Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte le

divideva in venti dipartimenti con Milano, città capitale. Per tal modo

in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa

larghezza si distendeva la Cisalpina che conteneva in sè la Lombardia

austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara,

Bergamo, Brescia coi territorii loro, la Valtellina, e le tre legazioni

di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese e l'Oltre-Po

piacentino. Poco dopo, Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si

dava alla Cisalpina.

L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in sè non poca

malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il

dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni che loro pareva

che fossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa

mala contentezza si era vieppiù dilatata quando si domandarono i

giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza

inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli

aristocrati ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero

e di contribuire con tutte le forze al sostegno della libertà ed

uguaglianza e alla conservazione e prosperità della repubblica. Per

mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i

magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo

debiti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi

gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo

d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio VII. Il suo testimonio e le

sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di

molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente

anno 1797 una omelia, in cui parlava ai fedeli della sua diocesi parole

di tanta soavità, che, dette com'erano da un uomo così eminente per

dignità e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli

spiriti raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo Stato.

Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la

riconoscessero in solenne modo come potentato europeo. Vi si adoperava

Buonaparte cupidamente, recando a gloria propria che non solo vivesse

la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero Stato. In

questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era

che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la

chiamavano.

A questo fine mandava il direttorio cisalpino per suo ambasciatore a

Parigi un Visconti. Fu veduto a Parigi molto volentieri ed in pubblica

udienza, presenti tutti i ministri di Francia e gli ambasciadori

delle potenze amiche, il dì 27 agosto, solennemente udito. Parlava

magnificamente de' benefizii della repubblica Franzese, della

gratitudine della Cisalpina; esprimeva unico e primo desiderio de'

cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione franzese; di

loro non potere aver ella amici nè più affezionati nè più fedeli;

comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune

ancora dover avere la felicità, nè senza i Franzesi volere o potere

essere i cisalpini felici; le vittorie del trionfatore Buonaparte già

aver procurato pace e quiete alla Cisalpina; desiderare che la Francia

ancor essa quella pace si godesse e quella felicità gustasse che le sue

vittorie e la sublime di lei costituzione le promettevano. Queste cose

scritte in franzese, poi tradotte in pessimo italiano ne' giornali dei

tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente,

secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla

repubblica Franzese la creazione e l'amicizia della Cisalpina; non

dubitasse che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di

serpenti che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima poi

deposte dai ministri delle due repubbliche. Sapere il direttorio che

quest'uomini velenosi e perfidi volevano distruggere la libertà sulla

terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più

per una corona intorno di popoli liberi e governati da leggi consimili.

Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non

di quella degli animi vili e timorosi, ma di quella degli animi ben

composti e forti. «Stessero pur sicuri i cisalpini, conchiudeva, e

confidassero nelle grandezza e nella lealtà della nazione franzese,

nel coraggio e nel valore de' suoi soldati, nella rettitudine e nella

costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio

avere il direttorio di questo, che i cisalpini vivessero felici e

liberi.»

Un parlare tanto risoluto sbigottiva le potenze minori che, o già

serve all'in tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente

dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire.

Per la qual cosa non esitavano i re di Spagna, quei di Napoli e di

Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica Ligure ed il duca

di Parma a mandar ambasciatori o ministri o simili altri agenti a

Milano, acciocchè tenessero bene edificato e bene inclinato quel

nuovo Stato tanto prediletto a Buonaparte. In questo ancora ponevano

l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosie ed a tanti timori

quello che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati

loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli Stati

d'Italia. Perciò i patriotti gridavano che questi ministri erano

spie per rapportare, stromenti per subornare. Li laceravano con gli

scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti li

maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti

delle diverse parti d'Italia raccolti in gran numero in Milano, non

si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava e dava loro spesso sulla

voce, e talvolta sulle mani; ma essi ripullulavano e straboccavano più

molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.

Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole

di pace e di amicizia, a cui non credeva nè chi le diceva nè chi le

udiva.

Esitava il papa il mandare un ministro, perchè gli pareva chi i

Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi

certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini

che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo e

minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose e coi manifesti

più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, secondo la suo

dignità, volendo indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore

a Milano, allegando, ciò che era vero, che la Cisalpina, anche come

già si trovata costituita legalmente in repubblica ordinata, non era

Stato franco e independente, perchè e le sue fortezze erano in mano dei

Franzesi ed i comandanti Franzesi pubblicavano di propria autorità in

tutta la Cisalpina e nella sede stessa di Milano ordini e manifesti,

ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano se non dopo

che fossero veduti ed appruovati dai comandanti franzesi.

Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio

cisalpino mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze

medesime. Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i

legati cisalpini. Bene pe' suoi fini avea scelto gli uomini suoi la

Cisalpina, perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti

vivi ed accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti,

almeno astuti e senza intermissione operativi. Solo Marescalchi, di

famiglia principalissima di Bologna, che era stato mandato ambasciadore

a Vienna, non faceva frutto, perchè l'imperadore non l'aveva voluto

riconoscere nella sua qualità pubblica.

Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè

non fosse il direttorio franzese amico, ma perchè l'inviato doveva

arrivarvi con molta materia apprestata.

Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli

ordinamenti politici quell'opera che con le armi aveva fondato, i

legislatori cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per

quello degli anziani. Onorati uomini vi risplendevano per sapere, per

antichità, per ricchezze, per amore di libertà. A questi aggiungeva

Francesco Gianni, giovane di singolare spirito poetico dotato e

cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma; ma la Cisalpina,

considerato, tali furono le parole della legge, che il cittadino

Francesco Gianni aveva principalmente applicato i poetici suoi talenti

a celebrare il genio della libertà italiana ed encomiare l'invitta

armata franzese, con che nelle attuali circostanze si veniva a vieppiù

promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne ed apposita legge

la naturalità.

I consigli radunati ardentemente procedendo, si accostavano alle

opinioni dei democrati più vivi, il che dall'un dei lati dispiaceva

a Buonaparte a cagione della natura sua inclinata allo stringere,

dall'altro gli piaceva per dar timore alle potenze nemiche.

Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore

scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli: «Il dì

21 novembre fia pienamente in atto la vostra costituzione; e saranno

altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo, il

tribunale di cassazione e le altre amministrazioni subalterne. Voi

siete fra tutti i popoli il primo che senza fazioni, senza rivoluzioni,

senza stragi, libero divenga. Noi vi demmo la libertà; voi sappiate

conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la

più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa;

secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle

con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione.

Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini

nudriti nei principii della repubblica ed amatori della sua prosperità.

Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra

forza e della dignità che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di

voi, domi per tanti anni da un'importuna tirannide, voi non avreste

mai potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni

potrete anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia;

proteggeravvi intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran

nazione; col nostro sarà lo Stato vostro congiunto. Se il popolo

romano avesse usato la sua forza, come la sua il franzese, ancora sul

Campidoglio si anniderebbero le romane aquile, nè diciotto secoli di

schiavitù e di tirannia avrebbero fatte vili e disonorate le umane

generazioni. Per consolidare la libertà vostra e mosso unicamente dal

desiderio della vostra felicità, io feci quello che altri han fatto per

ambizione e per la sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione

di tutti i magistrati e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo

probo con posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste

fatto voi stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano

compiti. Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando

un ordine del mio governo od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma

qualunque sia il luogo a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti

della mia patria, questo vi potete promettere di me che sono e sempre

sarommi ardente amatore della felicità e della gloria della vostra

repubblica.»

Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi.

Quest'erano le operazioni palesi di Buonaparte: altre, uguale anzi

di maggiore importanza se ne stava macchinando in segreto. Erano a

quei tempi al mondo quattro cose che a tutte le altre sovrastavano,

la gloria molto risplendente di Buonaparte, il timore che avevano i

re che quella repubblica Franzese non li conducesse tutti a ruina, la

repubblica franzese stessa fondata in una nazione che per la natura

sua non può vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone,

esule sì, ma con molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci e

più profonde per le enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava

pertanto e dentro della Francia da non pochi uomini temperati, e fuori

da tutte le potenze, che la repubblica si spegnesse ed il consueto

reggimento, per quanto gl'interessi nuovi permettessero, col mezzo

dei Borboni si ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguire

coll'armi civili della Vandea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa,

perchè la nazione franzese, che forte ed animosa era, non aveva voluto

lasciarsi sforzare, si pensava che i maneggi segreti, le promesse, le

corruttele e le adulazioni potessero avere maggior efficacia.

Da ciò, di passo in passo e di mena in mena, vennero quelle risoluzioni

del direttorio che resero tanto famoso il dì 18 fruttidoro, anno

V della repubblica, o il 4 settembre del presente anno. Per esse

si carceravano ed in istrane e pestilenziali regioni si mandavano

Barthelemi, Pichegru e gli altri capi della congiura. Alcuni, e

fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei cercatori, trovarono

in forastiere terre scampo contro chi li chiamava a prigione ed a

morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale, affortificatosi

il direttorio coll'esclusione dei dissidenti e coll'unione dei

consenzienti e fattosi padrone dei consigli, recava in sua mano la

somma delle cose e pareva che vieppiù avesse confermato la repubblica.

Tornato vano questo tentativo, i confederati si gettarono ad un altro

cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabile

repubblica. Volgevansi a Buonaparte, e gli venivano dicendo le cose più

incalzanti. Le esortazioni lo muovevano; ma da Borboni a repubblica ei

non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in dispregio,

ed anche la felicità o le disgrazie umane troppo nol toccavano.

Bensì, siccome quegli che sagacissimo era e di prontissimo intelletto,

avvisava in un subito che quello che gli si offeriva, poteva aprirgli

la strada all'altissime sue mire. Si mostrava pertanto disposto a fare

quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo di favorirsi del

consentimento e cooperazione altrui per arrivare alla potestà suprema

di Francia.

Dato in tal modo intenzione ai confederati, aveva procurato la libertà

al conte d'Entraigues, ministro molto fidato di Luigi XVIII, fatto già

arrestare in Trieste e condurre gelosissimamente custodito nel castello

di Milano, e mandato in Russia, dove l'imperadore Paolo, succeduto alla

sua madre Caterina, piegavasi con divenire molto meno acerbo verso

la Francia. Al tempo stesso i negoziati di Udine e di Montebello si

fecero assai più morbidi per modo che non tardarono ad avvicinarsi

alla conclusione. Tutti i disegni molto gli arridevano e quantunque

fosse uomo di natura molto coperta e di pensieri cupissimi, tuttavia si

lasciava di quando in quando uscir di bocca certi moti, che disvelavano

la sua intenzione e le fatte macchinazioni.

Frattanto la necessità in cui si trovava il direttorio di rammollire

con un solenne fatto i risentimenti nati in Francia per la terribile

rivoluzione del 4 settembre operava di modo che, rimosse da ambe

le parti tutte le difficoltà, si veniva il giorno 17 ottobre alla

conclusione nella villa di Campoformio di un trattato di pace in

cui fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica

Franzese si avesse i Paesi Bassi; che lo imperatore consentisse che

le isole venete dell'Arcipelago e dell'Ionio, e così ancora tutte le

possessioni della veneta repubblica in Albania, cedessero in potestà

della Francia; che la repubblica Franzese consentisse che l'imperadore

possedesse con piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la

Dalmazia, le isole venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro e tutti

i paesi situati fra i suoi stati ereditarii ed il mezzo del lago di

Garda, poi la sinistra sponda dell'Adige insino a Porto Legnago, e

finalmente la sinistra sponda del Po; che la repubblica Cisalpina

comprendesse la Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il

Cremasco, la città e fortezza di Mantova, Peschiera e tutta la parte

degli Stati veneti, che è posta a ponente e ad ostro dei confini

sovraddescritti; che si desse nella Brisgovia un conveniente compenso

al duca di Modena; che finalmente i potenziarii di Francia e d'Austria

convenissero in Rastadt per accordare gl'interessi dell'impero

d'Alemagna.

A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza

pe' quali l'imperadore consentiva che la Francia acquistasse certi

territorii germanici infino al Reno, e dalla parte sua prometteva la

Francia di adoperarsi acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominii

una parte del circolo di Baviera.

Fatto il trattato di Campoformio ed ordinata a suo modo la Cisalpina,

se ne partiva Buonaparte dell'Italia per andare a Rastadt. Quale

e quanto da quella diversa la lasciasse che nel suo primo ingresso

la aveva trovata, facilmente concepirà colui che nella mente andrà

riandando i compassionevoli casi già raccontati. Le difese delle Alpi

prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora servo; una repubblica

di Genova, prima independente per istato, ricca per commercio; ora

disfatto ed in licenze convertito l'antichissimo governo, fatta

provincia e sensale di Francia; un duca di Parma, ingannato dalle

speranze di Spagna e taglieggiato da genti oscurissime; un duca di

Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa, schernito e spogliato;

un regno di Napoli, poco sicuro e per poca sicurezza crudo;

un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del mondo e gran parte

della civiltà moderna, condotta all'ultimo fine, prima dagl'inganni,

poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di Firmian cambiato

in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri, tributario di

governo forastiero, e là dove una volta addottrinavano le genti con

dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria ed i Verri, farla da

maestri i Beauvinais ed i Prelli. A questo, le opere di Tiziano e di

Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze di soldati strani; una

lingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti gl'ingegni

volti alla adulazione; le ambizioni svegliate, le virtù schernite,

i vizi lodati, e, per giunta, il che fu il pessimo de' mali, uomini

virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per forza o

per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage de'

tempi. In tanto male, nissun lume di bene; perchè nè a quali governi

avessero a dar luogo si vedeva, perchè i fondamenti privati erano

corrotti, i fondamenti pubblici estranei, e, se fosse mancata o la mano

franzese o la potenza tedesca, nissuno poteva congetturare che cosa

fosse per sorgere, di modo che non si scorgeva se la indipendenza non

fosse per diventare condizione peggiore della servitù. Così corrotte le

speranze e cambiati i tempi erano succeduti ai benefizii di Giuseppe,

di Leopoldo, di Beccaria e di Filangeri una rapina incredibile, una

tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un dolore acerbissimo

di vedere allontanato quel bene ch'essi avevano tanto vicino e tanto

soave alle menti nostre rappresentato. In somma fu la bella Italia

contaminata, e peggio, che chi le faceva le membra rotte e sanguinose,

le lacerava anche la fama.

Ora, tornando alla pace conchiusa, restava che le stipulazioni

di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di

raccontare la consegna fatta di quella città, è indispensabile andar

brevemente rammemorando quali accidenti, quali umori, quali disegni

sorgessero nelle varie parti dell'antico Stato veneto e nella metropoli

stessa innanzi che i capitoli di Campoformio si pubblicassero, e

dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto

il nuovo, al quale non si sa qual nome dare.

Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi

fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano

alle parti, chi seguitando i modi dei democrati franzesi più ardenti

a' tempi delle rivoluzioni, e chi accostandosi a pensieri più miti

e più temperati; quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da

altri giacobini; questi presso alcuni avevano nome di veri amatori

della libertà, presso altri, di aristocrati. Seguitavano queste parti

i Veneziani, pochi con que' primi consentendo, molti, fra' quali

i nobili, per lo minor male si accostavano ai secondi. Sedevano i

municipali, pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le

discussioni e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e

trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia,

anche posta al giogo forastiero, parteggiava; tutti però in questo

consentivano, ch'ella intiera si conservasse.

Perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano

delegati e lettere a tutte le città del dominio veneto, dando loro

parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia,

ed invitandole ad accomunarsi ed incorporarsi con esso lei. Ma i

patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime

mire che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna e

dominatrice, avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Anzi una

nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta

la terraferma contro Venezia. Poichè poi gli odii già tanto intensi

vieppiù si invelenissero, li rinfiammavano, non solo colle parole, ma

ancora con gli scritti: Victor generale, che aveva le sue stanze in

Padova, esortava con lettere pubbliche e con parole molto veementi i

municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco ed a

diffidarsi de' municipali di Venezia.

I democrati, facevano quello, e più di quello a che gli aveva esortati

Victor. E appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia,

si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette cisalpine; anzi i

Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre

ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorii, cosa che solo

contro ad un nemico, e forse nemmeno a chi fosse nemico in guerra, non

si sarebbe usata.

Diminuiva Venezia, ad onta delle orazioni democratiche del Giuliani

e del Dandolo, di riputazione, ma ancor più di potenza, essendole

occupati o sotto spezie di sicurezza di stati, o sotto spezie di

amicizia, i suoi dominii verso levante. Veniva di leggieri fatta

l'occupazione, perchè gl'Istriotti a quelle novità democratiche non

s'erano potuti accomodare, ed ancorchè fossero affezionati al nome

veneziano, si piegavano facilmente all'obbedienza austriaca, perchè

l'imperio franzese, sotto il quale era caduta l'antica patria loro,

stimavano odioso.

Mentre queste cose succedevano nell'Istria, sanguinosi accidenti

atterrivano la Dalmazia. Erano i popoli di questa provincia avversi

per antica consuetudine al nome franzese, e delle nuove opinioni per

lontananza e per poco commercio di lettere molto alieni. Erano anche

giunte a loro con veri e forti colori dipinte le espilazioni e le ruine

d'Italia, onde all'odio antico si veniva a congiungere uno sdegno

recente. A questo si aggiungeva che i soldati della loro nazione,

che in Venezia ed in Verona ed in altre piazze venete erano stati di

presidio, si ricordavano della poca stima, anzi delle derisioni, che

verso di loro avevano usato i repubblicani, troppo intemperanti della

vittoria. Udite poi le veneziane cose e come e quanto i municipali

di Venezia trascorressero nelle opinioni e nei costumi nuovi, si

erano concitati a gravissimo sdegno, dichiarando apertamente che non

avrebbero più comportato che s'ingerissero nelle loro faccende. Già

minaccie annunziatrici di crudeli fatti sorgevano in ogni luogo contro

gli aderenti o veri o supposti dei reggimenti nuovi. I primi a muoversi

furono i villani ed i montanari di Traù e di Sebenico, i quali, scesi

a furia commettevano atti di estrema barbarie; ucciso il Dalmata

che fungeva le veci di console di Francia con tutta la sua famiglia;

saccheggiate le case dei deputati eletti dai municipali di Venezia

ad ordinare a modo nuovo la Dalmazia, ed i lor parenti perseguitati e

parte uccisi. La mala usanza si propagava dal continente nelle isole

vicine, ed ogni luogo era pieno di terrore, di ferite, di uccisioni e

di sangue.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 61 / 99 段