quali il sito rendeva sicure. Arezzo si era con ogni miglior modo
fortificata, anzi ogni edifizio era fortezza. Numerose squadre di
gente venuta dal contado e variamente armata custodivano le porte, e
curiosamente e diligentemente esaminavano chi entrava e chi usciva.
Movevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati
per voci date, o a ragione o a torlo, di giacobino. Era lo stare
cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia questi uomini, tanto sfrenati
contro i Franzesi e contro coloro che avevano o che parevano aver
odore di essi, mostravansi obbedienti, al nome di Ferdinando. Erasi
in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un magistrato supremo, in
cui entravano preti, nobili e notabili; uomini nè sfrenati nè feroci,
ma non potevano impedire il furore del popolo; solo s'ingegnavano di
dargli regola e legge. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale, come
quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo
si mettevano, perchè le cose dei Franzesi erano ancora in essere,
e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana.
Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono
cagione che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i
confederati vi arrivassero. Fu Cortona messa a dura prova da' Polacchi
venuti di Perugia; ma si difese sì valorosamente, che gli assalitori se
ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna franzese
molto forte, ch'era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese
con patto che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro
osservato.
Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a
Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva l'intimazione. Mandò contro
gli Aretini un bando terribile. Ma tutto fu indarno: gli Aretini
non si sbigottirono; il Franzese non si accinse a domarli, però che
volea camminar veloce all'impresa. Si mosse Albiano, terra vicina al
Genovesato, a sollevazione contro i Franzesi, non senza commettere i
soliti atti di crudeltà. Andarono i Franzesi, saccheggiarono ed arsero
la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana:
ogni cosa sconvolta e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino
Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammutinamenti di truppe per
mancanza dei soldi, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva
a posta sua Roma, e Reinhard come commissario la Toscana, trovarono
molti estremi di raccor denaro.
Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una
grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova: Klenau correva
il Ferrarese ed il Bolognese; il principe Hohenzollern il Modenese;
Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli; Bellegarde, venuto
dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Cortona; Suwarow e
Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a
devozione alcune valli delle Alpi, e per osservare a che fine volesse
Moreau incamminare le sue operazioni, o verso Cuneo o verso la riviera
di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald
se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da
Francia.
Moreau, dato voce che avesse avuto rinforzi di Francia, e che
maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel
Mediterraneo una flotta franzese proveniente da Brest con qualche
battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti
presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi,
speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva
concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau
il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in
Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno, ei se ne stava
a consumarsi intorno alle fortezze ed alle montagne piemontesi. Ma
non istette lungo tempo ad accorgersi che se per valore ei non era
inferiore agli avversarii, gli avversarii lo avanzavano per arte.
Già Victor, camminando per la riviera di Levante, appariva vicino
a congiungersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di
Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald s'incamminava
alle accordate fazioni, per le quali si prometteva l'assicurazione
d'Italia. L'ala sua dritta, condotta da Montrichard, marciava contro
Bologna; la sinistra si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva
il suo alloggiamento in Fornuovo. Dambrowski s'incamminava a Reggio.
Macdonald si era calato col grosso dell'esercito per la valle del
Panaro, e inoltrato sino al casino Brunetti a piccola distanza do
Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col
pensiero di correre contro Cortona ed Alessandria. Già aveva mandato,
per dar la mano più verso il piano e più da vicino a Macdonald, il
generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.
Queste mosse dei capitani della repubblica fecero accorti i
generali de' due imperi ch'era loro mestiero di rannodarsi con molta
prestezza, a tale strettezza essendo condotte le cose, che un giorno
solo d'indugio poteva aprir l'occasione di una totale vittoria ai
Franzesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita
la oppugnazione in assedio, andava a porsi con dieci mila soldati
a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Un grosso
di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau ed a
Hohenzollern, ch'erano in pericolo d'essere pressati da Macdonald. Il
principale sforzo del generale franzese accennava contro Hohenzollern;
però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard
colla destra dei Franzesi andava a ferire Klenau, il grosso
Hohenzollern, Victor con la sinistra Otto, e tutto il pondo della
guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma. Ma i raccontati
rimedii usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la
tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern
ed Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.
Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio
di Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo
di Paolo, e si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a
Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse
congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo perchè il Franzese non
rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali austriaci. Intanto
fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno 10 giugno
succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle
due parti, ed i Franzesi furono costretti a ritirarsi con grave perdita
verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da
ambe le parti, e la terra di Sassuolo rimase in poter dei Tedeschi.
Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto
un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti che un evento
terminativo di battaglie. Ma il 12 giugno fece Macdonald un motivo
assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che, sebbene
meno grossi de' suoi, il molestavano e gl'impedivano il passo a' suoi
disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione che
Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato
al ritirarsi.
Fecero egregiamente i Franzesi l'opera del loro perito ed audace
capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Franzesi e
dai Tedeschi, e durò molte ore; i cavalli massimamente andarono alle
prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi.
Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle baionette. La
sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento, perchè, cacciati
i Tedeschi ed occupata la strada che dà a Reggio, s'intrometteva
fra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale
tedesco, dove egli medesimo combatteva animando i suoi, fu obbligata a
piegare e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe
stato tutto questo corpo austriaco, secondo il disegno ordito dal
generale franzese, circondato o preso se Montrichard avesse vinto sulla
destra come Macdonald aveva sulla mezza e sulla sinistra. Ma Klenau,
non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere,
ed aveva rotto i repubblicani. La resistenza di Klenau fu la salute
di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava
alla Mirandola; poi, non credendosi sicuro sulla riva sinistra del Po,
venuto a San Benedetto e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava
sopra un ponte di barche a San-Nicolò per andarsene ad aspettare
sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso,
poi vinto per le nuove genti mandate da Macdonald contro di lui, si
condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù
dilungandosi, andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco
distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi
faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra
breve per arrivare.
Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici
centinaia di prigionieri è forse pari numero, tra morti e feriti.
Dei Franzesi mancarono, fra morti e feriti, circa un migliaio; pochi
vennero in poter de' vinti. Macdonald fu ferito non da Tedeschi
nè nella mischia, ma dopo la vittoria da' Franzesi del reggimento
Bussy che militava sotto le insegne austriache. Cinquanta di questi
vollero aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici per
raggiungere i compagni; e riuscirono, ridotti da cinquanta a sette.
Era la sorte d'Italia in pendente e doveva fra breve giudicarsi.
Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava,
come già fu detto, una squadra di Liguri sotto il governo di Lapoype
a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si
apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta
per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi
da Torino per trovare o Moreau o Macdonald innanzi che fra di loro si
fossero congiunti.
Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern,
condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì 15 di giugno.
Quindi gli si era accostato Victor, che, mandato da Moreau ad
ingrossare l'esercito del compagno, era arrivato al suo destino.
Macdonald, volendo prevenire il nemico e romperlo prima che fosse
fatto più grosso, nè forse sapendo che Suwarow già fosse arrivato con
l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale
tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone.
In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a
passar il Tidone ed a correre fino a Castel San Giovanni, inseguendolo
passo passo i cavalleggieri della repubblica. Ma Otto, indietreggiando,
aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow d'arrivare correndo
in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo
di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich,
che sostenne la impressione dei Franzesi; poscia sopraggiunse
opportunamente la vanguardia russa, e tutte queste genti insieme
unite fecero un tale sforzo che i repubblicani, quantunque con molta
costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone.
Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni e dalle
ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone.
Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato,
durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti
ostinate alla vittoria o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi
che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero
quartiere a nissuno e scannassero gridando _urrà, urrà_. Ma nel fatto i
soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito
repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a
questo fiume che al Tidone. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato
l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti. Passato il
giorno 18 di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati
ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto
loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la
sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia; ma, essendo
la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al
cimento. I Franzesi, vedutolo a venire, impazienti di aspettarlo, si
scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che
già i soldati del principe si crollavano e sarebbero anche andati
in rotta s'ei non fosse stato presto a soccorrerli, ordinando una
fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò che non solo la fortuna
della battaglia si ristorò dal canto degli alleati, ma ancora i
Franzesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale
accidente veduto da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor che
frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro
favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di
Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte
un'asprissima battaglia che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con
la sua vanguardia, composta massimamente di Cosacchi e di uno squadrone
austriaco, si attaccava con la vanguardia repubblicana, e, dopo un
ostinato conflitto, la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello
Lawarow con alcune compagnie, ed urtando a forza la vanguardia
franzese che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che
disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono,
sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.
Macdonald, che vedeva che in questo fatto andava la fama propria e la
fortuna della battaglia, rannodò i suoi di nuovo, facendo in questo
tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Indi, bene
ordinato e di nuovo confidente, marciava al riscatto della battaglia.
Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e
sarebbe eziandio stato vinto se Froelich, veduto il caso, non gli
avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich
ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava.
Sulla destra dei Franzesi, cioè verso il Po, si combatteva anche
egregiamente per la repubblica e per l'impero. Così durò lunga pezza
la battaglia, succedendo molto strazio e molte morti da ambe le
parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di
fanterie e di cavalleria. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald
sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar
ricovero, straziati dalle ferite e bruttati di sangue, sulla destra
della Trebbia. Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi:
in ogni parte uomini e cavalli morti o moribondi; in ogni parte gemiti
e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti
gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che
rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi
delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano
sangue.
Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova
battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani
innanzi che Moreau gli romoreggiasse alla spalle. Pensava medesimamente
Macdonald, per la sua pertinacia insolita ad esser vinta od a piegarsi,
di assaltare alla nuova luce quel nemico che già per due volte aveva
tentato con tanto danno de' suoi e con sì poco frutto.
Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio.
Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad
assaltare, muoveva alle 11 della mattina del 19 di giugno le sue genti
contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima
che ne' giorni precedenti. Con singolare intrepidezza passarono i
repubblicani la Trebbia, ancorchè fossero aspramente bersagliati dalle
artiglierie nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle
che ferivano a scaglia. Nissuno creda che maggior valore nelle più
aspre battaglie si sia mostrato mai di quello che in questa mostrarono
e Franzesi, e Polacchi, e Russi, ed Austriaci. Senza scendere ai
particolari è da notare che bene fu combattuta questa battaglia dalle
due ale dell'esercito franzese sul principio, male sulla fine; il
che fu cagione che se esse si ritirarono intiere sulla destra della
Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta.
Avevano i Franzesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla
sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma
questi, bravamente resistendo, li rincacciava. Venuta la seconda fila
repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra
breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere
di lontano, vennero tosto alle prese con le baionette: fu quest'urto
tanto micidiale sostenuto quindi e quinci con un valore inestimabile.
Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle
file, i viventi vi si gettavano e facevano battaglia con le sciabole,
e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi
morsi e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio
di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il
primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo
in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi che
diede animo ai Russi, lo scemò ai Franzesi; caricando e smagliando la
cavalleria che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento
di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo
disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè
Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se ne desse tanto
pensiero e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione
del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow, accortosi della favorevole
occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta,
si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo,
ed assaliva il generale franzese per fianco. Pensò allora Victor al
ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, per quanto
quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei
repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera e fieramente
seguitata dalla cavalleria nemica, si era ritirata a salvamento oltre
quel fiume che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima
passato.
Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezza dei combattenti;
fuvvi riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto
che aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi,
quantunque a ciò di mala voglia e costretto dal parere dei compagni
si risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta
esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda
del combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume
alcune genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita,
s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce
illustrasse l'italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo
Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar
l'assalto al nemico ne' suoi propri alloggiamenti. Nè avendolo trovato
ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per
la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i
Russi a Zema il retroguardo franzese governato da Victor e l'assalirono
con molto valore e con ugual valore fu loro risposto dai Franzesi,
cosa maravigliosa dopo gli infortuni recenti: la sola diciassettesima
dovè darsi prigioniera. Dall'altro lato i Tedeschi arrivarono addosso
ai Franzesi presso a Piacenza, e ne fecero molti prigionieri, massime
feriti, fra i quali notaronsi principalmente Rusca, Salm e Cambray.
Avrebbe voluto Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva
ad un tratto che Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova,
era sboccato dalla Bocchetta, minacciava trarre a mal partito gli
assediatori di Tortona e di Alessandria. Deliberossi pertanto a
tornarsene indietro, dando carico a Otto, a Hohenzollern ed a Klenau
che perseguitando facessero a Macdonald tutto quel maggior male che
potessero.
Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di
ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera
di Levante condurre le sue genti all'unione di Genova con quelle di
Moreau. Ei ne venne, ciò nonostante, a capo con uguale e perizia e
felicità. Ordinava a Victor che salisse per la valle del Taro, e che,
varcati i sommi gioghi dello Apennino, calasse per quello della Magra
nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga,
ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e
felicemente più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla
volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoia. Disperse le genti
leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare
il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che
pose a grossa taglia, mandò presidii a Bologna ed al forte Urbano:
poscia salendo s'internava nelle valle del Panaro ed arrivava al
suo alloggiamento di Pistoia. Poco stettero Bologna ed il forte ad
arrendersi ai confederati. Nè il generale franzese voleva pei disegni
avvenire e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana.
Perlochè, chiamate a sè le guernigioni di Livorno e dell'isola
d'Elba, che avevano capitolato, e poste sulle navi per a Genova le
artiglierie e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla
volta dei territorii Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi
stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite,
se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto
per lo smisurato valore dimostrato. Con l'esercito di Macdonald si
ritirarono ancora le genti franzesi che tenevano Firenze; tutta la
Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.
Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone,
Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta,
e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di
Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa
di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava,
essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti.
Il giorno 18 assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona,
e, quantunque si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo
i Franzesi in numero, furono costretti a cedere, e perdettero San
Giuliano, disordinati e rotti ritirandosi oltre la Bormida.
Questa, vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità
a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Scaramucciossi il
giorno 19 ed il 20 sulle rive della Bormida. Il 21, messosi Bellegarde
all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria e
da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè
volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf
con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del
fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano. Accorreva
Bellegarde, accorreva Moreau. Divenne allora molto aspro il conflitto:
da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la
vittoria. Alfine Grouchy, serrandosi addosso con molto impeto agli
Austriaci, li rompeva e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a
cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Quivi Moreau ebbe
le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo
che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che
la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito
era quella di ritirarlo prestamente là donde era venuto, condottosi con
frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i
soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con
un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure
tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle.
Oltre a ciò aveva per maggior sicurezza ordinato un forte campo con
trincee tra la Bocchetta e Serravalle che aveva raccomandato alla fede
del marchese Colli, assunto al grado di generale ed a lui congiunto
d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono
le strade delle piauure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal
generale di Francia fortificate e munite con buoni presidii.