divideva in venti dipartimenti con Milano, città capitale. Per tal modo
in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa
larghezza si distendeva la Cisalpina che conteneva in sè la Lombardia
austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara,
Bergamo, Brescia coi territorii loro, la Valtellina, e le tre legazioni
di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese e l'Oltre-Po
piacentino. Poco dopo, Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si
dava alla Cisalpina.
L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in sè non poca
malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il
dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni che loro pareva
che fossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa
mala contentezza si era vieppiù dilatata quando si domandarono i
giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza
inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli
aristocrati ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero
e di contribuire con tutte le forze al sostegno della libertà ed
uguaglianza e alla conservazione e prosperità della repubblica. Per
mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i
magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo
debiti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi
gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo
d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio VII. Il suo testimonio e le
sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di
molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente
anno 1797 una omelia, in cui parlava ai fedeli della sua diocesi parole
di tanta soavità, che, dette com'erano da un uomo così eminente per
dignità e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli
spiriti raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo Stato.
Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la
riconoscessero in solenne modo come potentato europeo. Vi si adoperava
Buonaparte cupidamente, recando a gloria propria che non solo vivesse
la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero Stato. In
questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era
che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la
chiamavano.
A questo fine mandava il direttorio cisalpino per suo ambasciatore a
Parigi un Visconti. Fu veduto a Parigi molto volentieri ed in pubblica
udienza, presenti tutti i ministri di Francia e gli ambasciadori
delle potenze amiche, il dì 27 agosto, solennemente udito. Parlava
magnificamente de' benefizii della repubblica Franzese, della
gratitudine della Cisalpina; esprimeva unico e primo desiderio de'
cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione franzese; di
loro non potere aver ella amici nè più affezionati nè più fedeli;
comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune
ancora dover avere la felicità, nè senza i Franzesi volere o potere
essere i cisalpini felici; le vittorie del trionfatore Buonaparte già
aver procurato pace e quiete alla Cisalpina; desiderare che la Francia
ancor essa quella pace si godesse e quella felicità gustasse che le sue
vittorie e la sublime di lei costituzione le promettevano. Queste cose
scritte in franzese, poi tradotte in pessimo italiano ne' giornali dei
tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente,
secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla
repubblica Franzese la creazione e l'amicizia della Cisalpina; non
dubitasse che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di
serpenti che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima poi
deposte dai ministri delle due repubbliche. Sapere il direttorio che
quest'uomini velenosi e perfidi volevano distruggere la libertà sulla
terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più
per una corona intorno di popoli liberi e governati da leggi consimili.
Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non
di quella degli animi vili e timorosi, ma di quella degli animi ben
composti e forti. «Stessero pur sicuri i cisalpini, conchiudeva, e
confidassero nelle grandezza e nella lealtà della nazione franzese,
nel coraggio e nel valore de' suoi soldati, nella rettitudine e nella
costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio
avere il direttorio di questo, che i cisalpini vivessero felici e
liberi.»
Un parlare tanto risoluto sbigottiva le potenze minori che, o già
serve all'in tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente
dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire.
Per la qual cosa non esitavano i re di Spagna, quei di Napoli e di
Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica Ligure ed il duca
di Parma a mandar ambasciatori o ministri o simili altri agenti a
Milano, acciocchè tenessero bene edificato e bene inclinato quel
nuovo Stato tanto prediletto a Buonaparte. In questo ancora ponevano
l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosie ed a tanti timori
quello che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati
loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli Stati
d'Italia. Perciò i patriotti gridavano che questi ministri erano
spie per rapportare, stromenti per subornare. Li laceravano con gli
scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti li
maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti
delle diverse parti d'Italia raccolti in gran numero in Milano, non
si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava e dava loro spesso sulla
voce, e talvolta sulle mani; ma essi ripullulavano e straboccavano più
molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.
Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole
di pace e di amicizia, a cui non credeva nè chi le diceva nè chi le
udiva.
Esitava il papa il mandare un ministro, perchè gli pareva chi i
Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi
certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini
che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo e
minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose e coi manifesti
più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, secondo la suo
dignità, volendo indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore
a Milano, allegando, ciò che era vero, che la Cisalpina, anche come
già si trovata costituita legalmente in repubblica ordinata, non era
Stato franco e independente, perchè e le sue fortezze erano in mano dei
Franzesi ed i comandanti Franzesi pubblicavano di propria autorità in
tutta la Cisalpina e nella sede stessa di Milano ordini e manifesti,
ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano se non dopo
che fossero veduti ed appruovati dai comandanti franzesi.
Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio
cisalpino mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze
medesime. Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i
legati cisalpini. Bene pe' suoi fini avea scelto gli uomini suoi la
Cisalpina, perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti
vivi ed accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti,
almeno astuti e senza intermissione operativi. Solo Marescalchi, di
famiglia principalissima di Bologna, che era stato mandato ambasciadore
a Vienna, non faceva frutto, perchè l'imperadore non l'aveva voluto
riconoscere nella sua qualità pubblica.
Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè
non fosse il direttorio franzese amico, ma perchè l'inviato doveva
arrivarvi con molta materia apprestata.
Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli
ordinamenti politici quell'opera che con le armi aveva fondato, i
legislatori cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per
quello degli anziani. Onorati uomini vi risplendevano per sapere, per
antichità, per ricchezze, per amore di libertà. A questi aggiungeva
Francesco Gianni, giovane di singolare spirito poetico dotato e
cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma; ma la Cisalpina,
considerato, tali furono le parole della legge, che il cittadino
Francesco Gianni aveva principalmente applicato i poetici suoi talenti
a celebrare il genio della libertà italiana ed encomiare l'invitta
armata franzese, con che nelle attuali circostanze si veniva a vieppiù
promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne ed apposita legge
la naturalità.
I consigli radunati ardentemente procedendo, si accostavano alle
opinioni dei democrati più vivi, il che dall'un dei lati dispiaceva
a Buonaparte a cagione della natura sua inclinata allo stringere,
dall'altro gli piaceva per dar timore alle potenze nemiche.
Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore
scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli: «Il dì
21 novembre fia pienamente in atto la vostra costituzione; e saranno
altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo, il
tribunale di cassazione e le altre amministrazioni subalterne. Voi
siete fra tutti i popoli il primo che senza fazioni, senza rivoluzioni,
senza stragi, libero divenga. Noi vi demmo la libertà; voi sappiate
conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la
più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa;
secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle
con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione.
Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini
nudriti nei principii della repubblica ed amatori della sua prosperità.
Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra
forza e della dignità che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di
voi, domi per tanti anni da un'importuna tirannide, voi non avreste
mai potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni
potrete anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia;
proteggeravvi intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran
nazione; col nostro sarà lo Stato vostro congiunto. Se il popolo
romano avesse usato la sua forza, come la sua il franzese, ancora sul
Campidoglio si anniderebbero le romane aquile, nè diciotto secoli di
schiavitù e di tirannia avrebbero fatte vili e disonorate le umane
generazioni. Per consolidare la libertà vostra e mosso unicamente dal
desiderio della vostra felicità, io feci quello che altri han fatto per
ambizione e per la sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione
di tutti i magistrati e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo
probo con posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste
fatto voi stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano
compiti. Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando
un ordine del mio governo od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma
qualunque sia il luogo a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti
della mia patria, questo vi potete promettere di me che sono e sempre
sarommi ardente amatore della felicità e della gloria della vostra
repubblica.»
Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi.
Quest'erano le operazioni palesi di Buonaparte: altre, uguale anzi
di maggiore importanza se ne stava macchinando in segreto. Erano a
quei tempi al mondo quattro cose che a tutte le altre sovrastavano,
la gloria molto risplendente di Buonaparte, il timore che avevano i
re che quella repubblica Franzese non li conducesse tutti a ruina, la
repubblica franzese stessa fondata in una nazione che per la natura
sua non può vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone,
esule sì, ma con molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci e
più profonde per le enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava
pertanto e dentro della Francia da non pochi uomini temperati, e fuori
da tutte le potenze, che la repubblica si spegnesse ed il consueto
reggimento, per quanto gl'interessi nuovi permettessero, col mezzo
dei Borboni si ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguire
coll'armi civili della Vandea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa,
perchè la nazione franzese, che forte ed animosa era, non aveva voluto
lasciarsi sforzare, si pensava che i maneggi segreti, le promesse, le
corruttele e le adulazioni potessero avere maggior efficacia.
Da ciò, di passo in passo e di mena in mena, vennero quelle risoluzioni
del direttorio che resero tanto famoso il dì 18 fruttidoro, anno
V della repubblica, o il 4 settembre del presente anno. Per esse
si carceravano ed in istrane e pestilenziali regioni si mandavano
Barthelemi, Pichegru e gli altri capi della congiura. Alcuni, e
fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei cercatori, trovarono
in forastiere terre scampo contro chi li chiamava a prigione ed a
morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale, affortificatosi
il direttorio coll'esclusione dei dissidenti e coll'unione dei
consenzienti e fattosi padrone dei consigli, recava in sua mano la
somma delle cose e pareva che vieppiù avesse confermato la repubblica.
Tornato vano questo tentativo, i confederati si gettarono ad un altro
cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabile
repubblica. Volgevansi a Buonaparte, e gli venivano dicendo le cose più
incalzanti. Le esortazioni lo muovevano; ma da Borboni a repubblica ei
non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in dispregio,
ed anche la felicità o le disgrazie umane troppo nol toccavano.
Bensì, siccome quegli che sagacissimo era e di prontissimo intelletto,
avvisava in un subito che quello che gli si offeriva, poteva aprirgli
la strada all'altissime sue mire. Si mostrava pertanto disposto a fare
quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo di favorirsi del
consentimento e cooperazione altrui per arrivare alla potestà suprema
di Francia.
Dato in tal modo intenzione ai confederati, aveva procurato la libertà
al conte d'Entraigues, ministro molto fidato di Luigi XVIII, fatto già
arrestare in Trieste e condurre gelosissimamente custodito nel castello
di Milano, e mandato in Russia, dove l'imperadore Paolo, succeduto alla
sua madre Caterina, piegavasi con divenire molto meno acerbo verso
la Francia. Al tempo stesso i negoziati di Udine e di Montebello si
fecero assai più morbidi per modo che non tardarono ad avvicinarsi
alla conclusione. Tutti i disegni molto gli arridevano e quantunque
fosse uomo di natura molto coperta e di pensieri cupissimi, tuttavia si
lasciava di quando in quando uscir di bocca certi moti, che disvelavano
la sua intenzione e le fatte macchinazioni.
Frattanto la necessità in cui si trovava il direttorio di rammollire
con un solenne fatto i risentimenti nati in Francia per la terribile
rivoluzione del 4 settembre operava di modo che, rimosse da ambe
le parti tutte le difficoltà, si veniva il giorno 17 ottobre alla
conclusione nella villa di Campoformio di un trattato di pace in
cui fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica
Franzese si avesse i Paesi Bassi; che lo imperatore consentisse che
le isole venete dell'Arcipelago e dell'Ionio, e così ancora tutte le
possessioni della veneta repubblica in Albania, cedessero in potestà
della Francia; che la repubblica Franzese consentisse che l'imperadore
possedesse con piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la
Dalmazia, le isole venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro e tutti
i paesi situati fra i suoi stati ereditarii ed il mezzo del lago di
Garda, poi la sinistra sponda dell'Adige insino a Porto Legnago, e
finalmente la sinistra sponda del Po; che la repubblica Cisalpina
comprendesse la Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il
Cremasco, la città e fortezza di Mantova, Peschiera e tutta la parte
degli Stati veneti, che è posta a ponente e ad ostro dei confini
sovraddescritti; che si desse nella Brisgovia un conveniente compenso
al duca di Modena; che finalmente i potenziarii di Francia e d'Austria
convenissero in Rastadt per accordare gl'interessi dell'impero
d'Alemagna.
A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza
pe' quali l'imperadore consentiva che la Francia acquistasse certi
territorii germanici infino al Reno, e dalla parte sua prometteva la
Francia di adoperarsi acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominii
una parte del circolo di Baviera.
Fatto il trattato di Campoformio ed ordinata a suo modo la Cisalpina,
se ne partiva Buonaparte dell'Italia per andare a Rastadt. Quale
e quanto da quella diversa la lasciasse che nel suo primo ingresso
la aveva trovata, facilmente concepirà colui che nella mente andrà
riandando i compassionevoli casi già raccontati. Le difese delle Alpi
prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora servo; una repubblica
di Genova, prima independente per istato, ricca per commercio; ora
disfatto ed in licenze convertito l'antichissimo governo, fatta
provincia e sensale di Francia; un duca di Parma, ingannato dalle
speranze di Spagna e taglieggiato da genti oscurissime; un duca di
Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa, schernito e spogliato;
un regno di Napoli, poco sicuro e per poca sicurezza crudo;
un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del mondo e gran parte
della civiltà moderna, condotta all'ultimo fine, prima dagl'inganni,
poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di Firmian cambiato
in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri, tributario di
governo forastiero, e là dove una volta addottrinavano le genti con
dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria ed i Verri, farla da
maestri i Beauvinais ed i Prelli. A questo, le opere di Tiziano e di
Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze di soldati strani; una
lingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti gl'ingegni
volti alla adulazione; le ambizioni svegliate, le virtù schernite,
i vizi lodati, e, per giunta, il che fu il pessimo de' mali, uomini
virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per forza o
per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage de'
tempi. In tanto male, nissun lume di bene; perchè nè a quali governi
avessero a dar luogo si vedeva, perchè i fondamenti privati erano
corrotti, i fondamenti pubblici estranei, e, se fosse mancata o la mano
franzese o la potenza tedesca, nissuno poteva congetturare che cosa
fosse per sorgere, di modo che non si scorgeva se la indipendenza non
fosse per diventare condizione peggiore della servitù. Così corrotte le
speranze e cambiati i tempi erano succeduti ai benefizii di Giuseppe,
di Leopoldo, di Beccaria e di Filangeri una rapina incredibile, una
tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un dolore acerbissimo
di vedere allontanato quel bene ch'essi avevano tanto vicino e tanto
soave alle menti nostre rappresentato. In somma fu la bella Italia
contaminata, e peggio, che chi le faceva le membra rotte e sanguinose,
le lacerava anche la fama.
Ora, tornando alla pace conchiusa, restava che le stipulazioni
di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di
raccontare la consegna fatta di quella città, è indispensabile andar
brevemente rammemorando quali accidenti, quali umori, quali disegni
sorgessero nelle varie parti dell'antico Stato veneto e nella metropoli
stessa innanzi che i capitoli di Campoformio si pubblicassero, e
dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto
il nuovo, al quale non si sa qual nome dare.
Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi
fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano
alle parti, chi seguitando i modi dei democrati franzesi più ardenti
a' tempi delle rivoluzioni, e chi accostandosi a pensieri più miti
e più temperati; quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da
altri giacobini; questi presso alcuni avevano nome di veri amatori
della libertà, presso altri, di aristocrati. Seguitavano queste parti
i Veneziani, pochi con que' primi consentendo, molti, fra' quali
i nobili, per lo minor male si accostavano ai secondi. Sedevano i
municipali, pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le
discussioni e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e
trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia,
anche posta al giogo forastiero, parteggiava; tutti però in questo
consentivano, ch'ella intiera si conservasse.
Perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano
delegati e lettere a tutte le città del dominio veneto, dando loro
parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia,
ed invitandole ad accomunarsi ed incorporarsi con esso lei. Ma i
patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime
mire che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna e
dominatrice, avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Anzi una
nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta
la terraferma contro Venezia. Poichè poi gli odii già tanto intensi
vieppiù si invelenissero, li rinfiammavano, non solo colle parole, ma
ancora con gli scritti: Victor generale, che aveva le sue stanze in
Padova, esortava con lettere pubbliche e con parole molto veementi i
municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco ed a
diffidarsi de' municipali di Venezia.
I democrati, facevano quello, e più di quello a che gli aveva esortati
Victor. E appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia,
si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette cisalpine; anzi i
Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre
ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorii, cosa che solo
contro ad un nemico, e forse nemmeno a chi fosse nemico in guerra, non
si sarebbe usata.
Diminuiva Venezia, ad onta delle orazioni democratiche del Giuliani
e del Dandolo, di riputazione, ma ancor più di potenza, essendole
occupati o sotto spezie di sicurezza di stati, o sotto spezie di
amicizia, i suoi dominii verso levante. Veniva di leggieri fatta
l'occupazione, perchè gl'Istriotti a quelle novità democratiche non
s'erano potuti accomodare, ed ancorchè fossero affezionati al nome
veneziano, si piegavano facilmente all'obbedienza austriaca, perchè
l'imperio franzese, sotto il quale era caduta l'antica patria loro,
stimavano odioso.
Mentre queste cose succedevano nell'Istria, sanguinosi accidenti
atterrivano la Dalmazia. Erano i popoli di questa provincia avversi
per antica consuetudine al nome franzese, e delle nuove opinioni per
lontananza e per poco commercio di lettere molto alieni. Erano anche
giunte a loro con veri e forti colori dipinte le espilazioni e le ruine
d'Italia, onde all'odio antico si veniva a congiungere uno sdegno
recente. A questo si aggiungeva che i soldati della loro nazione,
che in Venezia ed in Verona ed in altre piazze venete erano stati di
presidio, si ricordavano della poca stima, anzi delle derisioni, che
verso di loro avevano usato i repubblicani, troppo intemperanti della
vittoria. Udite poi le veneziane cose e come e quanto i municipali
di Venezia trascorressero nelle opinioni e nei costumi nuovi, si
erano concitati a gravissimo sdegno, dichiarando apertamente che non
avrebbero più comportato che s'ingerissero nelle loro faccende. Già
minaccie annunziatrici di crudeli fatti sorgevano in ogni luogo contro
gli aderenti o veri o supposti dei reggimenti nuovi. I primi a muoversi
furono i villani ed i montanari di Traù e di Sebenico, i quali, scesi
a furia commettevano atti di estrema barbarie; ucciso il Dalmata
che fungeva le veci di console di Francia con tutta la sua famiglia;
saccheggiate le case dei deputati eletti dai municipali di Venezia
ad ordinare a modo nuovo la Dalmazia, ed i lor parenti perseguitati e
parte uccisi. La mala usanza si propagava dal continente nelle isole
vicine, ed ogni luogo era pieno di terrore, di ferite, di uccisioni e
di sangue.