condotti dal principe Bagrazione, che avevano assaltato la testa
del ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso
il centro, lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a
Brivio, per cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte del
26 aprile Wukassovich di queste reliquie presentemente valendosi, ed
avendo riattato il ponte, varcava e s'insignoriva di Brivio, dove non
trovava guardia di sorte alcuna. Passato, correva Wukassovich la vicina
contrada, e non trovava vestigia di nemico, se non se ad Agliate e
Carate. Ciò nonostante, molto pericolava la sua squadra, se le altre
non avessero passato nel medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato
da Chasteler, generale dell'imperatore Francesco, capitano audacissimo
e di molta esperienza, sopravvedendo i luoghi per trovar modo di
passare all'incontro di Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che
soprantendevano l'opera delle piatte e del passare i fiumi, il varcare
impossibile per la rapidità e profondità delle acque, e per la natura
rotta e scoscesa delle grotte. Tuttavia non disperava dell'impresa
Chasteler; però, fatto lavorar sollecitamente i suoi soldati nel
trasportar le piatte e le tavole necessarie, tanto s'ingegnò che
alle tre della mattina del 27 mandava a pigliar luogo sulla destra
un corpo di corridori che vi si appiattavano, senza che i Franzesi
se ne accorgessero, e poco poscia passava egli stesso con tutte le
genti della mezzana schiera armata alla leggiera. Parve cosa strana
a Serrurier, il quale, udito del passo conseguito da Wukassovich,
marciava per combatterlo, e si trovava a Vaprio. Ma raccolti
subitamente i suoi, anche quelli ch'erano fuggiti da Trezzo, ingaggiava
la battaglia col nemico, non bene ancor sicuro della possessione
della destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei
confederati, e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava
subitamente al riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott.
Si rinfrescava la battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo.
Mandava Victor alcuni reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier,
il quale, valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare
la vittoria, quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf,
e facevano inchinar la fortuna in favor degli alleati; perchè, dopo
un sanguinoso affronto, cacciarono i Franzesi da Pozzo, e li misero
in fuga. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio le genti rotte, ma
indarno, perchè, assaltato dagli Austriaci e Russi, fu rotto ancor esso
ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso Moreau in questo
pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a ristorare la fortuna
della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier respinto all'insù ed
intieramente separato dalle altre parti dell'esercito.
Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori,
Melas, che, sebbene fosse già molto innanzi cogli anni, era nondimeno
uomo di gran cuore, assaltava col fiore de' suoi granatieri la testa
di ponte sul canale Ritorto, e, ad onta che ne fosse parecchie volte
ributtato, superava tutti gl'impedimenti e si rendeva padrone del
passo. Istessamente fece del ponte sull'Adda, testa molto fortificata,
dove i soldati freschi dei confederati, spingendosi avanti sui
cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il parapetto,
con le baionette in canna superarono il passo, e fecero strage del
nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era mescolato coi
combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto il ponte,
si ritirassero. Ristorava prestamente Melas il ponte, ed una nuova ed
ugualmente aspra battaglia ingaggiava coi repubblicani, che, animati
dalla presenza e dai conforti del loro generalissimo, virilmente si
difendevano. Ma già tutte le schiere superiori erano o separate o volte
in fuga, e già, oltre la schiera di Melas, una novella squadra urtava i
Franzesi per fianco; già Moreau medesimo era in pericolo d'esser preso
dai vincitori, che il cingevano d'ogni intorno.
Pure, pel disperato valore de' suoi soldati, che amavano meglio
perdere la vita che il loro capitano, Moreau si riscattava da
quel duro passo, e, perduta intieramente la battaglia, e lasciato
Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a presti
passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow si
ricongiunsero a Gorgonzola. Così si vede che nissuna speranza di salute
restava a Serrurier. Fu assaltato dai due corpi uniti di Rosemberg
e di Wukassowich. Si difendeva con un valore degno di lui e de' suoi
soldati; e, sebbene il combattimento fosse tanto disuguale pel numero,
tanto fece che si condusse intero a Verderia, e quindi, affortificatosi
con molta prestezza ed arte, attendeva a difendersi. Ma essendosi
finalmente accorto dal continuo ingrossar del nemico dell'infelice
successo della battaglia sulle altre parti, e tempestando da tutte le
bande le artiglierie nemiche sopra uno spazio assai ristretto, chiese i
patti e li conseguì molto onorevoli.
La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e
faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli
alleati tutta la Lombardia ed il Piemonte.
Le genti russe, più affaticate delle austriache per lungo viaggio,
si riposarono dopo la battaglia. Fu commessa la cura a Melas di
condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano, già vinto prima
che occupato. Importava altresì che un paese austriaco fosse dagli
Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con
grandissima sospensione d'animi, perchè i reggitori della repubblica,
con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza
in tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in
Francia. I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi
speranze, e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione
propria. Ognuno pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od
a farla fruttificare in suo pro. Sapevano i capi della repubblica
quale ruina sovrastasse, ma le cattive novelle si celavano al volgo,
ed inorpellate cose dicevano, ora di vittorie franzesi, ora di
alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora di fiumi impossibili a
varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure eseguite dai repubblicani,
ora di una apprestata per arte e prossima ruina di tutte le genti
imperiali: questa fama nutricavano diligentemente e con ogni studio.
Con questo falso corrompevano il vero; i popoli si confondevano. In su
questo, ecco arrivare a porta Orientale dalla parte di Cassano soldati
repubblicani alla sbandata, carri di feriti, fastelli di munizioni
e di bagaglie, armi sanguinose, ogni cosa retrograda. Principiava il
popolo a fare discorsi ed adunanze: la sera cresceva il terrore degli
uni, l'ansietà degli altri. Partivano, scortati da qualche squadra
di cavalleria, alla volta di Torino i direttori della repubblica
Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e con loro quasi tutti coloro
che, o nei gradi fossero o no, avevano maggiormente partecipato del
governo repubblicano. Portò il direttorio con sè denaro del pubblico,
di cui una parte mandava a Novara; venne poco dopo in potere degli
alleati.
Arrivava il vincitore Melas il dì 28 aprile in cospetto della città.
Gli andavano incontro sino a Cresenzano l'arcivescovo ed i municipali.
Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla, e con
lietissime grida salutandolo. Cresceva ad ogni momento la calca;
pareva che tutta la città si versasse a vedere ed a salutare le insegne
dell'antico signore. La sera si accesero i lumi alle case, si fecero
cantate, balli, fuochi d'allegrezza. La bontà del popolo milanese
risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria nè minaccia
ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono le
persecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il
palazzo del duca Serbelloni. Per frenar il furore di questi uomini
facinorosi in paese tanto reputato per dolcezza degli abitatori,
l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo
ad astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze
e persecuzioni la allegrezza comune. Avvisava inoltre che chi non
obbedisse sarebbe gastigato. Volendo Melas ed il commissario imperiale
Castelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano che al
governo solo si apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse
vendette private o turbasse il pubblico sarebbe senza remissione punito
militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le intemperanze
popolari. Arrivava intanto Suwarow; il riguardavano come un nuovo uomo:
disse all'arcivescovo essere venuto a rimettere la religione in fiore,
il papa in seggio, i sovrani in onore. Soggiunse ai municipali venuti
a fargli riverenza, che li vedeva volentieri; che solo desiderava che
come suonavano le parole loro, così avessero i sentimenti.
Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il
consigliasse il procedere dell'avversario; o di premere a destra per
disgiungere i Franzesi di Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare
sulla stanca, passando il Po per impedire la congiunzione di Macdonald
con Moreau. Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a
quindici mila combattenti, stava in dubbio a quale parte gli convenisse
condursi; perchè o doveva egli pensare a tenersi accosto alle Alpi
per consentire con Massena che continuava a combattere aspramente
in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a
Macdonald. Elesse questo secondo partito. Conduceva dunque lo esercito
nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. Per
tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada
aperta verso gli Apennini. Per la qual deliberazione del capitano di
Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po
e la catena di questi monti.
Venute in mano degli alleati Peschiera, Pizzighettone ed il castello
di Milano, rimanevano in favor dei Franzesi Mantova, intorno alla
quale, siccome piazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e
con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati
dai corpi che avevano oppugnate le fortezze conquistate, e fatti
animosi delle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano
a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido in cui
si era ricoverato. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì
11 maggio, il Po a Bassignana; ma tentata invano con dimostrazioni
parziali e con romoreggiare all'intorno l'ala sinistra di Moreau,
avvisarono di far pruova se, minacciando sulla destra, il potessero
sforzare alla ritirata. S'ingaggiava una battaglia molto viva, dopo
cui tornando intero e minaccioso Moreau nel suo sicuro alloggiamento,
dimostrava ch'era ancor vivo, e che gl'infortunii presenti non gli
avevano tolto nè la mente nè la fortezza d'animo.
Oramai la guerra che gli romoreggiava tutto all'intorno lo sforzava
a far nuove deliberazioni. I popoli si erano levati a calca contro i
repubblicani: commettevansi crudeltà, saccheggi, uccisioni. Le terre
astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava
egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era
più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e
lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze
di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda
o per la valle d'Argentera. Da Cuneo il generale della repubblica,
lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di
gente, sul destro dorso degli Apennini
Partiti i Franzesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte
creata da Moreau, passando per Torino, andasse a far capo in Pinerolo,
perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da
popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a
ripararsi in Francia. Per la partenza medesima dei soldati di Francia
si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La
rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso
ancora l'amore del sacco e gli odii privati producevano questi effetti,
cui venne ad accrescere un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi
dalle sue stanze di Voghera, incitandogli alle armi. Atroci falli
seguitavano le parole.
Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè,
essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo
risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornare
all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il
suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierie e
delle munizioni che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau,
per la debolezza delle genti che gli restavano, lasciar in Torino un
presidio sufficiente, e, dalla guarnigione della città in fuori, non
vi era forza che potesse preservar la città, quantunque fosse cinta di
mura forti ed ordinate secondo l'arte a difesa. Arrivava Wukassovich
con genti regolari e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva
Fiorella volersi difendere. Principiava dai monte dei Cappuccini e
dar la batteria; e non facendo frutto con le palle, provò le bombe.
S'accesero alcune case vicine alla porta di Po. In questo punto la
guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori
di Wukassovich: gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le
turbe infami di Branda-Lucioni, famoso capo di briganti. Salvaronsi
frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani che
alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi.
Già Torino non era più in potere di Francia, ma non era ancora in
poter d'Austria del tutto, perchè su quel primo giungere le truppe
contadinesche dominavano, uccidevano, davano il sacco; ed insomma
la città piena di spavento aspettava qualche gran ruina, e, se i
confederati non fossero stati presti ad accorrere ed a frenare questi
uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che
si temevano.
Quando i tumulti che avevano conquassato il Piemonte alcun poco
restarono, entrava, a guisa di trionfatore, il generalissimo Suwarow.
Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per
ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Intanto Fiorella, che
governava la cittadella, traeva con le artiglierie; i confederati
traevano contro di lui; era vicino un altro sterminio. Infine le
due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in
subbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla
parte della città, ed i Franzesi non infesterebbero la città dalla
cittadella. Era Suwarow continuamente veduto e corteggiato dai nobili;
i più savii consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.
Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba,
massime in queste faccende di Stato, più volentieri udiva i primi che i
secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo la parzialità
del luogo o i desiderii di vendetta. Chiamava a sè il marchese Thaon di
Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re; ed il
marchese pubblicava un suo manifesto, e alle sue parole senza tardità
i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow, consigliandosi col marchese
medesimo e con gli altri capi del governo regio, creava, per dar forma
alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio
supremo, insino al ritorno del re.
Vedeva il consiglio che per confermare lo Stato del re, principalmente
nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella;
perchè non solamente ella era di sicurtà grande al Piemonte, ma non
si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede
stessa della potestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse
con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il
dì 13 giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso ed alla
trincea della prima circonvallazione. Non mancarono gli assediati a sè
medesimi nel volere impedire colle artigliere che i nemici tirassero a
perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed
aiutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo
ricusavano, apprestarono le batterie, e la mattina del 18 diedero mano
a bersagliare la fortezza. Prodotti gravissimi danni, faceva Keim, che
da Suwarow aveva avuto carico di questa oppugnazione, la intimata alla
piazza. Fiorella rispondeva, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio
ricominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì
del 19. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governator Fiorella
ardevano, una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte,
per esservi trapelata molta acqua, non offerivano rifugio. Morti erano
la maggior parte dei cannonieri; le batterie scavalcate, i parapetti
distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglieria. Già la seconda
circonvallazione si cavava a gittata di pistola dalla strada scoperta,
e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano
vicini a sboccare nel fosso.
Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità che
valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono, il dì 20, i
capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di
guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia
coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i
confederati sino agli scambi; Fiorella e gli altri ufficiali maggiori
fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambi, condotti in
Germania. Uscirono i vinti in numero di circa tre mila; entrarono
i vincitori il dì 22. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad
ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna
stava preparando nuove fatiche e nuovi trionfi. Fecersi in Torino
molti rallegramenti civili, militari e religiosi per la riacquistata
cittadella. Ne pigliarono i regi felici augurii. Mandava Suwarow
pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma
l'Austria, che aveva altri pensieri, attraversava questo disegno.
La guerra, che insanguinava le terre italiche, non risparmiava le
greche. Ma noi non potremo dilungarci dalle cose nostre per narrare
come le isole del mare Ionio ed altre terre circostanti, tolte
sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei
Veneziani, venissero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei
Russi. Il termine fu, che dopo i fortunosi casi di questa guerra, piena
di fatti altri alti e generosi, altri crudeli ed atroci, il consiglio
generale di Corfù, convocato dai confederati, secondo gli ordini
antichi, decretava che si ringraziasse santo Spiridione, e con annua
processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti russo e turco
e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo I,
Giorgio III, Selim III. Fu data la somma del governo non solo di Corfù,
ma ancora di tutte le isole e territorii ionici, ad una delegazione
di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù finchè dai confederati
fuvvi ordinato governo stabile di repubblicani sotto tutela della
Porta Ottomana. A questo modo, per opera, prima dei Franzesi, poi dei
confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio
degli oltramontani o degli oltremarini il dominio del mare Ionio,
che Venezia avea saputo conservare per tanti secoli contro tutte le
forze dell'impero dei Turchi. Venuto Corfù in poter dei confederati,
divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza
dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia: vennervi
i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi
Gabrielli e Massimi, il cavalier Ricci e molti altri personaggi. Le
flotte russa e turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel
Mediterraneo, le quali siamo per vedere in progresso.
Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito italico, avea
applicato i suoi pensieri a far venire sul campo delle nuove battaglie
le genti che sotto l'impero di Macdonald custodivano il regno di
Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald che
partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei
castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a
congiungersi, determinando il luogo della congiunzione dei due eserciti
nei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto
che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che
Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante
troppo difficili e da non dar passo alle artiglierie, era necessitato a
camminare fra l'Apennino e la sponda destra del Po; e temendo che fosse
troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati,
che prevalevano di cavalleria nelle pianure di Bologna e di Modena,
avea mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini
della Toscana e del Genovesato. Partiva Macdonald, accompagnandolo
Abrial, da Napoli, lasciati presidii franzesi, sebbene deboli, nei
castelli di Napoli e nelle fortezze di Gaeta, di Capua e di Pescara.
Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il
portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui
gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose
nuove, stavano in armi e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava
il regno sulle sponde del Garigliano, tumultava lo Stato romano, e da
Roma in fuori non v'era luogo che fosse sicuro ai Franzesi. Tumultuava
la Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che
davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente
Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei
collegati. Nè egli aveva cavalleria bastante a spazzare i paesi, a
procacciarsi le notizie, a far vittovaglie, a difendersi dagli assalti
improvvisi. Nè è dubbio che l'impresa di Macdonald non fosse delle più
malagevoli ed ardue che capitano di guerra sia stato mai obbligato di
fornire.
Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava
la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini con l'intento di
riuscire per la strada di San-Germano, Isola, Ferentino, Valmontone e
Frascati, verso Roma. La sinistra, condotta da Macdonald, seguitava
verso la capitale medesima dello Stato romano la strada più facile
della marina. Erano con questa le più grosse artiglierie e le
principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza
molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San-Germano
si oppose con le armi; fu preso per forza e saccheggiato. Isola si
persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari,
agguerriti e bene armati: assaltarono i Franzesi, dopo di aver ricerco
gl'Isolani del passo la terra: si difesero i terrazzani con tale
ostinazione che un accanito combattimento durava già più di sei ore,
e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo, cacciati di casa in casa a
viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori,
i quali, sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al
messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, e alla tanto
ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti,
mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani,
tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori,
facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per
modo che il furore della presente ebbrezza, congiunto col furore della
precedente battaglia, li fece trascorrere in opere abbominevoli. Nè più
davano retta ai loro ufficiali o generali, che li volevano frenare, che
alla ragione od alla umanità. Sorse la notte; era una grande oscurità,
pioveva a dirotto. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle,
incesero la città, che in poco d'ora fu da sè stessa tanto disforme che
non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine.
Passarono i Franzesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino
ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì 16 maggio del
presente anno 1799 nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato
animo con promesse e con discorsi, lasciate per marciare più spedito
le artiglierie e gl'impedimenti più gravi, e guernite di presidii le
piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla
volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione
grandissima; eccettuati i luoghi in cui i Franzesi insistevano coi
presidii, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con
gridare il nome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con
tanto tumulto, con tanto furore e con tanta ferocia, che tutt'altre
cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.