Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede

degli antenati loro. Era la notte, fra le 9 e le 10 della sera, oscura

e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei

doppieri le scale, ed usciti dalla porta che dà nel giardino e quivi

in carrozza montati, per l'altra porta ch'è tra le due del palazzo e

del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il

re nelle abbandonate stanze per una continenza che mai non si potrà

abbastanza lodare e per debito di religione, come protestava, le gioie

preziose della corona, tutte le argenterie e settecento mila lire

in doppie d'oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina

mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a

cavallo franzesi, altrettanti piemontesi; gli accompagnavano fino a

Livorno di Piemonte. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in

Firenze: quivi furono accolti dal granduca come si conveniva al grado,

alla parentela ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale

dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza,

architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini

rapacissimi, furono portate via le gioie e le altre suppellettili

preziose, alle quali Carlo Emmanuele per la sua illibatezza e sincerità

aveva, partendo, portato rispetto.

Così ruinò la casa reale di Savoia. Nè sapremmo se si abbia a

raccontare l'intimazione di guerra fatta il dì 12 dicembre dal

direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche

terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte.

Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del 1799, arrivava

il 3 di marzo, in cospetto di Cagliari. Quivi, vistosi in potestà

propria, volle fare manifesto a ciascuno e pubblicò solennemente, come

altamente ed in cospetto di tutta Europa ei protestasse contro gli

atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi

territorii di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio

della sua potenza. Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva,

con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe di Emmanuele

Filiberto.

Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei

repubblicani, le sorti della parte meridionale d'Italia, tentate dal

re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili. Non aveva

il generale Mack trovato nello Stato romano quel seguito, che si era

concetto con la speranza, poichè l'essersi ritirati, ma interi, non

rotti, i Franzesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano

timore, che ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle

offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero

scoperti contro di loro. Il terrore poi concetto per le infelici pruove

fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia, massimamente il

caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo d'ognuno, impediva

che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e frenava i popoli

desiderosi di prorompere. Si aggiungeva che sebbene i Romani odiassero

i Franzesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire

da una servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non

meno odiosa. Tutte queste cose non erano nascoste a Mach, e però

argomentando che la guerra era piuttosto incominciata di nome che di

fatto, e che se con qualche fazione importante, in cui si venisse al

sangue, non dimostrava che le mani fossero tanto forti quanto le lingue

pronte, il tempo avrebbe presto condotto una mutazione di fortuna,

si deliberava ad andare all'incontro delle armi repubblicane. Del che

tanto maggiore necessità gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva

genti in fretta e continuamente si ingrossava.

Avendo adunque avuto avviso che con felice navigazione era Naselli

sbarcato a Livorno e Ruggero di Damas ad Orbitello, si muoveva a

tentare la fortuna delle battaglie, eleggendo di far impeto contro

l'ala destra dell'esercito franzese che, governata dal generale

Macdonald, da Terni si distendeva fin verso Nepi, Cività castellana e

Monterosi.

Marciava Mack, divisi i suoi in cinque schiere, il dì 5 dicembre, da

Baccano contro i repubblicani, mentre al tempo stesso ordinava un moto

verso Civitaducale per tener in rispetto i Franzesi da quella banda.

Prevaleva di gran lunga di numero, conducendo quaranta mila soldati

contro un nemico, che se arrivava agli otto mila, non li passava,

poichè in questo numero consisteva l'ala destra dei repubblicani.

Sboccava la prima schiera Napolitana verso Nepi, la seconda, insistendo

sull'antica via romana, verso Rignano, la terza verso Santa Maria di

Falori, schiere destinate tutte a combattere sulla destra sponda del

Tevere. La quarta aveva il carico d'impadronirsi di Vignanello per

guadagnare la terra d'Osta, e quivi varcare il fiume. Finalmente per

fare un po' di spalla a destra a tutte queste genti, la quinta schiera

dei regi marciava contro a Magliano, e già aveva traversato il Tevere

al passo di Ponzano.

I Franzesi, sentita prestamente la venuta del nemico, non si fermarono

ad aspettarlo, ma siccome quelli che stimavano sè stessi da quegli

uomini valorosi che erano e tenendo in poco conto le genti napolitane,

uscirono incontanente ad incontrarle. I capi poco dubitavano della

vittoria, perchè oltre il provato valore dei soldati, sapevano che gli

assalti dei Franzesi, per la natura pronta dalla nazione, sono sempre

più fortunati che le difese.

Non fu l'esito diverso dalle speranze. Kellerman, figliuolo del

vecchio generale di questo nome, contuttochè sulle prime trovasse un

duro incontro, ruppe la prima napolitana schiera, cacciolla infino a

Monterosi, e quivi rompendola di nuovo, tagliava a pezzi i valorosi,

disperdeva i codardi. Non procedettero con maggior riputazione le cose

dei Napolitani dalle altre parti: il colonnello Lahure ruppe la schiera

di Rugnano, sebbene sulle prime avesse perduto del campo; perchè

Macdonald con pronti aiuti soccorrendolo, lo ebbe tostamente abilitato

alla vittoria. S'incontrava la schiera che giva all'assalto di Santa

Maria di Falori, in una squadra polacca capitanata dal generale

Kniazewitz e che aveva con sè una legione romana, che aveva alzate

le bandiere della repubblica. Polacchi e Romani valorosissimamente

combatterono: i Napolitani andarono in volta, non senza grave

perdita d'uomini, d'armi e di bagaglie. Il generale Maurizio Mathieu

affrontava, così avendo ordinato Macdonald, la quarta schiera, la

quale cedendo si ricoverava nella terra di Vignanello forte per sito

e cinta di buone mura. Si difendevano i Napolitani virilmente, sapendo

che questa fazione era di grandissima importanza; erano anche aiutati

dai terrazzani, nemicissimi del nome franzese. Ma Mathieu tanto fece

con le armi e con le minaccie, che sforzava i Napolitani a lasciar

la terra libera al vincitore. Entraronvi i Franzesi trionfando, non

senza qualche licenza, come di gente vincitrice ed irritata. Acquistato

Vignanello, correva Mathieu ad assicurare il ponte di Borghetto.

Restava la quinta schiera che camminava verso Magliano; ma udite le

infelici novelle delle compagne, se ne tornava, senza aver combattuto,

per Ponzano, al principale alloggiamento dell'esercito regio. Così

pel valore delle sue genti e per l'arte egregia con la quale le mosse,

venne fatto a Macdonald di variare lo stato della guerra e di riuscir

vincitore da un assalto molto pericoloso.

Ma, non ostante le battaglie combattute infelicemente dal generale

napolitano sulla destra riva del Tevere, la guerra non era ancora

vinta; perchè da una parte il conte Ruggiero di Damas venendo da

Orbitello si avvicinava, dall'altro rimanevano ancora sulla sponda

sinistra del fiume ai Napolitani genti superiori per numero ai loro

nemici. Per la qual cosa Mack, non disperando ancora delle sorti, si

accingeva a fare un nuovo sforzo sulla sponda medesima, il cui fine

era di rompere la schiera di mezzo di Championnet; il che avrebbe

disgiunto le due ali franzesi. Ebbe il generale franzese sicuro e

pronto avviso dell'intento del suo avversario. Laonde per resistere

a quel nuovo impeto e non si commettere se non con vantaggio alla

fortuna, ristringeva i suoi ed affortificava con nuove genti i

luoghi di Contigliano e di Magliano. Poi fe' ritirare Macdonald da

Civitacastellana, solo lasciato un presidio nel forte di Borghetto

affinchè quivi validamente difendesse il passo del fiume. Finalmente

chiamava il generale Lemoine, che oltre l'Apennino sotto il freno di

Duhesme combatteva contro il cavaliere Micheroux, generale del re, ad

occupare Civitaducale e Rieti, la prima città del regno, la seconda,

dello Stato romano.

Le cose succedevano a prima giunta prosperamente ai Napolitani;

conciossiachè, sebbene per opera di Mathieu fossero stati scacciati da

Magliano, che già avevano conquistato, una loro schiera di gran polso,

sotto guida del generale Moesk, si era, cacciatone di forza i Franzesi,

impadronita di Otricoli, e già faceva correre da' suoi cavalleggieri

la strada per a Narni. La guerra diveniva pericolosa pei Franzesi. Ma

non perdutisi punto d'animo si risolvevano al combattere, e provarono

tostamente che nelle battaglie più può l'ardire che la prudenza;

poichè Mathieu, per comandamento di Macdonald, assaltò furiosamente i

Napolitani in Otricoli, e, quantunque valorosamente si difendessero, li

vinse con perdita di due mila soldati, di cinquecento cavalli, di otto

cannoni e di tre bandiere. Diedero in questo fatto pruove di singolar

valore i Polacchi e fu ferito in una gamba un Santacroce, principe

romano, che combatteva per la repubblica. Ritirossi Moesk colle

reliquie de' suoi a Calvi, dove per la fortezza del sito si poteva

sostenere e fare ancor dubbia la vittoria. Ma lo stesso Mathieu, già

vincitore di tanti fatti per valore di questa napolitana guerra mandato

da Macdonald, vincitore ancor esso dei fatti medesimi per perizia,

occupate le eminenze che stanno a sopraccapo alla terra e minacciato

aspramente Moesk se non si arrendesse, il costringeva, aiutato anche

dalla presenza di Macdonald sopraggiunto in quel frangente, alla

dedizione. Questo fatto ruppe ad un punto tutte le speranze cui Mack

aveva concetto di poter durare nello Stato romano, e lo fece accorgere

che niun altro scampo gli restava che quello di ritirarsi con presti

passi nel regno. Già il re, udite le sinistre novelle ed abbandonata

Roma, si era avviato prima a Caserta, poscia a Napoli; Mack, raccolti

più prestamente che potè tutti i suoi, andava a Capua, in cui sperava

di difender Napoli, giacchè non aveva potuto difendere Roma nè a

Calvi nè a Cantalupo. Entravano i Franzesi vittoriosi in Roma, donde

diciassette giorni prima erano partiti non vinti. Tornaronvi i consoli

ad occupare le perdute sedi.

Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella

resistenza che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto

impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra. Rifulse in

sì estremo accidente la virtù del conte; poichè, non isgomentatosi

punto, se ne continuava a marciare con sette mila soldati da Baccano

verso Roma. Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava

il suo aiutante Bonami a sapere che cosa volesse dir questo. Gli fu

risposto dal conte che voleva passare, o per amore o per forza, per

ritornare nel regno; ed ottenuto un indugio dal nemico per trattare

un accordo, avvisando che Bonami non aveva dato tempo per altro

motivo che per far accorrere nuove genti, levava, più tacitamente

che poteva, il campo, incamminandosi più che di passo alla volta di

Orbitello. Giunto alla Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto

dai repubblicani, ma difesosi virilmente, acquistava facoltà del

continuare virilmente. Calava intanto a far le sue condizioni più

pericolose Kellermann da Borghetto. Incontratisi repubblicani e regi a

Toscanella, si travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte,

con tuttocchè fosse ferito gravemente da una scheggia in una gamba,

continuava a combattere valorosamente; i Napolitani incoraggiti

dall'esempio del loro capo, si difendevano anch'essi con molta

costanza; nè si spiccarono dalla battaglia se non quando per l'arrivo

delle cavallerie di Kellermann, era divenuta disuguale. Intanto non

aveva omesso il conte mentre col retroguardo arrestava l'impeto dei

repubblicani, di accostarsi vieppiù coll'antiguardo e col grosso della

schiera ad Orbitello. Queste due squadre nella cercata terra essendo

giunte tostamente, vi s'imbarcarono sulle navi napolitane che quivi le

attendevano. Restava che si conducesse a salvamento il retroguardo,

che era furiosamente seguitato dai Franzesi; ma non così tosto il

conte col retroguardo medesimo vi entrava, che chiuse le porte sul

viso al nemico, faceva le viste di volersi difendere. Si appicava

intanto una pratica tra di lui e Kellermann, per la conclusione della

quale fu fatto abilità al conte d'imbarcarsi con tutte le sue genti

solo lasciando in mano ai Franzesi le artiglierie. Viterbo vinta ed

occupata dal vincitore, pagò le pene d'aver anteposto lo Stato antico

e dispotico allo Stato nuovo e tirannico. Ciò nonostante non vi furono

più vendette esorbitanti, ed il giovane Kellermann vi si portò più

moderatamente che i tempi non comportassero.

Riconquistata Roma ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad

assicurarsi ed ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un esercito

bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno, tuttavia

considerato il lor valore il terrore dei vincitori e la forza delle

opinioni favorevoli, che da lungo tempo e largamente vi si erano sparse

e che ora più potentemente operavano per la vicinanza dei Franzesi e

per la sconfitta dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa.

A questo fine era necessario di debellare Capua, ultimo propugnacolo

di Napoli per la fortezza della città, per la profondità delle acque

del Volturno e per avervi Mack adunato tutte le genti ancora forti

se non per valore, almeno per numero. Adunque il generale della

repubblica spartiva i suoi in due principali schiere, delle quali

la sinistra governata da Macdonald, correndo pei luoghi superiori e

più vicini agli Apennini doveva varcare il Garigliano ai passi del

Castelluccio e di Coprano, e al tempo stesso dare facoltà alle genti

di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui a sforzo comune contro

Capua. La seconda schiera sotto la condotta di Rey, radendo il lido,

s'incamminava verso Terracina, con pensiero di acquistare, strada

facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi comparire sotto le mura

della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso del disegno, perchè

Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli, arrivavano alla designata

oppugnazione sulle sponde del Volturno.

Precipitavano a gran rovina le cose del regno non essendosi mostrato

in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il caso del conte

Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti come speculatore

ed apritor di strade quell'arrischiato condottiere Rusca, sui sinistri

gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli assalti

improvvisi delle popolazioni mosse a rumore ed armate d'ogni sorta

d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Tuttavia a poco

a poco prevaleva il valore regolato. Lemoine acquistava Aquila, dove

trovava munizioni da bocca in abbondanza; poi si conduceva a Sulmona,

con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più vicino correva

le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di Duhesme era

Pescara, città che con la sua fortezza situata in luogo eminente

dominava tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva il

mare per la quale possono passare le artiglierie. Due mila soldati la

presidiavano, ma non fecero miglior pruova dei difensori di Gaeta;

perchè come prima i soldati della repubblica si mostravano sulle

alture che stanno a sopraccapo al ponte di Pescara, e le altre truppe a

Pianelle ed a Cività di Penna, il comandante pensò alla dedizione dando

in mano dai Franzesi quel luogo tanto forte per arte e per natura, e

tanto importante alla sicurezza del regno. Vi trovavano i vincitori

armi e munizioni in copia. Acquistata Pescara, procedeva Duhesme a

congiungersi, per la strada di Popoli, con Lemoine a Sulmona, donde,

varcato il sommo giogo dell'Apennino, condussero entrambi tutta l'ala

sinistra sotto le muraglie di Capua. Così non solo erano in veemente

movimento le cose di Napoli, ma ancora cominciavano a precipitare a

manifesta rovina.

Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre la sconfitta dei regi, aveva

udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva

occupato Lucca e si apparecchiava ad andarlo e combattere, imbarcate le

genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.

Non erano senza fortezza i nuovi allogiamenti di Mack. Posto il campo

col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse

abile a difendere il passo del Volturno, aveva fatta Capua sicura

con un presidio di dieci mila soldati. Tra per questi e le genti del

campo, aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei

Franzesi, e se avesse avuto e migliori soldati o più fedeli capitani o

minore capriccio in una certa squisitezza d'arte che gli faceva sempre

moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor

tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò che Capua si

poteva difendere e si perdè, non per forza, ma per accordo.

Ma già i casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste

condizioni unite insieme. Il ritorno tanto subito del re, le novelle

sinistre che ad ora ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve

tempo quello che in breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto

importanti d'Aquila, di Pescara e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo dei

nemico al cuore stesso del regno, i soldati o dispersi o fuggitivi, che

per escusazione propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack

in Napoli venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la

memoria delle vittorie dei Franzesi in Italia e il terrore delle armi

loro rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento di animo

in chi sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i

consiglieri di Ferdinando sul partito che fosse a prendersi, alcuni

propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse a

tostamente ritirarsi oltre il Faro. Intanto il volgo, fattesi alcune

istigazioni, anche da parte del governo, si armava da sè: la città

fra il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro e, come

si usa in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i

ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversarii o veri

o supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici.

Un Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a

Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziava nel porto di Napoli,

restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso

tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re,

gridando orrendamente i feroci uccisori e l'invasata moltitudine che

gli accompagnava: _Muoiano i traditori, viva la santa fede, viva il

re_. Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fatta uccisione

del corriero aveva persuaso a Ferdinando, che tralasciando anche la

forza franzese che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli

con dignità. S'aggiunse che Mack non confidando di poter far guerra

con quei soldati, che peraltro quanto potessero valere avea dimostrato

l'esempio del conte Ruggiero, consigliava un accordo.

Tutte queste considerazioni, e forse più ancora il timore di qualche

congiura per opera dei novatori, essendo la rabbia loro grandissima

pei sofferti supplizii, fecero prevalere la sentenza di coloro che

consigliavano che il re si ritirasse in Sicilia.

Anno di CRISTO MDCCIC. Indizione II.

PIO VI papa 25.

FRANCESCO II imperadore 8.

Fatta la deliberazione di abbandonar Napoli, si mandò tosto ad

esecuzione, non senza terrore e confusione, come suole in simili

accidenti. L'ultima notte dell'anno antecedente imbarcarono sulle navi

inglesi e portoghesi ch'erano sorte nel porto, il mobile più prezioso

dei palazzi di Caserta e di Napoli, le gioie della corona, il tesoro

di San Gennaro, in cui erano meglio di venti milioni coniati ed oro

ed argento vergati in quantità: a queste ricchezze si aggiunsero le

singolarità più preziose di Ercolano.

Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario

il principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di conchiudere un

accordo coi Franzesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè

la città salva ed incolume si conservasse. S'imbarcava Ferdinando

la notte medesima sulla nave di Nelson con Acton, Hamilton ed i

cortigiani.

Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti contrarii, sorse

uno spettacolo miserabile; poichè fatte uscir prima le navi Napolitane,

sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece Nelson appiccare

il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il Guiscardo grossa

nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del re che di non

lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco che le proprie sue forze

consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso le barche armate

della costa di Posillipo ed i magazzini dell'arsenale: la rabbia civile

consumava le opere egregie della pace. Fu nella città desolata dolore e

terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo sollevato mandò

deputati a pregar Ferdinando affinchè restasse, proferendo le sostanze

e le vite a difesa ed a conservazione sua; ma fu negata ai deputati

la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da trasportare e

da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì 2 gennaio, infelice per

l'aspetto terribile di Napoli che ancora agli occhi dei naviganti

appariva; più infelice pei venti avversi che poco dopo la percossero.

Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe il dolore, la mestizia e

il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re, fanciullo

di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè l'ultimo

spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre. Finalmente

le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le dimostrazioni

amorevoli dei Siciliani mitigarono l'amarezza concetta per l'esilio e

per la fresca perdita del morto figliuolo.

La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la

fortuna si mostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi

difficoltà per le popolazioni armate che loro contrastavano il passo,

Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto

le popolazioni medesime crescevano di numero, di forze e di furore,

e già facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta,

niuna cosa lasciavano sicura alle spalle dei Franzesi. La rabbia loro

era incredibile, e commettevano contro i repubblicani che viaggiavano

alla spicciolata, atti di ferità più bestiale che inumana. Già Itri,

Fondi e Sessa erano in poter dei sollevati, già San Germano si muoveva

a stormo; già Teano, alloggiamento principale di Championnet, era

stato assaltato e preso; già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino

pericolava; una massa di popoli incitatissimi s'avvicinava al

Garigliano e non lasciava alcuna speranza ai repubblicani in picciol

sito oramai ristretti. Mandava Championnet ad incontrar la Rey, il

quale avendo combattuto più valorosamente che prosperamente, fu fatto

tornare con grave perdita frettolosamente nel campo. Il prospero evento

aggiunse nuova furia a quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti

assaltarono il ponte che i Franzesi avevano fabbricato sul fiume,

sel presero, e più oltre procedendo, nel parco di riserva rapirono le

artiglierie, fracassarono i carretti, trasportarono quante munizioni da

guerra poterono. Per tale guasto, le cartucce di provvisione vennero

mancando ai Franzesi, già le vettovaglie mancavano, nè vi era modo di

andar alla busca per pascere l'esercito, perchè i sollevati inondavano

le campagne; il vigore delle menti con gli stromenti di difesa mancava.

Da un altro lato, la popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a

correre da Garigliano in aiuto di Capua e dell'esercito che ancor la

difendeva. Nè è da passarsi sotto silenzio che la virtù dei Franzesi,

oltre il suono dell'armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto

all'intorno, incominciava ad indebolirsi per un'infelice pruova testè

fatta contro Capua. Avendo dato Macdonald un furioso assalto alla

piazza, ne era stato respinto con danno gravissimo. Ciò dava loro a

temere che i soldati napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si

aspettavano d'ora in ora alla foce del Garigliano le genti tornate da

Livorno, che dando animo e forza alle turbe stormeggianti sulla destra

del fiume, avrebbero fatto un pericoloso assalto a tergo dei Franzesi,

mentre sboccando Mack da Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la

qual cosa con un esercito a fronte che si ostinava a voler difendere

una città ed un passo tanto abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed

i Campani alle spalle, con la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai

Franzesi poca speranza di salute.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 69 / 99 段