Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria

il cardinal Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime,

chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia

Winspear e l'uditor Fiore. Questo debole principio in poco spazio

di tempo cresceva a dismisura e produceva un moto che fu cagione

di accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore

Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava

il cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale si

aggiungeva, e finalmente chi voleva il re o le vendette o il sacco,

a lui cupidamente si accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le

terre aperte, finalmente le murate e tanto crebbe la sua potenza, che

presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la

Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli,

lo scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi

nelle parole, anzi, seguitando il corso favorevole della fortuna,

assaltava Cosenza, capitale della Calabria esteriore, e quantunque ella

fosse una forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce

se ne impadroniva. Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese

Paola, bellissima città di Calabria, la prese e l'arse per l'animoso

contrasto fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre

civili. Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava e gli dava in mano

tutte le Calabrie insino Matera. Quivi si congiunse con de Cesare,

sommovitore della provincia di Bari.

Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le provincie, anche le più

vicine a Napoli, più quiete; gente sfrenata guidata da capi ancor più

sfrenati, commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo

regio e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno

Sciarpa, antico soldato, uomo tanto audace quanto feroce, aveva posto

a romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno.

Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto pericolosissimo,

suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima mulinaro, poi capo

dei sollevati di Sora. Commise costui opere indegnissime. Dall'altra

parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le sue Abruzzesi bande,

risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si erano condotti

sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa e più

importante sommossa, dopo quella del cardinale ardeva nella Puglia, sì

perchè era molto grossa per sè, sì perchè a lei si erano congiunti gli

Abruzzesi, sì perchè alle abruzzesi rive avevano adito le armate russe,

ottomane ed inglesi, e sì perchè la Puglia per la feracità delle sue

terre nodriva la popolosa Napoli.

A questo modo, nonostante la gloriosa vittoria di Championnet, da

Napoli in fuori e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i

repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato che con

isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore del

re, quantunque i modi che si usavano non fossero degni nè del re nè

di alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le

cose della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i

Franzesi, per tanto ardimento dei popoli, continuamente di riputazione,

ed ogni giorno più si rendeva necessario che con qualche nuovo e

segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie

di Napoli il valore.

Per la qual cosa erasi deliberato Championnet (queste cose accadevano

prima della sua partenza) a fare due spedizioni, una contro la

Puglia, l'altra contro la Calabria, commettendo la prima alla fede

ed al pruovato valore di Duhesme, la seconda al generale Olivier.

Accompagnava Duhesme, da parte del governo napolitano con una legione

napolitana ma con le compagnie ancor non piene, il conte Ettore di

Ruvo, giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce e capace di tentare

qualunque difficile e pericolosa impresa. Dopo varie vicende, era

venuto con Championnet, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del

regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo napolitano,

conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre

pasceva l'animo di pensieri smisurati e si mostrava più inclinato a

comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano

le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio e pieno

di parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità e per

pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanche se

questo fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie e

fece depredazioni incredibili, non considerando nè come nè contro chi,

o repubblicani o regi che si fossero: soldati e denari per pagargli,

questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure

era il solo uomo capace di puntellare quello Stato cadente: l'avrebbe

anche fatto, ma forse per sè, non per la repubblica.

Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani,

piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura

tale che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa e dell'astuto ed

animoso cardinale. Partivano Duhesme ed il conte Ettore: marciavano

cauti per paura d'agguati e di assalti improvvisi in un paese

sollevato; marciavano spigliati e divisi per ispazzare largamente

il paese: con loro marciavano i consigli militari, sempre pronti a

dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono

incontanente uccisi. Così dall'un canto Duhesme ed il conte Ettore

incrudelivano coi supplizii contro i regi, dall'altro Sciarpa, Mammone

e Ruffo incrudelivano anche coi suplizii contro i repubblicani.

Le ire erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano

le vendette, le vendette le ire. Marciava Duhesme spartito in due

colonne. Vinte parecchie città, si deliberava ad andare all'assalto

di San Severo, perchè distrutto quel nido principale, sperava che

gli altri si sottometterebbero. Erano i regi in San Severo grossi

di dodici mila combattenti fra soldati vecchi e gente collettizia.

Prese le stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la

pianura sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni

piantati contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito.

Accorgendosi i regi che i repubblicani si distendevano a sinistra

per assaltarli di fianco e alle spalle, si calarono con grandissimo

ardire ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Durò

lunga pezza, con grave uccisione da ambe le parti, perchè il valore

era uguale nei due eserciti nemici, e se prevalevano i regi di numero,

prevalevano i repubblicani in perizia. Infine andarono i primi in

volta, e già al punto stesso il generale Forest arrivava alle loro

spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che uccisione. Tre mila

soldati vi perdettero la vita: tutti o la più parte l'avrebbero

perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito squallido

e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere umilmente

ed istantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e dei

figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse

molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti.

La fama della vittoria di San Severo ridusse all'obbedienza le contrade

vicine, aperse anche le strade per Pescara, cosa di molta importanza

pei Franzesi. Intanto licenziato Championnet, aveva Macdonald assunto

il governo, e non solo Duhesme era stato richiamato dalla Puglia,

ma ancora gli fu comandato che ritirasse le genti appresso Napoli.

Le quali cose saputesi dai regii, inondavano di nuovo la provincia

e tagliavano le strade dalla Puglia a Napoli. Fu ben forza allora,

se non si voleva che Napoli affamasse, il pensare a riconquistare le

terre perdute ed a rompere quella testa di regii, che si era adunata

in Trani. Era Trani, come anche Andria, munita con fortificazioni

vecchie e nuove; pieno tutto d'uomini armigeri, rabbiosi e risoluti a

difendersi. S'incamminava l'assalto da Andria: ad estremo pericolo era

per succedere estrema barbarie.

Incominciò la battaglia con furor civile da ambe le parti; gli

assalitori combattevano con egregio valore, ma con non minore animo si

difendevano gli assaliti, nè i primi facevano frutto di momento. Già

venivano alle scale, cimento per essi molto pericoloso, quando il tirar

di un obice atterrava la porta di Andria. Precipitaronsi i Franzesi;

a loro si accostavano i napolitani. Continuarono ciò non ostante a

difendersi furiosamente da tutte le case i regi. Non venne la città

intieramente in poter dei repubblicani se non dopo che tutte le case,

le contrade, le piazze furono piene di cadaveri e di sangue. Nè tante

morti nè tanto sangue bastarono: non fu contento il destino se non alla

distruzione totale della misera terra. Sei mila Andriotti furono in

poco d'ora mandati a fil di spada, la città intiera data alle fiamme; i

vecchi, le donne, i fanciulli, e nè anche tutti, furono risparmiati.

Trani tuttavia si teneva pei regi, nè lo sterminio d'Andria

gl'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con otto mila

difensori usi alle armi, accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva

piuttosto atta a pigliarsi per assedio che per assalto. Ma il tempo

stringeva, ed i repubblicani, sì franzesi che napolitani, erano pronti

a qualunque più pericolosa fazione. Andavano dunque all'assalto di

Trani. I regi, essendosi accorti del disegno, si assembrarono grossi

ad aspettarli al luogo minacciato. Ardeva la battaglia e succedevano

molte morti, senza frutto alcuno per l'esito del fatto, da ambe le

parti. In questo mezzo tempo i difensori, tutti intenti a tener lontani

dalle mura gli assalitori, indebolirono le difese di un fortino situato

a riva il mare: della quale occasione prevalendosi i repubblicani, se

ne impadronirono e voltarono i loro cannoni contro la città. Questo

grave accidente sconcertò le difese: già i repubblicani, non senza però

molto scempio loro, saliti sulle mura facevano inchinar la fortuna a

loro favore. Tuttavia i regi continuavano a difendersi ostinatamente,

essendo come in Andria, ogni casa ed ogni contrada fortezza.

Finalmente sparso molto sangue in una pertinacissima difesa i regi

abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi, che nel porto

erano allestite per fuggire. Ma nemmeno in queste trovarono scampo;

poichè i Franzesi, avendo preveduto il caso, avevano armato alcune

navi che vietarono loro il passo. Alcune delle regie furono prese per

assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi fuggiva sul

lido era senza misericordia e remissione alcuna ucciso dai trionfanti

repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data al sacco

ed alle fiamme: de' suoi abitatori, quelli che o portavano o potevano

portar armi, mandati a fil di spada. Quietava, ma non del tutto, la

Puglia per queste vittorie.

Schipani mandato a combattere i sollevati ed a sopire le cose di

Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e

conflisse infelicemente ed irritò con parole ed atti repubblicani molto

estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo

provocasse. I sollevati di questa provincia ebbero facoltà d'unirsi

con le bande del cardinale Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le

Calabrie e la terra di Bari sollevata a rumore impugnavano coll'armi

in mano la recente repubblica. Nè i Franzesi potevano porvi rimedio,

perchè non si fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della

città stessa di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo,

pensavano piuttosto a mantenersi nella capitale che a conquistare

le provincie. Schipani, tentato invano le Calabrie, se ne giva a

far la guerra contro i sollevati di Sarno, che più vicini a Napoli

tumultuavano. Ma i popoli lo combatterono per guisa che fu costretto

ad andarsene. Vi si condussero i Franzesi; saccheggiarono Lauro, poi

se ne tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed

i Lauriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di

Salerno; e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del

regno. Accresceva il pericolo l'avere gli Inglesi occupato, non senza

un valoroso fatto di Francesco Caracciolo che li combattè per molte

ore, le isole d'Ischia e di Procida, che per essere situate alle bocche

del golfo di Napoli, ne danno la signoria a chi le tiene. Così ardeva

la sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno,

s'incominciava a temere che l'impresa di Championnet fosse stata più

imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da

ambe le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regii poscia

i repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le cose

e gli edifizii tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era

questa, siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima

degli abitanti e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e

religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli

contro i padri, fratelli contro i fratelli, e per fino mariti contro le

mogli e mogli contro i mariti. Per atterrire chi atterriva, Macdonald

mandava fuori, a dì 4 marzo un aspro e furioso decreto, nuovo esempio

del quanto le rivoluzioni stravolgano gli uomini.

Il pericolo delle sollevazioni popolari contro i governi repubblicani

instituiti in Italia e contro i Franzesi, si accresceva vieppiù dalle

sommosse che, nate ora in un luogo ed ora in un altro, travagliavano

lo Stato romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini

ed impedivano le strade fra Terni e Spoleto; già Rieti pericolava.

Civitavecchia si era ribellata contro i nuovi signori; durò un pezzo

il generale Merlin a sottometterla, ancorchè con palle infuocate la

combattesse. Stroncone e Alatri parimente rumoreggiavano; Orvieto

anch'esso aveva fatto mutazione ed ostinatissimamente si difendeva

contro i repubblicani. L'incendio si dilatava; ogni luogo era o mosso

con le armi impugnate o poco sicuro anche nella quiete.

Nonostante i pericoli che correvano, il direttorio di Francia, o non

curandoli o facendo sembianza di non curarli, si era risoluto a far

mutazioni nel governo di Napoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario

del direttorio, il quale, prevalendosi dei buoni si sforzava di

consolare gli uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle

finanze e fecene di lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava;

gli ordini politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo

di Francia, non avuto alcun riguardo al modello della costituzione

proposto dalla congregazione napolitana e di cui abbiamo di sopra

parlato. Creò fra gli altri un direttorio; imitazione servile. Ma

quel che l'ordine aveva in sè di cattivo, correggeva con le persone:

chiamovvi Ercole d'Agnese, Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe

Albanesi, e Melchior Delfico, uomini tutti migliori dei tempi e di non

ordinaria virtù.

Diede ancora Abrial prova notabile, tacendo le altre, dell'animo suo

civile, quando Macdonald mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi

casi Sorrento, patria di Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e

Salernitane rivoluzioni si era levata a romore contro i Franzesi;

imperciocchè operò col generale che la casa dei discendenti dei poeta,

quando la terra fosse presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse.

Vollero riconoscere la conservata salute, offrendo a Macdonald, perchè

non sapendo di Abrial, a lui riferivano, il ritratto del Tasso dipinto

dal vivo, come si credea, da Francesco Zuccaro. Il ricusava Macdonald,

facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del benefizio, ed

essa, l'immagine del porta salvatore ad Abrial offerendo, pagava con

segno di gratitudine unico al mondo, un immenso benefizio. L'accettava

di buon animo Abrial e molto caro se lo serbava, dolce e pietosa

conquista.

Restava che i due fiori d'Italia, Lucca e Toscana, si guastassero.

Entrava sul principiare del presente anno in Lucca, accompagnato da

quattrocento cavalli, Serrurier: tosto pubblicava le solite lusinghe.

Il fine primo ma non primario dell'invasione lucchese era il prestito

di due milioni di franchi che dai Lucchesi si richiedeva pei servigi

dell'esercito: poi si voleva venire alla mutazione del governo, benchè

le parole suonassero in contrario. Già Lucca era serva, poichè l'antico

governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno se non approvato

da Serrurier. Miallis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi

s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà

di gennaio tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna,

addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello Stato

popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e

forastiere.

Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che

deliberanti, e, cedendo al tempo, stanziarono che fosse abolita la

nobiltà, che il popolo lucchese riassumesse la sovranità, che dodici

deputati si eleggessero per ordinare una costituzione democratica

secondo il modello di quella che reggeva Lucca prima della legge

Martiniana. Furono eletti, la maggior parte nobili. I democrati pazzi

non vollero udire parole italiche; però fecero accettare le forme

franzesi. Nacquero adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a

Milano, a Genova, a Roma, i due consigli col direttorio. Incominciossi

a dar mano a spogliar l'erario di denaro, le armerie d'armi, i

granai di vettovaglie; in poco d'ora i frutti dell'antica e mirabile

provvidenza lucchese furono dissipati e guasti. Quindi sorsero le

parti, perchè chi voleva vivere Lucchese e chi unito alla Cisalpina. Si

aggiunsero le solite tribolazioni di dover vestire, pascere alloggiare,

pagare i soldati forastieri che andavano e venivano o stanziavano,

ora Liguri, ora Cisalpini, ora Franzesi, con molte altre molestie,

accompagnature insolenti del dominio militare. Brevemente, la fiorita

ed intemerata Lucca divenne sentina di mali e ne fu desolata.

Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione

del re, un governo che non si saprebbe con qual nome chiamare, si

conobbe tostamente che le recenti mutazioni non erano grado dei

popoli. I soldati massimamente non si potevano accomodare, perchè

ed erano avversi per le passate instigazioni ai soldati Franzesi, e

questi in grado di vinti tenendoli, non li trattavano da compagni.

Si aggiungevano le solite insolenze, che infiammavano a rabbia un

popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era dunque in Piemonte

quiete apparente e sostanza minacciosa. Grande scapito aveva patito

il governo e per lo spoglio del palazzo del re, non da' Piemontesi, e

per aver mandato i capi di famiglia di primaria nobiltà come ostaggi,

e pei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne il

valore, e poi il risecava di due terzi, il che fu grave ferita a coloro

che li possedevano. Sobbissava il Piemonte sì pei debiti, nè poteva

bastare alle spese. S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi,

del vestito, del cibo, delle stanze, dei passi pei soldati forastieri.

Rovinava a precipizio lo Stato: in tre mesi, sebbene si estremassero

le spese pei servigii piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata

ed in sostanze meglio di trentaquattro milioni. A qual fine si andasse,

nissuno il sapeva: la desolazione e la solitudine erano imminenti.

Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già

abbiamo detto in parte ciò che rendeva il governo poco accetto.

Seguitava che i municipali di Torino, imitando quei di Parigi ai

tempi della rivoluzione, l'emulavano e traevano con sè molto seguito.

A questo erano stimolati da alcuni repubblicani franzesi, i quali si

lamentavano di non aver avuto dal governo piemontese quelle ricompense

che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese

aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.

I musei intanto e le librerie si spogliavano rapivasi la tavola Isiaca,

rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio e quanto si credeva poter

ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo

a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci ed il conte Laville

deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data

libertà, il tenessero bene edificato ed esplorassero qual fosse il suo

pensiero intorno alle sorti future del Piemonte.

Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò

vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione

fu sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che

si era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di

nobiltà e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.

Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti piemontesi, si

moltiplicavano e s'inasprivano. Chi voleva esser Franzese, chi

Italiano, chi Piemontese. Si viveva in queste incertezze, quando

arrivava da Parigi l'avvocato Carlo Bossi, uno degli eletti al governo.

Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da Taleyrand e da

Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio voleva fare del

Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse l'essere congiunto

con chi comandava che con chi obbediva, si era deliberato a proporre

in cospetto del governo il partito della unione con la Francia.

Seguì tosto l'effetto, perchè avendo parlato con singolare eloquenza,

da quell'uomo d'ingegno piuttosto mirabile che raro ch'egli era, e

confermato il suo favellare con raziocinii speciosissimi, perciocchè

nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo, vinse facilmente il

partito; non avendovi nissuno contraddetto, perchè alcuni non vollero,

altri non seppero, stantechè la proposta era inaspettata. Accettatosi

dal governo il partito dell'unione, furono tentati al medesimo fine

i municipali di Torino. Vi aderirono volontieri. La deliberazione

della capitale fu di grandissima importanza, perchè, essendo conforme

a quella del governo, facilmente tirava con sè tutto il paese. Si

mandarono commissarii nelle provincie a far gli squittini per le

unioni. I popoli non l'intendevano e certamente ripugnavano. Ma

l'autorità del governo e la presenza dei Franzesi facevano chiarire

i magistrati in favore. Mandavansi a Parigi per portar i suffragi

Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato valore

e di gran fama in Piemonte; ma vissuti, discordi a Parigi, produssero

discordia nella patria loro.

Questa risoluzione del governo lo scemò di riputazione, perchè il

popolo non amava l'imperio dei forastieri; gl'Italiani si adoperavano

per farlo vieppiù odioso. Fu anche non cagione, ma occasione di un moto

più feroce e ridicolo che nobile e pericoloso nella provincia d'Aqui.

Dieci mila sollevati, compromessi molti luoghi, si disperdevano e della

loro imbecillità pativano i danni Strevi, Aqui, ed altri comuni ancora.

Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia

che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli

era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di

commissario politico e civile, affinchè vi ordinasse il paese alla

foggia franzese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei

si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degli

Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali,

i magistrati distrettuali e municipali secondo gli ordini usati in

Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate, chiamava a sè

Prina, che molto ed anche troppo se n'intendeva. S'ingegnava di sopire

le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo

grave; già nuovi nembi, che s'ingrossavano verso settentrione, dando

timori e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le

passioni già tanto accese.

Così, come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte.

Meglio Genova e Milano si mantenevano per aver governi più ordinati,

ma più la prima che il secondo, perchè l'amor della adulazione verso i

forestieri vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini

avari e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano

apparecchiate le occasioni alla tempesta, che già si avvicinava ai

confini d'Italia.

Le arti dell'Inghilterra, delle quali abbiamo altrove parlato,

partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già

tutt'Europa novellamente si muoveva a danni della Francia e dei nuovi

Stati che ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito

in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al

tempo stesso aveva operato che la parte che nei Grigioni inclinava

a suo favore la chiamasse a preservar il paese dall'invasione dei

Franzesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar

quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano da

una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della

Valtellina. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperadore Francesco

il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a

Melas in Italia; era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon

nome nelle guerre germaniche e molto amato dai soldati. In tal guisa

l'Austria si preparava alla guerra.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 71 / 99 段