Gli eccidii si moltiplicavano, continuavasi a spogliar Roma in virtù

del trattato di Tolentino; nella qual bisogna con molta efficacia si

travagliavano i commissari del direttorio. E perchè non mancasse in

mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro che la

moglie di Buonaparte desiderava per sè alcune belle statue di bronzo,

le comperarono, e con le involate, a grado di lei incassarono. Saputisi

dal papa il desiderio e la compera, ne pagava tosto il prezzo, perchè

la donna se le avesse senza costo. Oltre a ciò apparecchiava una

collana di preziosi camei, perchè fosse offerta da sua parte alla

signora.

Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate

nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano de' due terzi

per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni

cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault,

ministro del direttorio, e per questo non voleva che si facesse una

rivoluzione violenta per ispegnere il governo papale, ma bensì che si

lasciasse andare di per sè stesso alla distruzione. I democrati non

incitava Cacault, nè aveva partecipazione delle loro macchinazioni,

perchè gli stimava gente dappoco e credeva che il popolo non li

volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il che

veniva in grande diminuzione della reputazione del governo pontificio.

Crescevano la penuria ed il caro delle vettovaglie; i popoli male si

soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte dei grani,

che il papa era sforzato a concedere ad alcuni fra gli agenti sì civili

che militari della repubblica. Il papa, oltre la sua età cadente,

si trovava infermo di paralisia. S'aggiungevano spaventi come se il

cielo fosse sdegnato contro Roma. La polveriera del Castel Sant'Angelo

s'accendeva la vigilia di San Pietro con orribile fracasso; furonvi

molte morti e parecchi edifizii rovinati.

S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione: in pena

di guerra non si volle che il pontefice conducesse a' suoi soldi il

generale Provera, su cui aveva fatto disegno. Alle cagioni politiche,

le quali operavano contro il papa, se ne aggiungeva una di natura molto

singolare, e quest'era il pensiero nato in Francia, del voler fondare

la religione naturale che col nome di teofilantropia chiamavano.

Era a Cacault succeduto nell'ufficio di ministro di Francia a Roma

Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore del generale, uomo di natura

assai rimessa, ma siccome indolente e debole, così facile a lasciarsi

aggirare da chi voleva piuttosto fare che aspettare la rivoluzione.

Per la qual cosa era la sua casa piena continuamente di novatori,

ai quali dava segrete speranze, però che aveva dal suo governo avuto

mandato espresso di mutar lo Stato in Roma, pur facendo le viste di non

parervi mescolato. Ma siccome nè era soldato, nè d'indole risoluta,

mandarono per dargli spirito ed aiutarlo a perturbar Roma i generali

Duphot, e Sherlock. Aveva il governo papale avviso delle trame che si

macchinavano; e però faceva correre, principalmente di nottetempo, da

spesse pattuglie la città e teneva diligentissime guardie.

S'avvicinava quest'anno al suo fine quando nasceva in Roma un caso

funestissimo, dal quale scorsero improvvisamente con precipitosa piena

quelle acque che già tanto soprabbondando, minacciavano di allagare.

La notte del 27 dicembre i soldati urbani, incontrando un'affollata di

democrati armati, ne sorse una mischia confusa; un democrato fu morto,

due urbani feriti. Il sangue chiama sangue, il terrore già dominava la

città. L'ambasciatore Giuseppe di ciò informato, rispondeva, farebbe

che i suoi non si mescolassero in quei tumulti; ma non giovava, perchè,

o il volesse egli o nol volesse, si adunavano il dì 28 nella villa

Medici circa trecento democrati. Era fra di loro Duphot, e con la

voce e coi gesti e coll'alzar il cappello gli animava a novità, e le

facevano. Bande di fanti e di cavalli li disperdevano. Correvano al

palazzo Corsini, dove aveva le sue stanze l'ambasciatore di Francia,

d'onde chiamavano ad alta voce la libertà e gridavano di volerne

piantar le insegne sul Campidoglio.

Roma tutta si spaventava. Mandava il papa contro quella gente fanatica

i suoi soldati, i quali, prese le strade per al palazzo Corsini,

rincacciavano verso di esso a luogo a luogo i resistenti novatori.

Fra quella mischia i ponteficii traendo d'archibuso ferivano alcuni

democrati. Il terrore gli occupava: cercavano rifugio nel palazzo

dell'ambasciatore, ne empievano il cortile, gli atri, le scale. Si

fermavano, così comandati essendo, i soldati del pontefice per rispetto

a quell'asilo fatto sicuro dal diritto delle genti. I democrati

intanto, prevalendosi della sicurezza del luogo con parole e con gesti

agl'irati soldati insultavano. Non si poterono frenare, entrarono

con l'armi impugnate nel cortile. Nasceva una mischia, un gridare,

un fremere misto che meglio si può immaginare che descrivere. Indarno

mostravasi l'ambasciatore. Preso allora Duphot da empito sconsigliato,

siccome quegli che giovane subito ed animoso era, sguainata la spada,

si precipitava dalle scale e messosi coi democrati, gli animava a

voler scacciare i soldati pontificii dal cortile. In tale forte punto

i dragoni viemmaggiormente inferociti, traevano. Morivano parecchi

furiosi, ne riportava Duphot una ferita mortale, per cui dopo morì.

Scriveva risolutamente l'ambasciatore al cardinale segretario di Stato,

comandasse ai soldati che si ritirassero dai contorni del palazzo.

Rispondeva rappresentando quanto fosse difficile la condizione in cui

versava il governo del papa. Fuvvi chi, tentando di mitigare l'animo

dell'ambasciatore, voleva indurlo a far uscire dalla sua sede i nemici

del governo; alla quale richiesta non solamente non volle acconsentire,

cagionando che essi l'avevano preservato contro una nuova tragedia

Basvilliana, ma ancora più sdegnato che mai, rescriveva mandando al

cardinale una lista coi nomi degli assassini di Basville che dicea

abitare in Roma tuttavia, comparire alla luce impunemente. Il governo

di Roma rispondeva di nuovo che coloro che l'ambasciatore notava nella

sua lista o in Roma non dimoravano o erano stati per esami giuridici e

per sentenze solenni conosciuti innocenti.

Si turbava fortemente a queste parole l'ambasciatore, e, chiesti

i passaporti, protestava di volersene partire, il che era segno di

guerra. Quindi, non avuto riguardo alle offerte di satisfazione che gli

si facevano, nè alle preghiere del papa, nè deponendo il pensiero di

fare una dimostrazione ostile, tutto sdegnato, o che il fosse o che il

facesse, se ne partiva pei cavalli delle poste in tutta fretta verso

Toscana. Giunto a Parigi, rapportato il fatto nel modo più conforme

al suo intento ed a quello del direttorio, stimolava la Francia alla

guerra contro Roma.

Ordinava il pontefice rimedii spirituali di preghiere, di digiuni,

di penitenze, per ovviare alla ruina imminente. Parigi intanto veniva

fulminando: il sangue di Basville e di Duphot chiamar vendetta; doversi

disfare quel nido di assassini; l'ultima ora esser giunta della romana

tirannide; a quest'opera d'umanità esser serbata la Francia; vedrebbe

il mondo quanto avesse la repubblica a cura i suoi cittadini che vivi

li proteggeva, uccisi li vendicava. Tali erano le amplificazioni dei

tempi, e le turbe seguitavano. Il direttorio, imputando a disegno

espresso del pontefice ciò che era l'effetto fortuito di provocazioni

straordinarie, mandava comandando a Berthier, marciasse incontenente

con tutto l'esercito a passi presti contro Roma.

Anno di CRISTO MDCCXCVIII. Indiz. I.

PIO VI papa 24.

FRANCESCO II imperatore 7.

Avutosi da Berthier il comandamento di marciare incontanente con tutto

lo esercito a passi presti contro Roma, quantunque se ne vivesse molto

di mala voglia per essergli venute a noia le rivoluzioni, si metteva in

assetto per mandarlo ad esecuzione. Commesso l'antiguardo a Cervoni,

gli comandava che si alloggiasse in Macerata: dava il governo della

battaglia a Dalemagne per modo che d'un solo alloggiamento si tenesse

discosto dall'antiguardo. Alloggiava il retroguardo a Tolentino con

Rey, con mandato di osservare le bocche d'Ascoli per le quali si va

nel regno di Napoli, e di far sicure le strade degli Appenini fra

Tolentino e Foligno. Lasciava finalmente con grosso presidio in Ancona

Dessolles, con avvertimento di sopravvedere con bande sparse il paese

e tenerlo purgato dai contadini Urbinati che, portando grande affezione

alla sedia apostolica, erano sempre inchinati a far moto in suo favore.

Metteva alle stanze di Rimini quattro mila Polacchi sotto la condotta

di Dombrowski, e con questi anche le legioni cisalpine, le quali

nissuna cosa santa ed inviolata avendo, commisero atti di cui quei

popoli si erano mossi a grandissimo sdegno: le avrebbero anche condotte

all'ultima uccisione se non fosse sopraggiunto Berthier coi soldati di

Francia. Così il sacco e la rapina erano usati in Italia non solamente

dai forastieri, ma ancora dagli Italiani.

Incamminandosi alla distruzione del governo pontificio, mandava fuori

Berthier da Ancona, il dì 29 gennaio, un manifesto, in cui tra le

altre cose diceva che un esercito franzese movevasi ora contro Roma,

ma che solo si muoveva per punire gli assassini del prode Duphot, per

punire quegli assassini medesimi ancora rossi del sangue dell'infelice

Basville, per castigar coloro che si erano arditi disprezzare il

carattere e la persona dell'ambasciatore di Francia; che la Francia

sapeva, essere il popolo romano innocente di tanta immanità e perfidia:

che l'esercito franzese il terrebbe indenne e sicuro da ogni oltraggio.

Poscia, rivoltosi ai soldati, gli ammoniva ed avvertiva che il popolo

romano non si era mescolato nelle scelleraggini di chi li riggeva,

l'amassero pertanto, il proteggessero; sapessero che la repubblica

comandava loro che rispettassero le persone, le proprietà, i riti ed i

templi di Roma; darebbesi pene asprissime a chi si dasse al sacco.

Ciò detto, moveva le schiere al destino loro. Le genti repubblicane,

preso Loreto e commessovi qualche sacco, posto a taglia Osimo che si

era levato a favor del papa, varcati prestamente gli Appenini, alla

appetita Roma si approssimavano. Era in questo estremo punto l'aspetto

della città vario e per ogni parte pericoloso; alcune condizioni

riguardavano le passate cose, alcune le presenti; generavansi sette ed

umori molto diversi. Il trattato di Tolentino aveva tolto al papa gran

parte della riputazione e della riverenza che prima gli portavano. Il

vedere poi la magnifica Roma spogliata dei suoi ornamenti più preziosi

partoriva sdegno ne' popoli non solamente contro gli spogliatori,

ma ancora contro il pontefice; giudicando essi sempre dagli effetti

e non dalle cagioni. Trovavasi inoltre il pontefice ridotto alla

necessità, per le stipulazioni del trattato, d'aggravare con nuove

tasse i sudditi, a fine di poter bastare alle somme esorbitanti ch'era

tenuto di sborsare alla repubblica. Quindi, speso tutto il tesoro di

San Pietro, si era dovuto por mano negli ori ed argenti dei privati,

gittar nuove cedole con maggiore scapito così delle vecchie come delle

nuove, ed ordinare una tassa del cinque per centinaio su tutti i beni.

Di più si venne alla vendita del quinto dei beni ecclesiastici, il

che parve grande attentato contro le immunità ecclesiastiche, e questa

rivoluzione fu molto dannosa al pontefice, perchè gli tolse il favore

di coloro sui quali principalmente si fondava la sua potenza. Le casse

piene di gentilezze antiche, quelle che contenevano i denari estorti

con tanta difficoltà dal pubblico e dal privato, da Roma continuamente

partendo e la sembianza e il fatto di uno spoglio indefesso ai Romani

rappresentando, accrescevano la mala contentezza e rendevano il papa

spregiato ed odioso. Nè era nascosto che le gioie stesse per la valuta

di parecchi milioni erano state poste in balia del vincitore. Per le

angustie dell'erario aveva il papa molto rimesso da quelle pompe e

da quella magnificenza con le quali era stato solito vivere. Mancato

questo splendore, si cambiava l'affetto in disprezzo.

In tanta mutazione d'animi le antiche querele si rinnovavano. I

servitori soprattutto, di cui tanto abbonda Roma, diminuiti i salarii,

si lamentavano e facevano, sfrenati, un parlare perniziosissimo.

Si arrogevano i discorsi dei politici e degli amatori dell'antica

disciplina della Chiesa, gridavano quelli contro il governo di preti

inesperti, ed affermavano doversi lo Stato commettere al freno di

uomini prudenti e conoscitori delle umane cose; se Roma spirituale

periva, vociferavano, doversi almeno salvare Roma temporale. I secondi

dimostravano dannosa la potenza terrena dei pontefici; esser tempo

di ridurre i costumi trascorsi della Chiesa alla semplicità antica,

e la potenza dei papi ai limiti primitivi. Le dottrine pistoiesi,

mostrandosi più spacciatamente, acquistavano maggior credito ed i

fautori loro nutrivano speranza che lo Stato della Chiesa si avesse

a ridurre in similitudine ai tempi che furono prossimi a quelli degli

Apostoli.

Ma i democrati, che non amavano meglio una religione riformata che

uno stato regolato, confortati da apparenze tanto nemiche al papa,

ed avendo ardente desiderio della vittoria de' Franzesi, pigliavano

novelli spiriti, e, più vivamente operando, minacciavano prossima la

ruina al reggimento antico. Sentivano e vedevano i raggiratori della

turbata Roma queste cose, ma meglio desideravano che potessero porvi

rimedio. Pure mandavano fuori provvisioni contro lo sparlare, ma il

tempo era più forte di loro e la proibizione accresceva la licenza.

Così lo stringere e l'allentare il freno era parimente esiziale al

papa, crollavasi lo Stato già prima che Francia gli desse la ultima

spinta. Il pontefice, abbandonato da que' primi rumori da quasi tutti

i cardinali, trovava un debole conforto di parole nel cardinale

Lorenzana, protettore del reame di Spagna, nel principe Belmonte

Pignatelli, mandato a lui dal re di Napoli, e finalmente nel cavaliere

Azzara, ministro di Spagna. Vedutasi dal papa la ruina inevitabile,

ordinava ai capi de' suoi soldati, facessero nissun moto di resistenza,

e si ritirassero con quel passo con cui i Franzesi si avvicinavano;

pensava alla quiete di Roma, ingrossando il presidio; perchè non voleva

che l'anarchia precedesse la conquista.

Il dì 10 febbraio molto per tempo si mostravano i repubblicani

sui romani colli: ammiravano una tanta città. Tagliavano trincee,

piantavano cannoni. Per accordo stipulato per parte del papa da

Azzara e da alcuni cardinali, entravano nella magnifica Roma il

giorno medesimo e, fatto sloggiare dal Castel Sant'Angelo il presidio

pontificio, l'occupavano. Pretendevano anche, condotti da Cervoni,

i principali posti della città. Poi, accompagnato da' suoi primi

ufficiali e scortato da grosse squadre di cavalleria, entrava il dì

11 trionfando Berthier. Al tempo medesimo i manifesti promettitori

di rispetto alle persone, alle sostanze, ai riti, alla religione si

affiggevano su per le mura. Alloggiava Berthier nel Quirinale, mandava

Cervoni al Vaticano per far riverenza al pontefice, assicurandolo

della persona e dell'antica sovranità. Scriveva il dì medesimo del

suo ingresso a Buonaparte, che un terrore profondissimo occupava

Roma, e che lume nissuno di libertà appariva da nessun canto; che

un solo democrata era venuto a trovarlo offrendogli di dar libertà

a due mila galeotti. Dava speranze e faceva promesse d'aiuto ai

novatori, piuttosto per ordine che per voglia. Queste promesse e

questi incitamenti sortivano lo effetto; il giorno 15 di febbraio,

correndo l'anniversario della incoronazione del pontefice, che a quel

dì medesimo compiva ventitrè anni di regno, si levava subitamente per

tutta Roma un moto grandissimo di gente che chiamava la libertà, e,

mossa fin su quel primo principio da servile imitazione, traendo seco

non so qual fusto di pino, s'incamminava a calca verso Campo Vaccino.

La folla, le grida, la veemenza crescevano ad ogni passo. Molti

correvano per vedere, alcuni per aiutare, nissuno per contrastare,

perchè le pattuglie repubblicane che giravano, impedivano ogni

moto contrario. Giunta che fu quella immensa frotta dirimpetto al

Campidoglio, crescendo vieppiù le grida e lo schiamazzo, a fronte

del famoso colle rizzava l'albero con una berretta in cima, e

viemmaggiormente infiammandosi a tale vista, gridava _libertà,

libertà_! nè contenti a questo, i capi givano ad alta voce interrogando

gli astanti, se volessero viver liberi: risuonava tutto Campo Vaccino

del sì. Seguitavano capi a domandare: È _volontà questa del popolo

Romano?_ Di nuovo risuonava il Campo Vaccino del sì. Cinque notai

richiesti rogavano l'atto, siccome il popolo romano sovrano e libero

aveva vendicato i suoi diritti, che libero e franco si dichiarava, che

al governo del papa rinunziava, che in repubblica voleva libero vivere

e libero morire. Qui le grida, gli strepiti, il gittar dei cappelli,

l'abbracciarsi, il confortarsi, il pianger della gioia, il rider

per pazzia che sorsero, non son cose che da umana penna si possano

agevolmente descrivere. Poi i motti contro i preti, contro i cardinali,

e le ipotiposi sui vizii della corte romana andavano all'eccesso. Gli

atti e gli scherzi che si fecero, non sono da raccontarsi.

Rogato l'atto, si eleggevano dal popolo convocato uomini a posta

perchè l'atto medesimo portassero a Berthier e gli raccomandassero la

novella repubblica. Eravi solennità: entrava a guisa di trionfatore

per la porta del Popolo il generale di Francia, con magnifico

corteggio dietro ed intorno di splendidi ufficiali e di cento cavalli

eletti da ciascun reggimento. Suonavano con grandissimo strepito gli

stromenti della musica militare; l'affollato popolo applaudiva. Non

così tosto compariva alla porta del Popolo, che era presentato di una

corona dai capi in nome del popolo romano. L'accettava, protestando

ch'ella di ragione apparteneva a Buonaparte, le cui magnanime imprese

avevano preparato la libertà romana. Salito in Campidoglio bandiva la

repubblica Romana solennemente, la riconosceva in nome della Francia,

lodava la libertà, chiamava i Romani figliuoli di Bruto e di Scipione.

Queste cose si facevano veggendo ed udendo dalle stanze del deserto

Vaticano il canuto ed infermo pontefice. Erano tutto il restante giorno

e la seguente notte canti, balli e rallegramenti di ogni forma.

La Cisalpina repubblica a questi sovvertimenti si rallegrava; scriveva

il direttorio nella solita lingua servile, per mezzo del presidente,

ai legislatori cisalpini mille esagerazioni. Queste erano le poesie, o,

per parlare con Buonaparte, i romanzi dei tempi.

Fra mezzo a tanta ruina continuava a starsene nelle sue stanze del

Vaticano papa Pio VI con qualche apparato di sovranità. Ma in quello

stato di Roma non poteva più un papa sussistere, nè per lui, per

la dignità, nè pei repubblicani per la sicurezza. In oltre, l'opera

del direttorio doveva consumarsi intiera. S'incominciavano a mandar

carcerati in Castel Sant'Angelo, o confinati nelle proprie case, alcuni

cardinali ed altri personaggi di nome e d'autorità. Toglievasi quindi

dal Vaticano la guardia svizzera con dolore vivissimo del pontefice,

che non se ne poteva dar pace; vi surrogavano la guardia franzese.

E qui la verità vuol che si dica che il venerando Pio, ridotto in

caso di sì estremo abbassamento, non andava esente da parte di alcuni

repubblicani di Francia da scherni tali che l'ammazzarlo sarebbe

stato poco maggiore mancamento. Agli scherni succedeva l'esilio:

Cervoni, avutone comandamento da Berthier, introdottosi nelle stanze

del pontefice, in nome della repubblica Franzese gl'intimava che

si dispogliasse della sovranità temporale. Rispondeva Pio, avere la

sua temporale sovranità ricevuto da Dio e per libera elezione degli

uomini; non potere nè volere rinunziarvi; alla età sua di ottant'anni

potersi bene fare mali grossi, ma non lunghi; essere parato a qualunque

strazio; essere stato creato papa con piena potestà; volere, per quanto

in lui fosse, papa morire con piena potestà; usassero la forza, poichè

in mano l'avevano, ma avvertissero che se avevano in poter loro il

corpo, non avevano parimenti l'animo, il quale, in più libera regione

spaziando, di accidenti umani non temeva; esservi un'altra vita per lui

oggimai vicina, in lei nulla gli empi, nulla i prepotenti potrebbero.

Restava, poichè l'animo non avevano potuto vincere, che vincessero il

corpo. Il pubblicano dell'esercito, che al suono delle romane finanze

era prestamente accorso, appresentatosi al pontefice, gl'intimava,

tempo due giorni, da Roma si partisse. Rispondeva Pio, non potere

resistere alla forza; ma volere che il mondo sapesse che sforzato il

proprio gregge abbandonava.

Il dì 20 febbraio sforzavano i repubblicani il papa a partire. Lasciava

Pio l'antica sede, cui non era per rivedere più mai. L'accompagnavano

solamente, miserande reliquie di corte tanto sontuosa, oltre alcuni

addetti ai servigi domestici, monsignor Incio Caracciolo di Martina,

suo maestro di camera, e l'abbate Marotti, professor di retorica

del collegio romano, suo segretario eletto. Uscito da porta Angelica

s'incamminava verso Toscana. Lo scortavano e guardavano diligentemente

soldati repubblicani a cavallo. Accorrevano dai luoghi vicini e

dai lontani i popoli riverenti ad inchinare il pontefice cattivo:

muovevanli a rispetto ed a compassione la dignità, l'età, la malattia,

la sventura. Per tal modo, vecchio, infermo e prigioniero lasciava

Pio Roma, caso non più veduto dappoichè Borbone ne cacciava Clemente;

lasciava Roma cui aveva abbellito con opere magnifiche e che doveva

fra breve essere spogliata di quanto la durezza dei patti Tolentiniani

vi aveva lasciato d'intero e d'intatto; lasciava Roma, già padrona

per opinione del mondo, ora serva per opinione e per baionette di

nuove repubbliche. Singolare città che o padrona o serva, o magnifica

o saccheggiata, ebbe sempre per destino di provare i due estremi

in cui gli umani casi si concludono. Trovava il pontefice ricovero,

contuttochè sempre gelosamente fosse custodito, nel convento degli

Agostiniani di Siena, e confortato negli ossequii del granduca e nelle

lettere consolatorie scrittegli da tutta la cristianità. Il tentavano

spesso i repubblicani perchè rinunziasse alla potestà temporale; il

che egli costantissimamente sempre ebbe negato. Per questa cagione

si ordinava che strettamente si custodisse, e se gli restringeva la

facoltà di veder gente; rigore tanto più da condannare quanto più

non era di nessun frutto, ed aveva per fine una rinunzia per forza.

Succedeva poscia un caso spaventoso, che tremava per terremoto il

convento, come se Dio volesse provare sino all'ultimo la costanza del

desolato pontefice. Distrutta parte della casa, gli fu forza sloggiare;

raccolto prima nel palazzo Venturi, poi nella villa Sergardi, si

riduceva finalmente ad abitare nella Certosa di Firenze. Ma la sua

presenza sul continente, particolarmente in paese sì vicino a Roma,

dava sospetto ai repubblicani. Perlochè ordinavano che si trasportasse

in Cagliari di Sardegna. Ma, tra per le rappresentazioni delle persone

benigne che continuavano ad avergli affezione, e per la ritrosia del re

di Sardegna che abborriva dal divenir custode di un papa, era infine

Pio lasciato stare nella Certosa infinochè, venuti in Italia tempi

pericolosi pei repubblicani, lo trasferivano in Francia.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 63 / 99 段