I repubblicani intanto s'imbarcavano. Due navi portatrici di quei di

Castellamare, avendo avuto facoltà di uscire, già erano arrivati a

salvamento nel porto di Marsiglia; le altre aspettavano la facoltà

medesima e i venti prosperi. In questo punto ecco arrivare Nelson:

aveva egli udito, essere la flotta franzese ricoverata ne' suoi

porti; trovandosi per questo esente da timore, passato prima per

Palermo, e levatone il re, il ministro Acton, Hamilton, ambasciatore

d'Inghilterra, ed Emma Liona, sua donna, avea voltate le vele verso i

lidi d'Italia. Non così tosto dalla sanguinosa Napoli si scoprirono

le navi d'Inghilterra, che il cardinale mandava a Nelson deputati

per informarlo delle cose fatte e dei patti stipulati. Rispose

l'ammiraglio, non doversi il trattato concluso coi ribelli mandare ad

esecuzione, se prima il re non lo avesse approvato, risposta veramente

incomportabile per mille ragioni. Di tale risoluzione fu molto dolente

il cardinale, che non voleva essere distruggitore delle sue promesse,

e per fare che la fede data si osservasse, andò egli medesimo a bordo

della nave dell'ammiraglio, con efficacissime parole esortandolo a

consentire; ma l'Inglese, come se temesse che l'umanità e la fede

contaminassero le vittorie, non si lasciò piegare; anzi non potendo

rispondere agli argomenti ed alla facondia del cardinale, scusandosi

con dire che non sapeva la lingua italiana, prese la penna e scrisse

da vittorioso la crudele sentenza. E perchè ognuno sappia il quanto

di vituperio sia stato mescolato in queste sanguinose rivolture, non

si vuol omettere di dire che Emma Liona era presente quando Nelson

contrastava al cardinale e ordinava le uccisioni. Nelson, trapassando

dal detto al fatto, ed entrando nel porto con la flotta, dichiarava

prigionieri i repubblicani usciti in virtù della capitolazione dai

castelli, sì quelli che già si erano imbarcati e non ancora partiti,

e sì quelli che non peranco si erano riparati alle navi. Perchè poi

dubbio alcuno non potessero avere del destino che gli aspettava, li

fece incatenare due a due e riporre in fondo alle navi. Nè contento

di tenerli, li lasciava bersaglio ad ogni oltraggio, e stremava loro

i viveri. Pure noveravansi tra di loro uomini, se si eccettuano le

opinioni ed i fatti politici, in cui consisteva la colpa loro, molto

ragguardevoli per dottrina, per linguaggio e per virtù. Bastava bene

ammazzarli, senza trattarli come vili assassini di strada. A tanto di

barbarie si è lasciato trasportare un ammiraglio d'Inghilterra. Il re,

che era sul vascello inglese il Fulminante, non soffrendogli l'animo di

vedere i supplizii che si preparavano, se tornava in Sicilia. Rimase il

campo libero a chi voleva sangue.

Conquistati i castelli di Castel Nuovo e di Castel dell'Uovo,

attesero gli alleati all'acquisto di Sant'Elmo, il quale, oppugnato

gagliardamente qualche giorno, venne in mano loro, essendosi il

comandante Mejean arreso a patti. Stipulossi fra le due parti che la

guernigione franzese sarebbe prigioniera di guerra del re e de' suoi

alleati; che non servisse contro di loro finchè non fosse scambiata;

che sotto fede si conducesse sopra bastimenti regi in Francia. Quanto

ai sudditi del re che si trovavano nel forte, si convenne che si

consegnassero in mano degli alleati: brutto sfregio alla fama di Mejean

che doveva lasciare che gli alleati quegli uomini da immolarsi si

prendessero da per sè stessi, non obbligarsi col suo nome sottoscritto

a consegnarli. Si aggiunse a patti crudeli una esecuzione più crudele.

I repubblicani, travestiti a modo di soldati franzesi, per istare alla

fortuna, se non fossero riconosciuti di salvarsi, essendo riconosciuti,

ed anzi indicati da chi li doveva preservare, vennero in poter di

coloro che tanto agognavano il sangue loro; spettacolo miserabile che

commosse a compassione molti degl'inimici.

Si arrendevano in questo all'armi regie Capua e Gaeta, non fatta difesa

alcuna d'importanza. Così tutto il regno tornò all'antica divozione,

ma rotto, sanguinoso, pieno d'incendii, di rapine, di sdegni e di

vendette. Incominciavansi i supplizi, l'infuriata plebe imitava;

l'uccidere per tribunali era accompagnato dall'uccidere per anarchia.

Non ad età si perdonava, non a sesso, non a grado. Un Fiori, un

Guidobaldi, un Damiani, un Sambuci, e massimamente uno Speciale, già

stato ordinatore dei supplizii di Procida, erano gli strumenti della

barbarie.

Mario Pagano, al quale tutta la generazione riguardava con amore e

con rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visto innocente,

visto desideroso di bene; nè filosofo più acuto, nè filantropo più

benevolo di lui mai si pose a voler migliorare questa umana razza e

consolar la terra. Errò, ma per illusione, ed il suo onorato capo fu

mostrato in cima agl'infami legni, sede solo dovuta ai capi di gente

scellerata ed assassina. Non fece segno di timore, non fe' segno di

odio. Morì qual era vissuto, placido, innocente e puro. Il piansero

da un estremo all'altro d'Italia con amare lagrime i suoi discepoli,

che come maestro e padre, e più ancora come padre che come maestro il

rimiravano. Il piansero con pari affetto tutti coloro che credono che

lo sforzarsi di felicitare l'umanità è merito, e lo straziarla delitto.

Non si potrà dir peggio dell'età nostra di questo che un Mario Pagano

sia morto sulle forche. Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui

nome suonava onoratamente in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di

tempi tanto sinistri. Se gli offerse la grazia, purchè la domandasse,

non perchè virtuoso, dotto e da tutto il mondo onorato fosse, ma perchè

aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona. Rispose sdegnato,

non volere domandar grazia, e poichè i suoi fratelli morivano, voler

morire ancor esso; nè desiderio alcuno portar con sè di un mondo

che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi, dei perversi. La

costanza medesima che mostrò coi detti mostrò coi fatti; perì per mano

del carnefice, ma perì immacolato e sereno. Francesco Conforti, per

dottrina nelle scienze morali e canoniche a nissuno secondo, a quasi

tutti il primo, uomo che una lunga vita aveva vissuto o nelle sue

segrete stanze a studiare, o sulle pubbliche cattedre ad insegnare,

fe' testimonio al mondo col suo miserando fine che niuna cosa è più

inesorabile della rabbia civile, e che la gratitudine non ha luogo

fra gli sdegni politici. Preso e legato dagli sbirri in Capua, gli

diè di mano il boia in Napoli. Vincenzo Russo, giovane singolarissimo

per altezza d'animo e per eloquenza e per umanità, portò con gli altri

supplizio del buon volere in tempi malvagi; dopo gli strazi, infiniti

che nella sua prigione furono fatti di lui, e che sopportò con costanza

ineffabile, fu dato in preda al carnefice. Non mutò volto, non fe'

atto alcuno indegno di lui; serbò non solo la equalità dell'animo, ma

ancora la serenità. Nè giovò a Pasquale Baffi la dolcezza incredibile

della sua natura, la straordinaria erudizione, l'essere uno dei primi

grecisti del suo tempo, nè l'avere pubblicato una traduzione col

testo dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le ceneri di

Ercolano. Letterato di primo grado, fu dannato anch'egli all'ultimo

supplizio da chi non aveva altre lettere che del saper sottoscrivere

una sentenza di morte. Fu Mantonè, antico ministro di guerra, condotto

alla presenza di Speciale, e quante volte era interrogato da lui, tante

rispondeva: «Ho capitolato.» Avvertito apprestasse le difese, rispose:

«Se la capitolazione non mi difende, avrei vergogna di usare altri

mezzi.» Condannato a morte, camminava col capestro al collo, in mezzo

a' suoi compagni, con fronte alta e serena, tra sdegnoso e generoso.

Salite, senza mutare nè viso nè atto, le fatali scale, dimostrò che

l'uomo, quantunque percosso dalla fortuna, è più forte di lei, e che

non lo spaventa la morte. I raccontati supplizi, siccome d'uomini,

partorirono maraviglia insieme e pietà in coloro che non ancora di

ogni affetto umano si erano dispogliati; ma più maraviglia che pietà:

il seguente, siccome di donna, mosse più a pietà che a maraviglia;

pure a grandissima maraviglia strinse i circostanti. Eleonora Fonseca

Piementel, donna ornata d'ogni genere di letteratura, ed ancor più

di virtù, da Metastasio lodata, fu condannata a perder la vita sulle

forche piantate in piazza del mercato.

Non tutti i condannati morirono sul patibolo, ma chi più crudelmente

chi meno. I casi d'un Velasso, d'un Fiani destan raccapriccio ed

orrore. Un Pasquale Battistessa, impiccato e portato in chiesa, ivi diè

segni di vita. Rapportato il compassionevole caso a Speciale, mandò

dicendo, il finissero: come Speciale aveva comandato, così fu fatto.

Narransi qui storie d'uomini o di fiere?

Morirono in Napoli per l'estremo supplizio, e tutti con invitto

coraggio, Ignazio Ciaia, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia,

ma originario di Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo,

Giuseppe Albanese, Marcello Scotti, letterato eruditissimo ed autore

del catechismo de' marinai, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo,

con molti altri, ornamento e fiore delle napolitane contrade. Fu anche

affetto con l'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam

detto, da Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì qual era

vissuto, indomito, animoso ed imperturbabile.

La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono

parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo

onore e primo lume della napolitana marineria, amato dal re, stimato

dal mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece

ancor esso una compassionevole fine. Scoperto da un suo domestico,

fu condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da

villani ferocissimi, a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di

Napoli. Convocava l'ammiraglio incontanente al bordo della sua nave

il Fulminante un consiglio militare, a cui diede facoltà ed ordine di

giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il

re delle Due Sicilie per avere combattuto la fregata napolitana la

Minerva. Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma

nol potè pruovare. Dannavanlo il consiglio a morte. Nelson comandava

s'impiccasse all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse

al mare. Il misero principe pregava, dicendo, essere vecchio, non

aver figliuoli che fossero per piangere la sua morte, per questo non

desiderare la vita: solo pesargli il morire da malfattore; pregare, il

facessero morire da soldato. Le compassionevoli preghiere non furono

udite. Volle il condannato pregare d'intercessione la donna che era a

bordo del Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro

adunque, come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli;

il suo corpo gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un

principe napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico

generoso in guerra; ed il giudizio di morte venne da una nave del re

Giorgio.

Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizii, sì per la rabbia

popolare. Non fu minore nelle provincie: perironvi in modo sempre

violento, spesso crudele, quattro mila persone, quasi tutte eminenti

o per dottrina o per lignaggio o per virtù; carnificina orribile.

Pure ne tocca raccontare un altro caso. Domenico Cimarosa, cui tutta

la generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili

melodie, cui chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire,

era obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed

annuvolatici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano

le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizii. Pregato, egli

aveva composto la musica per un inno repubblicano. Venuta Napoli in

mano dei sicarii, furono primieramente le sue case saccheggiate, anzi

il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti amabili, gittato per

le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli medesimo cacciato

in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi sarebbe stato ancora,

se i Russi ausiliarii del re non fossero giunti a Napoli. Saputo il

caso, e non avendo potuto ottenere dal governo napolitano, al quale

l'avevano domandata, la sua liberazione, generale ed ufficiali corsero

al carcere, e l'italico cigno liberarono. Così in una Italia, in una

Napoli, la salute venne a Cimarosa dall'Orsa.

Essendo caduta nelle due estremità d'Italia la potenza dei Franzesi,

restava ancor in poter loro la romana repubblica, ma non sì che non

si vedesse vicina la inevitabile rovina loro anche in questa parte.

Suonavano dentro e d'intorno le armi dei confederati o regolari o

collettizie. Avevano gli Aretini, sempre infiammati nell'impresa loro

contro i Franzesi, in ciò secondati anche dai Cortonesi, avendo le due

città in così grave occorrenza posto in disparte le antiche emulazioni,

fatto un moto importante sulle rive del Trasimeno, e sforzato Perugia

ed il suo forte alla dedizione. A questo modo si erano posti in

mezzo, onde i Franzesi rimasti alla guardia di Roma e dei luoghi

circonvicini non potessero più comunicare coi loro compagni, che se ne

stavano assediati in Ancona. Lo Stato romano quasi tutto tumultuava,

e tornava all'obbedienza pontificia. Furonvi al solito uccisioni,

rapine, ingiurie a uomini e a donne, con tutte le altre pesti indotte

dai popoli mossi a romore. Da una altra parte nè Froelich, che aveva

nella Romagna il governo delle genti, nè il re di Napoli, dopo la

ricuperazione del regno, avevano trasandato le romane cose. Ad essi

accostavansi gl'Inglesi con qualche squadra di genti da terra e con

navi condotte dal capitano Trowbridge nelle acque di Civitavecchia.

Adunque la repubblica romana era chiamata a ruina da tutte le parti. Nè

il generale Garnier, che ne stava alla custodia, perduto avendo ogni

speranza di soccorso, e mancando di genti, poteva resistere a tanta

piena. Froelich faceva impeto in primo luogo contro Civitacastellana,

ed avendola occupata, facilmente si incamminava a Roma dalla parte

bassa, salivano i Napolitani, condotti da un Burcard, Svizzero, e

turbavano tutto il paese sulla riva sinistra del Tevere. Erano con

loro gl'Inglesi di Trowbridge, che, procurata prima la resa di Capua

e di Gaeta, se ne venivano alla conquista di Roma. Usciva Garnier

alla campagna, piuttosto per non capitolare senza combattere, che

per combattere per vincere. Fuvvi un duro e lungo incontro tra i

repubblicani sì franzesi che romani da una parte, e i Napolitani

dall'altra, presso a Monte rotondo. Ritiraronsi i Napolitani ai luoghi

più alti e montuosi. Non erano ancora i soldati di Garnier riposati

dalla fatica della battaglia di Monterotondo, che li conduceva contro

Froelich; ma, sebbene con molto valore combattesse, fu costretto a

ritirarsi nelle mura di Roma, restando in suo potere le sole fortezze

di castel Sant'Angelo, Corneto, Tolfa e Civitavecchia. Questo fatto

diè cagione di risorgere anche ai Napolitani dall'altra parte.

Perlochè, riavutisi dalla rotta di Monterotondo, s'avviarono di nuovo

contro Roma. Posero gli Austriaci le loro prime guardie alla Storta,

i Napolitani a Portaromana ed a Pontemolle. Consideratosi da Garnier

il precipizio delle cose, e pensando che il cedere a tempo sarebbe

non solamente la salute de' suoi, ma ancora quella dei repubblicani

di Roma, che avevano seguitato la fortuna franzese, aveva introdotto

una pratica d'accordo con Trowbridge, quale fu condotta a perfezione e

sottoscritta da ambe le parti il dì 25 settembre.

Le principali condizioni furono le seguenti: uscissero i Franzesi

da Roma, Civitavecchia, Corneto e Tolfa con ogni onore di guerra;

serbassero le armi, non fossero prigionieri di guerra; si conducessero

in Francia od in Corsica; i Napolitani occupassero castel Sant'Angelo

e la Tolfa, gl'Inglesi Corneto e Civitavecchia; i Romani che volessero

imbarcarsi coi presidii franzesi, e trasportar le proprietà loro, il

potessero fare liberamente, e quei che rimanessero, e che si fossero

mostrati affezionati alla repubblica, non si potessero riconoscere

nè delle parole nè degli scritti nè delle opere passate, e fossero

lasciati vivere quietamente, sì veramente che vivessero quietamente e

secondo le leggi. Penò qualche tempo Froelich a consentire all'accordo;

commise ancora qualche ostilità; ma finalmente vi accomodò l'animo,

e voltate le bandiere verso l'Adriatico, se ne giva all'assedio di

Ancona, sola piazza che nello stato romano ancora si tenesse pei

repubblicani. S'imbarcarono i Franzesi a Civitavecchia, e con essi

tutti coloro fra' Romani che stimarono più sicuro lo esilio che il

commettersi ad un governo provocato con tante ingiurie.

Burcard occupò primo la città, poscia vi venne don Diego Naselli, dei

principi d'Aragona, mandato da Ferdinando con potestà suprema militare

e politica, per ridurre a qualche sesto le cose scomposte dalla

rivoluzione, innanzichè il governo pontificio vi fosse restituito.

Creò un superiore magistrato con titolo di suprema giunta del governo;

aggiunse un tribunale di giustizia sotto il nome di giunta di Stato,

ufficio del quale fosse che la quiete dello Stato non si turbasse, e

chi la turbasse fosse castigato. La suprema giunta notò i beni venduti

ai tempi della repubblica come nazionali, ed abrogò le vendite fatte,

riserbando agli spossessati il ricorso pei compensi: contenne il

libero scrivere, frenò la licenza del vestire sì degli uomini che delle

donne, e richiamò ai luoghi loro le suppellettili rapite o vendute del

Vaticano e delle chiese, rimborsando però il valore a chi le avesse

comperate. Inibì l'ingresso e la dimora in Roma a tutti che avessero

avuto cariche nella repubblica, e bandì da tutto lo Stato romano i

cinque notai capitolini, che avevano rogato l'atto della sovranità

del popolo e della deposizione del sommo pontefice. Oltre a ciò, i

beni dei repubblicani furono generalmente sequestrati, poi confiscati:

gran numero di coloro che avevano partecipato nel governo precedente,

dopo di essere stati esposti ad infinite vessazioni ed insulti, furono

gettati in carcere. Violavasi così la capitolazione; del resto, non si

fece, come a Napoli, sangue, moderazione degna di molta lode. Ma la

sfrenatezza delle soldatesche napolitane suppliva in questo, perchè,

oltre al rubare nelle botteghe e nelle strade, il giorno come la

notte, uccisero anche parecchie persone che vollero difendersi dalla

loro rapacità. Questi delitti andavano impuniti. Roma, offesa dai

Napolitani, era compresa da un altro terrore.

Le vittorie di Kray e Suwarow avevano posto in mano degli alleati la

valle del Po, quelle di Ruffo e le mosse dei sollevati di Toscana,

tolto al dominio dei Franzesi e dei repubblicani il regno di Napoli,

lo Stato romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia

non avevano più i Franzesi che Genova con la riviera di Ponente, sulla

sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato,

perchè, siccome prossimo ai loro territorii, poteva facilmente servir

loro di scala al racquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto

lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il

volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama

e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti

della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier,

che stava al governo della piazza con un presidio che, tra Franzesi,

Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno

arrivava a questo numero. La piazza, la quale, ancorchè munita di

una forte cittadella, non ha in sè molta fortezza per essere dominata

dalle eminenze vicine, era, per la diligenza usata da Monnier, divenuta

fortissima: non si poteva venir agli approcci della piazza, se prima

non erano sforzate le fortificazioni esteriori, effetto difficile a

conseguirsi per la natura dei luoghi.

Non mancavano dall'altra parte mezzi di espugnazione ai confederati.

Una flotta turca e russa, governata dall'ammiraglio Woinowich, e

comparsa nelle acque d'Ancona, ora bloccava la bocca del porto,

perchè nuovo fodero non vi arrivasse, ora faceva sbarchi di gente sui

lidi circonvicini. Quest'era la flotta che, già vincitrice di Corfù,

intendeva al conquisto di Ancona, ponendo sulle italiche terre coi

Turchi e coi Russi i Barbari dell'Epiro. Quivi veniva pure un navilio

sottile d'Austria per poter meglio accostarsi a terra ed infestare

le spiaggie marittime. Dalla parte del regno, gli abitatori delle

rive del Tronto si erano levati a romore, ed, accompagnati da qualche

nervo di genti ordinate, correvano tutto il paese, e minacciavano di

stringere il presidio d'Ancona dentro le mura. Dalla parte poi della

Romagna, tumultuavano anche i popoli contro i repubblicani: Pesaro

e Fano, voltate le armi contro di loro, facevano un moto di molta

importanza. Sinigaglia stessa titubava. Niuna cosa più restava sicura

ai repubblicani che le anconitane muraglie.

Eransi le popolazioni di Pesaro e di Fano mosse da sè stesse, ma

s'aggiunse loro, sussidio efficacissimo, l'opera ed il nome del

generale cisalpino Lahoz. Era Lahoz stato stromento potente ai Franzesi

per turbare l'antico stato d'Italia. Amico al generale Laharpe, aveva

militato con lui, e, com'egli, nodriva l'animo volto a libertà. Mutò

poi linguaggio e fatti, sì che Montrichard, a cui era subordinato,

risapendone i maneggi, e veduta l'importanza del caso, gli toglieva

l'autorità sul dipartimento del Rubicone, mandando Hullin per

arrestarlo. Ma Lahoz, avuto avviso degli ordini dati per ritenerlo, si

era schivato, e mandando fuori apertamente quello che si aveva concetto

nell'animo, gittossi coi popoli sollevati a guerreggiare contro

Francia.

A tutte queste genti, contro le quali col suo tenue presidio doveva

combattere Monnier, si aggiunsero a tempo opportuno quelle che Froelich

conduceva dallo Stato romano. Lahoz, incitate e meglio ordinate le

squadre dei sollevati sulle rive del Metauro e dell'Egino, prendendo a

destra dei monti che chiamano della Sibilla, se ne andava su quelle del

Tronto per quivi abboccarsi con Donato de Donatis, alle bande del quale

molte altre già si erano accostate, particolarmente quelle che avevano

per condottieri i nobili Sciaboloni, Cellini e Vanni. L'arrivo di un

generale tanto riputato per perizia di guerra e per valor di mano molto

confortava questi capi, perchè speravano che per opera di lui quelle

genti indisciplinate e tumultuarie si convertirebbero in esercito

regolato ed obbediente. Infatti Lahoz le distribuiva in compagnie,

le rendeva sperimentate negli usi del muoversi, del marciare, del

combattere. Concorrevano cupidamente tratti dal nome suo gli Abruzzesi,

e fecero massa tale che da Ascoli passando per Calderola, Belforte,

Camerino, Tolentino e Fabriano, si distendevano con guardie non

interrotte fino a Fossombrone e Pesaro, cignendo per tal modo tutto il

paese all'intorno d'Ancona.

Monnier, non volendo lasciarsi ristringere nella piazza, usciva

fuori alla campagna per combattere fazioni che non potevano portare

che danno per lui, perchè aveva poche genti e non modo di ristorare

i soldati perduti con nuovi, mentre i collegati, per avere i mari

aperti e le popolazioni sollevate in lor favore, potevano facilmente

aggiungere genti a genti. Ma qual cosa si debba pensare di questa

risoluzione di Monnier, ne seguitava una guerra minuta e feroce, a

distruzione d'uomini e di paesi, usandosi dai soldati immoderatamente

la licenza. Ascoli, Macerata, Tolentino, Belforte, Fano, Pesaro ed

altre città della Marca, belle tutte e magnifiche, prese e riprese per

forza parecchie volte, ora dall'una delle parti ed ora dall'altra,

pruovarono quanto la licenza militare ha in sè di più atroce e di

più barbaro. Finalmente successe quello che era impossibile che non

succedesse, cioè che, moltiplicando sempre più le genti collettizie di

Lahoz e le regolari de' collegati, e venute in mano loro Jesi, Fiume,

Fiumegino, Sinigaglia, Montesicuro, Osimo, Castelfidardo e perfino

Camurano, terra posta a poca distanza da Ancona, fu costretto Monnier

a serrarvisi dentro ed a far difesa dei suoi le mura fortificate di

lei. I Turchi ed i Russi, senza metter tempo in mezzo, s'impadronirono

della montagnola, donde più oltre procedendo, tosto piantarono una

batteria di diciassette cannoni, con la quale bersagliavano il forte

dei Cappuccini, il monte Gardetto e la cittadella.

Furono da questi tiri molto danneggiati gli edifizii della cittadella,

restaronne i bastioni rotti, le caserme inabitabili. Al tempo stesso,

ventidue barche armate di cannoni fulminavano dalla parte del mare

contro il lazzaretto, il molo, il forte dei Cappuccini, e contro le

tre navi che già furono della repubblica di Venezia, il Beyraud,

il Laharpe e lo Stengel, e che Monnier aveva fatto sorgere in sur

un'ancora alla bocca del porto. Lahoz, cacciati i repubblicani da monte

Pelago, se ne era fatto padrone, e qui con trincee si approssimava a

monte Galeazzo; che anzi, fatto un subito impeto contro di esso, vi

si era alloggiato; ma venuto Monnier con un grosso de' suoi, lo aveva

ricacciato dentro le trincee scavate fra questi due monti. Tali erano

le condizioni dell'anconitana guerra, nè si vedea che gli alleati

potessero così presto restar superiori, perchè quei di dentro si

difendevano egregiamente, e di que' di fuori, i Russi erano pochi, i

Turchi ed i sollevati, per l'imperizia loro e la mala altitudine dei

loro istrumenti militari facevano poco frutto nell'espugnazione della

piazza.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 78 / 99 段