Roma, priva del pontefice, perdeva anche per sacco, parte violento,

parte frodolento, le sostanze, e gli ornamenti più preziosi dello

Stato. Nè in questo gli spogliatori portavano più rispetto alle sacre

che alle profane cose, alle private che alle pubbliche, nè le rapine

avevano termine che con le stanze dei repubblicani. Cominciava lo

spoglio da alcuni capi sì militari che civili; scendeva per l'esempio

nei soldati. Solo incorrotti si mantennero la maggior parte degli

ufficiali di mezzo, i quali ne fecero un solenne risentimento. Giravano

nello Stato romano ventisette milioni di cedole; fu ridotto al quarto

il valore loro; ma questa legge savissima in sè stessa, fu crudele

perchè promulgata subito dopo che gli agenti del direttorio avevano

speso per le loro provvisioni sì pubbliche che private tutta quella

copia di cedole che avevano trovato nelle casse papali; e fu anche

aggiunto che se ne stampassero in fretta in fretta per altri sei

milioni e si gittassero nel pubblico.

Oltre le cedole, le romane finanze consistevano in una quantità di beni

assai considerabile, che appartenevano allo Stato, e questi in nome

della repubblica franzese occupavano i suoi agenti. Poi ponevansi al

fisco della repubblica i beni del collegio della Propaganda, quelli

del Sant'Officio e dell'Accademia ecclesiastica, le paludi Pontine

e le tenute della Camera apostolica. Ciò spettava agli stabili; ma i

mobili non si risparmiavano: qui fuvvi non confiscazione, ma sacco.

Quanto di più nobile e più prezioso adornava i palagi del Vaticano e

del Quirinale fu involato. Fu la cupidigia degli agenti del direttorio

veramente barbara.

Fu, come il Vaticano, spogliato Montecavallo, fu spogliato Castel

Gandolfo, fu spogliata la nobil sede di Terracina. Come gli arnesi

più squisiti, così il più misero vasellame di cucina furono involati,

nè più risparmiati i sacri che i profani arredi. Passava il sacco dai

palazzi dello Stato e del papa a quelli de' suoi parenti, ed anzi a

que' di coloro, o principi romani o cardinali che si fossero, che più

si erano dimostrati costanti nel far argine alle dottrine che avevano

servito di mossa e tuttavia servivano di fondamento alla rivoluzione.

Il palazzo della città, quei del principe e del cardinale Braschi,

quello del cardinale di York furono con eguale avarizia depredati.

Soprattutto miseramente guasto e devastato fu quello della villa

Albani, di cui era signore il cardinale e principe di questo nome.

Quanto in lui si trovava di più prezioso per materia e per lavoro,

fu tocco e rapito dalle avare mani dei forastieri. Il giardino stesso

dell'Albani fu guasto e deserto, gli aranci e le altre piante odorose

o rare vendute a vil prezzo. La rapacità che si usava in Roma e nei

contorni si dilatava in tutto lo Stato romano, ed ogni sostanza sì

pubblica che privata era posta a mercato. Nè dal sacco andarono esenti

le chiese appartenenti alla nazione spagnuola ed austriaca, sebbene

una alleata, l'altra amica della repubblica vivessero a quel tempo. Al

sacco succedevano le tasse, le quali qualche volta si convertivano in

sacco segreto assai più vile del primo. Erano enormi, ma vi era modi di

riscatto nascosti, e qualche volta a bella posta si mettevano perchè i

modi del riscatto si usassero. Si tassava la sola famiglia Chigi di più

di dugento mila scudi; l'incisore Volpato di più di dodici mila, e fra

dodici ore avesse a pagargli. Talvolta si minacciavano le confische per

aver denaro; talvolta si addomandava denaro per avere o quadri o statue

od altre simili gentilezze preziose. Per tal modo Roma, già consumata

dal trattato di Tolentino, fu del tutto spogliata per la presenza dei

repubblicani.

Non ostante tanti spogli e tante rapine, se ne viveva l'esercito

bisognoso di ogni cosa, e mentre le cassette piene di cose preziose

che appartenevano agli agenti del direttorio, s'incamminavano alla

volta di Francia, o segretamente od anche apertamente, perchè a tale

di sfrontatezza si era venuti, i soldati non avevano le paghe corse

da molti mesi, e laceri e scalzi, e privi di ogni bene, accusavano

l'ingordigia di coloro che, preposti al vitto ed al vestimento loro,

credevano dover convertire in benefizio proprio le ricchezze dei

paesi conquistati con le fatiche e col sangue loro. Ciò produsse una

gran lite degli uffiziali subalterni, ai quali stava a cuore l'onore

di Francia, ed infinitamente cuocevano i raccontati disordini contro

Massena, surrogato a Berthier, e cui imputavano di molte estorsioni

fatte, come dicevano, in tutti i paesi italiani venuti sotto il di lui

governo, massimamente nel Padovano, e contro Huller, cui principalmente

accusavano delle italiane espilazioni e della franzese miseria.

Massena intanto era uscito di Roma ordinando, lasciato solamente un

presidio di tre mila soldati in Castel Santo Angelo ed in altri luoghi

forti, che tutto l'esercito il seguitasse, così sperando di scioglier

quel nodo degli ufficiali contro di lui. Ma quelli insistevano;

scrivevano a Berthier, ripigliasse il freno delle genti; protestavano

a Massena, non volergli più obbedire. Pensò dunque a ritirarsi, e,

lasciato il governo a Saint-Cyr e a Dallemagne, se ne andava in Ancona.

I Romani, osservato lo scompiglio delle genti franzesi ed essendo

sdegnati per tante vessazioni, nè potendo più oltre portare sì

dura servitù, perchè oramai un popolo di quasi due milioni d'anime

era ridotto alla fame, tentavano un movimento più temerario che

considerato. I primi a romoreggiare furono i Trasteverini, gridando:

_Viva Maria_. Avviatisi verso San Pietro in grosso numero, uccidevano

una guardia franzese, s'impadronivano di Ponte Sisto e delle strade

che mettono capo in esso. Al tempo medesimo le campagne tumultuavano;

Velletri, Albano, Marino, Cività di Castello si muovevano; la mossa

era grave. Già i Franzesi erano uccisi alla spicciolata, e già

le più grosse squadre si trovavano in pericolo. Ma essendo gente

valorosa, usa all'armi ed ai tumulti improvvisi, poste dall'un de'

lati le dissensioni loro, muovendoli il pericolo comune si ordinavano

tostamente alle battaglie contro quei popoli spinti piuttosto da

furore che da disegno bene ordinato. Vial muovevasi contro la gente

tumultuaria di Roma, Murat contro quella del contado. Fu fatto in

queste battaglie molto sangue, perchè i Franzesi coi loro squadroni

agguerriti combattevano virilmente, ed i Romani, mossi da furore e

da zelo religioso, menavano ancor essi le mani aspramente. Infine,

prevalendo la disciplina e l'opera delle artiglierie bene governate

dai repubblicani, di cui mancavano i Romani, acquistarono i primi

con molta preponderanza il vantaggio. Dispergevansi gli avversarii

e si nascondevano chi per le case e chi per le campagne. Fecero i

contadini, ritiratisi ai monti, una testa grossa, ma Murat, penetrando

coi soldati armati alla leggiera in quei riposti ricoveri, gli

sperperava. Di centocinquanta prigioni, parte furono mandati al remo,

parte giustiziati con le palle soldatesche. Roma, piena di terrore,

d'orrore e di sangue, lagrimosamente si querelava. Si toglievano con

diligente cura le armi ai popoli. Accagionaronsi, come fautori di

questo moto, i cardinali ed altri prelati sospetti di affezione verso

il papa. S'intimò ai primi, o rinunziassero alla dignità cardinalizia

o andassero carcerati. Rinunziarono Antici ed Altieri; ricusarono

Antonelli, Giuseppe Doria, Borgia, Rovenella, la Somaglia, Carandini,

Archetti, Mauri, Mattei; fu dato bando ai due ultimi dalle terre della

repubblica romani. Gli altri, prima posti in carcere, poi condotti a

Cività Vecchia ed imbarcati su navi sdruscite, furono mandati a cercar

ricovero in paesi stranieri. Il cardinal Rezzonico, come infermo di mal

di morte, fu lasciato stare: Albani che più d'ogni altro desideravano

di avere in poter loro, fu fatto correre dai cavalli leggieri, che

il seguitavano, ma giunse a salvamento nel regno. In questo modo

quanto avea la Chiesa cattolica di venerando per età, per dignità, per

dottrina, era disperso e calpestato.

Gli accidenti romani fin qui narrati sapevano di tumulto e di

confusione, siccome quelli che succedevano sulle prime alla militare

conquista. Restava che la oppressione e la servitù si ordinassero

sotto ingannevole forma di governo regolare, come se fosse intento

dei conquistatori di fare scherno alla libertà e di metterla in

odio a tutti coloro che l'amavano. A questo fine aveva il direttorio

mandato a Roma quattro suoi commissarii, che furono Faipoult, Florent,

Daunon e Monge, uomini che facevano professione di amore la libertà.

Deliberarono fra di loro di dar una costituzione alla repubblica

Romana. Ed ecco pubblicarsi un corpo di costituzione, il quale altro

non era che sotto nomi romani la costituzione franzese; imperciocchè

sotto nome di consolato, di senato, di tribunato, di tribunale di

alta pretura e di alta questura, vi era un direttorio, un consiglio

degli anziani, un consiglio dei giovani, un tribunal di cassazione,

e commissarii dei conti. A questi si aggiungevano gli altri fastidii

servili delle amministrazioni centrali per ciascun dipartimento della

repubblica, e di una amministrazione centrale per ogni cantone. Si

noveravano otto dipartimenti, del Tevere, del Cimino, del Circeo, del

Clitunno, del Metauro, del Musone, del Trasimeno, e del Tronto: avevano

per capitali Roma, Anagni, Viterbo, Spoleto, Macerata, Sinigaglia,

Perugia e Fermo. Erano questi i magistrati; le leggi come quelle di

Francia. Dalle leggi passava l'imitazione insino agli abiti; perchè

i magistrati furono ordinati vestirsi alla franzese, mutato solo pei

consoli, senatori e tribuni il color rosso in nero; la forma simile a

quella dei quinqueviri, degli anziani, dei cinquecento di Francia.

Si crearono consoli per la prima volta Liborio Angelucci ed Ennio

Quirino Visconti da Roma, Giacomo Dematteis da Frosinone, Panazzi e

Reppi da Ancona. Ma variarono molto nella breve vita della repubblica

Romana i consoli, perchè si scambiavano ad un primo capriccio del

generale o del commissario di Francia. Fu instituito segretario del

consolato un Bassal, il quale già mandato da Buonaparte a fomentare

la rivoluzione di Venezia, se n'era venuto a fomentar quella di Roma.

Chiamaronsi ministri un Torriglioni, un Camillo Corona, un Mariatti, un

Bremond franzese.

I quattro commissarii inserirono però nella costituzione romana questo

capitolo, che si avesse a fare al più presto un trattato d'alleanza

tra la repubblica Romana e la Franzese, il quale sino a che fosse

ratificato, tutte le leggi fatte dai due corpi legislativi romani

non potessero essere nè pubblicate nè eseguite senza l'approvazione

del generale franzese che stava al governo di Roma; e che il generale

medesimo potesse di sua propria autorità fare tutte quelle leggi che a

lui paressero necessarie, conformandosi non ostante alle instruzioni

del direttorio. E questa, oltre gli spogli, le tasse violenti, ed il

rimanente, era la libertà di Roma.

Era nella costituzione un capitolo che ordinava di giurar odio alla

monarchia, fedeltà ed attaccamento alla repubblica. Papa Pio aveva

udito dal suo ritiro della Certosa di Firenze che il governo della

repubblica esigeva questo giuramento da tutto il clero e dai parrochi

di Roma. Volendo per regola delle coscienze definire questa materia,

e parendogli che non si convenisse ai ministri della religione il

giurar odio ad alcuna forma di governo, scrisse un breve a monsignor

Passeri, vicegerente di Roma, ammonendolo, non esser lecito prestar

puramente e semplicemente il giuramento suddetto, ed ordinandogli

di notificare agl'intimati questa sua decisione pontificia e di

avvertire che la eseguissero. Ma siccome, continuava a discorrere,

interessava anche moltissimo che la repubblica fosse persuasa

della rettitudine delle massime del clero di Roma relativamente

al repubblicano governo, conformi in tutto agl'insegnamenti della

cattolica religione, così statuiva che ciascuno potesse con sicura

coscienza giurar fedeltà e soggezione alla repubblica che attualmente

comandava, essendo stato unanime insegnamento dei santi Padri e

della Chiesa che sia dovuta fedeltà e subordinazione a chi, secondo

la varietà dei tempi, ha in mano le redini del governo, o sia a chi

attualmente comanda. Definì inoltre che ciascuno potesse giurare di

non prendere parte in qualsivoglia congiura, trama o sedizione pel

ristabilimento della monarchia e contro la repubblica: e potesse

altresì giurare odio all'anarchia, essendo questa uno stato di

disordine. Finalmente deliberò che si potesse giurare fedeltà ed

attaccamento alta costituzione, salva per altro la cattolica religione.

Pensava papa Pio che i magistrati della repubblica non avrebbero

rigettato questa formola, giacchè era in tutto conforme, come si

esprimeva, all'atto del popolo sovrano del 15 febbraio del presente

anno, con cui il popolo riunito innanzi a Dio ed al mondo tutto,

con un sol animo ed una sola voce aveva dichiarato, voler salva la

religione quale di presente venerava ed osservava, cioè la religione

cattolica. Ma partito da Roma monsignor Passeri e succedutogli nella

carica di vicegerente l'arcivescovo di Nassanzio, quest'ultimo di

propria autorità e contro le intenzioni del papa, diede una seconda

instruzione per cui i professori del collegio Romano e della Sapienza

si credettero autorizzati a prestare, come fecero, il giuramento

tale quale era prescritto dalla costituzione, solo facendo qualche

protestazione a voce. Udì gravemente il papa quest'accidente, e

rescrivendo all'arcivescovo, lo ammonì di nuovo delle sue intenzioni,

gli comandò richiamasse la seconda instruzione, e si lamentò che per

essa e per l'esempio dei professori soprannominati sembrasse che Roma,

già maestra di verità, si fosse fatta maestra dell'errore. Savie,

prudenti e conducenti alla quiete dello Stato erano queste sentenze

di Pio. Intanto questa faccenda dei giuramenti, per l'ordinario tanto

gelosa, si rammorbidì facilmente, sì per la prudenza del papa come per

la sopportazione dei magistrati della repubblica, nè produsse, come si

temeva, o movimenti o persecuzioni d'importanza.

Creata la repubblica Romana, si spegneva l'Anconitana, la quale non era

stata mai altro che un appicco contro il papa. I suoi territorii, salvo

San Leo, si incorporarono alla Romana.

Il dì 20 marzo, si celebrava nella vastissima piazza del Vaticano la

confederazione della repubblica Romana a guisa di quella che fu da

noi già descritta della Cisalpina. Furonvi archi trionfali, sinfonie,

illuminazioni, canti, balli; magnifica festa, ma con molto schiamazzo e

molte satire alla Romanesca. Saliva con grande apparato sul Campidoglio

Dallemagne, chiamava i senatori, apriva il senato, spiegava al vento

la romana bandiera. Poi instituiva il tribunato, quindi i consoli

sulla piazza del Vaticano; bandiva la costituzione, dichiarava Roma

libera; i consoli dall'alto della scalea giuravano. Si coniava, poscia,

pure romanescamente al solito, la medaglia adulatoria, bella assai e

con questi motti: _Berthier restitutor urbis; e Gallia salus generis

humani_.

Qui sarebbero da descrivere alcune maggiori cose per cui mutossi

inopinatamente lo Stato d'Europa, quel d'Africa turbossi, le ottomane

spade chiamaronsi ad insanguinar l'Italia, ed il dominio di questa

combattuta parte d'Europa passò da Francia a quello che di nuovo

lo combatterono: ma non ci è dato che toccar di volo i principali

fatti. Concluso il trattato di Campoformio, si riposava la Francia in

pace con tutte le potenze del continente, ed, oltre a ciò, aveva per

alleate la Spagna, il Piemonte, le Cisalpina, l'Olanda. Le vittorie

conseguite, il nome de' suoi generali, il valore e la costanza de' suoi

soldati, avevano dato timore a tutti. Per la qual cosa, quantunque

tutti vedessero mal volentieri confermarsi in Francia, cioè nel

centro dell'Europa, principii contrarii alla natura dei governi loro,

contenuti dal timore, nissuno ardiva di muoversi ed aspettavano tempi

migliori. Perciò la Francia, non avendo nissun sospetto vicino al

continente, poteva voltar tutte le sue forze verso l'Inghilterra. A ciò

fare ella si trovava molto ben provveduta d'armi, di navi, di capitani,

d'alleanze, e di quanto potea condurre a prospero fine una spedizione.

In questa condizione di tempi i ministri d'Inghilterra, Pitt

principalmente, guida allora e indirizzatore dei consigli di quel

reame, conobbero il pericolo in cui erano, anche perchè non pochi

nell'Inghilterra medesima avevano accettato i principii della

rivoluzione franzese ed avrebber potuto secondare i Franzesi. Però,

avendo potentissima occasione di muoversi, si mettevano all'ordine

per ovviare a tanto precipizio, tentando con ogni sforzo di accendere

un novello incendio di guerra sul continente con istimolar di nuovo

le potenze alle cose di Francia, alle ragioni aggiungendo offerte di

denari ed aiuti di genti.

A queste istigazioni l'Austria rispondeva, che quantunque debilitata,

era per insorgere di nuovo e correre all'armi se la Russia consentisse

a voler anche essa venire efficacemente a parte della contesa e la

spalleggiasse con pronti aiuti. La Russia tentata rispondeva che si

accosterebbe volentieri alla lega, quando l'Inghilterra l'assicurasse

della Turchia. Gli Inglesi allora ed a questo fine tentarono il governo

Ottomano. Rispondeva il sultano che per l'antica unione della Porta con

quel paese non voleva pruovare le armi contra la Francia, nè collegarsi

con loro che muovevano.

Non potendo adunque i ministri di Inghilterra venire a capo

dell'intento loro di seminar nuove discordie, si voltavano ad altre

arti, mandando agenti a Parigi con le mani piene d'oro per muover la

Francia contro sè medesima. Costoro con discorsi infiniti voleano

distogliere il direttorio dall'impresa d'Inghilterra e portarne

le viste sopra paesi più lontani, per allontanare gli ambiziosi,

Buonaparte specialmente, che poteva al direttorio dar ombra, e

indicavano come opportuna conquista l'Egitto. Speravano gli autori

di queste insinuazioni che l'assaltare la Francia l'Egitto avesse ad

essere per lei cagione di nimicizia col sultano, la qual nimicizia era

il fondamento principale di tutte queste nuove macchinazioni.

Questi discorsi andavano molto a versi del direttorio. Ma dall'altra

parte i medesimi agenti andavano tentando l'animo di Buonaparte, le più

seducenti cose del mondo ripetendogli. Piacque la proposta al giovane

capitano, il quale, sebbene fosse giusto e sagace estimatore degli

uomini e delle cose in ogni altra faccenda, sentiva, ciò non ostante,

un poco del romanzesco quando si trattava di guerra e di gloria

militare.

In tale forma accordate le cose, s'incominciava a disporre gli animi in

Francia ad una impresa tanto straordinaria. Vi si parlava dell'Egitto

come della terra promessa, della prosperità del commercio, della

scoperta delle antichità, dei progressi della civiltà, del cacciamento

degl'Inglesi dall'Indie, della padronanza di quelle ricche sponde

del Gange. Allignavano facilmente questi pensieri in Francia, perchè

la nazione, animosa per indole propria, era a quei tempi talmente

accesa, che qualunque più alto e difficoltoso fatto le pareva di

facile esecuzione, e la difficoltà stessa le era sprone e speranza.

Talleyrand leggeva all'Istituto uno scritto composto con singolare

eleganza e maestria, con cui dimostrava e l'importanza dell'Egitto e

l'utilità della sua possessione. Si dava voce, ch'egli stesso fosse per

essere mandato ambasciadore straordinario presso la Porta Ottomana per

ispiegar bene a quel governo i pensieri della Francia rispetto alla

spedizione d'Egitto e per mantener tuttavia salva l'antica concordia

fra i due Stati. Furono anche spediti dispacci indirizzati a lui a

Costantinopoli come se già fosse partito ed avviato a quella volta.

Intanto con grandissimo apparato si provvedevano le cose necessarie

alla spedizione. Concorrevano sì da Francia che da Italia, uomini,

navi, armi e provvisioni di ogni sorta a Tolone, dove si era condotto

Buonaparte per sopravvedere e sollecitare. Era egli poco innanzi stato

tratto membro dell'Instituto e con tale qualità ne' suoi dispacci

s'intitolava, volendo conciliarsi gli animi degli scienziati e dei

letterati di Francia che aveano grande autorità nelle faccende e

si mostravano molto invidiosi del dominio militare. Voleva altresì

che gli uomini si persuadessero che quantunque soldato ed uso alle

guerre, era nonostante protettore della civiltà e di chi la fomenta.

Ciò importava anche alla spedizione in un paese antico, fonte del

sapere. Imbarcaronsi pel medesimo fine alla volta dell'Egitto molti

scienziati di chiaro nome in Francia. Ma l'Inghilterra dall'un de'

lati favoreggiando Buonaparte e sollecitando le sue passioni più

vive, dall'altro nutrendo gli smisurati desiderii ed i sospetti del

direttorio, aveva riuscito ad un fine molto utile per lei, quello di

metter discordia tra la Francia e la Turchia, d'abilitar la Russia

ad unirsi all'Austria, di aprir la occasione all'ultima di levarsi a

nuova guerra, di sviare dai proprii lidi una gran tempesta, di privar

la Francia de' suoi migliori capitani e soldati, di avventurare in mari

lontani il potente naviglio franzese, ed in somma di fare in modo che

l'Europa tutta si turbasse di nuovo con grandissimi movimenti. Questa

fu una delle opere più memorabili di Guglielmo Pitt.

Salpava l'armata franzese che portava con sè tante sorti, avviandosi

verso Levante. S'appresentava sul principio di giugno in cospetto della

degenerata Malta. Portava forti armi e corruttele ancor più forti.

Chiedeva il generale repubblicano l'entrata sotto pretesto di fare

acqua: gli fu risposto, entrasse, ma con due navi soltanto. Finse di

averla per male, e sbarcato nella cala San-Giorgio, servendogli di

guida i fuorusciti Maltesi, antichi cavalieri che Buonaparte aveva

condotto seco, assaltava le opere esteriori delle fortificazioni.

Fu debolissima la difesa; nè i cannoni entro i luoghi loro, nè le

munizioni piene, nè i soldati confidenti. La Valletta poteva ancor

tenersi per la fortezza del luogo, ancorchè le difese non fossero

apprestate; ma da una parte le corruttele operavano, dall'altra le

femmine, i fanciulli, i fuggitivi di ogni grado e di ogni condizione,

che dalle campagne si erano ricovrati in città all'apparire del

nemico, facevano un gran terrore. Si diede sotto la mediazione di

Spagna, con questi patti; rimettessero i cavalieri dell'ordine di San

Giovanni Gerosolimitano ai Franzesi la città di Malta, rinunziando in

favore della repubblica di Francia alla proprietà ed alla sovranità

ch'essi avevano su quella isola e su quelle di Gozo e Camino; usasse

la repubblica la sua autorità presso il congresso di Rastadt, perchè

il gran maestro, sua vita durante conseguisse un principato almeno

uguale a quello ch'ei perdeva; e di più essa repubblica si obbligasse a

dargli per sostentazione della sua vita, una pensione di trecento mila

franchi annui e due anni anticipati della pensione per compenso del suo

mobile; avessero i cavalieri franzesi della repubblica una pensione

di settecento franchi, i sessagenari di mille; facesse la repubblica

ufficio presso la Ligure, la Cisalpina, la Romana e l'Elvetica,

perchè i cavalieri liguri, cisalpini, romani e svizzeri ottenessero la

medesima promissione; conservassero i proprii beni in Malta; procurasse

la repubblica presso tutti i potentati d'Europa, che i beni dell'ordine

fossero conservati ai cavalieri di ciascuna lingua; la religione si

serbasse salva ed intatta.

Il dì 12 giugno furono posti in poter dei Franzesi alcuni forti,

il dì 13 i rimanenti. Venuto Buonaparte in possessione di un'isola

tanto importante, ad onta delle proteste contro la dedizione fatte

dal gran priorato di Malta ed altri cavalieri dell'ordine adunati a

Pietroburgo, vi creava un governo temporaneo, di cui fe' capo Bosredon

di Ransijat. Poi veniva agli esilii ed alle espilazioni. Bandiva i

cavalieri dall'isola, e fra essi Hompesch, gran maestro, che se ne andò

in Germania a vivere una vita ignota, perchè onorata non la poteva più

vivere.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 64 / 99 段