Paolo imperadore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del
Tanai, marciavano alla volta della Germania ed erano destinate a fare
con gli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati
tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso, per l'incredibile
suo ardimento, a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli della
guerra. A tutta questa mole, già di per sè stessa tanto grave, si
aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia, e
della Turchia, le quali, l'Adriatico dominando ed il Mediterraneo
correndo, potevano effettuare sulle coste di Italia subiti trasporti e
sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica.
Nè, come abbiam veduto, era l'Italia sana rispetto ai Franzesi, perchè
infiniti sdegni vi erano raccolti, sì per la contrarietà delle opinioni
attinenti allo Stato od alla religione, e sì per le offese recate dal
nuovo dominio.
Dall'altro lato era intento del direttorio di far guerra con tre
eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato
il Reno di assaltare la Baviera, che s'era accostata alla lega, il
secondo governato da Massena negli Svizzeri, facesse opera di cacciare
gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e, camminando avanti,
di dar mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia.
Era stato proposto alle genti italiche il generale Scherer, vincitore
di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva,
passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per
conquistare gli Stati ereditarii. Aveva con sè congiunti i Piemontesi
ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e
molto capace per l'ingegno, l'ardire e l'esperienza di governar questa
guerra, aveva chiesto licenza, ed il direttorio, che riteneva in tutte
le cose le solite sospizioni, temendo di lui, molto volentieri glie
l'aveva conceduta. Compariva Scherer, non senza parigino fasto; il che
rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert e lo squallore
dei soldati. Ciò fece anche sospettare che le opere del peculato
avessero peggio che prima a ricominciare: ognuno stava di mala voglia.
Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra
le parti, perchè il direttorio, prima di risentirsi dell'avvicinarsi
dei Russi, aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter
suo. L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola,
mentre poteva combattere accompagnata, che le genti russe alle sue
si congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, costretto dalla
fame, Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il
direttorio, e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che se i Russi
non fermassero i passi contro la Francia e dagli Stati imperiali non
retrocedessero, l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale
diè risposte ambigue e si temporeggiava per dar comodità ai soldati
di Paolo di arrivare. Conobbe la cosa il direttorio, e però si
determinava del tutto allo guerra, volendo prevenire quello che
l'Austria aspettava. Per la qual cosa Scherer altro non attendeva, per
dar principio alle ostilità che l'udire che Jourdan e Massena avessero
fatto il debito loro sul dorso germanico delle Alpi. Sentite le novelle
del passo effettuato sul Reno del primo, e dello aver combattuto il
secondo prosperamente, non senza però sanguinosissime battaglie, nei
Grigioni, si risolveva a non più porre tempo in mezzo per assaltare il
nemico.
Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non
si poter fidare del granduca Ferdinando di Toscana, e perciò si era
risoluto di cacciarlo da' suoi Stati. A questo fine, toccato prima
che avesse dato asilo al papa e passo ai Napolitani, ed affermato che
s'intendesse segretamente coi confederati ai danni della repubblica,
Scherer ordinava che il dominio di Francia s'introducesse in
Toscana. Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia
a quel momento stesso in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi
inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le stanze,
entrava nella felice Toscana, e il dì 25 di marzo, conducendo con
sè un grosso corpo di cavalleria con qualche nervo di fanteria e col
solito corredo di artiglierie e di salmerie, faceva, qui trionfatore,
il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella pacifica città
di Firenze. Così la sede di civiltà divenne occupata da insolite e
forestiere soldatesche.
I trionfatori disarmavano i soldati toscani, s'impadronivano delle
fortezze, del corpo di guardia, del palazzo vecchio e delle porte.
Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed occupata Pisa, se ne andava a
Livorno, e quivi, disarmate le truppe del granduca, poneva presidio nei
forti, guardie sul porto, mano sui magazzini inglesi e napolitani. Un
Reinhard, commissario del direttorio, recava in sua potestà la somma
delle cose, ed ordinava che i magistrati continuassero a fare gli
ufficii in nome della repubblica franzese. Disfatto dai repubblicani
il governo di Toscana, partiva per Vienna con tutta la sua famiglia
il granduca, e gli fu dato facoltà dagli occupatori del suo Stato di
portar con sè parte del mobile del palazzo Pitti, e alcuni capi di
pittura e scultura notabili. Il caso strano mosse, non tutti, ma parte
dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle piazze, fecero discorsi,
gridarono libertà; pure non si fecero tanti schiamazzi come altrove.
Il dominio dei Franzesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli
esuli Franzesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido
dominio di Ferdinando si erano ricoverati, furono senza remissione
cacciati. Restava papa Pio che, vecchio, infermo ed ormai vicino
all'ultimo termine della vita, se ne stava assai riposatamente nella
Certosa di Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani,
sforzandolo a partire alla volta di Parma, e poi fin oltre in Francia
al tempo stesso della partenza di Ferdinando. Partiva il canuto
e cadente pontefice, poco conscio di sè per l'infermità e per la
disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste popolazioni. Strada
facendo, era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato in Brianzone,
finalmente trasportato in Valenza del Delfinato: quivi condusse
nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di potenza
aveva incominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi cardinale,
dolce e pietoso ufficio.
Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I
Franzesi, partiti in tre schiere, affrontavano vigorosamente, il dì
26 di marzo, i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Ad un punto preso,
tutte tre schiere andavano alla fazione loro, e già la battaglia
ardeva con molta uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre
Bussolengo. Al primo romore delle armi era corso il presidio di Legnago
governato dal colonnello Skal ad occupare le mura e la strada coperta;
le guardie esteriori già si urtavano coi Franzesi, ai quali davano
favore i fossi, le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si
combatteva con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi sotto
le mura di Legnago, presso Anghiari, ed a San Pietro per la strada
di Mantova. Combatterono i repubblicani felicemente a San Pietro,
infelicemente ad Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza
del luogo sosteneva gli avversarii. Urtarono genti fresche i Franzesi
in parecchi luoghi, ma principalmente a San Pietro, dov'erano più
forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata
resistenza loro, li costrinsero a piegare ed a ritirarsi oltre Anghiari
e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con perdita
di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano al punto di
seguitarlo. Ma sopraggiunte a Kray erano le novelle che Victor e Hatry,
battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si erano
impadroniti della prima e si sforzavano di occupare fermamente la
seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante
erano stati risospinti. Così in questa parte stava la battaglia in
pendente per l'acquisto di Santa Lucia dall'un de' lati e per la
conservazione di San Massimo dall'altro. Tuttavia si continuava a
combattere; un terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi
qual fine fosse per avere quel lungo ed aspro combattimento e molto
temendo dei Franzesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato
dubbio sotto le mura di Verona, s'aggiunse la rotta toccata dalle genti
Alemanne sull'ala loro destra, governata dai generali Gottersheim ed
Esnitz; il che fece fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolo del
tutto dal seguitare i repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era il
sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni,
che consistevano in due ridotti, in frecce, trincee di campagna e teste
di ponti. Urtarono i Franzesi con tanto impeto tutte queste opere, che,
sebbene gli Austriaci vi si difendessero virilmente, le sforzarono. Il
caso fu tanto subito che questi ultimi non poterono rompere i ponti di
Pastrengo e di Polo, per modo che i repubblicani acquistarono facoltà
di passar l'Adige e di correre per la sinistra sua sponda contro Verona
e quella parte degl'imperiali che aveva le stanze sulla strada verso
Vicenza.
Al tempo stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bossolengo,
Serrurier, più oltre e più su distendendosi a stanca aveva cacciato i
Tedeschi dai monti di Lazise, in ciò aiutato efficacemente dal capitano
di fregata Sibilla e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le
quali custodivano il lago di Garda. Mentre si combatteva sull'Adige,
i Franzesi assaltavano Wukassovich sulle frontiere del Tirolo sopra
il lago di Garda. Già si erano fatti padroni di Lodrone, ed avevano
guadagnato molto spazio oltre i laghi di Iseo e d'Idro. Ma infine
vennero in ogni parte respinti. Non così tosto ebbe Kray inteso la
rotta della sua ala destra, che, lasciato un presidio sufficiente
in Legnago, s'incamminava a presti passi a Verona, per preservarla
dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava il 27 e 28, e
l'assicurava.
I due eserciti, stanchi dal lungo combattere, pieni di morti e di
feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar sepoltura
ai primi e cura ai secondi. Continuavano i Franzesi in possessione
della riva sinistra dell'Adige, ed era forza o che i Tedeschi ne li
cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona. Se cadeva
Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe potuto
arrivare senza frutto. Se i Franzesi erano cacciati dalla riva sinistra
era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli uni
e agli altri la necessità del combattere. Adunque alle dieci della
mattina del 30 marzo, i Franzesi condotti da Serrurier, passato sugli
acquistati ponti il fiume in grosso numero, assaltarono Esnitz e
Gottesheim, ai quali già si era congiunto Froelich. Un'altra parte di
repubblicani condotta da Victor s'innoltrava verso i luoghi superiori
della valle ed in Montebaldo verso la Chiusa e Rivole, coll'intento di
occupare i monti, ai quali si appoggiavano i Tedeschi e di guadagnare
la strada di Vicenza. Avevano i Franzesi del Serrurier, assaltando
con un impeto grandissimo, guadagnato molto campo, e già insistevano
sopra Parona, luogo distante ad un miglio e mezzo da Verona. In questo
pericoloso momento, Kray mandava fuori otto mila soldati, e, partitigli
in tre colonne, li sospingeva ad urtare i Franzesi. Ne sorse un
combattimento molto fiero, in fin del quale prevalsero gli Austriaci,
ed i Franzesi pensarono al ritirarsi non senza qualche dissoluzione
nelle ordinanze. In questo fatto, per frenare l'impeto del vincitore
e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera egregia la cavalleria
piemontese. Restava che si potesse ripassare a salvamento il fiume;
una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti con la cavalleria
e rottili per mezzo dei granatieri di Korber, Fiquelmont e Weber,
tagliò la strada ai superstiti che, deposte le armi, vennero in suo
potere. Quasi tutta la parte che era salita ai monti fu in questa guisa
superata e presa.
Risultava dalle due battaglie di Verona che gli Austriaci passarono
l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer
si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della
Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi; aveva fermato
il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano
ogni ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiargli sui
fianchi ed alle spalle con truppe armate alla leggera. Wukassowich,
sceso dal Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia,
oltrechè il colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva
spazzato tutto il campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda,
per modo che il navilio, che i Franzesi avevano sul lago, era stato
costretto a cercar ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra
parte Klenau, partitosi dall'ala sinistra austriaca con soldati
corridori era comparso sul Po, aveva messo a rumore le due sponde,
precipitato in fondo le navi franzesi e costretto i repubblicani a
rifuggirsi o in Ferrara o in Ostiglia.
Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave pericolo,
ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo esercito,
scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era divenuto
di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo non
isfuggiva a Scherer che Suwarow, ritardato solamente dalle pioggie
insolite che avevano fatto gonfiare oltremodo i fiumi ed i torrenti,
si accostava; il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico, se
prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente. Per
tutto questo, nè mancando anche d'animo per sè medesimo, si risolveva a
cimentarsi di nuovo col nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito
le cose perdute a Verona.
Dall'altro canto il generale austriaco, non fuggendo di tentar la
fortuna da sè solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva
dar tempo al nemico di riordinarsi e riaversi dall'impressione delle
rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi, tanto più
imbaldanziti delle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate
mentr'era ancor fresca la memoria delle sconfitte. Forse ancora Kray
nel più interno dei suo animo desiderava una nuova battaglia per
operare che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che
arrivassero il generalissimo Melas ed il forte maresciallo di Paolo.
Ivano all'affronto i due nemici divisi in tre schiere, il dì 5 aprile.
Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Franzesi fossero inferiori
di numero, guadagnarono nondimeno, valorosissimamente combattendo,
del campo, e facevano piegar l'inimico. Serrurier, sospinto prima
ferocemente da Villafranca, fatto un nuovo sforzo e riordinati i suoi,
se ne impadroniva. Delmas si spingeva ancor esso avanti; Moreau il
seguitava con uguale prudenza e valore, Victor e Grenier sforzavano San
Giacomo e vi si alloggiavano.
Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girare un grosso corpo a
fine di attaccar il Franzese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava
impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre
a duro passo Moreau s'ei non fosse stato quell'esperto capitano che
egli era; ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in
sì pericoloso accidente, invece di camminare direttamente; si voltava
con grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco
coloro che disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa mossa gli
Austriaci furono rotti e fugati verso Verona, a cui si accostavano
Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne; già il terrore
assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia pei
Tedeschi; ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo che si
spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero
il nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu quest'urto
dato con tanto ordine ed impeto che i Franzesi, svelta loro di
mano per forza la vittoria, se ne andarono rotti in fuga. A questo
decisivo passo ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo che
loro restava, quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico
insultante, non solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma
ancora rompevano del tutto la mezzana schiera degl'imperiali e fugivano
Keim fin quasi sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a
Kray; quest'erano i restanti battaglioni del retroguardo. Serraronsi
i freschi battaglioni alemanni, adoprandosi virilmente Lusignano sui
Franzesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani,
ma s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale che pareva che
più che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia
la vittoria e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle
parti, era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la costanza tedesca
prevalse all'impeto franzese: i repubblicani furono piuttosto che
cacciati, svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi
impetuosamente contro i vinti i vincitori e ne fecero una strage
grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intera e
tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico
non senza scompiglio nelle ordinanze pel caso improvviso, lasciando il
fardaggio, le artiglierie ed i feriti in poter del vincitore. Non fu
fatto fine al perseguitare se non quando sopraggiunse la notte. Durò
la battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il
valore vi fu uguale da ambe le parti; la vittoria utilissima alle armi
imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas
e di Suwarow.
Scherer, scemato il numero de' suoi, scemato altresì l'animo loro
per le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se
volesse fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda
destra dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di
arrestar l'inimico e difendere la capitale della Cisalpina. A questa
deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la
grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze russe, per
guisa che sommava a settanta mila combattenti, non noverati quelli
di Wukassovich e di Kleneau, mentre il suo, tolti i presidii ch'era
obbligato a lasciare a Mantova ed in Peschiera ed in altre fortezze
di minor importanza, non passava i venti mila. Si levavano i popoli a
calca al suono delle vittorie tedesche e dell'arrivo dei Russi, gente
strana e riputata d'invincibil valore. Queste sommosse molto mutavano
gl'imperiali, perchè intimorivano gli avversarii, tagliavano le strade,
e davano spiatori utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o
meno forti, secondo le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose
nel Polesine e nel Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro
i Franzesi nel Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto
seguito.
Arrivati i Franzesi sulle sponde dell'Adda fiume assai più grosso
e di rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, vi si
alloggiavano, ordinandovisi nel modo che giudicavano poter arrestare
il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una gran mutazione si
era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati repubblicani,
stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti, avevano
concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro
disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti di
animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine
della Francia già si appresentava alla mente dei più, e quelle terre
italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei
Franzesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto
a contrastare non solamente col nemico, ma ancora con la cattiva
disposizione dei proprii soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed
il meno che dicessero di lui era, che non sapeva la guerra. Certo,
essendo tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre
governar con frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per
niun altro modo potevano riaccendersi che con quello di mutar il capo
e di surrogargli un generale amato da loro e famoso per vittorie.
Videsi Scherer queste cose e, conformandosi al tempo, rinunziò al
grado, con rimetterlo in mano di Moreau e con pregare il direttorio che
commettesse in luogo di lui la guerra al capitano famoso per le renane
cose. Piacque lo scambio: Scherer, confidate le sorti franzesi al suo
successore, se ne partiva alla volta di Francia.
Recavasi Moreau in mano il governo di genti vinte e quando già poca
o niuna speranza restava di vincere. Sapeva egli che il difendere
lungo tempo le rive dell'Adda contro un nemico tanto potente non
era possibile: ma andò considerando che il cedere senza un nuovo
sperimento la capitale della Cisalpina, che aveva i suoi soldati
congiunti co' suoi e che era alleata della Francia, gli sarebbe stato
di poco onore; ed oltre a ciò voleva, con ottenere qualche indugio,
dar tempo al munire di provvisioni le fortezze del Piemonte. In questo
mezzo arrivarono alcuni aiuti venuti di Francia, del Piemonte e dalla
Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltare il viso al nemico
e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla repubblica sulle
sponde dell'Adda che su quello dell'Adige.
Arrivava Suwarow a fronte del nemico e, senza soprastare, si risolveva
a combatterlo. Divideva, come i Franzesi, i suoi in tre parti;
commetteva la prima, che marciava a destra, al generale Rosemberg,
che aveva con sè Wucassovich, guidatore dell'antiguardo. Questa parte
aveva il carico di aprirsi il varco in qualche luogo vicino al lago.
La seconda, cioè la mezzana, guidata da Zopf e Ott, doveva far opera
di passare in cospetto di Vaprio, e d'impadronirsi di questa terra.
Finalmente la terza che camminava a sinistra, commessa al valore del
generalissimo austriaco Melas, andava porsi a campo a Triviglio contro
l'alloggiamento principale dei Franzesi a Cassano. Franzesi e Russi,
nuovi nemici, eccitavano l'attenzion dal mondo.