Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Franzesi in Italia

che non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto

principio in questo anno, perdute sette battaglie campali e le fortezze

di Peschiera e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella

di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la

cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva che i gioghi dei

monti liguri ed alcune fortezze. Conoscevano gli alleati che l'impero

d'Italia non si rimarrebbe in mano loro sicuro se non quando tutte

quelle fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era

quello dell'acquisto di Mantova e delle fortezze del Piemonte. Per

la qual cosa non così Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio

di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella

d'Alessandria con potentissimi apparecchi, sperando per l'efficacia del

batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte,

ad essere sforzata alla dedizione.

Era dentro Alessandria un presidio di circa tre mila soldati sottomessi

al generale Gardanne, soldato che, pel suo valore in queste guerre

italiche, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai

maggiori. Risolutosi egli a difendersi fino agli estremi, animava

continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva

ogni cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessario alla

difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava

per venire a capo dell'espugnazione. Aveva con sè venti mila soldati

tra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi d'artiglierie assai

grosse, con obici e mortai in giusta proporzione. Si convenne da

ambe le parti che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato

della città e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata

ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la

chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato che difendesse

la fortezza e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi

centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortai.

Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il

pondo delle sue artiglierie. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu

sì grande che in poco d'ora, o per proprio colpo o per riverberazione

ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierie, sboccò le restanti,

uccise non pochi cannonieri, arse una caserma ed una conserva di

polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo o debolmente trasse

la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e si spinsero avanti coi

lavori; tentava Gardanne di impedirgli. Ciò non ostante tanto fecero

che si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina

dedizione. Già erano alzate le batterie per battere in breccia, già le

scale pronte, già le artiglierie della piazza più non rispondevano. Di

tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi

missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente

giorno si preparava; una presa di soldati fortissimi trascelti a questo

mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle

mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe

stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso

i soldati; però inclinando l'animo alla concordia, chiese ed ottenne

patti molto onorevoli il dì 21 luglio. Uscisse il presidio con tutti i

segni d'onore che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati

ereditarii e vi stesse fino agli scambi; avesse Gardanne facoltà di

tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati

sino allo scambio. Fu celebrata la conquista d'Alessandria con ogni

maniera di pubblica dimostrazione.

Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista

d'Alessandria dai collegati, ch'ebbero occasione d'un'altra maggiore

prosperità per l'espugnazione di Mantova. Avea Buonaparte due anni

innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per

carestia di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò

Kray piuttosto per forza che per assedio, perciocchè si arresero i

repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve

loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate ed il

cinto della piazza rotto li costrinsero in breve a quella risoluzione

cui il fare ed il non fare tanto importava a loro ed agli alleati.

Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo

dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto

avanti con le trincee, perchè non aveva forze sufficienti a circuire

ed a sforzare una piazza di tanta vastità e difesa da una guernigione

di dieci mila soldati. Ma quando, dopo le rotte di Macdonald, Suwarow

fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio per forma

che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di

quaranta mila soldati, il generale tedesco, nel quale non si poteva

desiderare nè maggior animo nè miglior arte, si accinse a voler fare

quello che fino allora avea solamente accennato. Trovossi egli in

grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco.

Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione del dove far la

breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico, ostinato

oltre il dovere resistesse, perchè la parte di porta Pradella gli

si appresentò tostamente come la più debole. Ma a volere che gli

approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per

gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione e del mulino di Ceresa.

Quindi, senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo;

il che fu cagione che le acque del canale di questo nome, trovando uno

scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto

abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza.

Spesseggiavano i Russi con tiri contro la cittadella, gli Austriaci

contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria Alta,

dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da Casa

Rossa, da Paiolo, da Valle e da Spanavera; quivi il generalissimo

d'Austria avendo piantato le più grosse e più numerose artiglierie, per

battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella,

i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le

fortificazioni dell'isola del Te e del Migliaretto.

Mentre con tanto fracasso e con sì viva tempesta fulminava Kray la

parte più debole della piazza, tempesta alla quale gagliardamente

anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con

le trincee all'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di

guastatori, di zappatori e di palaiuoli insistevano a scavare e ad

ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati

facessero ogni sforzo per isturbarli, la prima parallela: poi con gli

approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterie.

Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallela, e da

questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la

notte bombe: era infinito il terrore della città. Molti assalti e molti

vantaggi diedero indi abilità al corpo principale degli assedianti

d'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello

spalto gli Austriaci scavarono ed alzarono la loro terza circondazione.

Non potendo più resistere, i Franzesi se ne ritirarono. Accortisi

gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono e voltando

dal bastione acquistato, come da luogo più vicino, l'artiglierie

contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta

intera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La

tempesta continuava da ogni lato: più di dieci mila o palle o bombe si

lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per

lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa e tanto violenta.

Tuttavia la guernigione, benchè assottigliata dalle stragi, indebolita

dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro

mila abili alla battaglia, certo a gran pezza non più pari a tanta

bisogna, tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti e perseverava

nelle difese, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro

il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e

certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta

delle genti franzesi sulla Trebbia e l'essersi Moreau del tutto

ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò

Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, che

fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo

a' 28 di luglio; i capitoli di maggior momento furono i seguenti:

onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione; avessero i

gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi:

il comandante e gli ufficiali, soggiornato tre mesi negli Stati

ereditarii, avessero facoltà di tornare nei paesi loro; i Cisalpini,

Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Franzesi a stimarsi, e

come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e

dei feriti; dessersi tre carri coperti al generale, due agli ufficiali;

perdonerebbesi la vita ai disertori austriaci.

Entrarono i confederati il dì 29 nella lacerata Mantova, e per questa

espugnazione fu dimostrato al mondo che per viva forza si può espugnare

in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi

in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Successe tosto

alla dedizione di Mantova quella di Serravalle.

Le rotte d'Italia e la presa di tante fortezze, massimamente quella di

Mantova, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè

potevano restar capaci, siccome quelli che ancora avevano la memoria

fresca di tante vittorie, del come soldati sì sovente ed in tanti

segnalati fatti superati dai repubblicani fossero adesso e tutto ad un

tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque

fazione che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore,

chi i tradimenti per opinione. Si accusava Scherer, si accusava

Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante

che era stato del castello di Milano; nè trovava animi meglio inclinati

verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento

a Moreau, gli si dava quello dell'amministrare la guerra non con quella

vigorìa che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi accagionavano

il direttorio delle calamità presenti e facevano ogni opera per

espugnarlo, e insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli

scritti, e col subornare e col sobillare, che tre quinqueviri furono

cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri. Stettero contenti i

zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi ricominciarono a gridare

contro i surrogati più fortemente di prima. Ma intanto, su quei primi

calori dei nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze; chè applicarono

l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome

franzese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva, ogni

giorno più la materia ben disposta; delle quali favorevoli inclinazioni

valendosi, mandavano alle frontiere in Isvizzera, in Savoia, nel

Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria, quante genti regolari

poteano risparmiare dei presidii interni. Poi per procurar nuove radici

alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati

nuovi marciavano volontieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie

passate, con la necessità di mantener illibato il nome franzese,

con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori,

dai magistrati: poi le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si

dipingevano.

Questi tentativi su quegli animi pronti efficacemente operavano, e già

Francia si moveva confidente contro la lega europea. Pensiero era di

assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte e Italia. A tanta mole

erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera

Massena animosamente combatteva contro l'arciduca Carlo. Restava che

agli eserciti che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro

l'Italia venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati,

accetti agl'Italiani. Championnet e Joubert più di tutti maggiormente

lodavansi di queste condizioni. Furono eletti.

De' due eserciti che il direttorio aveva intenzione di mandare contro

gli alleati in Italia, il primo, governato da Championnet, aveva

carico di minacciar il Piemonte superiore e preservare le fortezze

di Cuneo e Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare,

per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il

Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio e di

combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si

mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano. Era

intenzione che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero

verso i luoghi a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva

ancora messo insieme tante genti che fossero abbastanza a così grave

bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi

essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non

poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come

sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva

l'esercito pronto e capace di combattere; erano in lui i forti veterani

di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della

Vandea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo.

Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini ed

infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidii necessarii,

perchè abbondavano di artiglierie e munizioni; solo desideravano un

maggior nervo di cavalleria. Temevano che Tortona, che dopo la perdita

di Alessandria era il solo forte che potesse facilitare la strada ai

repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con

forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet

non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato

a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in

battaglia campale il nemico, e, se ciò non gli venisse fatto, sperava

almeno che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere

Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne

dovea partire per andare al governo della guerra del Reno: «Generale,

gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco che il

primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi

che restiate con noi, e che governiate le genti come supremo duce voi

medesimo: ciò mi fia caro oltremodo. Sarommi il primo ad obbedirvi

e ad adoprarmi qual vostro primo aiutante.» Tant'era la venerazione

che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza

del suo animo. Ciò fu cagione che Moreau restasse ed aiutasse col suo

consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano.

Le genti venute da Napoli con Macdonald e l'antico esercito di Moreau

si calavano la maggior parte per la Bocchetta; le venute frescamente da

Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Aqui. Bellegarde fece

qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più

alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che,

prevalendo di cavalleria, voleva aspettare i repubblicani al piano.

Entrarono questi in Aqui: il mandarono a sacco per vendetta di compagni

uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti liguri.

Quando l'ala sinistra dei Franzesi, di cui abbiam favellato, e che

era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy,

Lemoine e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e

della destra, ordinava Joubert il suo esercito ed il disponeva agli

ulteriori disegni. La mezzana obbediva a Joubert; la destra era

commessa al valore del generale Saint Cyr, che aveva con sè Vatrin,

Laboissiere e Dambrowski. Questa ultima scesa dalla Bocchetta arrivava

per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva

intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale polacco,

il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezzana

alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada

nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra

aveva le sue stanze verso Basalazzo. Così l'oste di Francia, nella

quale si noveravano circa quaranta mila soldati, si distendeva dalla

Bormida sin oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della

Bormida, dell'Erro ed Orba, del Lemmo e Scrivia. Nè contento Joubert

alla fortezza naturale di quei luoghi erti e montuosi, con trincee, con

fossi e con batterie di cannoni, piantate nei siti più acconci alle

difese, gli affortificava. Per tal modo i Franzesi sovrastavano dai

monti alla sottoposta pianura.

Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua

dritta, composta massimamente di quei Tedeschi che Kray aveva condotto

dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo

governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara: la mezzana,

a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi

tutta consisteva in soldati russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro

di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri

austriaci e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine

di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la ricuperazione

di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne

fosse: erano nel novero di circa settanta mila soldati. Apparivano

l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia

poteva differirsi, battaglia ardentemente desiderata da Joubert sì per

ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che volea che

non si stesse ad indugiare, per far inclinar del tutto le sorti dall'un

de' lati in quell'aspra guerra. Ma in una dieta convocata a posta

pullulò grande varietà di opinioni. Una parte, alla testa dei quali era

il generalissimo, voleano dar dentro immediatamente e menare le mani;

l'altra conchiudeva i suoi ragionamenti sostenendo che miglior partito

era l'aspettar il nemico ne' proprii alloggiamenti, che l'andarlo ad

assaltare ne' suoi. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava

Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a

questa deliberazione, di aspettare che il nemico venisse a tentarlo

negli apprestati alloggiamenti.

Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello che

loro convenisse di fare. I generali austriaci, non soliti a commettersi

all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Ma le loro buone

ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con

l'ardire che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della

Trebbia era venuto in grandissima confidenza di sè medesimo: opinava

perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire che si fuggisse il

combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Molte

ragioni adduceva egli e conchiudeva doversi per onore, per debito, per

sicurezza, dar dentro ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il

tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe

soccorso Tortona.

A tali parole di quel vecchio risolato, vittorioso, nudrito nelle armi

e negli esercizii della guerra, s'acquetarono i generali austriaci,

e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le

sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno 15 agosto,

che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo a ingaggiar

la battaglia con l'ala dei Franzesi, in cui il generalissimo della

repubblica si trovava. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il

riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo

congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto

delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia.

Joubert sotto speranza di rimetterli, si spingeva innanzi con le

fanterie, gridando con la voce ed accennando col braccio, _avanti_,

_avanti_. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore

tirolese venne a por fine con una onorevole morte ad una delle vite

più onorevoli che sieno state mai, ed a troncare le speranze degli

amatori dell'indipendenza italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del

cuore, e senza poter mettere altra voce se ne morì. Recavasi Moreau

in mano il governo dell'esercito. Non isbigottiva il funesto caso i

Franzesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi,

aggiungendo a valore furore e desiderio di vendetta, fecero pruove

stupende e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava

anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il

nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti

e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna

degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo.

Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Franzesi

nel loro alloggiamento di Novi; ma si sforzò invano il principe,

costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso e vinto. Mandava

Suwarow, che pure la voleva spuntare, invece del generale respinto, ad

assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden

accompagnato da Miloradowic; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente

si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono,

come il primo ferocissimamente ributtati, tanta era la fortezza degli

alloggiamenti franzesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono

in questa ostinata battaglia. Al primo sparare delle artiglierie e

dell'archibuseria di Francia, andarono a terra o morti o rotti più di

mille soldati di Russia.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 75 / 99 段