Partivano da Trieste e da Fiume alla volta di Zara quattro mila

soldati imperiali e vi giungevano parte sul finire di giugno, parte al

cominciar di luglio. Accettavano i Zaratini lietamente gli Austriaci

a sicurtà contro l'anarchia: giuravano fede all'imperatore tutti i

magistrati e circa due mila soldati veneti che si trovavano in quella

fortezza per presidio. Dopo Zara restava che si occupasse il rimanente

della provincia. Casimiro, capitano di nome pel fatto della presa di

Trieste, occupava Spalatro, Clissa e Singo, per terra; per mare entrava

Roccavina in Sebenico, dov'era accolto con molta allegrezza, perchè

la ferocia dei villani scesi dalla montagna vi aveva più che altrove

infuriato, e ad ogni ora faceva le viste d'infuriare vieppiù. Scendeva

quindi dai monti con una mano di Ungari di Transilvani, il conte di

Warstensleben, e si univa a Roccavina, e così insieme occupavano i siti

importantissimi delle Bocche di Cattaro. La Dalmazia tutta e l'Albania

veneta entravano sotto il dominio dell'imperatore. A questo modo si

andava sfasciando appoco appoco l'antichissimo imperio dei Veneziani.

A novità di tanto momento si risentivano i municipali di Venezia e

facevano istanze presso Buonaparte e il direttorio, domandando che

la Francia intercedesse, perchè l'antico dominio si restituisse.

Querelavasene con Buonaparte Battaglia, imperciocchè è da sapersi

che quest'antico provveditore di Brescia era stato chiamato da

Buonaparte ai municipali veneziani, acciocchè appresso a lui risiedesse

quale ministro loro. Querelavasi anche gravemente Sanfermo mandato

dai municipali, anche per opera di Buonaparte, a sedere presso

il direttorio di Parigi. Ne ottenevano entrambi buone parole: non

dubitassero, o che la Francia sforzerebbe con le armi l'Austria a

rilasciare le provincie occupate, o procurerebbe coi trattati che

Venezia con nuove possessioni si compensasse, ora dando speranza

che i paesi della terraferma, anche quei d'oltre Mincio, le si

restituirebbero, ed ora che le sarebbero date in compenso le legazioni.

Era necessario che le isole del Levante veneto venissero in potestà dei

Franzesi. Per la qual cosa Buonaparte aveva operato che con accordo

dei municipali si facesse una spedizione di forze navali e terrestri

a Corfù, isola per la grandezza e la fortezza molto principale in

quelle spiagge; e perchè una forza preponderante vi fosse, ed anche

perchè vi erano fornimenti di marineria di molta importanza, aveva,

per mezzo del direttorio, dato ordine che al tempo medesimo da Tolone

l'ammiraglio Brueys si avviasse all'isola stessa con la sua armata.

Erano a quei tempi le isole del Levante veneto rette con dolce e giusto

freno dal nobile Vidiman, fratello del municipale, il quale aveva

con tanta efficacia e senza alcuno sforzo, ma solamente pel suo buon

naturale operato che quelle immaginazioni greche tanto vivaci e mobili,

malgrado delle parole incentive che suonavano da Francia e da Italia,

fermamente si conservassero affezionate al nome veneziano. Quando poi

incominciavano ad arrivare a Corfù i romori del cambiamento succeduto

a Venezia, ancorchè grandissima molestia ne ricevesse, siccome

quegli che per opinione e per consuetudine era dedito all'antica

repubblica, nondimeno pensando che, se era perduto lo stato vecchio,

gli rimaneva, se non una patria, almeno un paese al quale era suo

debito servire, s'ingegnava con ogni sforzo di calmare gli spiriti per

farli perseverare nella loro fede ed affezione verso Venezia, qualunque

avesse ad essere il suo destino. Nel che faceva grandissimo frutto a

cagione dell'amore che generalmente gli era portato.

Finalmente per la via di Otranto gli pervenivano lettere dei municipali

di Venezia, che recavano le novelle della rivoluzione, dell'essersi

distrutta l'aristocrazia ed allargato il governo alla democrazia.

Aggiungevano, nominerebbe un dì il popolo i suoi rappresentanti;

ma che intanto, per impedire la cessazione dei magistrati, si era

creato nei municipali un governo a tempo; avrebbero i municipali gli

abitatori delle isole e dei luoghi del Levante in luogo di fratelli;

manderebbero due commissarii per metter all'ordine il nuovo Stato;

Vidiman sarebbe il terzo; verrebbero con una forte armata e con sei

mila soldati. Tacevano se i soldati avessero ad essere veneziani o

franzesi. Preparasse adunque, esortavano, con la prudenza e destrezza

sua gli animi; spiasse bene e raffrenasse coloro che fossero di

genio aristocratico; usasse a quiete di tutti l'opera delle persone

prudenti e religiose di ogni rito; soprattutto impedisse, che gli

uomini inquieti e torbidi prorompessero in qualche discordia o tumulto;

in lui riposarsi, terminavano, con animo tranquillo i municipali

ed intieramente rimettersi nella fermezza, nell'avvedutezza, nella

temperanza e nella esperienza sua. In sì solenne e tanto terminativo

accidente di quanto egli aveva di più caro e più onorato su questa

terra, adunava Vidiman i primarii magistrati sì civili che militari, e

leggeva loro il municipale dispaccio, esortandogli alla sopportazione

ed all'obbedienza. Furonvi rammarichi ed alte querele; ma mostrarono

rassegnazione, ignari ancora a che cosa li serbassero i fati.

Frattanto si facevano a Venezia gli apparecchi necessarii per la

spedizione di Levante. Intendeva il direttorio al far uscire da

Venezia, col fine d'impadronirsene, quella parte d'armata veneziana,

che sull'ancore se ne stava nel porto. Perilchè si appresentava

Baraguey d'Hilliers con tutti gli ufficiali franzesi da mare che

dovevano governare l'armata, in una solenne adunata, ai municipali, con

parole melliflue protestando dell'amicizia del direttorio, chiamando

la repubblica col suo nuovo governo sorella, e promettendo che tutte le

forze franzesi si adoprerebbe perchè ella fosse restituita alla antica

sua grandezza. Si destinava a governar le genti da terra il generale

Gentili. Obbediva l'armata al capitano di nave Bourdé. Molte navi atte

a trasportar soldati l'accompagnavano, empiute di Franzesi la maggior

parte della settuagesimanona. Volle Buonaparte, poichè si trattava di

andar in Grecia, che s'imbarcasse Arnauld, letterato di grido, in cui

aveva il generalissimo posto molta fede per avere i rapporti sulle

antichità dei paesi, sui costumi e sulle leggi dei popoli.

Sapevano i municipali a quali angustie fosse ridotto Vidiman a Corfù

per la mancanza del denaro, e credendo anche allettare i popoli, se

arrivando i primi agenti della mutata Venezia, portassero con sè danaro

per dar le paghe già da tanto tempo corse, imbarcavano a governo degli

amministratori che mandavano nelle isole, sei mila zecchini.

Appariva il dì 28 giugno nel porto de' Corfiotti l'armata apportatrice

dei soldati stranieri. Vidiman e gl'isolani molto si maravigliarono

al vedere insegne ed uomini franzesi in luogo d'insegne e d'uomini

veneziani. Suonavano a festa il dì 29 gli stromenti da guerra; i

nuovi repubblicani sbarcavano. Venivano i magistrati a far riverenza

agl'insoliti signori.

Non così tosto ebbe Gentili sbarcato le sue genti, che le alloggiava

nella fortezza, e così recava in sua mano la facoltà di fare a sua

volontà qualunque cosa ei volesse. Poi s'impadroniva dei magazzini

del pubblico e di tutte le artiglierie ch'erano belle ed in numero

considerabile.

A Gentili succedeva Bourdé, che poneva le mani addosso ai magazzini di

mare ed a sei navi di fila e tre fregate veneziane. Gentili intanto i

sei mila zecchini mandati da Venezia recava in suo potere per dar le

paghe a' suoi soldati ed agli amministratori venuti con lui.

Posto il piede e confermato il dominio franzese nell'isola principale

di Corfù, mandavano Gentili e Bourdé forze di terra e da mare a prender

possesso di Cefalonia e di Zante, e dell'isola più lontana di Cerigo.

Poi Gentili ed Arnauld, fattisi dar liste di candidati dai primarii

abitanti, creavano i municipali di Corfù, fra i quali nominavano

Vidiman, già spogliato di ogni altra autorità.

A Venezia dominava con imperio assoluto Baraguey d'Hilliers, parte da

sè, parte in conformità degli ordini di Buonaparte. Alloggiava in casa

Pisani con fasto grande e con carico gravissimo di quella famiglia;

i municipali non deliberavano se non sentito lui; i posti principali

erano custoditi dai Franzesi; i municipali, chi per forza, chi per

prudenza, chi per adulazione, servivano a Baraguey. Villetard, siccome

giovane e confidente, si travagliava per ordinare il nuovo governo

democratico, ed in ciò si trovava posto in difficile condizione; perchè

gli spogli scemavano autorità alle sue parole, e pareva a tutti, come

era veramente, che cattivo principio di libertà fosse quello che si

vedeva. S'incominciava a dar mano alle opere gentili insino a tanto

che arrivasse tempo al toccare le più utili. Quanto di più bello e

più prezioso avevano prodotto gli scarpelli od i pennelli o le penne

greche, latine ed italiane era rapito dagli strani amici. Le gallerie,

le librerie, i templi, i musei sì pubblici che privati diligentemente

si scrutavano e violentemente si sfioravano.

Il palazzo pubblico di Venezia fu dei più preziosi ornamenti espilato.

Con pari rabbia fu la galleria privata dei nobili Bevilacqua di

Verona da mani violente tocca e spogliata. Le opere di Bassano, di

Paolo Veronese, di Tiziano, di Tintoretto, di Pordenone, di Bellini,

di Mantegna, tanto care ai Veneziani e per bellezza propria e per

essere di mano di artisti paesani, dai luoghi loro deposte se ne

andavano ad ornare forestieri e lontani lidi. Molte statue di bassi

rilievi antichi, sì di marmo che di bronzo, di grandissimo pregio,

e tre vasi etruschi di egregio lavoro erano tolti dalla libreria

pubblica di Venezia e dalla galleria Bevilacqua. Nè i camei, opere

preziose, si risparmiavano, e fra di loro quello tanto famoso che

rappresentava Giove Egioco. Sessantanove medaglie greche o romane

erano levate dai privati musei dei Muselli e dei Verità di Verona.

Dei manoscritti, con grandissimo dolore degl'Italiani, dalla sola

libreria di Venezia più di duecento greci o latini o italiani o arabi,

o in carta pergamena, o carta usuale o in carta di seta, saziavano le

voglie dei repubblicani d'oltramonti. Sentivano la comune spogliazione

le librerie pregiatissime dei monasteri di Venezia, di Treviso e di

San Daniele in Friuli, dai quali atti delle mani vincitrici mancarono

settantasei testi a penna preziosissimi. Alle medesime espilazioni

andavano soggette le stampe tenute tanto care degli Aldi, la

Magontina nominatamente, opera del 1459, le quali con somma gelosia

si custodivano nelle librerie di Venezia, Treviso, Padova, Verona e

san-Daniele. Queste preziosità erano state tolte dalle interiori mura

dei templi, dei musei e delle librerie. Restava il più bello e più

glorioso segno della grandezza veneziana, che sull'anteriore faccia del

principal tempio di Venezia dimostrava quale fosse stato anticamente

il valore di questa generosa nazione. I cavalli di bronzo, opera, come

si narra, di Lisippo, dati prima in dono a Nerone da Tiridate, re

di Armenia, poi trasportati da Costantino a Bisanzio, e conquistati

finalmente pel valore dei Veneziani congiunti ai Franzesi, ch'ebbero

in sorte altre costantinopolitane spoglie, e mandati a Venezia dal

doge Pietro Ziani, accrescevano, involati essendo, il dolore pubblico

della gente veneziana. Spiaceva al letterato Arnauld che questi cavalli

restassero a Venezia: spiacevagli altresì che i leoni conquistati dal

valore del Morosini nel Pireo continuassero a starsene nella sede

loro, segni della veneziana gloria. Ne gli spiacque e ne scrisse

a Buonaparte. Cavalli e leoni furono per suo comandamento condotti

in Francia. Il che venne fatto in cospetto dei Veneziani con tanto

dolore loro che, instupidite le menti, parevano piuttosto attonite

che dolorose. Alcuni dicevano e tuttavia dicono che questi spogli si

eseguivano in virtù del trattato di Milano. Ma Buonaparte non aveva

voluto ratificare questo trattato, e perciò la Francia lo doveva aver

per nullo. Che se poi ad ogni modo si voleva aver per valido, bel modo

di eseguirlo certamente era quello di mandar ad effetto tutte le sue

peggiori condizioni contro Venezia e di non osservar quelle che erano

in suo favore.

Non solo gli ornamenti e le ricchezze veneziane si trasportavano, ma

quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano.

Erasi il duca di Modena, come si è detto, fuggendo la furia dei

repubblicani, ricoverato in Venezia; poi giù romoreggiando le armi

loro d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, s'era per sua sicurezza

ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè

credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o

non sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per

la neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli

agenti del direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che

fosse lor venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti

tostamente si calavano e circondato improvvisamente con soldatesche

armate il palazzo in San Pontaleone, dove aveva abitato il duca,

cercarono il tesoro, in ogni parte diligentemente investigando. Ciò

fu indarno; perchè era stato deposto in casa del ministro d'Austria.

Perlochè fatto armata mano improvviso insulto contro di essa, e

ricercato in ogni canto, trovarono il denaro e via se lo portavano;

furono, come portò la fama, circa duecento mila zecchini. I Modenesi

erano venuti a Venezia per averselo; ma ei furon novelle. Gli agenti li

serbarono, dissero, per la cassa militare.

Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande

apparato di soldati, perchè, sebbene fossero i piè dei Veneziani

in ceppi, si temeva che ad un bel levarsi il popolo prorompesse

e rivendicasse alla patria, con qualche solenne precipizio

degl'involatori, le gloriose spoglie. Accresceva il timore il

pensare che le rapine di Venezia rinfrescavano la memoria delle altre

rapine d'Italia. Per ogni lato si fremeva nel vedere questi spogli.

Pubblicavasi a questi giorni in Italia con le stampe un libro che

aveva in titolo: _I Romani in Grecia_, e che fu generalmente creduto

opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore, sotto spezie dei

Romani in Grecia simboleggiando i Franzesi in Italia, eccitava i

popoli italiani allo sdegno, alla vendetta, alla rivendicazione.

Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne cercava per ogni

dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava e più era letto.

Villelard istesso il chiamava pieno pur troppo di allusioni veridiche

sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni del nome franzese.

Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e siccome quello

che accusava i municipali del caro del pane, che paragonava l'Italia

ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato d'infiniti cadaveri, e

che stimolava i popoli a correre armati contro i Franzesi, partoriva un

effetto incredibile.

Cercavasi intanto di coprire con segni di allegrezza le apparenze

tristi e funeste. Correva il dì della Pentecoste, quando la piazza di

san Marco si vedeva tutt'addobbata a festa pel piantamento dell'albero

della libertà. Avevano eretto a capo della piazza dalla parte opposta

a San Marco un'ampia loggia a cui si saliva per due scale laterali

ornate di vaghi fiori e di arbusti odoriferi. Da ambi i lati della

loggia sorgevano due adorni palchi con colonne, con ghirlande, con

insegne repubblicane. Quivi dovevano sedere i musici della cappella

ducale. Due altre logge adorne e belle si vedevano in mezzo alla

piazza e davanti alle procuratie, con orchestre pure a lato. Gli archi

delle procuratie e così ancora la chiesa di San Marco comparivano

alla vista dei circostanti carchi ed adorni di festoni tricolorati.

Steso a terra in mezzo della piazza giaceva il fusto ancor fronzuto

dell'albero. Ed ecco alle diciassette italiane comparire con solenne

comitiva di tutti i suoi ufficiali Baraguey d'Hilliers. L'incontravano

i municipali. Quindi poscia essendosi congiunti col corteggio del

generale, si ordinavano a processione. Le campane tintinnavano, gli

strumenti suonavano, i democrati dall'allegrezza gridavano. Intanto

giva la processione; soldati italiani precedevano, seguitavano due

fanciulli vagamente vestiti, poi una coppia di un giovane e di una

giovane che si dovevano sposare, poi un vecchio ed una vecchia con

istromenti d'agricoltura. Veniva dietro la guardia nazionale in

addobbo; indi Baraguey in addobbo ancor esso; i consoli delle nazioni,

e i magistrati sì civili che militari e i capi delle arti coi simboli

delle arti loro. Mostravansi alla coda del corteggio, seguitati da

musica militare, i municipali. Toccavano i due fanciulli il fusto

ed in un batter d'occhio fra le grida ed i suoni festivi era rizzato

nelle sue radici in mezzo alla piazza: sopra le radici deponevano i due

vecchi i rurali strumenti. Compariva in questo una berretta rossa sulla

punta dell'albero, e la moltitudine applaudiva. Le orchestre suonavano,

le musiche militari rispondevano, le campane rimbombavano, i cannoni

tuonavano, le tricolorite bandiere si sventolavano. Fatto silenzio,

orava lo arciprete Valier municipale, con magnifiche parole commendando

la generosità franzese e la rigenerazione veneziana. Poscia entrati

in San Marco, cantavano l'inno delle grazie e facevano il maritaggio

del giovane e della giovane. Uscito il corteggio di San Marco ed in

piazza tornatosi, dove promiscuamente e Franzesi e Veneziani intorno

all'albero già ballavano, ardevano il libro d'oro e le insegne ducali;

in quel mentre orava enfaticamente l'abate Collalto. Continuossi a

ballare il giorno, ballossi ancora la notte; si recitava in musica una

bella e magnifica opera nel bellissimo teatro della Fenice.

Per tal modo si piantava l'albero in Venezia da Baraguey d'Hilliers.

Al tempo stesso Bernadotte proibiva con animo sincero che in Udine

si piantasse. Guyeux, al contrario, metteva una taglia di centomila

lire sur un piccolo comune del Padovano sotto pretesto che l'albero vi

fosse stato tagliato; doloroso avviluppamento di accidenti strani in

proposito di un medesimo fusto figurativo.

Continuava Buonaparte a mostrarsi propenso ai Veneziani. Dimostrava

non potere per le molte e gravi faccende che il travagliava, visitare,

come desiderava, per sè stesso Venezia; ma mandarvi la donna sua,

perchè in lei vedessero i Veneziani, così appunto si spiegava, quanta

fosse l'affezione che loro portava. Veniva la moglie in Venezia: le

adulazioni dei repubblicani di quei tempi sì veneziani che franzesi

furono oltre misura. Traevano per comandamento del generalissimo i

cannoni a festa e ad onore di privata donna. Accolta nella sala dei

municipali era segno d'applaudisi infiniti: deputavano due di loro

ad intrattenerla ed a farle onoranza. Furonvi feste, balli, canti,

allegrezze d'ogni sorta: alla Giudecca una gran cena, al canal grande

una luminaria; nè mancovvi la regata, spettacolo gradito dei Veneziani.

Dandolo e gli altri municipali trionfavano e sempre stavano accanto

alla donna e dal suo volto pendevano. Solo Giuliani repubblicano se

ne stava bieco ed alla traversa. Infine, dimoratasi quattro giorni, il

quinto se ne partiva con assai ricchi presenti.

Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, coloro che

avevano in mano la somma delle cose in Venezia, trattavano di unirsi

strettamente alle città di terraferma, che, come si è narrato, molto

ripugnavano al dominio veneziano. Laonde operavano che le principali

mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi mandava

Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi

mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natio di Desenzano, si sperava

che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti.

Non arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte impediva che

deputasse. Vi mandava Buonaparte Berthier affinchè presiedesse il

congresso. Vi furono molte parole e contenzioni. Verona voleva esser

capo della terraferma, Padova andava alla medesima volta, i Bassanesi

piuttosto a' Padovani aderivano che ai veronesi, i vicentini piuttosto

ai veronesi che ai padovani, Treviso stava in favor de' veneziani, i

deputati d'Oltremincio propendevano verso la Cisalpina. Però Berthier,

disciogliendo il congresso, pubblicava che circa l'unione i deputati

non s'erano potuto accordare.

Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare

il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne

facevano anche inchiesta formale al direttorio cisalpino. In questo

mentre si era concluso il trattato di Campoformio, che abbiamo più

sopra riferito; Buonaparte se ne tornava a Milano. Di colà egli

scriveva a Villetard: pel trattato di pace essere i Franzesi obbligati

a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperadore

impadronire; ma non doverla vuotare che venti o trenta giorni dopo

le ratificazioni; potere tutti i patriotti che volessero spatriarsi,

ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero de' diritti

di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro;

essere indispensabile di creare un fondo, il quale potesse alimentare

quelli fra i patrioti che si risolvessero a lasciar il paese loro

e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica

Franzese parata a soccorrerli se ne avessero bisogno, con la vendita

de' beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia

molte munizioni navali o di guerra e di commercio che appartenevano

al governo veneziano; essere indispensabile che la congregazione

di salute pubblica (quest'era una congregazione di municipali), le

trasportasse più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero

essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle

opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù e se ne facesse

stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le

polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un

Roubault e con un Forfait e con la congregazione di salute pubblica

per vedere a qual pro si potessero condurre una nave ed una fregata

recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da

inalberare, le piatte, il Bucintoro e le barche dorate, i barconi, i

palischermi grossi e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini,

sei cannoniere e tre galere sui cantieri.

Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima

lasciar nulla che potesse servire all'imperadore per creare un navilio;

la seconda, trasportare in Francia quanto fosse utile alla nazione;

la terza usare quanto si vendesse nel miglior modo possibile, perchè

più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse

che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurare le sorti de'

Veneziani che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse

suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute

pubblica e co' deputati delle città di terraferma, alla salute de'

fuorusciti loro.

Avuto Villetard questo mandato, nella sala delle adunanze recatosi, ai

municipali favellava, e gli esortava, in nome anche di Buonaparte, che

ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e

salva al nuovo dominio. Serrurier, accettata da Buonaparte la suprema

autorità in Venezia ed il mandato di far la consegna, svaligiati

prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale e

del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le

statue bellissime che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi,

affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in S.

Giorgio il Bucintoro per cavarne le dorature, rovinata e deserta ogni

cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni la città

di Venezia. Francesco Pesaro riceveva, come commissario imperiale, i

giuramenti.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 62 / 99 段