La debolezza del vicario Pignatelli aperse una via di scampo ai

Franzesi che già incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo

di Mack. Perì Napoli per mano di coloro ai quali maggior debito pesava

di difenderla. Arrivavano in quell'ora, tanto pregna di dubbio avvenire

pei Franzesi, agli alloggiamenti di Championnet il principe di Milano

ed il duca di Gesso, che, mandati dal vicario, venivano chiedendo un

accordo. Mostrò sulle prime Championnet qualche durezza, conosciuta

la timidità di chi reggeva Napoli, e volendo mostrare abilità al

combattere; infine pregato da coloro che dovevano minacciare, venne

ad un accordo con loro, del quale le principali condizioni furono,

che si sospendessero le offese sino alla ratificazione delle due

parti: se una ricusasse di ratificare, ricominciassero le offese dopo

avviso anticipato di tre giorni; Capua si consegnasse in mano dei

Franzesi; l'esercito di Francia occupasse il paese alla destra dei

laghi napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si serrassero i porti

alle navi nemiche della repubblica; non si riconoscessero le opinioni;

pagasse il re alla repubblica dieci milioni di tornesi, cinque in

cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte le strade ad ambe le

parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a nissuna delle parti,

perchè il re negò la ratifica e mandò Pignatelli, tornato in Sicilia

pel sollevamento di Napoli che or ora racconterassi, nella fortezza di

Girgenti.

I Napolitani affermarono essere stata un'insidia di Acton, nemico di

Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè

vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet come di

accordo vile. Ma piacque il trattato a Championnet, perchè con quello

e salvava l'esercito e si procurava abilità d'intendersela coi novatori

per far del tutto sovvertir Napoli e convertirlo in repubblica. Infatti

alcuni fuorusciti napolitani che aveva seco, incominciarono a tenere

pratiche segrete coi loro compagni di Napoli, per modo che il generale

franzese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi

avvenisse.

Mali semi sorgevano, si aspettava la occasione. Una cagione che

dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse,

ma in verso contrario. Un Arcambal commissario franzese era andato

a Napoli per levarvi il denaro pattuito; il volgo se n'accorse.

S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare; si trascorse

finalmente agli sdegni e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un

tumulto ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli

loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda,

l'un l'altro stimolando, tutti gridavano! _Muoiano i traditori; viva

San Gennaro, viva la santa fede, viva il re_. Avidi di far sangue

già facevano pruova di manomettere Arcambal; ma trovò modo di porsi

in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco

impeto; ma il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo, vieppiù

inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore chiamando

a morte e Pignatelli e Mack e i soldati e tutti che governavano,

accusandoli di tradimento. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo,

Sant'Elmo e del Carmine: indi correvano all'armeria, dove prese e

distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano ad opere maggiori.

Pignatelli e Mack pensarono che quello non fosse più tempo da starsene

a Napoli e fuggirono, il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento

di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito che

da Capua consegnata ai Franzesi se ne veniva alla volta di Napoli,

parte sbandatosi cercò ricovero in mezzo ai Franzesi, parte sotto il

governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa gridando:

Viva la patria, viva Napoli, viva il re. Fatti più arditi dal numero

e dall'impeto assaltarono rabbiosamente la guardia franzese al ponte

Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet

per questo fatto che i Napolitani avessero rotto la tregua ed

aperto l'adito alle ostilità. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza

senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti,

depredazioni, incendii e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli,

fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le

minaccie degli uccisori, si udivano cosa che ad ognuno recava maggior

terrore: _Viva San Gennaro, viva la santa fede_. Durò gran pezza il

tumulto spaventevole.

Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo avvisò di

crearsi un capo che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe

Moliterni. Prima cosa diede opera a piantar certe forche smisurate in

parecchi luoghi con minaccia che impiccherebbe chiunque si muovesse

senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali e capi del popolo,

ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare

quegli spiriti infieriti ed a dar qualche sesto alle cose.

Ed ecco spargersi subitamente voce, marciare i Franzesi contro Napoli,

già esser giunti ad Aversa. Fu Moliterni a parlamento con Championnet

nei campi d'Aversa. Riportonne che il generale di Francia non voleva

udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano

i castelli e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Per

poco stette che non facessero Moliterni a pezzi gridandolo a furore

assassino e traditore. Nè più volendo udire capo di sorta, meno

ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare ed in sull'uccidere

più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo

fratello Clemente Filomarino, maltrattarono Zurlo già ministro delle

finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali; trucidarono

un fuoruscito tolonese; trucidarono un ufficiale di marina inglese:

facevansi della barbarie gioia.

Ma Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo

i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio

dei Franzesi, verisimilmente perchè credeva che quello fosse il solo

modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, aveva

introdotto nel castello Sant'Elmo molti de' suoi aderenti e molti

ancora che parteggiavano per la repubblica, ed inoltre, armandone

quanti più gli venne fatto d'armare, gli aveva distribuiti nei luoghi

più opportuni. Avvisavano Championnet e Moliterni che il vincere i

lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi ed arabbiati sarebbe

stato piuttosto impossibile che difficile. Perciò Moliterni propagava

ad arte fra l'acceso volgo l'opinione ch'era necessario andar ad

assaltare i Franzesi che venivano contro Napoli, con dire che il piccol

numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravanzante moltitudine

del popolo. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva

il popolo, più impetuoso che esperto di battaglie, a combattere contro

i Franzesi, che per la speranza di Sant'Elmo e di trovare in Napoli

parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. Si affrontarono le

due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda.

Prevalevano i Franzesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i

Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati

eventi la battaglia. Le artiglierie di Francia fulminando in quelle

spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile ed atterravano le file

intiere. Rimettevansi i lazzaroni e più aspramente di prima menavano

le mani, cercando di avvicinarsi e di venire alle strette col nemico,

per fare con lui battaglia manesca. Le artiglierie li guastavano da

lontano, le baionette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi

piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni, ruppero parecchie volte

i repubblicani, ma questi, come destri e sperimentati soldati, tosto

si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più

si udivano le grida de' combattenti, al buio più si udivano quelle

degli straziati; e pure nè anche di notte si perdonava alle ferite

ed alle morti. Ned era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto

e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra

corpi grossi o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti

e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine, vi si

aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite

terre d'Abruzzo, del Sannio e della Campania, che la rabbia di guerra e

la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte.

Nuovi vesperi siciliani e nuove vendette di vesperi siciliani si

agitavano. Non mai i Franzesi si trovarono ridotti a sì duro passo,

nè mai con tanta valenzia sostennero un urto di guerra. Infine un

fortunato consiglio fece sopravanzare i repubblicani. Championnet

mandava Lemoine e Duhesme a ferire con truppe fresche, sbrigatosi testè

dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni,

i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta

sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.

Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano

non solamente il castello di Sant'Ermo, ma ancora quello dell'Uovo,

vi aveva inalberato il vessillo tricolorato in segno di pace e di

possessione verso Championnet. Ma quando i lazzaroni superstiti alla

passata uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate

insegne, tosto tornarono sui furori, e di nuovo prese le armi, si

accingevano a voler impedire ai Franzesi la possessione. Nè si rimasero

alle minaccie, perchè impetuosamente contrastavano ai repubblicani

l'ingresso. Pendeva tuttavia in bilico la fortuna, quand'ecco calare

dai castelli Moliterni con le sue genti ad assaltar alle spalle coloro

che lor capo lo avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento

fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del

tutto gli avversarii, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora

i Franzesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente

fortificassero le strade con isteccati e combattessero dalle case con

ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada fino al palazzo reale

e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Franzesi, preceduti

da novatori del paese, s'introdussero per forza nella contrada

principale di Toledo e se ne fecero signori. Tuttavia combattevano

ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio;

il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per

risparmiare il sangue e terminar totalmente quelle moleste battaglie

con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimenti dei novatori,

insinuarono ai lazzaroni che saria bene mandar a sacco il palazzo

del re. A tale suono, questi uomini privi di tanti compagni uccisi, e

straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (cose

strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda

le reali spoglie. Restava che il castello del Carmine cedesse. Si venne

all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo.

Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei

repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro.

Il generale della repubblica, fatto sicuro dell'acquisto di Napoli

per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico ch'egli frenava

i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue de' compagni morti

nelle battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva essere

i Napoletani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli

strazii sofferti da lui: però rientrassero in sè stessi, esortava,

deponessero le armi in Castelnuovo e con queste conserverebbe la

religione, le proprietà e le persone salve ed intatte: al tempo stesso

arderebbe le case e darebbe a morte coloro che contro i Franzesi

usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il

passato e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì

questo manifesto l'effetto che Championnet se n'era promesso; Napoli fu

ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono chi per timore dei

Franzesi e chi per timore del volgo.

Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora

abbisognava ordinare lo Stato, creava Championnet un governo, a

cui chiamava venticinque persone, la più parte risplendenti o per

dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità

congiunte insieme; uomini tutti sinceri d'opinione, continenti da quel

d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto

inabili a governar la nave dello Stato in tempi tanto tempestosi.

Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la

potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano

la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume

servile, in undici dipartimenti. Quindi crearonsi i distretti, poscia

i municipii, ogni cosa a norma delle fogge franzesi: tutto questo

chiamossi repubblica Partenopea.

Ma prima di raccontar le cose del nuovo governo di Napoli fatte colle

più oneste intenzioni, necessario è descrivere come Championnet,

dabben uomo se non ingegnosissimo, oprò per solidare l'impresa del

regno. Volendo far di Napoli altro che quello che si era fatto di

Roma, intendeva non solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a

farle sostegno non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a

parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome

del governo franzese e della grande nazione la libertà e l'indipendenza

degli Stati napoletani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo

si riservava la facoltà di mettere per una volta una contribuzione

militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la

contribuzione di settantacinque milioni compresi dieci per la sola

città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero

i popoli portato volontieri, se non fossero al tempo stesso stati

costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati che

già pagavano. Sapendo poi quanto importassero in quei popoli ardenti

le opinioni attinenti alla religione, mandava una guardia d'onore a San

Gennaro. Non ammetteva il cardinale Zurlo Capece arcivescovo di Napoli,

a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare

con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà. Queste

cose mitigavano le opinioni contrarie e vieppiù confermavano le quiete.

Aboliva il governo i diritti feudatarii ed i fidecommessi e preparava

per mezzo della congregazione legislativa la costituzione che avesse

a reggere la repubblica. Fu questa costituzione opera specialmente

di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di

Francia, vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza e

di utilità evidente. Fuvvi principalmente l'autorità censoria commessa

ad un tribunale di cinque; fuvvi anche l'eforato. Degni anche di

commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche,

i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente

accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel

suo ingegno; il resto il copiava dalla costituzione franzese, dando

in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente e la servilità

dei tempi. Nè deve essere passato sotto silenzio il ragionamento

che si leggeva preposto al modello della costituzione; opera in cui

tutto l'acume dei greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare

principii astratti con astrattezze maggiori.

Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano;

colpa parte di Championnet, parte dei tempi. Era Championnet di natura

buona, ma non aveva nervo tale che potesse frenare i suoi, già avvezzi

alla licenza negli Stati romani e cisalpini: onde gl'insulti alle

persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violenti

erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le

intemperanze dei democrati più ardenti. I baroni, come aristocrati,

come li chiamavano, erano o scherniti con dileggiamenti, o provocati

con ingiurie, o nelle tasse sforzate con brutti arbitrii aggravati; il

che gl'inimicava, e, siccome quelli che avevano una grande dipendenza,

sì per le loro ricchezze e sì per l'effetto degli ordini feudatarii,

procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla

nuova repubblica.

Seguitava a tutte queste un'altra peste ed era quella dei ritrovi

politici, in cui giovani infiammatissimi ed invasati delle nuove

opinioni si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti

allo Stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi li

rendevano più savii, perchè con la medesima veemenza parlavano. Nè

procedeva che per le immoderate cose che vi si dicevano, i popoli si

alienavano. Peggio poi che non era cosa che gli energumeni, violenti in

tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero per istravagante

ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio e contro coloro

che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la

riputazione anche la potenza. Quando prevale il costume che gli uomini

più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo

perchè occupano le cariche dello Stato e tengono i magistrati, ogni

regola diviene impossibile e lo Stato diviene preda degli ambiziosi.

Tal era la condizione del governo napolitano, che odiato dagli

aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Franzesi, non aveva

modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della

repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un

solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto,

per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi ed a secondare

gli sforzi di coloro che più avevano in animo l'ordinare un buono

Stato che il signoreggiarlo. Accadde che il direttorio di Francia

aveva mandato a Napoli per soprantendere ai frutti della conquista,

una commissione civile di cui era capo quel Faipoult già mescolato

nelle rivoluzioni genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando

che quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni Championnet fosse

stato troppo indulgente, pubblicava un editto con cui dannando quanto

il generale aveva fatto, affermava che niun altro magistrato che la

commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse

in tutt'altra cassa che in quella della commissione, male pagherebbe.

Poscia, più oltre procedendo, ordinava che in proprietà di Francia

erano caduti per conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia

reale, spiegando che in esso diritto cadevano non solamente quanto

il re possedeva, come palazzi, ville, caccie e simili; ma ancora i

beni Farnesiani che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei

dell'ordine di Malta, i costantiniani, i gesuitici, quei destinati alle

pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che

un deposito dei denari dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e

fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva

un gran dispendio per l'esercito e al tempo stesso gli si toglieva

ogni fonte di rendite per cui potesse supplire. Sdegnossi Championnet

all'ardimento del commissario e lo cacciava soldatescamente di Napoli.

Era discordia tra i Franzesi, discordia fra i Napolitani: tutti

venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo Stato.

Preparavasi in questo mentre un accidente molto grave contro i

Napolitani. Era Championnet venuto in disgrazia del direttorio,

e perchè non contento all'aver rincacciato dallo Stato romano i

Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi comandamenti,

invaso il regno di Napoli, mentre esso direttorio desiderava di

temporeggiare, e perchè si apparecchiava a fare una spedizione in

Sicilia per torre al re quell'ultima parte de' suoi dominii; il quale

intento toccava certi tasti molto reconditi del ministro Taleyrand,

sì che questi, accennando col direttorio in un luogo col pretendere il

motivo che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet,

e battendo veramente in un altro, aveva operato che il direttorio

rivocasse il generale. Prese allora Macdonald il governo supremo dei

Franzesi; tornò Faipoult in Napoli ad estenuare i poveri Partenopei.

Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica,

moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano

i baroni il nuovo Stato, manco ancora i Franzesi, e siccome tutti

avevano bande di bravi che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed

alcuni facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro

che dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano che, sebbene

fossero vezzeggiati in quei principii del governo, erano da lui veduti

malvolentieri, con le maggiori persuasioni che potessero pruomovevano

le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi

voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati

nei luoghi più lontani ed inaccessi; quivi attendevano a fomentare

discordie e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali

e soldati dell'esercito regio, i quali, dopo di essersi dimostrati

pronti a servire i repubblicani, da loro non curati o per necessità

o per la penuria dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano

sdegnosamente partiti e condottisi nelle provincie, quivi con le parole

incendevano e con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere.

Tutti questi erano anche confortati da qualche corpo di gente armata

che, dopo l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi od

erano mandati dalla Sicilia appunto con l'intento di sostenere quei

moti che si manifestavano sulla terra ferma in favore della potestà

regia. A questi motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che

correvano delle armate turche e russe che dovessero fra breve arrivare

nell'Adriatico con grossi soccorsi di gente da sbarco in favore de'

regii. Questi aiuti, parte veri, parte ancora esagerati dalla fama,

mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni che già

avevano concetti.

Dimostravano quanto fossero deboli nelle provincie i fondamenti del

governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da

alcuni fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio

di fuggire che di combattere: ma il moto si fece d'importanza:

accorrevano buoni e cattivi, nobili, plebei, laici, ecclesiastici, e

da un accidente fortuito nasceva un gran fondamento a far risorgere

l'autorità del re.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 70 / 99 段