Ma in questo punto sopraggiungeva Froelich coi suoi Tedeschi, e rendeva

tosto preponderanti le sorti in favor dei collegati. Si alloggiava

in Varano, e voleva recarsi ad una gagliarda fazione contro il monte

Galeazzo, confidando anche, per mandarlo ad esecuzione, nell'aiuto dei

collettizii di Lahoz. L'intento suo era, acquistando quel posto, di

battere più da vicino il monte Gardetto; conciossiachè nella presa di

questa eminenza consisteva principalmente la vittoria di Ancona. Due

volte l'aveva Lahoz con singolare ardimento assaltato, e due volte ne

era stato con molta uccisione de' suoi risospinto. Ma Monnier, avendo

conosciuto che finalmente se stesse più lungamente padrone di monte

Pelago e delle trincee che vi aveva fatte e che si distendevano verso

monte Galeazzo, impossibile cosa era ch'egli potesse conservarsi la

possessione di questo monte medesimo, sortiva assai grosso la notte

del 9 ottobre per andar all'assalto delle trincee dei sollevati. Si

combattè tutta la notte gagliardamente, presero i repubblicani il

ridotto principale, chiodarono i cannoni, portarono via le bandiere.

Ma un secondo ridotto tuttavia resisteva, sgarando tutti gli sforzi

di Monnier. Già il giorno incominciava a spuntare; si conoscevano in

viso i combattenti, quando Lahoz, impaziente di quella lunga battaglia,

usciva dall'alloggiamento e dava addosso agli assalitori. Siccome

poi era uomo di molto coraggio, precedendo i suoi, gli animava a

caricar l'inimico. Quivi era presente Pino, per lo innanzi suo amico

fedele, ora suo nemico mortale: scorgevansi, scagliavansi l'uno contro

l'altro, sfidavansi a singolare battaglia, tristissimo spettacolo ad

Italiani. Ed ecco in questo un soldato cisalpino prender di mira Lahoz

conosciuto, e ferirlo mortalmente di palla di moschetto. Furongli i

repubblicani addosso, così ordinando Pino, ed avendolo ferito di nuovo,

gli tolsero le armi ed il pennacchio, che a guisa di trionfo portarono

in Ancona. Avrebbero anche portato il corpo, che credevano morto, se

non fossero stati presti i sollevati a soccorrerlo.

Fatto giorno, e muovendosi gli Austriaci contro Monnier, si

ritirava il Franzese con tutti i suoi in Ancona, lasciando nel

nemico una impressione vivissima del suo valore. Fu condotto Lahoz

all'alloggiamento di Varano. Quivi sopravvisse tre giorni, e tra il

dolore delle ferite e l'angoscia dell'animo, si andò prima dell'ultima

ora rammaricando e giustificando della sua condotta, finchè passava da

questa all'altra vita.

Froelich, piantate le artiglierie in luoghi opportuni, e con esse

battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne

insignoriva. Poi, procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava

al monte Gardetto. Poscia, usando il favore di questa vittoria, dava

il dì 2 di novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito e correva

anche contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano

le porte di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore,

e cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere

quanto potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e

coraggio proprio e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora

dagli assalti i collegati, solo battevano con le artiglierie la

piazza. Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella,

rompevansi le artiglierie degli assediati, la piazza già difettava

di vettovaglie; Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del

monte Gardetto. Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il

generale Skal, portatore delle sinistre novelle de' repubblicani rotti

in tutta Italia, specialmente della novità di Napoli, di Roma e di

Toscana.

Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi e la dignità della sua

patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare,

protestando però volere solamente arrendersi alle armi austriache,

non a quelle dei Russi o dei Turchi o dei sollevati. Patti onorevoli

seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore

di guerra, avesse segurtà di passare in Francia per dove volesse, fino

agli scambi non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una

guardia d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno, di

qualunque nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in

Ancona, o fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro

potesse essere riconosciuto o castigato od in qualunque modo molestato

nè per fatti nè per scritti nè per parole in favore della repubblica,

e chi volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia,

il potesse fare liberamente. Fu e sarà questa capitolazione egregio

e perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così

fra tutti i comandanti di fortezze in Italia, solo Mejean, castellano

di Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani e quelli che si erano aderiti

ai Franzesi: tutti gli altri ottennero, o almeno domandarono, la

salvazione di coloro che combattendo o consentendo coi Franzesi,

avevano con tanta cecità contro di sè concitato l'odio degli antichi

signori.

Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi ed i Russi si diedero

al sacco; quelle misere terre, già conculcate e peste da sì lunga

guerra prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio

dopo di lei. Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa

natura, faceva castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori: il

che accrebbe i mali umori e le cause di disunione che già correvano.

Intanto era il direttorio costituito in assai difficile condizione.

Bollivano molte parti in Francia, e tutte si volgevano contro di lui.

La nazione franzese, impaziente delle disgrazie per natura, ancor

più impaziente per la memoria delle vittorie, dava imputazione per

appagamento proprio a' suoi reggitori delle rotte ricevute e della

perduta Italia. Molteplici querele si muovevano in ogni parte contro

di loro, e il meno che si dicesse era che non sapevano governare.

Quell'impeto ch'era sorto pei tre nuovi quinqueviri, già era per le

ultime rotte svanito. Dominava nei consigli legislativi, secondo

il solito, la perversa ambizione del voler disfare il governo per

arrivare ai seggi del direttorio. I soldati nuovamente descritti non

marciavano, i veterani disertavano per la strettezza dei pagamenti,

le contribuzioni non si pagavano, ogni nervo mancava; la guerra civile

lacerava le provincie occidentali; chi voleva le opinioni estreme, chi

le mezzane; molti, che sapevano molto bene quello che si volessero, e

molti ancora che nol sapevano, desideravano una mutazione. Nè questa

mutazione era evitabile, perchè nissun governo può resistere in Francia

alle sconfitte accompagnate dalla libertà dello scrivere e del parlare.

La fazione soldatesca, che mal volentieri sopportava che il paese

fosse retto dai togati, ed alla quale nissun governo piace se non il

soldatesco, guardava intorno se qualche bandiera chiamatrice di novità,

ed alla quale potesse, come a centro comune, concorrere, all'aria si

spiegasse, proponendosi di sottomettere, prima il governo col nome

della libertà, poi il popolo col nome di gloria. Tutte queste cose

vedevansi gli uomini savii, nemici della licenza; vedevanle i faziosi,

amici della tirannide, e tutti pensavano al ridurle ai disegni loro.

In questa congiuntura di tempi, sovveniva agli uni ed agli altri

il nome di Buonaparte, tanto glorioso per Francia, tanto temuto

dai forastieri. Per mille discorsi, nasceva in Francia un desiderio

accesissimo del capitano invitto. Ognuno come redentore il guardava,

ognuno desiderava che tornasse a redimere la patria afflitta. Queste

affezioni erano sorte nei popoli, parte per le disgrazie, parte per lo

splendore delle vittorie, parte per le arti astutamente usate da lui e

da' suoi fautori, talmente che ciascuno credeva ch'ei fosse per fare

ciò che ciascuno desiderava. Insomma, la materia era ben disposta a

ricevere le buonapartiane impronte.

Adunque, già fin da quando si erano udite le prime sciagure d'Italia,

era sorto fra i desiderosi di cose nuove il pensiero di far tornare

Buonaparte dall'Egitto, il qual pensiero si rinfrescò maggiormente,

e si mandò ad effetto quando portò la fama essere morto Joubert,

combattendo nella battaglia di Novi. In questo disegno entrarono Sieyes

quinqueviro, Barras quinqueviro, i generali superstiti dell'esercito

italico, eccettuato Massena, il quale non era punto affezionato

a Buonaparte, ed i fratelli Giuseppe e Luciano Buonaparte. Molto

accomodato a' suoi fini era il procedere di Luciano, che, allettando

con le parole, chiamava a sè ed al nome del suo fratello i gelosi della

libertà e della gloria franzese, i desiderosi della libertà italica,

i cupidi delle spoglie italiche. Viaggiavano le vele, erano quelle di

un bastimento greco, portatrici dei desiderii comuni verso l'Egitto,

correndo la state, del presente anno. L'avviso fu ed accetto ed

opportuno.

Buonaparte, che conosceva ottimamente, per la sua mente pronta e vasta,

per la perizia somma nelle faccende di Stato, e per la cognizione

profonda che aveva di questa umana razza, quanto piena fosse la fortuna

che si parava davanti, e quanto fosse propizia l'occasione di condurre

ad effetto i suoi pensieri smisurati, parendogli eziandio che un mezzo

opportuno gli si offerisse di sottrarsi dall'Egitto, dove le cose sue

cominciavano a declinare, cupidissimamente si avviava alle sue nuove

e straordinarie sorti. Salpava dagli egiziani lidi, conducendo con

sè i suoi compagni più fidati di guerra, perchè aveva bisogno delle

mani e delle armi loro; i dotti ed i letterati più famosi, perchè si

voleva servire, come di aiuto molto potente, della autorità, delle

lingue e degli scritti loro. Arrivava improvviso a Frejus: improvviso

ancora, disprezzate le leggi di sanità, perchè non voleva che la fama

del suo arrivo si raffreddasse, partendo, giungeva nel volubilissimo

Parigi, che bramosamente lo aspettava. Non occorre raccontare le

allegrezze che si fecero in tutta Francia quando si sparse la voce del

suo ritorno; basta che le genti corsero a lui da ogni parte, come a

trionfatore, a salvatore e redentore; già Francia era sua, quantunque

uomo privato e generale senza esercito fosse. Lione soprattutto

tripudiava per un'insolita allegrezza, città ancor sanguinosa per

l'imperio poco anzi spento dei truculenti giacobini, sdegnata per le

leggi soldatesche che contro di lei tuttavia vigevano. Toccò, passando,

i tasti più teneri; favellò di pace, di prospero commercio, di ferite

civili da racconciarsi da un giusto e mansueto governo. I Lionesi

contenti speravano ed amavano. A Parigi, ogni opinione, ogni affezione

si voltava a lui: dava buone parole a tutti, ma insomma pendeva al

moderato, sapendo che tal era il desiderio universale.

Cacciò Buonaparte a punta di baionette i consigli legislativi, cacciò

il direttorio; i soldati pagati dal governo si voltarono contro il

governo: ebbe paura sulle prime, poi fece paura agli altri. Conosce

Europa il dì 9 novembre, da cui poteva nascere un vivere moderato e

largo, e che non pertanto partorì un reggimento duro, tirato, dispotico

e soldatesco.

Pace dentro, pace fuori, parvero a Buonaparte i più forti fondamenti

della sua potenza: i Franzesi, stanchi ed afflitti da sì lunghe

guerre, pace soprattutto desideravano, purchè disonorata non fosse,

del che non temevano con Buonaparte capo. A questi fini indirizzava

egli principalmente i suoi pensieri. Speciale intoppo alla cittadina

concordia gli parevano, ed erano veramente, gli spiriti esagerati, i

quali, non potendo per ambizione riposare sotto alcuna potestà, nemmeno

possono quando sono giunti essi alla potestà suprema, posciachè,

tirannicamente procedendo, decimano prima i popoli, poi sè medesimi,

e tutti i fondamenti dello Stato fan rovinare; non gli era ignoto

che il nome di costoro era odioso in Francia; perciò fece avviso che

molto fosse, per operare a fine di concordia, il cacciare questi

commettitori di scandali, di risse e di sangue: per la qual cosa,

senza rimanersene ai formali giudizii, nè differendo contro di loro

i rimedii severissimi, gli allontanava, confinandoli in terre estreme

o forestiere. Purgata la Francia da questi uomini turbolenti, pensava

al ribandire dal lungo esiglio coloro che avevano seguitate le parti

del re, od almeno destato le esorbitanze che ai tempi più acerbi della

rivoluzione si erano commesse in Francia. Pochi furono eccettuati dal

clemente editto, piuttosto per lasciare un appicco a nuove grazie,

che per altro fine. Rientravano gli esuli, se non sotto i tetti

propri, se non nei beni loro posti al fisco, ma a rivedere i monti,

i fiumi, le valli e l'aere natio: il che era pur parte di felicità.

Gradivano infinitamente queste cose agli amatori del nome reale, e ne

auguravano delle maggiori. Della contentezza loro godeva il consolo,

volendo arrivare alla dominazione assoluta coll'appoggio dei regi e de'

repubblicani. In questi pensieri tanto più volentieri si confermava,

quanto non dubitava che sarebbero andati a grado delle potenze europee,

siccome quelle che vi vedevano l'intenzione data da lui nei campi di

Leoben e di Campoformio, di voler rimettere i Borboni, desiderio primo

e principale dei principi, massimamente dell'imperadore Paolo. Sperava

che con questi mezzi acquisterebbe pace con l'Europa, e tanta potenza

in Francia che potesse senza pericolo finalmente scoprirsi dello

aver preso il dominio per sè, non per altri. Il reggimento statuito

da lui in Francia, di cui parti principalissime erano il senato ed

il corpo legislativo, non gli dava apprensione, perchè del senato lo

assicuravano le ricchezze, del corpo legislativo le ambizioni. L'avere

poi ridotto le amministrazioni delle provincie ad uno invece di molti,

fece gli ordini meglio eseguiti, l'erario pingue: ogni cosa volgeva

alla monarchia. Correndo i soldi, i magistrati obbedivano, i soldati

marciavano: tutti benedicevano il consolo.

A tutti questi maneggi gran momento arrecavano gli scienziati ed i

letterati, siccome quelli che avevano molta autorità sui popoli,

massimamente in Francia, dove erano uniti in certa specie di

congregazioni, non per legge, ma per uso. Per la qual cosa il consolo

gli accarezzava, gli arricchiva, gl'ingrandiva.

Grande flagello, da che aveva principiato la rivoluzione, era

sempre stata la guerra della Vandea, nella quale con infinito furore

combattendo e repubblicani e regi, avevano sterminato popolazioni

intere, desolati paesi altre volte fioritissimi, commesso quello che

solo commettono nelle civili discordie, e forse neanco in queste, gli

uomini arrabbiati gli uni contro gli altri. La forza non l'aveva potuta

spegnere, perchè irritava; le tregue nemmeno, perchè mal fide: ormai

si nominava guerra interminabile. S'accorgeva il consolo quanta grazia

acquisterebbe fra i popoli, se pacificasse quelle terre rosse di tanto

sangue franzese: applicovvi l'animo; venne a capo dell'impresa. Fra

il terrore del suo nome, l'apparato de' suoi soldati, le promesse di

osservare la fede, le speranze segretamente date di voler procedere

più oltre, vennero i capi della Vandea ad una onesta composizione:

la concordia tornava sulle rive dell'insanguinato Ligeri; Parigi

maravigliato vedeva i capi della vandeese guerra. Ammiravano i popoli

il consolo pacificatore, uguale nel far le guerre, uguale nel far le

paci.

Forti amminicoli a quanto macchinava pensava che fossero gli uomini di

Chiesa tanto maltrattati dal direttorio. Volle racquistarli. Diè patria

ai preti fuorusciti, libertà ai carcerati, sicuro vivere ai nascosti.

Queste cose faceva apertamente, molto altre prometteva segretamente.

Si aggiunse che onorò con pietosi uffizii Pio VI, papa morto, che aveva

perseguitato vivo. Il suo favellare maravigliosamente piaceva a coloro

che sentivano ancora di religione, massimamente ai ministri di lei.

Già non solo vincitore e riformatore generoso del governo di Francia,

ma ancora instaurator pio dell'antica sua religione il chiamavano.

Vacando il trono pontificale per la morte di Pio VI, eransi a questo

tempo adunati i cardinali in conclave a Venezia per intendere alla

elezione del nuovo pontefice. Temeva il consolo che si cercasse un

pontefice troppo avverso agl'interessi di Francia e proprii; perciò

andava moltiplicando ne' suoi segni di affezione verso la religione,

e nutriva con grandi speranze i ministri di lei. Si poteva facilmente

pronosticare da questi primi favori ch'ei volesse venirne, quanto

alle faccende ecclesiastiche, ad ordini legittimi e definitivi. Ciò

era cagione che i cardinali raccolti in Venezia non disperassero di

Francia, e non consentissero ad innalzare al pontificato un cardinale

che si fosse dimostrato troppo contrario a lei.

Ma primo ed universale desiderio della Francia, tanto rotta e

sanguinosa, era la pace. Questa inclinazione assecondava il consolo,

non che sperasse di ottenerla con tutti, ma l'offerirla a tutti gli

pareva conferente a' suoi pensieri. Stimava che a' suoi fini molto

valesse e fosse molto ricercata dalle cose presenti, se non la pace,

la offerta almeno della pace all'Inghilterra. Scriveva una molto bene

elaborata lettera al re Giorgio. Rispose acerbamente per bocca del

ministro Grenville il re Giorgio. A questo modo furono abbandonati

i ragionamenti della concordia tra Francia ed Inghilterra. Pure ciò

consegui il consolo, che la continuazione della guerra s'imputasse non

a lui, ma al re Giorgio.

Erano tra Francia ed Inghilterra odio vivo, interessi diversi,

vicinanza gelosa, pace difficilissima: molto diverse condizioni

passavano tra Francia e Russia; A questa non fu avaro di promesse e

di protestazioni Buonaparte; Paolo si lasciava muovere; il consolo,

per fargli dar volta intieramente, pagava, provvedeva di tutto punto

e rimandava liberi al loro signore i soldati russi fatti prigionieri

nelle guerre di Svizzera e di Olanda. Parve atto generoso ed arra

conveniente dei disegni avvenire. Da tutte queste cose mosso il sovrano

di Russia, voltando lo sdegno, siccome quegli che era subito nelle

sue risoluzioni, da Francia contro Inghilterra, il riceveva nella

sua amicizia, e si riduceva alla sua volontà, dichiarando non volere

più partecipare nella lega, e richiamava in Russia le sue genti che

ancora stanziavano in Germania. Poscia, accendendo vieppiù le speranze

dategli, rinnovava contro la potenza marittima dell'Inghilterra i patti

della lega del Nord, cacciava da Pietroburgo gli agenti del re Giorgio,

imputando agl'Inglesi l'esito infelice della spedizione d'Olanda.

Così Paolo, scostandosi dall'amicizia d'Austria e d'Inghilterra, si

precipitava in quella di Francia.

Rappacificatosi Buonaparte coll'imperatore Paolo, pensava a confermarsi

l'amicizia della Prussia. Non gli accadde di sforzarsi molto in

queste faccende, perchè ottenne facilmente che Federico Guglielmo,

perseverando nell'amicizia fermata a Basilea, consentisse alle ultime

mutazioni fatte in Francia, e lui come capo del governo franzese

riconoscesse.

L'Austria restava sul continente contro la Francia. Tentava il consolo

l'animo dell'imperatore Francesco, offerendogli di tornare alla

capitolazione di Campoformio con quel di più che si negozierebbe per

sicurezza delle monarchie e delle possessioni austriache in Italia.

Ripugnava l'Austria al rinunziar del tutto ai frutti delle ultime

vittorie, nè si fidava punto delle promesse di Buonaparte. In questo

mezzo si accostarono le istigazioni dell'Inghilterra, molto intenta

a difficoltare queste pratiche, perchè vedeva nel mondo quieto la

sua ruina. Offeriva denaro e cooperazione sulle coste di Francia.

Per le quali cose, e considerato altresì che i veterani di Buonaparte

erano periti o di peste in Egitto, o di ferro in Italia, si risolveva

Francesco a ricusare la concordia. Godeva Buonaparte parimente

dell'offerta e della rifiutata pace, perchè non aveva sincero desiderio

di convenire coll'Austria. Così, fermando la maggior parte del mondo in

suo favore, confermava in Francia i contenti, cattivava gli scontenti,

e parte con fatti, parte con isperanze, conseguiva che l'universale

dei Franzesi amasse il suo governo, desiderasse la sua grandezza, e

volentieri si disponesse a fare quanto si bramasse: precipitavano i

popoli a tutte le sue volontà. Tutta Francia correva alle nuove sorti,

e se Buonaparte generale l'aveva fatta gloriosa in guerra, tutti

confidavano che Buonaparte consolo la farebbe e gloriosa in guerra e

felice in pace.

Quanto alla guerra, ottimamente considerati furono i suoi consigli:

mandava nuove genti, quasi tutte veterane, a Moreau, confermato da

lui al governo dei Renani, il quale doveva sostenere il pondo degli

Austriaci in Germania. Dall'altro lato, avendo sempre più i pensieri

accesi alla ricuperazione d'Italia, inviava in Liguria Massena, acciò

facesse pruova di tener lontano il nemico dalle frontiere di Francia, e

conservasse il possesso di Genova, fino a tanto che egli medesimo con

un forte esercito arrivasse nelle pianure d'Italia. Congregava molti

soldati veterani e molti nuovi in Digione, donde pensava, secondochè

gli mostrasse il tempo e le occasioni, o di condursi in Germania, se

Moreau abbisognasse del suo aiuto, od in Italia, se il generale dei

Renani combattesse felicemente. Di questo aveva grande speranza per

la perizia di Moreau e la fortezza delle genti accolte sotto a lui.

Per la qual cosa il suo principale intento era di condurre le genti

adunate in Digione, che col nome di esercito di riserva chiamava

nei campi d'Italia, pieni ancora della fama di tante sue vittorie. A

questo modo adunque ordinava la guerra contro l'Austria, che nel corno

destro estremo guidasse i repubblicani Massena, nel sinistro Moreau,

nel mezzo prima Berthier, poi egli stesso. Certamente nè più pruovati,

nè più eccellenti, nè più famosi capitani di questi non erano mai

stati al mondo, e da loro aspettavano gli uomini maravigliati fatti

maravigliosi.

Essendo la guerra imminente gridava con la vincitrice voce Buonaparte

ai suoi soldati:

«Quando promisi la pace, in nome vostro la promisi; voi siete quegli

uomini medesimi che conquistaste l'Olanda, il Reno, l'Italia, voi

quegli stessi che, già vicini, forzaste alla pace la spaventata

capitale nemica. Soldati, avete voi ora ben altro carico che quello

di difendere le frontiere vostre: ite, invadete, conquistate i nemici

territorii. Voi foste già tutti a molte guerre, voi sapete che, per

vincere, e' bisogna soffrire: in poco d'ora non si possono ristorare

i danni d'un cattivo governo. Dolce sarammi, a me, primo magistrato

della repubblica, il poter dire alla Francia attenta: Questi sono

i più disciplinati, i più bravi sostegni che si abbia la patria.

Sarò, soldati, quando sia venuto il tempo, sarò con voi. Accorgerassi

l'Europa che voi siete quella valorosa stirpe che già tante volte a

maraviglia la costrinse.» Così, aggiungendo impeto a valore, faceva

uomini fortissimi alle battaglie.

L'esercito italico, afflitto dalle disgrazie, titubava; i soldati

rompevano i freni dell'obbedienza: già la stagione si rendeva propizia.

Buonaparte vincitore mandava loro dicendo: «Non odono le legioni le

voci dei loro ufficiali; lasciano, la diecisettesima sopra tutte, le

insegne. Adunque son morti tutti i bravi di Castiglione, di Rivoli, di

Newmarket? Avrebbero essi eletto il perire piuttosto che abbandonar

le insegne. Voi parlate di provvisioni manche: che avreste fatto,

se, come la quarta e la vigesimaseconda leggiere, la diciottesima

e la trigesimaseconda grosse, fra deserti, senza pane, senz'acqua,

a mangiar ridotte carni di sozzi animali, trovati vi foste? La

vittoria, dicevano, ci darà pane, e voi disertate le insegne! Soldati

dell'esercito italico, un nuovo generale vi governa; quando più

splendeva la gloria vostra, ei fu sempre il primo fra i primi. In lui

fidatevi; con lui andrete a nuove vittorie. Sarammi, così comando, dato

conto di quanto ogni legione farà, massime la diciasettesima leggiera

e la sessagesimaterza grossa: ricorderannosi della fede che già ebbi in

loro.»

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 79 / 99 段