

necessità dell'infingere, gli credevano ogni cosa. Quanto a lui, se

tratto da quella aria, da quelle quiete, da quella solitudine, da

quella scena insolita, si lasciasse piegare a voler fare per affezione

quello che faceva per disegno, niuno il sa, nè si ardirebbe giudicare;

perchè da un lato efficacissima era certamente l'influenza di quella

pietà e di quei monti, dall'altro tenacissima incredibilmente e

sprezzatrice delle umane cose la natura di lui. Fermossi a riposare nel

benigno ospizio un'ora.

Quando parve tempo, comandava si partisse. Voltavano i passi là dove

l'italico cielo cominciava a comparire. Fu difficile e pericolosa la

salita, ma ancor più difficile e pericolosa la discesa; conciossiachè

le nevi tocche da aria più benigna incominciavano ad intenerirsi e

davano malfermo sostegno. Oltre a ciò, la china vi era più ripida che

dalla parte settentrionale. Quindi accadeva che era lento lo scendere,

e che spesso uomini e cavalli con loro, sfuggendo loro di sotto le

nevi, nelle profonde valli erano precipitati, prima sepolti che morti.

Incredibili furono le fatiche ed i pericoli: poco s'avvantaggiavano.

Impazienti del tardo procedere, ufficiali, soldati, il consolo stesso,

scegliendo i gioghi dove la neve era più soda, precipitosamente si

calavano, sdrucciolando fino ad Etrubles. Era un pericolo, eppure era

una festa; tanto diletto prendevano, e tante risa facevano di quel

volare, di quell'essere involti chi in neve grossa e chi in polverio

di neve. Quelli che erano rimasti al governo delle salmerie arrivarono

più tardi per gl'incontrati ostacoli. Riuniti ad Etrubles, gli uni con

gli altri si rallegravano dell'esser riusciti a salvamento, e guardando

verso le gelate e scoscese cime che testè passato avevano, non potevano

restar capaci del come un esercito intero con tutti gl'impedimenti

avesse potuto farsi strada per luoghi orribilmente disordinati da

sconvolgimenti antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori

d'inverno. Ammiravano la costanza e la mente del consolo, delle

future imprese felicemente auguravano. Pareva loro che a chi aveva

superato il San Bernardo, ogni cosa avesse a riuscire facile e piana.

Intanto le aure soavi d'Italia incominciavano a soffiare: le nevi si

squagliavano, i torrenti s'ingrossavano, le morte rupi si ravvivavano

e si rinverdivano. I veterani conquistatori riconoscevano quel dolce

spirare; gridavano: Italia; con discorsi espressivi ai nuovi la

descrivevano; nei veterani si riaccendeva, nei nuovi si accendeva un

mirabile desiderio di rivederla e di vederla; l'esperienza ricordava

il vero, la immaginazione il rappresentava e l'ingrandiva, le volontà

diventarono efficacissime: già pareva a quegli animi forti ed invaghiti

che l'Italia fosse conquistata; solo pensavano alle vittorie, non alle

battaglie.

La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quegli alpestri

luoghi erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si

doveva dar tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi

arrivasse. Importava altresì che il romore già sparso della ritornata

dei Franzesi non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente

per la sponda della Dora, e con assalti di poca importanza dati

all'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito

del paese, s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra

di Chatillon. Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard,

posto sopra un sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in

quella stretta gola che quivi forma, restringendosi, la valle. Il fatto

pruovò che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una gran fortuna.

Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non voler dare

la fortezza. S'avvicinarono i Franzesi; entrarono facilmente nella

terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto; ricevuti

con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie volte la

batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi e di una

infinita pazienza si travagliavano, nel vedere che una piccola presa

di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento soldati, ed

un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.

Già sorgevano i primi segni della penuria. Pensavano al rimedio, e

nol trovavano. Batterono la rocca dalle case della terra, batterono

con un cannone tirato sul campanile; ma essendo il luogo ben difeso

e di macigno, non facevano frutto. Avvisarono se potessero passare

continuando il forte in possessione dell'inimico. Fabbricarono con

opera molto maravigliosa una nuova strada; varcarono gli uomini

sicuramente, con nuovo strattagemma, varcarono le artiglierie.

S'accorgeva il castellano dell'arte usata dagli avversarii, e folgorava

con grandissimo favore fra il buio della notte, ma la oscurità da

una parte, la celerità dall'altra furono cagione che i repubblicani

patirono poco danno in questa straordinaria passata; con tutte le armi

allestite e pronte si apprestavano ad inondare il piemontese dominio.

Poco stante Chabran, divallatosi dal piccolo San Bernardo, costringeva

alla dedizione il comandante di Bard, salvo l'avere e le persone, e con

fede di non militare fino agli scambi.

Mentre a questo modo il grosso dei soldati di Francia sboccava per

Ivrea, non erano state oziose le genti più lontane, anzi, concorrendo

dal canto loro all'adempimento del principale disegno, erano pervenute

ai luoghi ordinati dal consolo. Era Bethancourt sceso dal Sempione e

fattosi padrone di Domodossola. Moncey, venuto a Bellinzona, accennava

a Lugano ed alle sponde del Ticino e dell'Adda. Thureau poi, più

prossimamente romoreggiando alla capitale del Piemonte, era comparso

a Susa, e, camminando più avanti, s'era mostrato ad Avigliana, avendo

fatto una buona presa di nemici che si erano provati a serrargli il

passo dall'erto ed eminente sito sul quale stava, prima della guerra,

fondata la fortezza inespugnabile della Brunetta. Tale tempesta da

tutte parti sovrastava per l'invitto pensiero del consolo a quel

tratto di paese che si comprende fra la Dora Riparia e l'Adda. Ma il

principale sforzo sorgeva da Ivrea. Ordito pertanto il suo disegno, lo

mandava ad esecuzione.

Temendo gli Austriaci di Torino, avevano accostato un antiguardo al

ponte della Chiusella, a dirittura del quale avevano piantato quattro

bocche da fuoco, per non lasciar guadagnare questo passo al nemico.

Essendo questo ponte molto stretto e lungo, dura impresa era il

superarlo. Avvicinatosi Lannes, ordinava ai più valorosi il passassero

velocemente. Fecerne pruova; ma i cannoni tedeschi fulminarono sì

furiosamente a scaglia, e dai fianchi i feritori leggieri tempestarono

con sì fatta grandine, che i Franzesi tornarono indietro laceri e

sanguinosi. Nuovamente cimentatisi, nuovamente perdevano. Rinnovò due

altre volte la pruova Lannes, e due altre volte ne uscì con la peggio.

Ostinavasi, ma non aveva rimedio. Pavetti allora, che ottimamente

conosceva i luoghi, perchè la battaglia si commetteva quasi sotto alle

mura di Romano, sua patria, fece accorto il generale di Francia che a

sinistra del ponte era un passo facilmente guadoso. Guadò con felice

ardimento il fiume: si mostrava improvviso sulla destra del nemico, che

costretto a dar indietro, lasciò libero il ponte. Nè miglior esito ebbe

uno sforzo fatto da Keim con la cavalleria, nel piano che si frappone

tra Romano e i colli di Montalenghe; onde fu aperta la strada a Lannes

sino a Chivasso, dove trovò conserve considerabili di vettovaglie,

opportuno ristoro alle sue stanche genti.

Avendo conseguito Lannes l'intento di far correre Melas a Torino,

volgeva improvvisamente le insegne a mano manca, e camminava con

passo accelerato a seconda della sinistra del Po alla volta di Pavia.

Tutto lo sforzo dei Franzesi accennava a Milano. Marciavano Murat,

Boudet e Victor contro Vercelli; marciava sull'istessa fronte più

basso Lannes e superiormente spazzava il paese la legione italiana di

Lecchi, che da Chatillon di Aosta per la via di Grassoney camminando,

era venuta a Varallo, poi ad Orta, donde aveva cacciato il principe

di Loano, che vi stava a presidio con una mano di Tedeschi. Tutta

questa fronte di un esercito bellicoso, spingendosi avanti, guadagnava

Vercelli, dove passava la Sesia; poi contrastava invano Laudon che

era accorso, entrava in Novara e si apprestava a varcar il Ticino.

L'ala sinistra intanto ingrossava per essersi Lecchi congiunto a

Sesto Calende con Bethancourt disceso da Domodossola. Laudon, postosi

a Turbigo, intendeva ad impedire il passo del fiume; ma Murat, che

guidava l'antiguardo, dato di mano a certe barche lasciate a Galiate,

guadagnava la sinistra sponda, e cacciava da Turbigo, non senza però

qualche difficoltà, il generale tedesco. Al tempo medesimo la sinistra

ala si rinforzava vieppiù per la giunta delle genti di Moncey, che

venute sui laghi di Lugano e di Como, avevano incontrato Lecchi a

Varese.

Per queste mosse ottimamente eseguite come erano state ottimamente

ordinate, già era la capitale della Lombardia posta in potestà dei

Franzesi. Entrava in Milano il dì 2 di giugno con le più elette schiere

Buonaparte vincitore. Non siam per raccontare le allegrezze che vi si

fecero, perchè nelle rivoluzioni il governo ultimo è sempre stimato il

peggiore, il nuovo il migliore.

Riordinava Buonaparte la Cisalpina repubblica. Volle che i riti della

religione cattolica pubblicamente si celebrassero e la religione si

rispettasse, e chi il contrario facesse severamente, anche con la

pena di morte se il caso lo richiedesse, fosse punito; che fossero

salve le proprietà di tutti; che i fuorusciti rientrassero, che i

sequestri si levassero, che le cedole si abolissero e valor di moneta

più non avessero. Lasciati in Milano questi fondamenti della sua

potenza, applicava di nuovo i pensieri alla guerra, che quantunque bene

principiata fosse, non era ancora terminata. Melas sulla destra del Po

si conservava tuttavia intiero, nè sapeva il consolo ancora che Massena

fosse stato costretto a cedere in Genova alla fortuna dei confederati.

Per questo motivo, credendosi più sicuro di quanto egli era veramente,

aveva fatto correre da' suoi il Lodigiano, il Cremonese, il Bergamasco,

il Cremasco; poi suo intento era di passare subitamente il Po; ed in

questo modo mozzare a Melas ogni strada al ritirarsi. Lannes frattanto,

per una subita correria, aveva preso Pavia: trovovvi munizioni

abbondanti da bocca, e quantità considerabile d'armi.

Melas, che, per la perdita di Milano, aveva conosciuto quanto la sua

condizione fosse pericolosa ed il nemico forte, avvisandosi che il suo

scampo non poteva più venire se non da una battaglia risoluta e da una

vittoria piena, voleva tirar la guerra nei contorni di Alessandria,

per cagione dell'appoggio che quivi aveva della cittadella e del forte

di Tortona. Venuto adunque in Alessandria, chiamava a sè Esnitz,

mandava Otto a Piacenza, affinchè s'ingegnasse d'impedire il passo

del fiume ai Franzesi. Ma Murat fu più presto di Otto; passava e

s'impadroniva di Piacenza. Al medesimo punto Lannes varcava a Stradella

e si poneva a campo a San Cipriano. Otto ritirava i suoi a Casteggio

ed a Montebello. Combattessi in questi due luoghi il dì 9 giugno una

battaglia asprissima, segno ed augurio di un'altra assai più aspra, più

famosa e più piena di futuri accidenti. Urtarono i Franzesi condotti da

Watrin con grandissimo impeto i Tedeschi, fu loro risposto con uguale

costanza; vario fu per molte ore l'evento. Finalmente gl'imperiali

restarono superiori per opera massimamente della cavalleria. Watrin

si ritirava rotto e sanguinoso, e sarebbe stata perduta la battaglia

pei Franzesi, se non fossero sopraggiunti battendo i generali

Chambarlhac e Rivaud, quindi lo stesso Lannes con una grossa squadra

di buoni soldati, ch'entrando impetuosamente, come sempre soleva,

nella battaglia, sforzava il nemico a piegare, e cacciandolo del

tutto da Casteggio, l'obbligava a ritirarsi a Montebello. Quivi

Otto più fiero di prima rinnovava la battaglia, e faceva di nuovo le

sorti dubbie; che anzi le sue già principiavano a prevalere, quando

Buonaparte, che era sopraggiunto, ordinava a Victor caricasse con sei

battaglioni la mezzana schiera del nemico. In questo punto divenne

furiosissimo l'incontro. Durò un pezzo il combattimento di fuoco e di

ferro. All'ultimo arrivarono sugli estremi del campo i generali Geney

e Rivaud, e fecero inclinare la fortuna in favore di Francia, perchè

per le mosse loro si trovava Otto quasi circondato da ogni banda. Si

ritirava in Voghera. Questa fu la battaglia di Casteggio che durò dalle

sei della mattina fino alle otto della sera.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 81 / 99 段