soldati imperiali e vi giungevano parte sul finire di giugno, parte al
cominciar di luglio. Accettavano i Zaratini lietamente gli Austriaci
a sicurtà contro l'anarchia: giuravano fede all'imperatore tutti i
magistrati e circa due mila soldati veneti che si trovavano in quella
fortezza per presidio. Dopo Zara restava che si occupasse il rimanente
della provincia. Casimiro, capitano di nome pel fatto della presa di
Trieste, occupava Spalatro, Clissa e Singo, per terra; per mare entrava
Roccavina in Sebenico, dov'era accolto con molta allegrezza, perchè
la ferocia dei villani scesi dalla montagna vi aveva più che altrove
infuriato, e ad ogni ora faceva le viste d'infuriare vieppiù. Scendeva
quindi dai monti con una mano di Ungari di Transilvani, il conte di
Warstensleben, e si univa a Roccavina, e così insieme occupavano i siti
importantissimi delle Bocche di Cattaro. La Dalmazia tutta e l'Albania
veneta entravano sotto il dominio dell'imperatore. A questo modo si
andava sfasciando appoco appoco l'antichissimo imperio dei Veneziani.
A novità di tanto momento si risentivano i municipali di Venezia e
facevano istanze presso Buonaparte e il direttorio, domandando che
la Francia intercedesse, perchè l'antico dominio si restituisse.
Querelavasene con Buonaparte Battaglia, imperciocchè è da sapersi
che quest'antico provveditore di Brescia era stato chiamato da
Buonaparte ai municipali veneziani, acciocchè appresso a lui risiedesse
quale ministro loro. Querelavasi anche gravemente Sanfermo mandato
dai municipali, anche per opera di Buonaparte, a sedere presso
il direttorio di Parigi. Ne ottenevano entrambi buone parole: non
dubitassero, o che la Francia sforzerebbe con le armi l'Austria a
rilasciare le provincie occupate, o procurerebbe coi trattati che
Venezia con nuove possessioni si compensasse, ora dando speranza
che i paesi della terraferma, anche quei d'oltre Mincio, le si
restituirebbero, ed ora che le sarebbero date in compenso le legazioni.
Era necessario che le isole del Levante veneto venissero in potestà dei
Franzesi. Per la qual cosa Buonaparte aveva operato che con accordo
dei municipali si facesse una spedizione di forze navali e terrestri
a Corfù, isola per la grandezza e la fortezza molto principale in
quelle spiagge; e perchè una forza preponderante vi fosse, ed anche
perchè vi erano fornimenti di marineria di molta importanza, aveva,
per mezzo del direttorio, dato ordine che al tempo medesimo da Tolone
l'ammiraglio Brueys si avviasse all'isola stessa con la sua armata.
Erano a quei tempi le isole del Levante veneto rette con dolce e giusto
freno dal nobile Vidiman, fratello del municipale, il quale aveva
con tanta efficacia e senza alcuno sforzo, ma solamente pel suo buon
naturale operato che quelle immaginazioni greche tanto vivaci e mobili,
malgrado delle parole incentive che suonavano da Francia e da Italia,
fermamente si conservassero affezionate al nome veneziano. Quando poi
incominciavano ad arrivare a Corfù i romori del cambiamento succeduto
a Venezia, ancorchè grandissima molestia ne ricevesse, siccome
quegli che per opinione e per consuetudine era dedito all'antica
repubblica, nondimeno pensando che, se era perduto lo stato vecchio,
gli rimaneva, se non una patria, almeno un paese al quale era suo
debito servire, s'ingegnava con ogni sforzo di calmare gli spiriti per
farli perseverare nella loro fede ed affezione verso Venezia, qualunque
avesse ad essere il suo destino. Nel che faceva grandissimo frutto a
cagione dell'amore che generalmente gli era portato.
Finalmente per la via di Otranto gli pervenivano lettere dei municipali
di Venezia, che recavano le novelle della rivoluzione, dell'essersi
distrutta l'aristocrazia ed allargato il governo alla democrazia.
Aggiungevano, nominerebbe un dì il popolo i suoi rappresentanti;
ma che intanto, per impedire la cessazione dei magistrati, si era
creato nei municipali un governo a tempo; avrebbero i municipali gli
abitatori delle isole e dei luoghi del Levante in luogo di fratelli;
manderebbero due commissarii per metter all'ordine il nuovo Stato;
Vidiman sarebbe il terzo; verrebbero con una forte armata e con sei
mila soldati. Tacevano se i soldati avessero ad essere veneziani o
franzesi. Preparasse adunque, esortavano, con la prudenza e destrezza
sua gli animi; spiasse bene e raffrenasse coloro che fossero di
genio aristocratico; usasse a quiete di tutti l'opera delle persone
prudenti e religiose di ogni rito; soprattutto impedisse, che gli
uomini inquieti e torbidi prorompessero in qualche discordia o tumulto;
in lui riposarsi, terminavano, con animo tranquillo i municipali
ed intieramente rimettersi nella fermezza, nell'avvedutezza, nella
temperanza e nella esperienza sua. In sì solenne e tanto terminativo
accidente di quanto egli aveva di più caro e più onorato su questa
terra, adunava Vidiman i primarii magistrati sì civili che militari, e
leggeva loro il municipale dispaccio, esortandogli alla sopportazione
ed all'obbedienza. Furonvi rammarichi ed alte querele; ma mostrarono
rassegnazione, ignari ancora a che cosa li serbassero i fati.
Frattanto si facevano a Venezia gli apparecchi necessarii per la
spedizione di Levante. Intendeva il direttorio al far uscire da
Venezia, col fine d'impadronirsene, quella parte d'armata veneziana,
che sull'ancore se ne stava nel porto. Perilchè si appresentava
Baraguey d'Hilliers con tutti gli ufficiali franzesi da mare che
dovevano governare l'armata, in una solenne adunata, ai municipali, con
parole melliflue protestando dell'amicizia del direttorio, chiamando
la repubblica col suo nuovo governo sorella, e promettendo che tutte le
forze franzesi si adoprerebbe perchè ella fosse restituita alla antica
sua grandezza. Si destinava a governar le genti da terra il generale
Gentili. Obbediva l'armata al capitano di nave Bourdé. Molte navi atte
a trasportar soldati l'accompagnavano, empiute di Franzesi la maggior
parte della settuagesimanona. Volle Buonaparte, poichè si trattava di
andar in Grecia, che s'imbarcasse Arnauld, letterato di grido, in cui
aveva il generalissimo posto molta fede per avere i rapporti sulle
antichità dei paesi, sui costumi e sulle leggi dei popoli.
Sapevano i municipali a quali angustie fosse ridotto Vidiman a Corfù
per la mancanza del denaro, e credendo anche allettare i popoli, se
arrivando i primi agenti della mutata Venezia, portassero con sè danaro
per dar le paghe già da tanto tempo corse, imbarcavano a governo degli
amministratori che mandavano nelle isole, sei mila zecchini.
Appariva il dì 28 giugno nel porto de' Corfiotti l'armata apportatrice
dei soldati stranieri. Vidiman e gl'isolani molto si maravigliarono
al vedere insegne ed uomini franzesi in luogo d'insegne e d'uomini
veneziani. Suonavano a festa il dì 29 gli stromenti da guerra; i
nuovi repubblicani sbarcavano. Venivano i magistrati a far riverenza
agl'insoliti signori.
Non così tosto ebbe Gentili sbarcato le sue genti, che le alloggiava
nella fortezza, e così recava in sua mano la facoltà di fare a sua
volontà qualunque cosa ei volesse. Poi s'impadroniva dei magazzini
del pubblico e di tutte le artiglierie ch'erano belle ed in numero
considerabile.
A Gentili succedeva Bourdé, che poneva le mani addosso ai magazzini di
mare ed a sei navi di fila e tre fregate veneziane. Gentili intanto i
sei mila zecchini mandati da Venezia recava in suo potere per dar le
paghe a' suoi soldati ed agli amministratori venuti con lui.
Posto il piede e confermato il dominio franzese nell'isola principale
di Corfù, mandavano Gentili e Bourdé forze di terra e da mare a prender
possesso di Cefalonia e di Zante, e dell'isola più lontana di Cerigo.
Poi Gentili ed Arnauld, fattisi dar liste di candidati dai primarii
abitanti, creavano i municipali di Corfù, fra i quali nominavano
Vidiman, già spogliato di ogni altra autorità.
A Venezia dominava con imperio assoluto Baraguey d'Hilliers, parte da
sè, parte in conformità degli ordini di Buonaparte. Alloggiava in casa
Pisani con fasto grande e con carico gravissimo di quella famiglia;
i municipali non deliberavano se non sentito lui; i posti principali
erano custoditi dai Franzesi; i municipali, chi per forza, chi per
prudenza, chi per adulazione, servivano a Baraguey. Villetard, siccome
giovane e confidente, si travagliava per ordinare il nuovo governo
democratico, ed in ciò si trovava posto in difficile condizione; perchè
gli spogli scemavano autorità alle sue parole, e pareva a tutti, come
era veramente, che cattivo principio di libertà fosse quello che si
vedeva. S'incominciava a dar mano alle opere gentili insino a tanto
che arrivasse tempo al toccare le più utili. Quanto di più bello e
più prezioso avevano prodotto gli scarpelli od i pennelli o le penne
greche, latine ed italiane era rapito dagli strani amici. Le gallerie,
le librerie, i templi, i musei sì pubblici che privati diligentemente
si scrutavano e violentemente si sfioravano.
Il palazzo pubblico di Venezia fu dei più preziosi ornamenti espilato.
Con pari rabbia fu la galleria privata dei nobili Bevilacqua di
Verona da mani violente tocca e spogliata. Le opere di Bassano, di
Paolo Veronese, di Tiziano, di Tintoretto, di Pordenone, di Bellini,
di Mantegna, tanto care ai Veneziani e per bellezza propria e per
essere di mano di artisti paesani, dai luoghi loro deposte se ne
andavano ad ornare forestieri e lontani lidi. Molte statue di bassi
rilievi antichi, sì di marmo che di bronzo, di grandissimo pregio,
e tre vasi etruschi di egregio lavoro erano tolti dalla libreria
pubblica di Venezia e dalla galleria Bevilacqua. Nè i camei, opere
preziose, si risparmiavano, e fra di loro quello tanto famoso che
rappresentava Giove Egioco. Sessantanove medaglie greche o romane
erano levate dai privati musei dei Muselli e dei Verità di Verona.
Dei manoscritti, con grandissimo dolore degl'Italiani, dalla sola
libreria di Venezia più di duecento greci o latini o italiani o arabi,
o in carta pergamena, o carta usuale o in carta di seta, saziavano le
voglie dei repubblicani d'oltramonti. Sentivano la comune spogliazione
le librerie pregiatissime dei monasteri di Venezia, di Treviso e di
San Daniele in Friuli, dai quali atti delle mani vincitrici mancarono
settantasei testi a penna preziosissimi. Alle medesime espilazioni
andavano soggette le stampe tenute tanto care degli Aldi, la
Magontina nominatamente, opera del 1459, le quali con somma gelosia
si custodivano nelle librerie di Venezia, Treviso, Padova, Verona e
san-Daniele. Queste preziosità erano state tolte dalle interiori mura
dei templi, dei musei e delle librerie. Restava il più bello e più
glorioso segno della grandezza veneziana, che sull'anteriore faccia del
principal tempio di Venezia dimostrava quale fosse stato anticamente
il valore di questa generosa nazione. I cavalli di bronzo, opera, come
si narra, di Lisippo, dati prima in dono a Nerone da Tiridate, re
di Armenia, poi trasportati da Costantino a Bisanzio, e conquistati
finalmente pel valore dei Veneziani congiunti ai Franzesi, ch'ebbero
in sorte altre costantinopolitane spoglie, e mandati a Venezia dal
doge Pietro Ziani, accrescevano, involati essendo, il dolore pubblico
della gente veneziana. Spiaceva al letterato Arnauld che questi cavalli
restassero a Venezia: spiacevagli altresì che i leoni conquistati dal
valore del Morosini nel Pireo continuassero a starsene nella sede
loro, segni della veneziana gloria. Ne gli spiacque e ne scrisse
a Buonaparte. Cavalli e leoni furono per suo comandamento condotti
in Francia. Il che venne fatto in cospetto dei Veneziani con tanto
dolore loro che, instupidite le menti, parevano piuttosto attonite
che dolorose. Alcuni dicevano e tuttavia dicono che questi spogli si
eseguivano in virtù del trattato di Milano. Ma Buonaparte non aveva
voluto ratificare questo trattato, e perciò la Francia lo doveva aver
per nullo. Che se poi ad ogni modo si voleva aver per valido, bel modo
di eseguirlo certamente era quello di mandar ad effetto tutte le sue
peggiori condizioni contro Venezia e di non osservar quelle che erano
in suo favore.
Non solo gli ornamenti e le ricchezze veneziane si trasportavano, ma
quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano.
Erasi il duca di Modena, come si è detto, fuggendo la furia dei
repubblicani, ricoverato in Venezia; poi giù romoreggiando le armi
loro d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, s'era per sua sicurezza
ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè
credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o
non sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per
la neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli
agenti del direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che
fosse lor venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti
tostamente si calavano e circondato improvvisamente con soldatesche
armate il palazzo in San Pontaleone, dove aveva abitato il duca,
cercarono il tesoro, in ogni parte diligentemente investigando. Ciò
fu indarno; perchè era stato deposto in casa del ministro d'Austria.
Perlochè fatto armata mano improvviso insulto contro di essa, e
ricercato in ogni canto, trovarono il denaro e via se lo portavano;
furono, come portò la fama, circa duecento mila zecchini. I Modenesi
erano venuti a Venezia per averselo; ma ei furon novelle. Gli agenti li
serbarono, dissero, per la cassa militare.
Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande
apparato di soldati, perchè, sebbene fossero i piè dei Veneziani
in ceppi, si temeva che ad un bel levarsi il popolo prorompesse
e rivendicasse alla patria, con qualche solenne precipizio
degl'involatori, le gloriose spoglie. Accresceva il timore il
pensare che le rapine di Venezia rinfrescavano la memoria delle altre
rapine d'Italia. Per ogni lato si fremeva nel vedere questi spogli.
Pubblicavasi a questi giorni in Italia con le stampe un libro che
aveva in titolo: _I Romani in Grecia_, e che fu generalmente creduto
opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore, sotto spezie dei
Romani in Grecia simboleggiando i Franzesi in Italia, eccitava i
popoli italiani allo sdegno, alla vendetta, alla rivendicazione.
Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne cercava per ogni
dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava e più era letto.
Villelard istesso il chiamava pieno pur troppo di allusioni veridiche
sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni del nome franzese.
Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e siccome quello
che accusava i municipali del caro del pane, che paragonava l'Italia
ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato d'infiniti cadaveri, e
che stimolava i popoli a correre armati contro i Franzesi, partoriva un
effetto incredibile.
Cercavasi intanto di coprire con segni di allegrezza le apparenze
tristi e funeste. Correva il dì della Pentecoste, quando la piazza di
san Marco si vedeva tutt'addobbata a festa pel piantamento dell'albero
della libertà. Avevano eretto a capo della piazza dalla parte opposta
a San Marco un'ampia loggia a cui si saliva per due scale laterali
ornate di vaghi fiori e di arbusti odoriferi. Da ambi i lati della
loggia sorgevano due adorni palchi con colonne, con ghirlande, con
insegne repubblicane. Quivi dovevano sedere i musici della cappella
ducale. Due altre logge adorne e belle si vedevano in mezzo alla
piazza e davanti alle procuratie, con orchestre pure a lato. Gli archi
delle procuratie e così ancora la chiesa di San Marco comparivano
alla vista dei circostanti carchi ed adorni di festoni tricolorati.
Steso a terra in mezzo della piazza giaceva il fusto ancor fronzuto
dell'albero. Ed ecco alle diciassette italiane comparire con solenne
comitiva di tutti i suoi ufficiali Baraguey d'Hilliers. L'incontravano
i municipali. Quindi poscia essendosi congiunti col corteggio del
generale, si ordinavano a processione. Le campane tintinnavano, gli
strumenti suonavano, i democrati dall'allegrezza gridavano. Intanto
giva la processione; soldati italiani precedevano, seguitavano due
fanciulli vagamente vestiti, poi una coppia di un giovane e di una
giovane che si dovevano sposare, poi un vecchio ed una vecchia con
istromenti d'agricoltura. Veniva dietro la guardia nazionale in
addobbo; indi Baraguey in addobbo ancor esso; i consoli delle nazioni,
e i magistrati sì civili che militari e i capi delle arti coi simboli
delle arti loro. Mostravansi alla coda del corteggio, seguitati da
musica militare, i municipali. Toccavano i due fanciulli il fusto
ed in un batter d'occhio fra le grida ed i suoni festivi era rizzato
nelle sue radici in mezzo alla piazza: sopra le radici deponevano i due
vecchi i rurali strumenti. Compariva in questo una berretta rossa sulla
punta dell'albero, e la moltitudine applaudiva. Le orchestre suonavano,
le musiche militari rispondevano, le campane rimbombavano, i cannoni
tuonavano, le tricolorite bandiere si sventolavano. Fatto silenzio,
orava lo arciprete Valier municipale, con magnifiche parole commendando
la generosità franzese e la rigenerazione veneziana. Poscia entrati
in San Marco, cantavano l'inno delle grazie e facevano il maritaggio
del giovane e della giovane. Uscito il corteggio di San Marco ed in
piazza tornatosi, dove promiscuamente e Franzesi e Veneziani intorno
all'albero già ballavano, ardevano il libro d'oro e le insegne ducali;
in quel mentre orava enfaticamente l'abate Collalto. Continuossi a
ballare il giorno, ballossi ancora la notte; si recitava in musica una
bella e magnifica opera nel bellissimo teatro della Fenice.
Per tal modo si piantava l'albero in Venezia da Baraguey d'Hilliers.
Al tempo stesso Bernadotte proibiva con animo sincero che in Udine
si piantasse. Guyeux, al contrario, metteva una taglia di centomila
lire sur un piccolo comune del Padovano sotto pretesto che l'albero vi
fosse stato tagliato; doloroso avviluppamento di accidenti strani in
proposito di un medesimo fusto figurativo.
Continuava Buonaparte a mostrarsi propenso ai Veneziani. Dimostrava
non potere per le molte e gravi faccende che il travagliava, visitare,
come desiderava, per sè stesso Venezia; ma mandarvi la donna sua,
perchè in lei vedessero i Veneziani, così appunto si spiegava, quanta
fosse l'affezione che loro portava. Veniva la moglie in Venezia: le
adulazioni dei repubblicani di quei tempi sì veneziani che franzesi
furono oltre misura. Traevano per comandamento del generalissimo i
cannoni a festa e ad onore di privata donna. Accolta nella sala dei
municipali era segno d'applaudisi infiniti: deputavano due di loro
ad intrattenerla ed a farle onoranza. Furonvi feste, balli, canti,
allegrezze d'ogni sorta: alla Giudecca una gran cena, al canal grande
una luminaria; nè mancovvi la regata, spettacolo gradito dei Veneziani.
Dandolo e gli altri municipali trionfavano e sempre stavano accanto
alla donna e dal suo volto pendevano. Solo Giuliani repubblicano se
ne stava bieco ed alla traversa. Infine, dimoratasi quattro giorni, il
quinto se ne partiva con assai ricchi presenti.
Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, coloro che
avevano in mano la somma delle cose in Venezia, trattavano di unirsi
strettamente alle città di terraferma, che, come si è narrato, molto
ripugnavano al dominio veneziano. Laonde operavano che le principali
mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi mandava
Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi
mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natio di Desenzano, si sperava
che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti.
Non arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte impediva che
deputasse. Vi mandava Buonaparte Berthier affinchè presiedesse il
congresso. Vi furono molte parole e contenzioni. Verona voleva esser
capo della terraferma, Padova andava alla medesima volta, i Bassanesi
piuttosto a' Padovani aderivano che ai veronesi, i vicentini piuttosto
ai veronesi che ai padovani, Treviso stava in favor de' veneziani, i
deputati d'Oltremincio propendevano verso la Cisalpina. Però Berthier,
disciogliendo il congresso, pubblicava che circa l'unione i deputati
non s'erano potuto accordare.
Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare
il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne
facevano anche inchiesta formale al direttorio cisalpino. In questo
mentre si era concluso il trattato di Campoformio, che abbiamo più
sopra riferito; Buonaparte se ne tornava a Milano. Di colà egli
scriveva a Villetard: pel trattato di pace essere i Franzesi obbligati
a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperadore
impadronire; ma non doverla vuotare che venti o trenta giorni dopo
le ratificazioni; potere tutti i patriotti che volessero spatriarsi,
ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero de' diritti
di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro;
essere indispensabile di creare un fondo, il quale potesse alimentare
quelli fra i patrioti che si risolvessero a lasciar il paese loro
e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica
Franzese parata a soccorrerli se ne avessero bisogno, con la vendita
de' beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia
molte munizioni navali o di guerra e di commercio che appartenevano
al governo veneziano; essere indispensabile che la congregazione
di salute pubblica (quest'era una congregazione di municipali), le
trasportasse più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero
essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle
opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù e se ne facesse
stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le
polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un
Roubault e con un Forfait e con la congregazione di salute pubblica
per vedere a qual pro si potessero condurre una nave ed una fregata
recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da
inalberare, le piatte, il Bucintoro e le barche dorate, i barconi, i
palischermi grossi e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini,
sei cannoniere e tre galere sui cantieri.
Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima
lasciar nulla che potesse servire all'imperadore per creare un navilio;
la seconda, trasportare in Francia quanto fosse utile alla nazione;
la terza usare quanto si vendesse nel miglior modo possibile, perchè
più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse
che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurare le sorti de'
Veneziani che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse
suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute
pubblica e co' deputati delle città di terraferma, alla salute de'
fuorusciti loro.
Avuto Villetard questo mandato, nella sala delle adunanze recatosi, ai
municipali favellava, e gli esortava, in nome anche di Buonaparte, che
ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e
salva al nuovo dominio. Serrurier, accettata da Buonaparte la suprema
autorità in Venezia ed il mandato di far la consegna, svaligiati
prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale e
del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le
statue bellissime che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi,
affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in S.
Giorgio il Bucintoro per cavarne le dorature, rovinata e deserta ogni
cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni la città
di Venezia. Francesco Pesaro riceveva, come commissario imperiale, i
giuramenti.