Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed

anche pensava ch'egli solo era stato pertinace a voler la battaglia.

Si faceva egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di

riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la

battaglia tra Russi e Franzesi più furiosa di prima: il coraggio era

uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè

i Franzesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto.

Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza,

che, puntando con le baionette, costrinsero a piegare una legione

repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che

erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono

i Russi, che da questa animosa fazione non ritrassero altro che

ferite e morti. Animava Suwarow anche con pericolo della vita, in

sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli

squadroni ordinati e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Franzesi;

che anzi tanto più fieramente si difendevano quanto più fieramente

erano assaltati. Melas intanto, con la sua sinistra schiera spintosi

avanti, era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre

prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto

i petti dei Franzesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto

suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo

superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde, a Derfelden, a Rosemberg, a

Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, raunassero le schiere, e sì di

nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percossero; furono

con orribile macello ributtati e voltati in fuga manifesta. Già da più

di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia

si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo

disordinati ed in volta. Già si vedeva che la forza, la quale sola

aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani

dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta

dubitazione; già i Russi, fuggendo da quella terribile tempesta,

traevano con sè, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente

contrastasse, il generalissimo loro.

I generali austriaci intanto, dei quali questo accidente perturbava

molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza

pei dominii del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo,

poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la

fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato

pensiero che comprovò ch'egli era non solo d'animo invitto a non

lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma

ancora di mente serena e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri

Suwarow, sperando che per arte altrui si salverebbe quello che o per

eccessiva imprudenza o per eccessivo coraggio aveva egli perduto.

Fece Melas avviso che non fosse impossibile di circuire l'ala destra

dei repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità

la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandare ad

effetto questo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi

a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre,

alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto

un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri,

sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri austriaci, sollecitamente

marciava sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò

d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella

confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già

il tentava, di far correre una picciola squadra sulla destra del fiume

sino a Tortona, comandava al conte Nobili che se ne andasse a Stazzano

con una sufficiente squadra, e frenasse i Franzesi. Già era Melas

giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne,

la prima con Froelich e Lusignano, perchè assaltasse la punta dell'ala

destra dei Franzesi, la seconda, condotta da Laudon, che si sforzasse

di spuntare e di circuire quella estremità medesima dell'esercito

repubblicano; la terza, governata dal principe di Lichtenstein, che

girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Franzesi e troncasse

loro la strada da Novi a Gavi. Intanto Suwarow, rannodate alla meglio

le sue truppe disordinate, rinfrescava la battaglia. Lusignano, ferito

di palla e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich

pericolava; ma accorreva Laudon e recavasi in mano la vittoria. Nè

potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi

a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento ed il

combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Franzesi;

gli Austriaci, perseguitandoli, gli scacciarono, sebbene non senza

grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento che avevano sulle

alture dietro e a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma

assaltata al tempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di

viva forza a colpi di cannone che atterrarono le porte. I vincitori

vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente

su chi si arrendeva e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas

vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche

il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza, giunta sui gioghi

di Monterosso, era riuscita sulla strada che da Novi porta a Gavi,

e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi

ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano,

il giorno trascorso fino alle sei della sera, e, per conseguente,

durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala

destra ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun

modo di ristorare la fortuna della giornata; però fece Moreau andar

attorno i suoni della ritirata. In questa guisa, per una ordinazione

maestrevole del generale austriaco, fu tolta ai Franzesi la vittoria,

che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata e terminativa

battaglia.

Tagliato il ritorno per Gavi, furono costretti i Franzesi a ritirarsi

per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente;

un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine,

la ritirata in fuga. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli,

Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva per rannodare le

genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse

indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che

si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca,

e dove più il terrore che il consiglio li portava. Furono i generali

suddetti feriti gravemente di arma bianca, e tutti fatti prigionieri. I

gregarii, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia

concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow, tutti uccisi

inesorabilmente dai Russi: orribile macello da aggiungersi a quello di

Novi!

Finalmente i repubblicani giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle

montagne genovesi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso

quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri

accumulati. Ne fu l'aria infetta; orribile tanfo durò molta pezza:

spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per

gli assassinii, poscia contaminate dalle battaglie.

L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo

che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o

necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al

suo fine. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due

mila Franzesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di

luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo veneziano ai servigi

d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le

trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli

assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere

interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno, soprantendendo ai lavori

della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi

giorni di agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva

poco frutto contro la piazza, perchè, stante il suo sito eminente,

piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde,

continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori, tanto fecero che

vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono

di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo

Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte di grosse e

triplicate volte non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non

ostante, un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri

e nelle artiglierie della fortezza. I Franzesi con arte e costanza

somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori.

Si vedeva che molta fatica e molto sangue bisognava ancora spendere per

espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza

di poter più allungare la difesa, convenne di arrendersi, se infra un

certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì 22 agosto fra

le due parti un accordo, pel quale si sospesero per venti giorni le

offese, obbligandosi il Franzese a dare la piazza, se nel detto termine

l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe a tempo pattuito la

guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei

tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la

più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro

gli alleati per quattro mesi. Il dì 11 settembre non essendo comparso

aiuto da nissuna parte, uscivano i repubblicani dalla fortezza,

entravanvi gl'imperiali.

Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il

faceva sicuro della guerra genovese, e si vedeva aver ricuperato al

nome del re quasi tutti i dominii del Piemonte, oggimai liberi dalla

presenza dei repubblicani. Ora i principali suoi pensieri si volgevano

ad assicurare il Piemonte superiore dalle armi franzesi con rompere la

forza di Championnet e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste

fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte

le genti russe per alla guerra elvetica.

Partito Suwarow dalle terre italiche, ne fu molto diminuita la

forza dei confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani

dell'imperator Francesco, innanzi che arrivassero nuovi rinforzi

dagli Stati ereditarii, tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a

conservare gli acquisti fatti, e si apparecchiavano, quando gli aiuti

fossero giunti, alla oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che,

per essere vicina alle frontiere di Francia, è molto facile a venir

difesa e soccorsa dai Franzesi. Dall'altra parte primo pensiero dei

repubblicani era il conservare la possessione di Cuneo, e tribolare

talmente il nemico intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione

in favor di Massena che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca

Carlo, e presto avrebbe non solamente Suwarow con le genti vincitrici

d'Italia, ma ancora Korsakow, ch'era vicino ad arrivare con nuovi

squadroni di Russi. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto

lunga con poche forze fu cagione che la guerra, che doveva esser

grossa, si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate

scaramucce ed affronti, che niuno effetto, non solamente terminativo,

ma nemmeno d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta

narrazione il raccontar tutto: la somma fu che il forte di Santa

Maria, che sta a difesa del golfo della Spezia, e soggetto principale

di contesa, finalmente cadde in potestà degl'imperiali; il quale

accidente aperse libero l'adito alle navi di Inghilterra in quel

magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'inoltrarsi

di nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a

Genova, donde la poterono cingere di assedio, quando, alcun tempo dopo,

le armi imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte

d'Occidente.

Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla

Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si

trovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra

infuriate. Melas ponderate tutte le cose che accadevano, lasciando

Kray alla guardia dei paesi in cui la Scrivia e la Bormida infondono

le loro acque, andava a posarsi nei contorni di Bra con circa trenta

mila soldati abili a campeggiare in quelle facili pianure. Era questo

suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello che, posto tra

il Tanaro e la Stura, si mostrava opportuno a sopravvedere i moti che

potessero fare i Franzesi da Mondovì, di cui erano in possessione,

dal colle di Tenda e dalle valli della Stura e di Pratogelato, che

massimamente accennavano a quel luogo come a centro comune. Suo

intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte, e di

trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che aspettava,

per andare a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Franzesi ricusavano il

cimento. Aveva Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato

alle guerre del Reno, era investita l'autorità, suprema sopra tutte le

genti che si distendevano dalla Magra per tutto il circuito, dei liguri

Apennini e delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a sè la schiera

di Victor, annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo

stesso ordinava che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e

per Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal

generale Duhesme.

Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari

in numero a quello di Melas: la guerra, fin allora sparsa e vaga, si

riscontrava in un solo punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle

vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era

per definirsi quest'ultimo atto dell'italiana contesa ed il destino

di Cuneo. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani: il

che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di

combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di

Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione

di Duhesme avesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito

nel momento stesso si avventava contro l'altro il dì 9 novembre.

I primi ad attaccarsi furono Grenier ed Otto. Combatterono ambidue

tra Savigliano e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la

perizia militare uguali da ambe le parti. Fu lunga e forte e variata

la mischia; gli uni con gli altri parecchie volte si mescolarono. Ma

prevalendo gli Austriaci per le cavallerie (a questo fine appunto Melas

aveva tirato il suo avversario sui campi aperti) furono finalmente

i Franzesi costretti a ritirarsi a Savigliano, e di là cacciati, a

retrocedere, incamminandoli a Genola. Le cose succedettero diversamente

tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano, aveva assaltato il

secondo a Genola; ma il Franzese gli rispose con tanta gagliardia, che,

quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente la carica, ne

fu sempre risospinto con grave danno, e fino sforzato a ritirarsi più

che di passo dentro le mura di Fossano; donde poi uscendo di nuovo,

per usar l'occasione, acquistava Genola, e perseguitava continuamente

Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo dar posa al

nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava Lavaldigi, e, dopo

un lungo conflitto, se ne impadroniva. Ritiravansi i Franzesi parte a

Centallo, parte a Marozzo. In questo mentre giungeva Duhesme sul campo

in cui si era combattuto sul principio della battaglia, e trovato

Savigliano con debole presidio, se ne rendeva padrone, poi marciava

per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto pericolosa pei

Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima, sarebbe stata per

loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmente in possessione

della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio contro

quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva che

andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il giorno

già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale franzese breve

resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei compagni,

a ritirarsi fino a Saluzzo.

Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava che l'usassero.

Il giorno seguente sforzarono a darsi un grosso squadrone lasciato

a Ronchi, indi una schiera più grossa che stanziava a Murazzo.

Avrebbe voluto Melas correre sulla destra della Stura per dar addosso

a Lemoine; ma inteso che i Franzesi avevano fatto due campi, con

intenzione di preservare Cuneo, condusse le sue genti vincitrici contro

quei nuovi alloggiamenti del nemico; i Franzesi, non aspettandolo, si

ritirarono ai monti. Se non che, premendo a Melas di fargli allargar

da Cuneo, perchè l'oppugnazione della piazza non gli potesse venire

sturbata, li perseguitava da tutte bande; li cacciava sino all'erto

giogo di Tenda, occupava le Barricate e l'Argentiera, Dronero, e

sforzava Duhesme e tornarsene nella valle d'Icilia, alle radici del

monte Ginevra. Restava che gli Austriaci togliessero ai Franzesi

Mondovì, dove si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì

lor la fazione, perchè, sloggiati i Franzesi sforzatamente da due

subborghi e dalle eminenze che dominano la città, l'abbandonarono,

ritirandosi ai luoghi più alti della valle del Tanaro. Occuparono i

Tedeschi, sempre ritirandosi i Franzesi, Garessio, Ormea, e si spinsero

avanti fino al ponte di Nava, ch'è il passo più difficile e quasi la

chiave della strada che porta su quelle alture. Per tal guisa i varii

corpi di Championnet, che, partendosi da diversi punti di una larga

periferia, eran venuti a concorrere, quasi come in centro comune,

nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la battaglia ivi

combattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di Genola, dispersi,

e l'uno dall'altro discostandosi di nuovo, si allargarono, ed ai

punti medesimi della periferia ritornarono. Ritirossi il capitano del

direttorio, Championnet, a Nizza, dove, tra varie cagioni di cordoglio

e l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di peste

infuriava, passò da questa all'altra vita.

Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte e di molta

importanza pel suo sito. Conoscevano questa importanza i generali

dell'imperatore, e però, sebbene la stagione già divenisse sinistra

alle opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di

compensar con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo.

Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di due mila

cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte e pel desiderio

di tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia;

oltre a questo, non era bene provvista la piazza di munizioni nè da

bocca nè da guerra, perchè e per le ingordigie solite e per l'angustia

dei tempi non era stata mai sufficientemente empiuta. Ciò nonostante,

Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano valoroso

si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo

a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierie contro

coloro che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati

dell'Austria, e tanti i paesani accorsi, che in brevissimo tempo fu

condotta a perfezione la prima parallela e vi si piantarono diciannove

batterie pronte a bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto

impeto il 2 dicembre, che i difensori furono obbligati ad abbandonare

le opere esteriori, ritirandosi di tutto allo interno della piazza.

Al tempo stesso arse una conserva di polvere con orribile fracasso,

e schiantò fin dalle fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori

l'occasione, facendo, la notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine,

ed attendendo a tirar avanti la seconda trincea di circonvallazione.

Ma già un altro magazzino scoppiava, le case vicine ardevano, il

fuoco, rapidamente distendendosi, minacciava generale incendio. Nè vi

era modo o volontà di spegnerlo, perchè i soldati stavano sulle mura

a combattere, i cittadini spaventati non avevano più consiglio; la

tempesta mandata continuamente dal nemico accendeva l'intero; tanta

era la quantità che soprabbondevolmente gittava Lichtenstein di palle,

di bombe e di granate reali. Mandarono i Cunesi, pregando che avesse

compassione di loro, od almeno risparmiasse le case, posciachè eglino

non combattevano. Rispose non farsi alcun divario, quando si oppugnano

le piazze, fra chi combatte e chi non combatte: capitolasse il

Franzese; cesserebbe la tempesta.

Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza

era straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva

da nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi.

Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai 5 dicembre che la

guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che deponesse le

armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come prigioniera,

negli Stati ereditarii, che si avesse cura degli ammalati e dei feriti:

erano ottocento. A questo modo fu domato per forza, in men di dieci

giorni, Cuneo, che aveva vinto la gara contro le forze di Francia nel

1691 e nel 1744.

La presa di Cuneo e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra

nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte

fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato in nome del

re, non si consentì mai ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta vi

comparisse.

Intanto molto doloroso fu questo anno alla famiglia reale di Sardegna

per mali veri e per le speranze vane; perchè morì a Cagliari l'unico

figliuolo del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava

la corona; passò anche da questa vita in Algheri di Sardegna il duca

di Monferrato, fratello del re, giovane di ottima natura e di costumi

dolcissimi.

Ma dobbiamo tornare alle cose del regno di Napoli, dove gli accidenti

sono fierissimi e pieni di sangue.

Ferdinando, Carolina, Acton eransi ritirati in Sicilia, lasciando

Napoli in mano dei Franzesi che badavano ai fatti loro ed ai

Napolitani, amatori di libertà che sognavano la repubblica. Ma non

se ne stava il governo regio senza speranza che le sue cose avessero

presto a risorgere, perchè non ignorava la forte lega, che si era

ordita in Europa contro la Francia, e sapeva che i dominii dei Franzesi

nei paesi forastieri, massimamente in Italia, sono sempre brevi. Egli

medesimo si era congiunto per trattati d'alleanza con le potenze che

facevano o volevano far la guerra ai Franzesi. Già fin dall'anno ultimo

l'aveva stipulato con l'Austria; aveva anche il re contratto amicizia

con la Gran Bretagna, e Nelson vittorioso molto confortava le siciliane

speranze; medesimamente un trattato erasi concluso con l'imperadore

Paolo di Russia. Perchè poi quella repubblica franzese, che era per

sè stessa una tanto strana apparenza, avesse a produrre nel mondo

accidenti ancor più strani, il re Ferdinando aveva fatto alleanza coi

Turchi, con avergli il Gran Signore promesso che manderebbe, ad ogni

sua richiesta e senza alcun suo aggravio, dieci mila Albanesi in suo

aiuto: a questo dava favore e facilità la conquista di Corfù fatta

dai Russi e dai Turchi, quando appunto gli aiuti loro erano divenuti

più necessarii al re Ferdinando. Era arrivato il tempo propizio a

conquistare il regno per la ritirata di Macdonald da Napoli. Non aveva

la repubblica messo forti radici nel regno, sì pel duro dominio dei

repubblicani di Francia, sì per le astrazioni di quelli di Napoli, e sì

finalmente per gl'ingegni mobili dei Napolitani.

Sperava adunque Ferdinando negli aiuti degli alleati e nelle

inclinazioni dei popoli. Per conservarsi la grazia dei primi, aveva

in Sicilia tenuto Acton in istato, per muovere i secondi mandato Ruffo

in Calabria. Già abbiamo narrato come il cardinale, creato l'esercito

con gli aderenti proprii, poi ingrossato coi nemici dei repubblicani,

aveva mosso a rumore e ricondotto all'obbedienza le due Calabrie quasi

tutte, la terra d'Otranto, la terra di Bari ed il contado di Molise.

Erano accorsi con le bande loro al cardinale Proni, Mammone, Sciarpa,

Fra Diavolo, Decesari, gente ferocissima. Un'altra mossa popolare era

sorta che molto aiutava il cardinale per istigazione del vescovo di

Policastro, contro il governo repubblicano, la quale, su le rive del

Mediterraneo correndo, minacciava Salerno e Napoli. Anche il conte

Ruggiero di Damas correva le campagne con uomini speditissimi, e

sollevava a furore quelle popolazioni tanto facili ad essere concitate.

Il cardinale, vedutosi forte, elevava l'animo a maggiori imprese.

Perlochè, volendo torre alla capitale del regno quel pingue granaio

della Puglia, e facilitare anche in quelle spiaggie gli sbarchi dei

Turchi e dei Russi, s'incamminava contro Altamura, perchè, andando

all'impresa di Puglia, non voleva lasciarsi dietro quel seggio di

forti repubblicani. Fattosi sotto le mura, ed intimata la resa, gli fu

risposto arditamente da quei di dentro che niun'altra risposta volevano

dare se non d'armi. Diede il cardinale furiosamente la batteria,

e quantunque gli Altamurani virilmente si difendessero, aperta la

breccia, vi entrarono i cardinalizii per estrema forza, e recarono

in mano loro la terra. Qui, le cose che successero mettono tanto

raccapriccio a descrivere che non si vuole raccontarle; solo diremo

che se Trani ed Andria furono sterminate dai repubblicani, con uguale

immanità fu esterminata la miseranda città d'Altamura. Usossi il ferro,

usossi il fuoco, e chi più incrudeliva e mescolava gli scherni, le

risa, gli orribili oltraggi alla crudeltà, era miglior tenuto: queste

erano le opere dell'esercito che col nome di cristiano s'intitolava. Ad

uguale sterminio fu condotta la città di Gravina, prossima ad Altamura,

e posta sulla strada per la Puglia.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 76 / 99 段