Queste parole maravigliosamente accendevano quegli animi valorosi. Era

l'esercito italico, in cui si noveravano poco più di venticinque mila

soldati, distribuito nelle stanze in modo che la destra, governata

dal generale Soult, da Recco in riviera di Levante sino a Cadibuona e

Savona si distendeva: presidiava Gavi e Genova, in cui alloggiava, il

generalissimo Massena. La sinistra, che obbediva al generale Suchet,

custodiva la riviera di Ponente da Vado sino al Varo, con presidii

posti nei principali luoghi e nei sommi gioghi delle Alpi marittime;

fronte certamente troppo lunga per potersi guardare convenientemente

con sì poche genti. Ma Genova necessitava i consigli dei Franzesi,

perchè importava ai disegni ulteriori del consolo ch'ella si tenesse

lungamente, e voleva Massena conservarvi un campo largo per le tratte

delle vettovaglie, di cui penuriava, il che l'aveva fatto risolvere a

non cedere le riviere se non quando a ciò fosse sforzato.

Da un'altra parte Melas, abbenchè fosse guerriero avveduto e

sperimentato, e forse appunto perchè era, non poteva persuadere a

sè medesimo che le genti raccolte in Digione fossero una tempesta

che avesse a scagliarsi contro l'Italia. Non misurava egli bene la

prontezza di Buonaparte, nè la docilità dei Franzesi a scorrere là dove

il nome suo e la sua voce li chiamavano. Laonde ei se ne viveva troppo

alla sicura su quanto potesse succedere alle spalle e sul suo destro

fianco.

Anno di CRISTO MDCCC. Indizione III.

PIO VII papa 1.

FRANCESCO II imperadore 9.

Gli Austriaci, che molto prevalevano in numero a Massena, erano

per modo alloggiati, che tutto il territorio ligure fasciando, da

Sestri di Levante per le sommità degli Apennini opposte a quelle

che occupavano i Franzesi, si distendevano fino al colle di Tenda.

Governavano a sinistra Otto, poi, seguitando a destra, Hohenzollern, il

generalissimo Melas, Esnitz, e finalmente sulla estrema punta destra

Morzin. Accingendosi Melas ad invadere il Genovesato, mandata prima

una grida ai Genovesi piena di generose parole, aveva condotto il

grosso de' suoi alle stanze delle Cercare, intendimento suo essendo di

spingersi avanti, cacciando gli avversarii dai sommi gioghi a Savona,

per separare e disgiugnere in tale modo l'ala sinistra dei Franzesi

dalla mezza e dalla destra che combatteva nella riviera di Levante.

Ottenuto il quale intento, gli si spianava la strada, essendo questo

l'ultimo fine de' suoi pensieri, a serrare Massena dentro Genova ed a

costringerlo alla dedizione.

Spuntava appena il giorno 6 aprile che i Tedeschi, partendo dalle

Cercare divisi in tre schiere, s'incamminavano alle ordinate fazioni.

La mezzana, condotta da Mitruschi, marciando per Altare e per Torre,

si avvicinava a Cadibuona, posto molto fortificato dai Franzesi, e

chiave e momento principale di tutta quella guerra. Il generale San

Giuliano colla sinistra faceva opera d'impadronirsi di Montenotte, per

quinci accennare contro Sassello, dove alloggiava un grosso corpo di

repubblicani. Finalmente la destra, che obbediva ad Esnitz ed a Morzin,

passando per le Mallare ed avvicinandosi alle fonti della destra

Bormida, aveva carico di sforzare i passi del monte San Giacomo.

Si combattè da prima da ambe le parti molto valorosamente a Torre,

avendo gli Austriaci il vantaggio del numero, i Franzesi del luogo.

Finalmente superarono i primi quell'antiguardo, e tutto lo sforzo

si ridusse sotto le trincee di Cadibuona. Quivi fu molto duro

l'incontro, e la battaglia si pareggiò lungo tempo; ma finalmente

fe' dare il crollo in favore dell'armi imperiali la mossa di un

valoroso battaglione di Reischi, il quale, assaltate di fianco le

trincee, costrinse i repubblicani alla ritirata, non senza tale

disordine delle ordinanze, che, se non fosse stato presto Soult a

sopraggiungere con aiuti freschi, sarebbero stati condotti a molta

ruina. Ma non potè nemmeno la presenza e l'opera di Soult ristorare

la fortuna; perchè gli Austriaci, seguitando l'impeto della vittoria,

obbligarono il nemico a ricoverarsi al monte Aiuto, munito ancor

esso di qualche fortificazione. Volle Melas torre quel nuovo ricetto

al nemico: mandò all'assalto Lattermann e Palfi, che, fortemente

urtando da lato e da fronte, sloggiarono i Franzesi da quel forte

sito, e se ne impadronirono. Fecero i repubblicani una nuova testa

a Montemoro: Melas, combattendoli da fronte, e girando loro alle

spalle ed ai fianchi, e dando perciò loro timore di essere tagliati

fuori, li costrinse a dar indietro, col ritirarsi disordinatamente

a Savona. Seguitaronli, pressandoli molto alla terga, i vincitori, e

con essi alla mescolata entrarono nella città. Soult, non istandosene

ad indugiare, introdotta nella fortezza quanta vettovaglia potè in

quell'improvviso e pericoloso accidente, si ritirava a Varaggio.

Riuscirono molto micidiali questi incontri alle due parti: i Franzesi

patirono di vantaggio, trovandosi in minor numero.

Frattanto Esnitz aveva assaltato monte San Giacomo custodito da Suchet,

che virilmente vi si difese qualche tempo; ma, vincendo gli Austriaci

in varii punti, entrarono vittoriosi in Vado. Suchet per le terre

di Finale, Gora, Bardino, la Pietra e Loano indietreggiava fino a

Borghetto. Nè meno felicemente si era combattuto per gli Austriaci in

riviera di Levante ed alla Bocchetta; perchè Otto, assaltando i diversi

posti, aveva costretto i Franzesi alla ritirata. La Sturla sotto,

il Bisagno sopra separavano in fine i due nemici, e gli Austriaci

dall'eminenza del monte delle Fascie vedevano ed erano veduti da

Genova.

Fortissimo era l'alloggiamento dei Franzesi alla Bocchetta e molto

ardua la sua espugnazione, avendo voluto assicurarsi di quella

strada facile ed aperta contro il nemico che venisse dai piani della

Lombardia. Gli assaltava Hohenzollern coi due reggimenti di Kray e

d'Alvinzi condotti dal generale Rousseau, e l'una dopo l'altra, non

senza però molto contrasto e sangue, si recava in mano, conquistando

tutte le trincee e le artiglierie che le guernivano. Per la quale

fazione acquistarono gli Austriaci il passo delle valle della Polcevera

con la facoltà di stringere più da vicino Genova. Rannodaronsi i

Franzesi a Pontedecimo.

Massena, che prevedeva che non avrebbe potuto tenersi lungamente

in Genova, se gl'imperiali fossero troppo vicini alle mura, perchè

più presto gli sarebbero mancate le vettovaglie, fece pensiero di

allargarsi. Siccome poi era uomo generoso e d'animo invitto, non

contentandosi al volersi acquistare un campo più largo, benchè

fosse molto inferiore pel numero dei soldati al nemico, si delibera

a far opera di rompere gli Austriaci sulle alture di sopra Savona,

per ricongiungersi con l'ala governata da Suchet. Ma l'evento della

guerra ed il destino di Genova erano per giudicarsi sulla riviera

di Ponente. Marciava Massena inferiormente più accosto al mare per

assaltar Montenotte, Soult superiormente e a destra per impadronirsi

di Sassello, quindi del monte dell'Armetta, poi di Mioglio e del ponte

Invrea. Quivi avrebbe potuto unirsi a Massena venuto da Montenotte,

per indi marciare uniti verso il Cairo, confidando anche di trovarvi

Suchet. Soult, combattendo il nemico, restava superiore, nè più

altro impedimento gli restava a superare per arrivar al compimento

del suo disegno per al Cairo, se non se i posti di Moglio e di ponte

Invrea. Vi sarebbe anche riuscito, se la fortuna si fosse scoperta

tanto favorevole a Massena quanto si era scoperta a lui. Ma le cose

succedettero sinistramente nella parte condotta dal generalissimo;

poichè Melas in questo pericoloso punto, non turbata la mente nè

diminuito l'animo, si appigliava prestamente ad un partito; ed

avvisando che l'evento della battaglia pendeva appunto dalla schiera

di Massena, e che se gli fosse venuto di obbligarla a ritirarsi rotta

e sconquassata, sarebbe stato obbligato Soult a tornare addietro, la

fazione riuscì come l'aveva preveduta. Assaltati i Franzesi da ultimo

con molta forza a Cogoletto; bersagliati al punto stesso dagl'Inglesi

accostatisi al lido colle loro barche armate di artiglierie; finalmente

venne a precipitarsi contro di loro la cavalleria austriaca. Pressati

da tutte bande, non poterono resistere, e disordinati si ritirarono

precipitosamente ad Arenzano, ma piuttosto per modo di posata che

d'alloggiamento stabile.

Massena, non credendosi sicuro in questa terra, si ritirava più

indietro fino a Voltri, soltanto per aspettarvi Soult, che percossi

in vano con assalto ponte Invrea e Mioglio, e udito il caso sinistro

di Massena, si ritirava a presti passi. Infatti si raccozzarono i due

generali della repubblica a Voltri. Melas, riunite tutte le sue forze,

ne li cacciava, e perseguitandoli aspramente con faci accese, perchè

era sopraggiunta la notte, li costringeva a varcare la Polcevera sul

ponte di Cornigliano, a ripararsi del tutto dentro le mura di Genova ed

a desistere da qualunque assalto alla campagna.

Mentre che le cose dell'armi procedevano in questa forma a Voltri,

Otto aveva ricacciato Miollis dai monti Cornua e delle Fascie, per

modo che il francese, impotente al resistere, aveva preso partito di

ritirarsi nella valle del Bisagno e sulla destra sponda della Sturla.

Così Massena privato della campagna si era ridotto a difender Genova

ed i luoghi più vicini. Intanto le frontiere della repubblica sull'Alpi

Marittime restavano esposte all'impeto tedesco.

Piantava il generalissimo d'Austria il suo alloggiamento in Sestri di

Ponente; ma non volendo lasciar indebolire la fama dei recenti fatti,

nè dare tempo a Suchet di ricevere rinforzi, si accingeva a cacciare

per forza il generale di Francia da tutta la riviera di Ponente.

Vinselo in una fazione improvvisa a Torìa: recatosi in mano il colle

di Tenda, il minacciava alle spalle e sul fianco sinistro. Suchet,

ch'era capitano esperto, avendo fatto quanto per lui si poteva con le

poche forze che gli restavano, per ritardare il corso al nemico, si

ritirava sulle terre dell'antica Francia oltre il Varo. Il seguitava

l'Alemanno, ed impossessatosi di tutta la contea di Nizza, compariva

sulla sinistra del fiume. La principale forza dei Franzesi era a San

Lorenzo. Vennero quivi ad annodarsi alcuni reggimenti, sebbene deboli,

di regolari; chiamavano le guardie nazionali della Provenza. Aveva

Suchet provveduto che un telegrafo piantato sul forte di Montalbano lo

informasse ad ora ad ora delle mosse di Melas. Ciò fu cagione che non

così tosto il Tedesco faceva un apparecchio, il Franzese si apprestasse

a combatterlo. Intanto si combatteva aspramente sulle rive del Varo.

Due volte i Tedeschi assaltarono con singolare audacia il ponte; due

volte furono con uguale valore risospinti. In tal modo con somma sua

lode, ed utilità grande della repubblica difendeva Suchet il territorio

di Francia, e secondava l'opera immensa concetta dal consolo.

Già il canuto e vittorioso Melas si accorgeva che era caduto

nell'insidia tesagli dal giovane guerriero, e che, non che fosse tempo

di conquistar la Provenza lasciatagli a bella posta quasi in preda, gli

era forza pensare di conservar, se ancora potesse, l'Italia. Erangli

giunti i primi avvisi del calarsi Buonaparte dalle Pennine Alpi: ebbe

sulle prime il fatto in poco conto; errò nel credere che il consolo

fosse uomo da comparir debole sulle sommità delle Alpi; avrebbe anzi

dovuto persuadersi che dov'era Buonaparte, là fosse tutta la fortuna

della guerra, là covasse la rovina sua. Mandava sui primi romori una

schiera in Piemonte pel colle di Tenda; ma quando s'accorse che se la

fama era stata grande, il fatto era più grande ancora, si risolveva

a torsi velocemente da quell'estremo ed infruttuoso campo, dove

combatteva per condursi in quei luoghi nei quali vincitore avrebbe

a fare con vincitore. Ordinava Melas ad Esnitz, che aveva lasciato

alla guerra contro Suchet, prestamente si tirasse indietro, e venisse

a raggiunger Otto, che instava contro Genova, se Genova ancora si

tenesse, o lui stesso nei piani d'Alessandria, se la capitale della

Liguria già avesse ceduto all'armi d'Austria. Ritiravasi Esnitz,

seguitavalo velocemente Suchet. Serratogli il passo pel Genovesato, si

riparava l'Alemanno per la valle di Ormea nelle piemontesi contrade; il

Franzese, spintosi avanti, stringeva il castello di Savona.

A questo tempo consisteva la guerra in due accidenti principalissimi:

l'assedio di Genova e la scesa di Buonaparte in Italia: l'uno

era strettamente congiunto all'altro. Otto faceva ogni sforzo per

impadronirsi della piazza, bramando di poter correre alla guerra

definitiva nei campi d'Alessandria. Massena, che per coraggio e per

l'arte de' suoi ufficiali e dei patriotti fuorusciti del Piemonte,

che andavano e venivano a portar novelle, traversando con estremo

pericolo loro gli alloggiamenti dei Tedeschi, era bene informato di

quanto accadesse sulle Alpi Pennine, desiderava, più lungamente che

possibil fosse tenerla per la ragione contraria. Nacquero da questa sua

ostinazione fatti molto memorandi e tali che raramente si leggono nei

ricordi delle storie. La città capitale della Liguria, posta a guisa di

anfiteatro, donde ella fa magnifica mostra, sul dorso dell'Apennino tra

la Polcevera e il Bisagno, è chiusa da due procinti di mura, uno più

largo, l'altro più stretto. Sono questi due procinti muniti di bastioni

e di cortine consenzienti alla natura del luogo, aspra, scoscesa

e disuguale. Le difese di Genova, quando stava in propria balia,

bastavano, perchè con un breve assedio non si poteva prendere, i lunghi

erano impossibili per le emulazioni delle potenze.

Consistevano le difese vive di Massena in dieci mila soldati franzesi;

aveva con sè Soult, Gazan, Clauzel, Miollis, Darnaud. Accostavansi

a queste forze circa due mila Italiani di nazione diversa, ordinati

da Massena in corpo regolare sotto la condotta di un Rossignoli

Piemontese, uomo di natura molto generosa e di gran cuore. Le

corroborava la guardia nazionale di Genova, fedele, parte per amore

di Francia, parte per odio ai nemici, parte per paura del sacco,

se qualche accidente contrario alla quiete sorgesse. Queste genti

unite insieme non componevano certamente un presidio sufficiente

per un sì vasto circuito. Inoltre vi si viveva in molta apprensione

per le vettovaglie, massime di grani. Gl'Inglesi, governati da Keit,

impedivano le provvisioni di Corsica e di Marsiglia.

La forzo che investiva Genova era molto varia. Il principal nervo

consisteva in Tedeschi; ma con essi andavano congiunte torme numerose

di villani sì Genovesi delle due riviere, che Monferrini, i quali,

non mossi da alcun desiderio buono, ma dall'odio, dalla vendetta e

dall'amor del sacco, erano accorsi alle voci di un Azzeretto, uomo

ch'era stato incomposto e rotto quando militava coi Franzesi, ed ora

si mostrava incomposto e rotto militando coi Tedeschi. Nè piccolo

momento recavano alla oppugnazione le navi inglesi e napolitane, non

con solamente intraprendere i viveri sul mare, ma ancora coll'aiutare,

fulminando le spiaggie, gli sforzi degli Austriaci, principalmente

verso il Bisagno, dove i luoghi avevano contro il mare minore difesa

che verso la Polcevera. Fece Otto, che soprantendeva all'assedio,

il dì 23 aprile, una grossa fazione sulla sinistra della Polcevera.

Il reggimento di Nadasti, cacciati prima i Franzesi da Rivarolo,

si impadroniva anche di San Pier d'Arena. Ma uscito Massena colla

vigesimaquinta, li rincacciava. Sapevano gli assalitori che la parte

più debole della piazza era verso levante; però si deliberarono a darvi

un assalto, tentando di occupar le eminenze. Il dì 30 aprile, prima che

aggiornasse, givano all'assalto da quella parte, e per consuonar con

tutti quei moti, Otto attaccava Rivarolo a ponente. Riuscirono a buon

fine quasi tutti gli assalti dei Tedeschi, ed era un gran pericolo pei

Franzesi, perchè, se avessero conservati i luoghi conquistati, Genova

non aveva più rimedio. Massena si metteva al punto di rimettere la

fortuna. Mandava Soult al conquisto del monte dei Due Fratelli, Daruaud

al rincalzo di Grottesheim, Miollis contro Santa Tecla e Quezzi.

Vinsero tutti. Massena infaticabile, invitto, impaziente, animato dal

prospero successo, usciva nuovamente alla campagna il dì 11 maggio. Il

suo fine era di cacciar i Tedeschi dal monte delle Fascie. Soult recava

in sua mano, dopo una battaglia molto feroce, il conteso monte. Nol

conservarono lungamente i repubblicani, perchè Hohenzollern e Frimont,

mandati da Otto, il ricuperavano. Massena intanto raccoglieva i viveri

alla campagna, breve ed insufficiente ristoro. Volle quindi acquistare

il monte Creto; i Tedeschi fortificati stavano a diligente guardia.

Fu furioso l'assalto, valorosa la resistenza; pure andava superando

la fortuna dei Franzesi, quando sopravvenne un temporale grossissimo;

abbuiossi l'aria, straordinariamente piovve; i combattenti sforzati

a ristarsi. Rasserenato il cielo, ricominciarono a menar le mani;

l'accidente diè tempo ad Hohenzollern d'arrivare con genti fresche:

ruppe i repubblicani, e gli sforzò a tornar dentro le mura. Combattessi

in questa fazione con incredibile rabbia a corpo a corpo: fu Soult,

mentre animosamente confortava i suoi alla carica, ferito sconciamente

nella gamba destra e fatto prigione.

Questa infelice spedizione pose fine al sortire di Massena; perchè,

perduti i suoi migliori soldati, era troppo indebolito per uscire

alla campagna. Pure tanto ancora gli restava di forza che gli alleati

nol potessero sforzare; ma quello che le armi degli avversarli non

potevano, operava la fame. Keit per mare non lasciava entrar viveri,

Otto per terra; le provvisioni fatte scarse, le scarse dissipate.

Fuvvi fame prima che mancassero i viveri: prima si scorciarono

i cibi, poi si corruppero, infine si mangiarono i più schifi e

sozzi, non solo i cavalli ed i cani, ma ancora i gatti, i sorci,

i pipistrelli, i vermi, e beato chi ne aveva. Eransi gli Austriaci

impadroniti dei molini di Bisagno, di Voltri e di Pegli, nè si poteva

più macinare. Rimediossi per un tempo coi molini a mano, con quei

del caffè massimamente, perchè erano presti; l'accademia consultò

dei migliori: s'inventarono ingegni, ruote e molini nuovi. Con certi

più grossi un uomo solo poteva macinare uno staio di grano al giorno.

In ogni strada, su per ogni bottega si vedevano girar molini. Nelle

case private, fra le adunanze famigliari, si macinava; le donne il

facevano per vezzo. Infine mancò del tutto il grano: cercaronsi

altri semi per supplirvi. Quei di lino, di panico, di caccao, di

mandorlo furono i primi; riso ed orzo più non se ne trovava. Gli

stritolati e strani semi, prima abbrustoliti, poi misti col miele e

cotti parvero delicatura. Rallegravansi i parenti e gli amici con chi

avesse potuto sostentare un giorno di più sè e la famiglia con lino,

o panico, o tre granelli di caccao. La crusca, materia tanto ribelle

alla nutrizione, si macinava ancora essa e cotta con miele serviva di

cibo, non per ispegnere, ma per ingannare la fame; le fave stimate

preziosissime; felice non chi viveva, ma chi moriva. Erano i giorni

tristi per la fame e per le lamentazioni degli affamati; le notti

più tristi ancora per la fame e per le spaventate fantasie. Mancati i

semi, pensossi alle erbe. I romici, i lapazi, le malve, le bismalve,

le cicorie salvatiche, i raperonzoli diligentemente si ricercavano

e cupidamente, come piacevolezze di gola, si mangiavano. Si vedevano

lunghe file di gente, uomini d'ogni condizione, donne nobili e donne

plebee, visitare ogui verde sito, massime i fertili orti di Bisagno e

le amene colline di Albaro, per cavarne quegli alimenti cui la natura

ha solamente alle ruminanti bestie destinati. Sopperì un tempo il

zucchero: zuccheri rosati, zuccheri violati, zuccheri canditi, ogni

maniera di confetti andavano attorno, rivenditori e rivenditrici

pubblicamente li vendevano, con fiori e con serti gli eleganti loro

cestellini adornando: erano spettacolo in mezzo a quei volti pallidi,

scarni e moribondi. Tanto possente cosa è l'immaginazione dell'uomo

che si compiace in abbellire eziandio quanto havvi di più lagrimevole

e di più terribile; rimedio di provvidenza che non ci vuol disperati.

Basta: e' furono viste donne e gentil donne, nutritesi con sorci la

mattina, mangiarsi tregge delicate la sera. L'aspetto della miseria

estrema non ispegne la malvagità in chi è malvagio; del che troppo

manifesto e troppo orribile esempio si ebbe in quelle ultime strette

di Genova; conciossiachè uomini privi d'ogni senso di umanità, per un

vile guadagno, non abborrirono dal mescolar gessi in luogo di farine

nei commestibili che vendevano, per modo che non pochi avventori ne

restarono avvelenati, morendosene con dolori mescolati di fame e di

veleno.

Durante l'assedio, ma prima della fine ultima, una libbra di

riso si pagava lire sette, una di vitello quattro, una di cavallo

soldi trentadue, una di farina lire dieci o dodici, le uova lire

quattordici la serqua, la crusca soldi trenta ciascuna libbra. Poi,

venendo maggiore la stretta, una fava si vendeva due soldi, un pane

biscotto di oncie tre dodici franchi, e non se ne trovava. Maggiori

agevolezze dei particolari non vollero Massena nè gli altri generali;

apparecchiavano come i plebei; lodevole fatto, e molto efficace a fare

star forti gli altri a tanta sventura. Poco cacio, legumi rari erano

quanto nutrimento si dava a chi languiva per malattia o per ferite

negli ospedali. Uomini e donne tormentate dalle ultime angosce della

fame e della disperazione empievano l'aria dei loro gemiti e delle

loro strida. Talvolta, così gridando, e le fameliche viscere con le

rabbiose mani di lacerare tentando, morti per le contrade cadevano.

Nissuno gli aiutava, perchè ognuno pensava a sè; nissuno anche a

loro abbadava, perchè la frequenza aveva tolto orrore al fatto. Pure

alcuni tra gli spasimi e stridi spaventevoli, e con iscosse e contorte

membra davano l'ultimo sospiro in mezzo alle popolari folle. Fanciulli

abbandonati da parenti morti o da parenti disperati imploravano con

atti con pianti e con voci miserabili, la pietà di chi passava. Nissuno

gli aiutava ed aveva di loro compassione, perchè il dolore proprio

aveva spento il compassionare l'altrui. Razzolavano quelle innocenti

creature bramosamente nei rivoletti delle contrade, nelle fogne, negli

sfoghi dei lavatoi, per vedere se qualche rimasuglio di bestia morta o

qualche avanzo di pasto di bestia vi si trovasse, e trovatone, se lo

mangiavano. Spesso chi si corcava vivo la sera, era trovato morto la

mattina, i fanciulli più frequentemente degli attempati. Accusavano

i padri la tarda morte, ed alcuni con le proprie mani violentemente

se la davano. Ciò facevano i cittadini, ciò facevano i soldati. Dei

Franzesi, alcuni, anteponendo la morte alla fame, da per sè stessi si

ammazzavano, altri le armi a terra sdegnosamente gettavano, protestando

non più esser abili, per la perduta forza, a portarle. Altri, una

disperata dimora abbandonando, nel nemico campo se ne andavano,

Inglesi ed Austriaci di quella pietà e di quei cibi richiedendo, che

tra Franzesi e Genovesi più non ritrovavano. Crudo poi ed oltre ogni

dire orribile spettacolo era quello dei prigionieri di guerra tedeschi

ditenuti su certe barcacce sorte nel porto; perchè la necessità ultima

delle cose aveva operato che ad essi nutrimento di sorte alcuna già

da alcuni giorni non si compartisse. Mangiarono le scarpe loro, le

pelli dei soldateschi zaini; già con occhi torvi guardavano se non

avessero a mangiarsi i loro compagni. Si venne a tale, che si tolsero

loro le guardie franzesi, perchè si temette che, sforzati del famelico

furore, non si avventassero contro di loro, e sbranatele, non se le

divorassero. Tanta era la disperazion loro, che tentarono di forar le

barche per andar a fondo, amando meglio perire affogati dalle acque

che straziati dalla fame. S'aggiunse, come accadde, alla orrenda fame

la mortalità pestilenziale. Febbri pessime le genti all'altra vita

con morti spessissime si portavano sì negli ospedali del pubblico,

sì negli ultimi casolari dei poveri, e sì nei superbi palazzi dei

ricchi. Mescolavansi sotto il medesimo tetto i generi delle morti: chi

moriva arrabbiato dalla fame, chi stupido dalla febbre, chi pallido

per difetto di nutritiva sostanza, chi livido per petecchiali macchie.

Niuna cosa esente da dolore, niuna da paura; chi viveva, o aspettava

la morte o vedeva morire i suoi. Tal era lo stato dell'una volta ricca

ed allegra Genova, del quale il pensier peggiore era questo, che il

soffrir presente non poteva riuscire ad alcun utile suo.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 80 / 99 段