aveva la mente fissa nel pensiero di aiutar la impresa del consolo e
di serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine,
venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare
quei sozzi e velenosi cibi che per due giorni, tanta era l'estremità
del vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che
da vinto. Si accordarono (volle Massena che l'accordo s'intitolasse
convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua
domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi ufficiali e soldati,
in numero di circa otto mila, liberi della fede e delle persone loro;
per la via di terra potessero tornare in Francia, e chi non potesse per
terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo o nel golfo di
Juan; i prigionieri tedeschi si restituissero, nissun potesse essere
riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in
libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova
a' dì 4 giugno si consegnasse alle forze austriache ed inglesi.
Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna,
le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto
l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit. I democrati più vivi se
ne andarono coi Franzesi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi
gl'inni, accesersi i fuochi dai partigiani per amore, più ancora dagli
avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il
pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza
freno, in quel primo fervor della fame, se ne morì. Pruovaronsi i
villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come
dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern,
posto a guardia della città da Otto, con militare imperio li frenava.
Creava il capitano tedesco una reggenza imperiale e reale; frenava la
reggenza le vendette prossime a prorompere, comandamento lodevole;
veniva sul toccar le borse, comandamento inevitabile, ma duro nella
misera Genova.
Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava. Aveva il
consolo con meravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di
riserva a Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia.
Ma avendo Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli
fu fatto abilità di condursi su quei campi in cui tuttavia vivevano
i segni e le memorie delle sue fresche vittorie; cosa che gli era
cagione di somma incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era
sicuro di trovarvi forti aderenze. Adunque, mentre Melas se ne stava
martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si
avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia.
Varii, molti e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua
impresa: i soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse,
generali esperti e valorosi, artiglierie formidabili, cavalleria
sufficiente. Aveva apprestato, per pascere i soldati sull'erme
solitudini delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e
giù, secondo i casi, le artiglierie per quei sentieri rotti, stretti
ed ingombri di nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini
sdrucciolevoli che si usano in quei paesi per iscendere dai nevosi
gioghi. Nè questo fu il solo trovato di Buonaparte e di Marmont,
che soprantendeva alle artiglierie, per facilitar loro il passo per
luoghi fino allora alle medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa
di truogoli, tronchi d'alberi grossissimi, a fine di potervele posar
dentro, come in un letto proprio, e per tal modo trasportarle a dorso
di muli a traverso le montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per
le necessità de' suoi fin oltre l'Alpi; poi, si confidava nell'Italia.
Per muovere le opinioni degl'Italiani, aveva chiamato a sè la legione
italiana capitanata da un Lecchi, la quale, fuggendo il furore nemico
per le rotte di Scherer, si era riparata in Francia, bella e buona
gente. Per conoscere poi i luoghi, conduceva con sè gl'Italiani che più
ne erano pratici; e siccome l'intento suo era di varcare il gran San
Bernardo, così si consigliava specialmente con un Pavetti di Romano nel
Canavese, giovane di natura molto generosa, e che in queste bisogna con
molto affetto camminava.
Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar
l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito
il gran San Bernardo, col fine di calarsi per la valle di Aosta
nelle pianure piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte
consuonassero, e, giunte al piano, potessero e muovere i popoli a
romore contro il nemico e congiungersi con lui a qualche importante
fatto, aveva ordinato che il generale Thureau, pei passi dei monti
Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre in quattro mila soldati si
calasse a Susa; al tempo medesimo comandava al generale Moncey che
pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con una eletta schiera di
circa dodici mila soldati. Imponeva infine al generale Bethancourt che
facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi per Domodossola
sulle sponde del lago Maggiore. Siccome poi non ignorava quali e
quante difficoltà ostassero al passo di un grosso esercito pel gran
San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa cinque mila soldati che
passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a raccostarsi col grosso
nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti insieme unite sommavano
circa a sessanta mila combattenti. Così il consolo, tutta la regione
dell'Alpi abbracciando che si distendeva dal San Gottardo al monte
Ginevra, minacciava invasione al sottoposto piano del Piemonte e della
Lombardia.
Lusingati, per la città loro passando, con discorsi di umanità, di pace
e di civiltà quei Ginevrini tanto ingentiliti, se ne giva il consolo
alla stupenda guerra. Erano le genti già adunate tutte a Martigny di
Vallese sul Rodano, terra posta alle falde estreme del San Bernardo.
Guardavano con maraviglia e con desiderio quelle alte cime. Parlava
loro Berthier, quartiermastro, ed il suo parlare di gloria e di
Buonaparte infinitamente infiammava quegli animi già da per sè stessi
tanto incitati e valorosi. Partivano il dì 17 maggio da Martigny per
andarne a conquistar l'Italia. Maraviglioso l'ardore loro, maravigliosa
l'allegria, maraviglioso ancora il moto ed il fervore delle opere.
Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotati, carrelli
sdrucciolevoli, carrette, lettiche, cavalli, muli, bardature, arcioni,
basti da bagaglie, basti da artiglierie, impedimenti di ogni sorte,
e fra tutto questo soldati affaticantisi ed ufficiali affaticantisi
al par dei soldati. S'aggiungevano le risa e le canzoni: i motti, gli
scherzi, le piacevolezze alla franzese. Non a guerra terribile, ma a
festa, non a casi dubbii, ma a vittoria certa pareva che andassero.
Il romore si propagava da ogni banda: quei luoghi ermi, solitarii, e
da tanti secoli muti, risuonavano insolitamente e ad un tratto per
voci liete e guerriere. L'esercito strano e stranamente provvisto,
al malagevole viaggio saliva per l'erta alla volta di San Pietro fin
dove giunge la strada carreggiabile. Pure spesso erte ripidissime,
fosse sassose, capi di valli sdrucciolanti si appresentavano; i carri,
i carretti, le carrette pericolavano. Accorrevano presti i soldati a
braccia, sostenevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano
e più mettevano fuori motti, facezie e concetti, parte arguti, parte
graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I
tardi Vallesani, che erano accorsi in folla dalle case, o piuttosto
dai tugurii e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì
allegra, non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altro mondo.
Invitati e pagati per aiuto, il facevano volentieri. Ma più bisogna
faceva un Franzese che tre Vallesani. Così arrivarono i repubblicani
a San Pietro, Lannes con la sua schiera il primo, siccome quello
che per l'incredibile ardimento il consolo sempre mandava, lui non
solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e
più pericolose. Quivi si era arrivato ad un luogo in cui pareva che
la natura molto più potesse che l'arte od il coraggio; perciocchè da
San Pietro alla cima del gran San Bernardo, dov'è fondato l'eremo dei
religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi d'eternale inverno,
non si apre più strada alcuna battuta. Solo si vedono sentieri stretti
e pieghevoli su per monti scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia
del volere e la potenza dell'umano ingegno. Quanto si rotolava, fu
posto ad essere tirato, quanto si tirava ad essere portato. Posersi
le artiglierie grosse nei truogoli, i truogoli negli sdruccioli, e
dei soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva: le minute sui
robusti e pratici muli si caricarono. Così se Gian Giacopo Triulzi
montò e calò con grosse funi di roccia in roccia per le barricate nella
stagione più rigida dell'anno le artiglierie di Francesco I, tirò
Buonaparte quelle della repubblica sui carri sdrucciolevoli e sulle
bestie raunate a questo intento. Seguitavano le salmerie al medesimo
modo tirate e portate. Era una tratta immensa: in quelle volte di
ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti: chi era
pervenuto all'alto vedeva i compagni in fondo, e con le rallegratrici
voci gl'incoraggiava. Questi rispondevano, ed al difficile cammino
s'incitavano. Tutte le valli all'intorno risuonavano.
Fra le nevi, fra le nebbie, fra le nubi apparivano le armi
risplendenti, apparivano gli abiti coloriti dei soldati; quel miscuglio
di natura morta e di natura viva era spettacolo mirabile. Godeva
il consolo, che vedeva andar le cose a seconda de' suoi pensieri,
e soldatescamente parlando a questo ed a quello, che in ciò aveva
un'arte eccellente, gl'induceva a star forti ed a trovar facile quello
che era giudicato impossibile. Già s'avvicinavano al sommo giogo, ed
incominciavano a scorgere l'adito che, in mezzo a due monti altissimi
aprendosi, dà il varco verso la più sublime cima. Salutarono, qual fine
delle fatiche loro, con gioiose voci i soldati, e con isforzi maggiori
intendevano al salire. Voleva il consolo che riposassero alquanto: _Di
cotesto non vi caglia_, rispondevano, _badate a salir voi, e lasciate
fare a noi_. Stanchi facevano dar nei tamburi, ed al militare suono si
rinfrancavano e si rianimavano. Infine guadagnarono la cima, dove non
così tosto furono giunti, che l'uno con l'altro si rallegrarono, come
di compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense appresso
all'eremo rusticamente imbandite per opera dei religiosi, provvidenza
del consolo, che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino,
pane, cacio; riposaronsi fra cannoni e bagaglie sparse, fra ghiacci
e nevi agglomerate. I religiosi s'aggiravano fra i soldati con volti
dipinti di sedata allegrezza: bontà con forza su quel supremo monte
s'accoppiava. Parlò Buonaparte ai religiosi della pietà loro, di voler
dare il seggio al papa, quiete e sostanze ai preti, autorità alla
religione: parlò di sè e dei re modestamente, della pace bramosamente.
I romiti buoni, che non avevano nè cognizione, nè uso, nè modo, nè
necessità dell'infingere, gli credevano ogni cosa. Quanto a lui, se
tratto da quella aria, da quelle quiete, da quella solitudine, da
quella scena insolita, si lasciasse piegare a voler fare per affezione
quello che faceva per disegno, niuno il sa, nè si ardirebbe giudicare;
perchè da un lato efficacissima era certamente l'influenza di quella
pietà e di quei monti, dall'altro tenacissima incredibilmente e
sprezzatrice delle umane cose la natura di lui. Fermossi a riposare nel
benigno ospizio un'ora.
Quando parve tempo, comandava si partisse. Voltavano i passi là dove
l'italico cielo cominciava a comparire. Fu difficile e pericolosa la
salita, ma ancor più difficile e pericolosa la discesa; conciossiachè
le nevi tocche da aria più benigna incominciavano ad intenerirsi e
davano malfermo sostegno. Oltre a ciò, la china vi era più ripida che
dalla parte settentrionale. Quindi accadeva che era lento lo scendere,
e che spesso uomini e cavalli con loro, sfuggendo loro di sotto le
nevi, nelle profonde valli erano precipitati, prima sepolti che morti.
Incredibili furono le fatiche ed i pericoli: poco s'avvantaggiavano.
Impazienti del tardo procedere, ufficiali, soldati, il consolo stesso,
scegliendo i gioghi dove la neve era più soda, precipitosamente si
calavano, sdrucciolando fino ad Etrubles. Era un pericolo, eppure era
una festa; tanto diletto prendevano, e tante risa facevano di quel
volare, di quell'essere involti chi in neve grossa e chi in polverio
di neve. Quelli che erano rimasti al governo delle salmerie arrivarono
più tardi per gl'incontrati ostacoli. Riuniti ad Etrubles, gli uni con
gli altri si rallegravano dell'esser riusciti a salvamento, e guardando
verso le gelate e scoscese cime che testè passato avevano, non potevano
restar capaci del come un esercito intero con tutti gl'impedimenti
avesse potuto farsi strada per luoghi orribilmente disordinati da
sconvolgimenti antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori
d'inverno. Ammiravano la costanza e la mente del consolo, delle
future imprese felicemente auguravano. Pareva loro che a chi aveva
superato il San Bernardo, ogni cosa avesse a riuscire facile e piana.
Intanto le aure soavi d'Italia incominciavano a soffiare: le nevi si
squagliavano, i torrenti s'ingrossavano, le morte rupi si ravvivavano
e si rinverdivano. I veterani conquistatori riconoscevano quel dolce
spirare; gridavano: Italia; con discorsi espressivi ai nuovi la
descrivevano; nei veterani si riaccendeva, nei nuovi si accendeva un
mirabile desiderio di rivederla e di vederla; l'esperienza ricordava
il vero, la immaginazione il rappresentava e l'ingrandiva, le volontà
diventarono efficacissime: già pareva a quegli animi forti ed invaghiti
che l'Italia fosse conquistata; solo pensavano alle vittorie, non alle
battaglie.
La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quegli alpestri
luoghi erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si
doveva dar tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi
arrivasse. Importava altresì che il romore già sparso della ritornata
dei Franzesi non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente
per la sponda della Dora, e con assalti di poca importanza dati
all'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito
del paese, s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra
di Chatillon. Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard,
posto sopra un sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in
quella stretta gola che quivi forma, restringendosi, la valle. Il fatto
pruovò che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una gran fortuna.
Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non voler dare
la fortezza. S'avvicinarono i Franzesi; entrarono facilmente nella
terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto; ricevuti
con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie volte la
batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi e di una
infinita pazienza si travagliavano, nel vedere che una piccola presa
di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento soldati, ed
un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.
Già sorgevano i primi segni della penuria. Pensavano al rimedio, e
nol trovavano. Batterono la rocca dalle case della terra, batterono
con un cannone tirato sul campanile; ma essendo il luogo ben difeso
e di macigno, non facevano frutto. Avvisarono se potessero passare
continuando il forte in possessione dell'inimico. Fabbricarono con
opera molto maravigliosa una nuova strada; varcarono gli uomini
sicuramente, con nuovo strattagemma, varcarono le artiglierie.
S'accorgeva il castellano dell'arte usata dagli avversarii, e folgorava
con grandissimo favore fra il buio della notte, ma la oscurità da
una parte, la celerità dall'altra furono cagione che i repubblicani
patirono poco danno in questa straordinaria passata; con tutte le armi
allestite e pronte si apprestavano ad inondare il piemontese dominio.
Poco stante Chabran, divallatosi dal piccolo San Bernardo, costringeva
alla dedizione il comandante di Bard, salvo l'avere e le persone, e con
fede di non militare fino agli scambi.
Mentre a questo modo il grosso dei soldati di Francia sboccava per
Ivrea, non erano state oziose le genti più lontane, anzi, concorrendo
dal canto loro all'adempimento del principale disegno, erano pervenute
ai luoghi ordinati dal consolo. Era Bethancourt sceso dal Sempione e
fattosi padrone di Domodossola. Moncey, venuto a Bellinzona, accennava
a Lugano ed alle sponde del Ticino e dell'Adda. Thureau poi, più
prossimamente romoreggiando alla capitale del Piemonte, era comparso
a Susa, e, camminando più avanti, s'era mostrato ad Avigliana, avendo
fatto una buona presa di nemici che si erano provati a serrargli il
passo dall'erto ed eminente sito sul quale stava, prima della guerra,
fondata la fortezza inespugnabile della Brunetta. Tale tempesta da
tutte parti sovrastava per l'invitto pensiero del consolo a quel
tratto di paese che si comprende fra la Dora Riparia e l'Adda. Ma il
principale sforzo sorgeva da Ivrea. Ordito pertanto il suo disegno, lo
mandava ad esecuzione.
Temendo gli Austriaci di Torino, avevano accostato un antiguardo al
ponte della Chiusella, a dirittura del quale avevano piantato quattro
bocche da fuoco, per non lasciar guadagnare questo passo al nemico.
Essendo questo ponte molto stretto e lungo, dura impresa era il
superarlo. Avvicinatosi Lannes, ordinava ai più valorosi il passassero
velocemente. Fecerne pruova; ma i cannoni tedeschi fulminarono sì
furiosamente a scaglia, e dai fianchi i feritori leggieri tempestarono
con sì fatta grandine, che i Franzesi tornarono indietro laceri e
sanguinosi. Nuovamente cimentatisi, nuovamente perdevano. Rinnovò due
altre volte la pruova Lannes, e due altre volte ne uscì con la peggio.
Ostinavasi, ma non aveva rimedio. Pavetti allora, che ottimamente
conosceva i luoghi, perchè la battaglia si commetteva quasi sotto alle
mura di Romano, sua patria, fece accorto il generale di Francia che a
sinistra del ponte era un passo facilmente guadoso. Guadò con felice
ardimento il fiume: si mostrava improvviso sulla destra del nemico, che
costretto a dar indietro, lasciò libero il ponte. Nè miglior esito ebbe
uno sforzo fatto da Keim con la cavalleria, nel piano che si frappone
tra Romano e i colli di Montalenghe; onde fu aperta la strada a Lannes
sino a Chivasso, dove trovò conserve considerabili di vettovaglie,
opportuno ristoro alle sue stanche genti.
Avendo conseguito Lannes l'intento di far correre Melas a Torino,
volgeva improvvisamente le insegne a mano manca, e camminava con
passo accelerato a seconda della sinistra del Po alla volta di Pavia.
Tutto lo sforzo dei Franzesi accennava a Milano. Marciavano Murat,
Boudet e Victor contro Vercelli; marciava sull'istessa fronte più
basso Lannes e superiormente spazzava il paese la legione italiana di
Lecchi, che da Chatillon di Aosta per la via di Grassoney camminando,
era venuta a Varallo, poi ad Orta, donde aveva cacciato il principe
di Loano, che vi stava a presidio con una mano di Tedeschi. Tutta
questa fronte di un esercito bellicoso, spingendosi avanti, guadagnava
Vercelli, dove passava la Sesia; poi contrastava invano Laudon che
era accorso, entrava in Novara e si apprestava a varcar il Ticino.
L'ala sinistra intanto ingrossava per essersi Lecchi congiunto a
Sesto Calende con Bethancourt disceso da Domodossola. Laudon, postosi
a Turbigo, intendeva ad impedire il passo del fiume; ma Murat, che
guidava l'antiguardo, dato di mano a certe barche lasciate a Galiate,
guadagnava la sinistra sponda, e cacciava da Turbigo, non senza però
qualche difficoltà, il generale tedesco. Al tempo medesimo la sinistra
ala si rinforzava vieppiù per la giunta delle genti di Moncey, che
venute sui laghi di Lugano e di Como, avevano incontrato Lecchi a
Varese.
Per queste mosse ottimamente eseguite come erano state ottimamente
ordinate, già era la capitale della Lombardia posta in potestà dei
Franzesi. Entrava in Milano il dì 2 di giugno con le più elette schiere
Buonaparte vincitore. Non siam per raccontare le allegrezze che vi si
fecero, perchè nelle rivoluzioni il governo ultimo è sempre stimato il
peggiore, il nuovo il migliore.
Riordinava Buonaparte la Cisalpina repubblica. Volle che i riti della
religione cattolica pubblicamente si celebrassero e la religione si
rispettasse, e chi il contrario facesse severamente, anche con la
pena di morte se il caso lo richiedesse, fosse punito; che fossero
salve le proprietà di tutti; che i fuorusciti rientrassero, che i
sequestri si levassero, che le cedole si abolissero e valor di moneta
più non avessero. Lasciati in Milano questi fondamenti della sua
potenza, applicava di nuovo i pensieri alla guerra, che quantunque bene
principiata fosse, non era ancora terminata. Melas sulla destra del Po
si conservava tuttavia intiero, nè sapeva il consolo ancora che Massena
fosse stato costretto a cedere in Genova alla fortuna dei confederati.
Per questo motivo, credendosi più sicuro di quanto egli era veramente,
aveva fatto correre da' suoi il Lodigiano, il Cremonese, il Bergamasco,
il Cremasco; poi suo intento era di passare subitamente il Po; ed in
questo modo mozzare a Melas ogni strada al ritirarsi. Lannes frattanto,
per una subita correria, aveva preso Pavia: trovovvi munizioni
abbondanti da bocca, e quantità considerabile d'armi.
Melas, che, per la perdita di Milano, aveva conosciuto quanto la sua
condizione fosse pericolosa ed il nemico forte, avvisandosi che il suo
scampo non poteva più venire se non da una battaglia risoluta e da una
vittoria piena, voleva tirar la guerra nei contorni di Alessandria,
per cagione dell'appoggio che quivi aveva della cittadella e del forte
di Tortona. Venuto adunque in Alessandria, chiamava a sè Esnitz,
mandava Otto a Piacenza, affinchè s'ingegnasse d'impedire il passo
del fiume ai Franzesi. Ma Murat fu più presto di Otto; passava e
s'impadroniva di Piacenza. Al medesimo punto Lannes varcava a Stradella
e si poneva a campo a San Cipriano. Otto ritirava i suoi a Casteggio
ed a Montebello. Combattessi in questi due luoghi il dì 9 giugno una
battaglia asprissima, segno ed augurio di un'altra assai più aspra, più
famosa e più piena di futuri accidenti. Urtarono i Franzesi condotti da
Watrin con grandissimo impeto i Tedeschi, fu loro risposto con uguale
costanza; vario fu per molte ore l'evento. Finalmente gl'imperiali
restarono superiori per opera massimamente della cavalleria. Watrin
si ritirava rotto e sanguinoso, e sarebbe stata perduta la battaglia
pei Franzesi, se non fossero sopraggiunti battendo i generali
Chambarlhac e Rivaud, quindi lo stesso Lannes con una grossa squadra
di buoni soldati, ch'entrando impetuosamente, come sempre soleva,
nella battaglia, sforzava il nemico a piegare, e cacciandolo del
tutto da Casteggio, l'obbligava a ritirarsi a Montebello. Quivi
Otto più fiero di prima rinnovava la battaglia, e faceva di nuovo le
sorti dubbie; che anzi le sue già principiavano a prevalere, quando
Buonaparte, che era sopraggiunto, ordinava a Victor caricasse con sei
battaglioni la mezzana schiera del nemico. In questo punto divenne
furiosissimo l'incontro. Durò un pezzo il combattimento di fuoco e di
ferro. All'ultimo arrivarono sugli estremi del campo i generali Geney
e Rivaud, e fecero inclinare la fortuna in favore di Francia, perchè
per le mosse loro si trovava Otto quasi circondato da ogni banda. Si
ritirava in Voghera. Questa fu la battaglia di Casteggio che durò dalle
sei della mattina fino alle otto della sera.