Conseguita la vittoria d'Altamura, andava il cardinale a porre le sue

stanze ad Ariano nel Principato ulteriore. Quivi le città principali

di Puglia, spaventate dal caso d'Altamura e di Gravina, spente le

insegne della repubblica, e seguitando scopertamente il nome del re,

concorrevano coi deputati loro a giurare obbedienza. Tutto lo stato

della repubblica ruinava, e ritornavano con grandissimo impeto della

fortuna a Ferdinando tutte le terre e le fortezze principali. Solo

Foggia, capitale, assai fiorente e ricca, popolosa e piena di amatori

dello stato democratico, ancor si teneva; ma l'essere tornata tutta

la provincia alla devozione del re diede facilità ai Russi, Inglesi ed

Ottomani di sbarcare, come fecero, sulle rive del golfo di Manfredonia

nel novero di circa mille quattrocento condotti dal cavaliere

Micheroux; marciarono contro Foggia, e la ridussero in poter loro.

Correva un giorno di fiera quando vi entrarono: i popoli, spaventati al

vedere quelle genti strane, che avevano nome di valorose e di feroci,

sparsero tosto le triste novelle pei paesi circonvicini. Il terrore

dominava, e se qualche luogo era rimasto fedele alla repubblica, questo

concorreva prestamente con gli altri all'obbedienza verso il vincitore.

Parte dei soldati forastieri si congiunsero col cardinale in Ariano,

e parte andarono a trovare sulle rive del Mediterraneo il vescovo di

Policastro, che aveva combattuto infelicemente contro i repubblicani.

Venne con questa seconda schiera Micheroux medesimo, che, valorosamente

guerreggiando pel suo signore, aveva in odio la ferocia delle turbe

indisciplinate, e si sforzava, ancorchè fosse indarno, di frenarle. I

rinforzi condotti da Micheroux rendettero superiori i regi; anzi tanto

s'avvantaggiarono, che, non ostante che i repubblicani con frequenti

e forti battaglie cercassero di arrestarli, arrivarono, conquistati i

passi importanti d'Eboli e di Campistrina, sotto le mura di Salerno, e

se ne impadronirono. Già tutte le provincie avendo obbedito o per amore

o per forza alla i fortuna del vincitore, la guerra si avvicinava a

Napoli. Il cardinale, per istringerla, era venuto, calandosi da Ariano,

a porsi a Nola, mentre Micheroux erasi alloggiato a Cardinale. Eransi

anche i regi fatti padroni della Torre del Greco. Da un'altra parte,

Aversa, rivoltatasi dalla repubblica, aveva chiamato il nome del re.

Questo accidente interrompeva le strade da Napoli a Capua, in cui

Macdonald, partendo, aveva lasciato un presidio di due mila soldati.

La medesima ubbidienza seguitava l'Abruzzo, perchè Proni, sollevato

prima l'Abruzzo superiore, dove, ad eccezione di Pescara, in cui si

era rinchiuso il conte Ettore di Ruvo, ogni cosa veniva in poter suo,

scendeva a far levare l'inferiore. Veramente tanto vi fece con la

forza e con le persuasioni, che l'autorità regia vi fu ristaurata sino

prossimamente a Gaeta, munita di un presidio franzese. Per tal guisa

furono tagliate tutte le strade tra Napoli e Roma. In questo mentre

comparivano le navi inglesi in cospetto, e mostrarono ai repubblicani

che la strada del mare era loro interdetta come quella di terra, e

che nissun'altra speranza rimaneva loro, se non quella di un disperato

valore, poichè nella clemenza del vincitore non potevano in modo alcuno

fidare. Avevano innanzi agli occhi il prospetto di Procida isola,

nido allora d'immanità orribilissime. S'aggiungeva a spavento dei

repubblicani che in Napoli s'era scoperta una congiura in favore del

re.

In estremo tanto pericoloso, in cui non si trattava più di vincere o

di perdere, ma di vivere o di morire, il governo della repubblica ed i

repubblicani facevano ora più ora meno di quanto i tempi richiedessero.

I sospetti intanto, anche fra gli uomini della stessa parte, come

avviene nelle disgrazie, davano il tracollo allo stato già cadente. Fu

proposto che un magistrato di censura si creasse, che avesse diritto

e carico di scrutinare i membri del direttorio e quei del corpo

legislativo, e chi fosse stimato sospetto cassasse, e proponesse in

luogo loro cittadini puri ed incorrotti. Fu creato il magistrato:

questi creavano, quelli cacciavano, il governo era in mano loro.

Instituissi intanto un tribunale, il cui ufficio fosse di giudicare il

crimenlese, e di cui fu nominato presidente Vincenzo Lupo: entrarono

con lui i repubblicani più vivi.

Decretava il direttorio che quando tirassero tre volte i cannoni dei

castelli, chi a guardia nazionale od a ritrovi politici non fosse

ascritto, incontanente si ritirasse alle sue case sotto pena di morte,

e sotto la medesima pena serrasse le finestre. Ai tiri medesimi

le guardie nazionali, o chi fosse addetto ai ritrovi, tostamente

accorresse al quartier generale: i quinqueviri, i legislatori, i

ministri andassero ai seggi loro, e chi nol facesse fosse ammazzato.

Queste cose si facevano con terrore infinito della città. Ma i

repubblicani più vivi e quelli che avevano in odio ed in sospetto

ogni freno ed ogni governo viemmaggiormente s'infierivano. Quelli del

ritrovo fermato nella casa dell'accademia dei nobili si spinsero ad

eccessi condannabili, facendo cacciar dalle cariche quelli che lor

non piacevano, sì che venne a regnare un'orribile anarchia. Poi, per

far vedere che, se atterrivano gli altri, non avevano paura essi,

immaginarono un registro, dove tutti, come membri dell'adunanza,

avessero a scrivere i nomi loro. Questo registro divenne poscia, quando

i regi si fecero padroni di Napoli, un libro di morte, perchè trovato,

furono giudicati senza remissione tutti coloro che l'avevano segnato

coi loro nomi.

In questo mentre niuna cosa lasciavano intentata per infiammare

il popolo; sbattezzarsi chi avea nome Ferdinando, e prender nomi

repubblicani; recitarsi le tragedie di Alfieri e le più forti, e spesso

interromperle un predicatore a commentarle; poi un altro a dire che

bisognava ammazzar tutti i tiranni: le napolitane grida andavano al

cielo; fuori poi i discorsi erano ancor più strani che nel teatro.

Eleonora Fonseca scriveva un monitore, giornale in cui pubblicava

continuamente vittorie di repubblicani, sconfitte di regi, arrivi

di flotte soccorritrici di Francia. La società detta filantropica

ammaestrava i lazzaroni per far loro capire che dolce e bella cosa

fosse la repubblica. Fin la religione usavano, le predicazioni, le

preci; fin la protezione di san Gennaro.

Ma i rimedii riuscivano insufficienti senza le buone armi. In questo

i repubblicani avevano molta fede in Mantonè, ministro della guerra,

uomo di animo fortissimo, repubblicano gagliardo, e che appunto

pel suo coraggio smisurato errò; egli era, per mandato del governo,

ordinator supremo di quanto s'appartenesse all'armi ed alla difesa

della repubblica. Chiamò a sè gli ufficiali e soldati che erano stati

ai servigi del re; ma, non potendo l'erario bastare a tanto dispendio,

poneva mano a rimedii straordinarii. I doni d'oro ed argento coniato o

vergato, procurati da due gentildonne molto ragguardevoli, le duchesse

di Cassano e di Popoli, bastarono ad ordinar tre legioni di veterani,

che, rette da Schipani, da Ettore di Ruvo e da un Belpuzzi, marciavano

contro Sciarpa, Proni e Ruffo. Per sicurezza poi di Napoli, Mantonè

ordinava meglio la guardia urbana, e tentava ogni via di accalorarla

in favore della repubblica. Basetta primo generale, secondo Gennaro

Serra, terzo Francesco Grimaldi e Antonio Pineda, uomini valorosi; alla

fede del generale Federici commessa la custodia di Napoli, a quella

di Massa Castelnuovo, al principe di Santa Severina Castel dell'Uovo.

Buoni ordinamenti erano questi, ma la guerra più forte di loro; nè

Mantonè, o che non sel credesse egli pel gran coraggio che aveva, o

che s'infingesse per non ispaventare, non aveva fatto provvedimenti

più gagliardi. Si persuadeva che le legioni create fossero bastanti

a frenare i regi nelle provincie, e ritornarle sotto l'obbedienza del

governo popolare.

Ebbe la guerra assai diverso successo; perchè Belpuzzi conoscendo

la impossibilità di far fronte ai regi, abbandonata l'impresa, se

n'era ritornato a Napoli. Ferocemente aveva combattuto negli Abruzzi

Ettore di Ruvo, ma assalito ed attorniato da un numero di nemici

molto superiore, fu costretto a cercar ricovero contro il furor dei

sollevati dentro le mura di Pescara, Schipani, rotto da Sciarpa, per

ultimo rifugio si era ritirato a Napoli. Così Ruffo, vincitore in ogni

parte, inondando con le sue genti tutto il paese all'intorno, si era

avvicinato alla capitale. Vide allora Mantonè che i moti del cardinale

erano per risolversi non in romori, ma in effetti, che la fortuna

minacciava, e che i rimedii ordinarii più non bastavano.

Creata per custodia di Napoli una legione di fuorusciti calabresi, i

quali, perchè parteggiavano per la repubblica, cacciati a furia dalle

case loro per le armi di Ruffo, si erano riparati nella capitale,

uomini fieri, bellicosi, arrabbiati per le ingiurie recenti, e che se i

loro compatriotti militanti col cardinale si mostravano disposti a far

cose enormi pel re, essi erano risoluti a farne per la repubblica delle

ugualmente enormi; poi, detto al principe di Roccaromana che creasse

un reggimento di cavalieri nei contorni di Napoli, partiva Mantonè

stesso da Napoli con sei mila soldati, non senza esimio apparato per

impressionar quel popolo, di cui l'immaginare è tanto forte. Abbellì

quella partenza la liberazione dei prigionieri fatti da Macdonald

nella conquista di Castellamare, provveduti ancora perchè potessero

ritornare, come loro fosse a grado, alle patrie loro.

Mantonè, condotte le repubblicane squadre alla campagna, sbaragliava

e fugava facilmente i corridori dell'esercito regio; ma quando più

oltre si fu spinto, si accorse che per lui nè pe' suoi altro scampo non

restava se non quello di tornarsene prestamente là dond'era venuto.

Il suo ritorno in Napoli costernava le genti: per ultima speranza

aspettavano quello che fosse per partorire il valore di Schipani; ma

ebbero tosto le novelle ch'egli, per aver udito la ritirata di Mantonè,

si era condotto alla Torre dell'Annunziata, combattuto quivi aspramente

dai Russi, dai regi e da una parte de' suoi soldati medesimi mutatisi

a favore del re, era stato preso, dopo di aver veduto lo sterminio

quasi intero de' suoi compagni. Sentissi a questo momento ancora che

Roccaromana aveva bene levato ed ordinato il reggimento di cavalli,

ma che invece, di farlo correre in aiuto dei repubblicani, lo aveva

condotto al cardinale, dal quale aveva avuto le grate accoglienze.

Il precipizio era evidente. Decretava il direttorio essere la patria

in pericolo. Ritiravasi col corpo legislativo ai castelli Nuovo e

dell'Uovo; quel di Sant'Elmo, più forte, e che dominava Napoli, era in

mano del presidio franzese lasciatovi da Macdonald: un terrore senza

pari occupava le menti. La legione Calabra sola non si spaventava,

perchè dal vivere al morire, purchè si vendicasse, non faceva

differenza. Parte stanziava in Napoli, parte presidiava il castello di

Viviena, per cui Ruffo doveva passare per venire a dar l'assalto alla

città dal lato del ponte della Maddalena.

Udissi tutto ad un tratto nella spaventata Napoli un romore come di

tuono; tremò la terra; pure il Vesuvio non buttava: veniva dal forte

di Viviena. Lo aveva il cardinale con tutte le sue forze assaltato;

si difesero i Calabresi, non come uomini, ma come lioni. Pure i regi,

combattendolo da tutte parti con l'artiglieria, l'avevano smantellato,

e non una, ma più, brecce e piuttosto una ruina di tutte le mura apriva

l'adito ai vincitori. Entraronvi a forza ed a furia: gente disperata,

ammazzava gente disperata, nè solo i vinti perivano. Nissuno s'arrendè,

tutti furono morti; date, a chi gli uccideva, innumerevoli morti.

Restavano una mano di pochi: la rabbia li trasportava; feriti ferivano,

minacciati ferivano, ammoniti dell'arrendersi, ferivano. Pure l'estrema

ora giungeva. Anteponendo la morte di soldato alla morte di reo, nè

soffrendo loro l'animo di venir in forza di coloro che con tanta rabbia

abborrivano, un Antonio Toscano, che li comandava, e che già stava con

mal di morte per le ferite e pel sangue sparso, strascinossi a stento a

carpone al magazzino delle polveri, e con uno stoppaccio acceso postovi

fuoco, mandò vincitori, vinti e rovinate mura all'aria. Tutti perirono:

questa fu la cagione del tuono e dello spavento di Napoli.

Ruffo, espeditosi dall'intoppo del forte, passava e si accingeva a dar

l'assalto alla capitale da tre bande. I repubblicani carcerarono come

ostaggi alcuni sospetti, e condussero in Castel nuovo ed in Castel

dell'Uovo un fratello del cardinale, ed i parenti degli ufficiali

dell'esercito regio. Passarono per le armi i fratelli Bacher con

quattro lazzaroni mescolati in congiure. Poi partiti in tre schiere,

se ne givano contro Ruffo: Writz li conduceva alla Maddalena,

Bassetta a Foria, Serra a Capodimonte. Caracciolo con le navi sottili

accostatosi al lido, batteva di fianco le genti del re. Animavansi con

vicendevoli conforti l'un l'altro, e così diedero dentro ai regi: sorse

una furiosissima zuffa alla Maddalena, luogo del principale sforzo:

repubblicani e regi eleggevano piuttosto il morire che il cedere.

I repubblicani, massimamente quei Calabresi inferociti, non punto

sbigottitisi alla morte di Writz, loro prode e fedele capitano,

continuavano a menar le mani ed a tener lontani dalle dilette mura le

genti regie. Dal canto loro Bassetta e Serra ottimamente facevano il

debito loro. Non inclinava ancora la sorte da alcun lato, quand'ecco

sorgere grida di _viva il re_ alle spalle dei democrati. Erano una

moltitudine di lazzaroni che, stimolati dai partigiani del governo

regio, si levarono a rumore. Rivoltaronsi addosso a loro i repubblicani

e gli ammazzarono tutti. Ma Ruffo, usando l'occasione che gli si era

aperta, perchè i nemici assaliti alle terga avevano rimesso dalle

difese, entrava il 13 giugno per viva forza ed inondava la città, solo

a lui contrastando quei Calabresi indomabili. Quivi il raccontare

le cose che seguirono parrà certamente impossibile, se si si farà a

considerare quella rabbia immensa, le ingiurie fatte, il sangue sparso,

il sangue caldo, la natura estrema di quei popoli, l'immanità della

più parte dei combattenti da nissuna civiltà temperata. Primieramente

il castello del Carmine, che domandava i patti, fu preso per assalto

e tutto il presidio senza pietà passato a fil di spada. Carnificina

più grande e più orribile si faceva per le contrade. Vi si uccidevano

gli uomini a caccia per diletto, come se fossero stati fiere; nè età,

nè sesso, nè condizione, nè grado si risparmiavano. Uccidevansi i

repubblicani per odio pubblico, i non repubblicani per odio privato;

nè quei carnefici si contentavano di uccidere, che ancora voleano

tormentare, e varii erano i generi delle morti, uno più crudo e più

orribile dell'altro. Godevano i barbari, a guisa di veri cannibali,

e facevano le loro tresche, le loro grida, le loro danze festevoli

intorno alle vittime. Vedeva Ruffo queste cose, e non volle o non potè

frenarle. Cercavano e chi era reo e chi era innocente di repubblica,

scampo a furore tanto barbaro. Chi fuggiva in abito di donna, e questo

ancora nol salvava; chi fuggiva sotto cenci da lazzarone, e non si

salvava. Ma quelli a cui la fortuna aveva aperto uno scampo per le

contrade gliel toglieva per le case; poichè i padroni ne li cacciavano,

sapendo che, se li ricettassero, le case loro sarebbero saccheggiate ed

incese ed essi uccisi. Vidersi fratelli chiuder le porte ai fratelli,

spose agli sposi, padri a' figliuoli. Risospinti dalle case, i miseri

perseguitati si nascondevano nelle fogne, donde di notte tempo e di

soppiatto uscivano, cacciati dalla fame e dalla puzza. Se ne accorsero

i lazzaroni; si mettevano in agguato alle bocche, come se aspettassero

fiere al varco, e quanti uscivano, tanti ammazzavano. Felice chi moriva

senza tormenti! Durò lo stato orribile due giorni. Infine si risolvè il

cardinale, o perchè la umanità finalmente il movesse, o perchè volesse

attendere all'assedio dei castelli, fazione impossibile a tentarsi in

tanto scompiglio a frenare il furore de' suoi; Napoli, atterrita per le

morti, diventò lagrimosa pei morti.

Restavano ad espugnarsi i castelli; a questo espugnazione applicò

l'animo il cardinale, piantando le batterie. Veduto il pericolo, i

repubblicani ch'erano dentro a Castel dell'Uovo si accordavano con

quelli di Castel Nuovo e di Sant'Elmo per fare tutti uniti una fazione

notturna contro la batteria di Posilippo, eretta a percuotere il Castel

dell'Uovo, il più importante pel suo sito. Dopo un infelice errore

che scambiaronsi gli amici per nemici, e ne sorse con parecchie morti

molto spavento, finalmente riconosciutisi, e ripreso animo, se ne

andarono con incredibile audacia alla fazione; e tanto fu l'ardire e

la prestezza loro che, uccise le guardie, e sopraggiungendo improvvisi

alla batteria, la presero, arsero i carretti, chiodarono i cannoni, e

tornarono sani e salvi al castello.

La fazione della punta di Posilippo, la ferocia dei repubblicani

calabresi, l'atto disperato del comandante di Viviena ed il coraggio

smisurato dimostrato in tutti i fatti dai democrati avevano dato

molto a pensare a Ruffo, il quale si era persuaso che senza molto

sangue e forse senza lo sterminio di tutta la città non avrebbe poluto

riuscire a fine della sua impresa. Considerate e maturamente ponderate

tutte le cose che allora accadevano, stimando che non si convenisse

mettere i repubblicani nell'ultima disperazione, si deliberarono

gli alleati ad offerir loro patti, perchè i castelli e la città

si conservassero salvi, e fosse rimesso il pericolo che sovrastava

al navilio d'Inghilterra per la flotta di Brest già comparsa allo

stretto di Gibilterra. Il cardinale, per mezzo di Mejean, comandante

per Francia del castello di Sant'Elmo, col quale aveva avuto qualche

pratica, mandò dicendo ai repubblicani che, se volessero patteggiare,

vi si sarebbe volentieri risoluto. Rappresentò loro Mejean quello che

era vero, cioè che oramai ogni difesa era inutile, e che migliore e più

savio partito era il serbar la vita a tempi migliori per la repubblica,

che il perire senza frutto per lei: accettassero i patti, esortava,

che loro si venivano offerendo. I repubblicani, consultato fra di

loro, inclinarono l'animo al partito più ragionevole, e, risolvendosi

al trattare, proposero in un modello scritto le condizioni per mezzo

delle quali promettevano di lasciare castel Nuovo e Castel dell'Uovo,

non potendo stipulare per Sant'Elmo, come in potestà di Francia.

Parvero sulle prime al cardinale le condizioni superbe, e penava al

ratificarle. Infine, stringendo il tempo, temendo vieppiù della vita

dei suoi congiunti, e moltiplicando gli avvisi dell'avvicinarsi della

flotta franzese, con pari consentimento degli alleati, si risolvette ad

accettarle. Furono queste: fossero Castel Nuovo e Castel dell'Uovo dati

in potere dei comandanti del re delle Due Sicilie e de' suoi alleati il

re d'Inghilterra, l'imperatore di tutte le Russie e la Porta Ottomana,

e così parimente ad essi fossero consegnate le munizioni da guerra

e da bocca, con le artiglierie ed altri arnesi che si trovassero nei

forti; uscisse il presidio onorevolmente a modo di guerra; le persone

e le proprietà sì mobili che stabili di ognuno che si appartenesse ai

due presidii si serbassero salve ed inviolate; potessero le persone

medesime ad elezione loro imbarcarsi sopra bastimenti di tregua che

loro sarebbero forniti, per essere trasportate a Tolone, o potessero

ancora rimanersi in Napoli, dove nè esse nè le famiglie loro potessero

a modo niuno essere molestate; le medesime condizioni fossero e

s'intendessero concedute a tutti coloro fra i repubblicani che nelle

battaglie succedute fra loro e le truppe del re o de' suoi alleati

fossero stati fatti prigionieri; l'arcivescovo di Salerno, i cavalieri

Micheroux e Dillon, ed il vescovo d'Avellino detenuti nei castelli

si consegnassero al comandante di Sant'Elmo, e vi restassero come

ostaggi, insino a tanto che si avessero le novelle certe dell'essere i

repubblicani arrivati a Tolone; tutti gli altri ostaggi o prigioni per

ragion di Stato si rimettessero in libertà, tosto che la capitolazione

fosse sottoscritta; non isgombrassero i repubblicani dai castelli se

non quando ogni cosa fosse presta all'imbarcarli.

Fu la capitolazione approvata e sottoscritta dal cardinal Ruffo in

qualità di vicario generale del regno, da un Kerandy per l'imperadore

di tutte le Russie, da un Bonjeu per la Porta Ottomana e da un Foote

pel re d'Inghilterra. Non s'indugiò a dar mano all'esecuzione dei

patti. Da una parte gli ostaggi nominati dai repubblicani si condussero

in Sant'Elmo, dall'altra entrarono i regi nei due castelli. Il

cardinale a nome del re, e come vicario generale del regno di qua dal

Faro, pubblicò per tutto il reame un editto, per cui perdonava ogni

colpa e pena ai repubblicani, promettendo piena ed intera salute a

tutti coloro che restassero, e facoltà d'imbarcarsi per Marsiglia a

tutti quelli che amassero meglio, lasciando la patria, andarsi vivere

in lontane e forastiere contrade. Mandava espressamente il trattato a

Pescara, in cui tuttavia si teneva Ettore di Ruvo, affinchè cedesse la

piazza a Proni, e se ne venisse con tutti i suoi a Napoli, scortato per

sua sicurezza dai regi.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 77 / 99 段