Così con varia fortuna ardeva la guerra civile in Piemonte, accesa

dal popolo pel timore delle vettovaglie, dai novatori per amore di

libertà o per odio dei nobili, dai nobili per fede verso il re o per

odio ai novatori. Si trepidava in ogni luogo, perchè in ogni luogo

si faceva sangue o si temeva che si facesse. Già si sospettava di

Torino; ma otto mila fanti e due mila cavalli, chiamati in fretta per

sussidio della regia sede e posti a campo sullo spaldo della cittadella

minacciosamente, erano mantenitori di quiete. Ed ecco sulle porte

stesse della città regia udirsi un rumor confuso d'armi e d'armati:

erano i Moncalieresi, che levatisi a rumore e sovvertita in Moncalieri

l'autorità regia, già si mostravano sulle rive del Sangone con animo

d'andar più oltre a tentar Torino. Sogliono i popoli sollevati nei

primi impeti loro, prima che i tristi abbiano fatto i lor maneggi per

tirare le cose a sè, ricorrere e far capo a personaggi autorevoli

per dottrina e per virtù. Viveva a questi tempi in Moncalieri un

uomo dottissimo e tanto buono quanto dotto, Carlo Tenivelli, autore

elegante di storie piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi,

avverso per natura a quanto venia di fuori, ed oltre a ciò di costume

molto indolente e non curante, non avendo attività alcuna se non per

iscrivere istorie, non aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e

molto meno quelle che si assomigliassero alle franzesi. Devoto alle

casa di Savoia, dedito, anche con singolare compiacenza, ai nobili,

non era uomo, non che a fare, sognar rivoluzioni. Suonavano l'armi e le

grida tutto all'intorno, e dentro della mossa Moncalieri, che Tenivelli

non se ne addava, tutto con la mente immerso nelle solite lucubrazioni.

Ma i sollevati lo andavano a levare di casa e per forza il portavano in

piazza, senza che egli ancora si avvedesse che cosa volesse significare

tanta novità. Insomma condottolo sulla piazza e fattolo montar sulle

panche, gli dicevano: «Fa, Tenivelli, un discorso in lode del popolo,»

ed egli, che eloquentissimo era, faceva un discorso in lode del popolo:

poi gli dicevano: «Tenivelli, tassa le grasce che son troppo care,»

ed ei tassava le grasce con tanta bontà, con tanta innocenza, che vien

le lagrime in pensando al fine che il fato gli apprestava. Tassate le

grasce ed usatosene anche copiosamente dai sollevati, s'incamminavano,

come dicemmo, verso il Sangone per alla volta di Torino.

In sì pericoloso frangente, in cui quasi tutto il Piemonte romoreggiava

per la guerra civile e che il suono dell'armi contrarie si udiva perfin

dalle mura della real Torino, il governo non si perdeva d'animo. Il

giorno stesso in cui Moncalieri si muoveva contro Torino, creava il re,

con un'apposita legge, giunte militari, le quali con l'assistenza dei

giudici ordinarii sommariamente e militarmente giudicassero i ribelli.

Poi premendo che si mettesse tosto il piede su quelle prime faville

di Moncalieri, il che era più facile e più pronto per la vicinanza

e pel gagliardo presidio che alloggiava nella capitale, ordinava ai

soldati andassero contro i ribelli e li vincessero. Non poterono i

sollevati sostenere l'impeto delle compagnie regie ed in poco d'ora si

disperdettero; tornava Moncalieri sotto la consueta divozione.

Il buon Tenivelli, non solo non pensando, ma nemmeno sospettando

che quel che aveva fatto fosse male, non che delitto, se ne veniva

quietamente a Torino, e quivi tornava sui soliti studi, come se gli

accidenti di Moncalieri fossero cose dell'altro mondo o di un altro

secolo. Ma gli amici gli dicevano: «Tenivelli, che hai fatto? o fuggi

o ti nascondi, se no tu sei morto.» Non la sapeva capire: tornava

nella solita astrazione. In fine il nascondevano in casa di un soldato

urbano, che faceva professione di libertà: il soldato, per prezzo

di trecento lire, il tradiva. Fu arrestato, condotto a Moncalieri e

condannato a morire dalla giunta militare. Lettagli la sentenza, non

cambiava nè viso nè parole. Condotto sulla piazza di Moncalieri, gli fu

rotto l'intemerato petto dalle palle soldatesche.

Continuavano intanto nelle città sommosse gl'insulti al governo regio.

Il re, per rimediare ad un male tanto pericoloso e per temperare

un furore che ogni ora più andava crescendo, comandava, volendo dar

adito al pentimento e forza contro i renitenti, che si perdonassero

le offese a chi ritornasse alla quiete ed alla fedeltà, e che i

sudditi si armassero contro i ribelli. Riusciva questo rimedio utile

per l'effetto, feroce per l'esecuzione. Sanguinosa era per ogni parte

la terra del Piemonte. Siccome poi per pretesto principale di tanti

movimenti sfrenati si allegava la carestia dei viveri, ed anche era

andata la stagione molto sinistra pel grano e per le biade, si facevano

provvisioni sull'annona, e, fra le altre, che nissuno potesse negar

grano o qualunque biada al pubblico, ove la volesse comprare al prezzo

comune.

Oltre la scarsezza, principal cagione del caro che si pruovava,

era il disavanzo dei biglietti di credito verso le finanze e della

cartamoneta, e così ancora quello della moneta erosa ed erosomista,

gli uni e le altre cresciute in quantità soprabbondante, vera peste

del Piemonte. Si sforzava il governo, premendo i tempi, a rimediare

ad un pregiudizio sì grave con obbligare infino alla somma di cento

milioni ai possessori dei biglietti i beni degli ordini di Malta, di

San Maurizio e Lazzaro, e quei del clero sì secolare che regolare,

eccettuati i benefizi vescovili e parrocchiali. Nè questo bastando

a tanta pernicie, diminuiva poco dopo il valore della moneta erosa

ed erosomista e al tempo medesimo creava, con autorità del papa, una

tassa di cinquanta milioni sul clero; ed altre cose ancora ordinava

a queste consonanti. Miravano cotali provvedimenti alle rendite dello

Stato ed al far tollerabile il vitto del popolo: altri se ne facevano

per mansuefar le opinioni, buoni in sè perchè giusti, ma insufficienti

perchè i novatori a niuna cosa che venisse dal re, volevano star

contenti.

Con tali consigli sperava di poter fare appoggio allo Stato che

pericolava. Ma due rimedii assai più efficaci di questi gli apprestava

il cielo che voleva che la monarchia piemontese non cadesse se non

dopo che avesse provato tutte le amarezze di una lunga e penosa

agonia. Fu il primo l'aiuto dai propri soldati, l'altro l'amicizia

di Buonaparte. Le truppe regie virilmente combattendo e condotte dal

conte Frinco, ricuperavano Asti. Già Biella, Alba, Mondovì, Fossano e

Racconigi nell'antica obbedienza rimettevano: già Carignano, Moretta

ed altri luoghi vicini a Torino ritornavano per forza al consueto

dominio, e, già non si aveva più timore che le valli di Pinerolo

abitate dai Valdesi, sulle quali non si stava senza qualche sospetto,

tumultuassero; solo alcune teste di novatori più ostinati o più

coraggiosi facevano qua e là qualche resistenza. Ma toglievano loro

intieramente l'animo le lettere di Buonaparte scritte al marchese di

San Marsano mandato a Milano ad implorare aiuto alle cose pericolanti,

e che a considerato fine furono pubblicate dal governo regio. Il

generalissimo scriveva di essere parato a fare quanto sapesse il re,

desiderare per assicurarne la quiete, e lo avvertiva che già aveva

fatto arrestare quel Ranza, promovitore di scandali in Piemonte co'

suoi scritti.

Le lettere di Buonaparte partorirono l'effetto che se ne aspettava.

I novatori, già rotti dai soldati regi ed ora caduti dalle speranze

degli aiuti di Francia, posarono interamente. Domati i democrati,

si faceva passo dalle battaglie ai suplizii: erano giusti, perchè

contro i ribelli, ma sì frequenti che pareano piuttosto vendetta che

giustizia. Di quattordici si prendeva l'estremo supplizio a Biella;

di più di trenta in Asti; nè Moncalieri stava senza sangue, oltre

quel di Tenivelli. Vidersi più di dieci giustiziati a Racconigi; poi

si soprastava per intercessione del principe di Carignano, dolente

di veder quella sua terra piena di sangue. Notossi fra i giustiziati

un giovine Goveano, di natali onesti ed apparentato con famiglie di

buona condizione. A questo tratto fu molto biasimato, anzi lacerato

il governo, come di una cosa enorme, e questa fu che il re, avendo

ordinato che si perdonassero ed in dimenticanza si mandassero i fatti

di Racconigi, fu il supplizio susseguente al perdono. A Chiari le palle

soldatesche ammazzarono venti persone in un giorno. Tanti supplizii

frenavano pel presente, preparavano rivoluzioni per l'avvenire;

avrebbero raffermo uno Stato intatto, indebolivano uno Stato scosso,

insidiato e circondato da ogni parte da esempi pestiferi.

La moltiplicità dei supplizii non isvoglieva gli animi dall'infelice

Boyer, perchè chiaro per la santità dei costumi, chiaro per le

dipendenze della famiglia, faceva tutta la generazione intenta a lui.

Una giunta mezzana tra militare e civile il processava. S'offerivano

testimonii pronti al carcere per le difese. Non furono ammessi,

perchè si sospettava che amassero meglio servire alle amicizie ed alle

opinioni che alla verità. Pure quello aver negato le difese parve cosa

incomportabile. Castellango fra i giudici, Priocca fra i ministri,

opinavano per la mansuetudine, il primo perchè gli pareva che il

sangue di quel giovane non importasse, il secondo per questo stesso ed

anche per compassione. Fu Boyer col suo compagno Berteux sentenziato

a morte, e ambedue giustiziati sugli spaldi della cittadella. La morte

sua contristava tutta la città e la rendeva attonita e paventosa lungo

tempo.

Buonaparte vincitore desiderava che un testimonio solenne si fondasse

in Italia, il quale, oltre gli scritti, che morti sono, tramandasse

ai posteri la memoria viva de' suoi illustri fatti e del suo valore.

Questo era, come si è narrato, uno Stato nuovo, che fosse a lui

obbligato della sua origine e della sua conservazione. Oltre a ciò,

non essendo ancora le cose della pace del tutto ferme, poichè ad ogni

momento si poteva prorompere nuovamente all'armi, voleva che sorgesse

in mezzo alle monarchie d'Italia e contro l'imperatore medesimo

una repubblica che, fondata sui principii nuovi, desse loro cagione

continua d'inquietudine. Parevagli ancora che la fondazione della nuova

repubblica avesse nella opinione dei popoli a compensare la distruzione

di una vecchia, e che la Cisalpina potesse in lui cancellare il biasimo

incorso per la Veneziana. Forse in questo, come alcuni pensarono,

oltre la gloria e le minacce, covava un pensiero più recondito nel

caso in cui, per opera o di altrui o sua, venisse a mutarsi la forma

del governo in Francia, riducendosi di nuovo all'antica, cioè alla

monarchia; poichè quel nuovo Stato italiano avrebbe potuto divenire per

esso lui o asilo o ricompensa.

Per le quali cose, come prima ebbe fermato i patti di Leoben e dato

ordine a quanto più pressava nel suo esercito, se n'era tornato a

Montebello, donde poteva e svegliar le pratiche della pace e dar moto

alle faccende cisalpine. Continuavano nella Cisalpina le provocazioni

di moti incomposti nei paesi circonvicini, le quali erano o palesi

nei giornali, nei ritrovi politici, nelle condotte ai soldi cisalpini

di soldati piemontesi, austriaci, polacchi, papali e napolitani, che

nelle legioni lombarda e polacca si descrivevano, o segrete per gli

uomini mandati a posta, per lettere, per arti di ogni sorta, in cui

vivamente si travagliavano i fuorusciti di ogni contrada d'Italia,

massimamente i Piemontesi ed i Napolitani, i primi pericolosi, per la

natura tenace, i secondi pericolosi per la natura loquace. Le cose

che si scrivevano a quei tempi in Milano contro il re e contro il

papa, sarebbe lunga faccenda raccontare. Erano esorbitanze pazze e

stravaganti, l'esagerazione stessa serviva di rimedio. Ma era in Milano

un motivo assai più efficace, e quest'era un ritrovo pubblico, che

chiamavano società di pubblica instruzione, dove con appositi discorsi,

si ammaestravano i popoli, che concorrevano ad ascoltare, nelle nuove

dottrine, e donde scritti innumerevoli partivano al medesimo fine e

nella Cisalpina largamente si diffondevano. Apparivano e risplendevano

molto principalmente in questo ritrovo politico uomini dotti e leali

operatori per fin di bene, ma servi ancor essi delle illusioni dei

tempi. In un discorso, e basti dir di questo, di un giovane dotto,

che aveva l'animo buono e come buono non sospettava in altrui quel

male che non aveva in sè, esposti prima con molto acume i modi con

cui gli uomini s'aggregavano primitivamente in società, favellava

egli la domenica dei 7 maggio, paragonando le antiche epoche colla

presente, descrivendo la libertà siciliana data da Timoleonte ed

esortando gl'Italiani a vivere lontani dall'ozio e dalle discordie,

con queste voci la sua orazione terminava: «Conosci, o popolo, la tua

forza; la lega che dagl'Italiani si organizzò contro Brenno e contro

il Barbarossa, te ne darà l'idea vantaggiosa. Vivi alla libertà, a

quella libertà che, abbandonate le amene sponde del Ceso e del Peneo

e fermatasi per qualche secolo sulle mal sicure rive del Tebro, dopo

essere stata sì lungamente ne' boschi, e ne' deserti nascosta, comparve

di nuovo per grandeggiar sulla Senna e per brillar con successo intorno

al Po, da dove tutto scorrerà un giorno il bel paese, _che Apennin

parte e 'l mar circonda e l'Alpe_.»

Quali effetti partorissero questi incentivi in Piemonte e nel

Genovesato, si è già raccontato. Il ducato di Parma, a grave stento si

manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia

non voleva pregiudicare. Continuava la Toscana nel suo tranquillo

stato, sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita

per le contribuzioni, e le arti cisalpine vi avessero prodotto qualche

impressione. Lucca, corrotti con denari e fattisi benevoli alcuni

agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi,

non senza grandissime querele dei patriotti cisalpini che quella

aristocrazia ardentemente detestavano. Del resto si contaminava Roma

stessa, dove si scoversero congiure per cambiar lo Stato, ed in cui si

mescolarono Franzesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed ebrei.

Condotti dall'occupamento del secolo, avevano parlato molte cose e

nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi

sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in

atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione.

Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva e gli animi si

sollevavano. A Napoli covavano crudi fatti sotto velame quieto; oltre a

ciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere romane: il governo

macchinava ingrandimento; e voleva per sè e domandava con molta istanza

ai Franzesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia e Zante nella

Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal direttorio

e da Buonaparte, più inchinati a sovvertire gli Stati deboli che ad

ingrandirli. Nella Valtellina, provincia suddita ai Grigioni, nascevano

più che parole o congiure o desiderii; i popoli vi tumultuavano a

mano armata, protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi

qualche sangue: poi dai Grigioni e dai Valtellini fu fatto compromesso

nella repubblica Franzese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che

non erano comparsi a dir le loro ragioni i legati dei Grigioni che

avessero i popoli della Valtellina a divenir parte della cisalpina.

Per tale sentenza Chiavenna, Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre

principali di quella valle con tutti i distretti, sottratte dalla

divozione di gente tedesca si congiungevano con gente italiana. Così

dalla parte d'Italia si apriva ai repubblicani la strada nelle sedi

più recondite delle nazioni elvetiche, grande aiuto ai disegni che si

avevano.

Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerie dei patriotti per

sommuovere gli Stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per

fondare un suo governo, perchè sapeva che con modi di simil forma non

si reggono i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina

con una costituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia

col freno d'una amministrazione generale, potestà non solo serva del

generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o

comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe lunga

bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano. Quello

non era governo nè civile, nè libero, nè comune; ma bensì un reggimento

incomposto, difforme ed a volontà di forastieri; perciò era veduto non

senza disprezzo e indegnazione dei popoli.

Buonaparte, ch'era solito a gettar via gli stromenti, che per servir

lui erano divenuti odiosi, si risolveva a far mutazione. Avendo dato

vita alla Cisalpina nei patti di Leoben, le volle dar ordine con

leggi a Montebello. Primieramente creava una congregazione di dieci

personaggi rinomati per sapienza e per costume, a cui commetteva il

carico di formare il modello della costituzione cisalpina. Fra essi

notavasi il padre Gregorio Fontana, uomo maraviglioso per la profondità

e vastità delle dottrine, e certamente fra i dotti dottissimo.

Buonaparte interveniva spesso alla congregazione. Pareva che dovesse

sorgere qualche gran fatto da un Buonaparte e da un Fontana. Ne usciva

una copia della costituzione franzese con poche mutazioni e di niun

momento. Restava che quello che si era fatto in nome, si recasse in

atto. Eleggeva Buonaparte quattro cisalpini al direttorio; furono

quest'essi: Serbelloni, Moscati, Paradisi, Alessandri. Siccome poi non

si potevano così presto eleggere i rappresentanti che nei due consigli

legislativi dovevano sedere, creava Buonaparte quattro congregazioni,

l'una di costituzione, l'altra di giurisprudenza, la terza di finanze,

la quarta di guerra, composte d'uomini, se non tutti, certamente la

maggior parte, migliori dei tempi. Conservassero, voleva, il mandato

infino a che fossero creati ed entrassero in ufficio i consigli

legislativi. Finalmente per compir quanto ai supremi ordini politici

dello Stato si apparteneva, il capitano di Francia chiamava ministro di

polizia Porro, di guerra Birago, di finanza Ricci, di giustizia Luosi,

di affari esteri Testi. Al tempo medesimo nominava secretario del

direttorio Sommariva.

Tessuto con parole di molta superiorità pubblicava un manifesto da

servir per principio alla cisalpina repubblica. Destinavasi il dì 9

luglio ed il campo del Lazzaretto fuori di Porta Orientale, vasto e

magnifico, al pubblico e solenne ingresso della Cisalpina repubblica.

Accorrevano chiamati alla solennità piena di tanti augurii i deputati

di tutti i municipii, di tutti i drappelli delle guardie nazionali,

di tutti i reggimenti assoldati dalla repubblica. Era, nei giorni

che precedevano la festa, in tutta la città una folla ed un andar

e venire di popoli contenti; pareva che non solo la nobile Milano,

ma ancora tutta l'Italia a nuovo destino andasse. Aprivasi alle ore

9 del destinato giorno il campo della confederazione (che così dal

fatto chiamarono il Lazzaretto), e vi accorrevano giulivamente ed a

pressa meglio di quattrocento mila cittadini. Suonavano le campane a

gloria, tiravano i cannoni a festa; innumerevoli bandiere tricolorite

col turchino o col verde sventolavansi all'aria, e le grida e il

tumulto e le esultazioni per l'infinita contentezza andavano al

colmo. I democrati non capivano in sè dall'allegrezza e dicevano le

più strane cose del mondo. Pareva, ed era veramente un gran passo da

quella vita morta di una volta a quella viva d'adesso; la magnifica

Milano, città di per sè stessa e per naturale indole allegrissima,

ora tutta più che fatto non avesse mai, sin dall'intimo fondo suo si

commoveva e si rallegrava. Entrava nel campo il direttorio coll'abito

verde ricamato d'argento alla cisalpina: il seguitavano i magistrati

e gli uomini eletti della città; gli uni e gli altri magnifico

spettacolo. Nel punto dell'ingresso spesseggiavano vieppiù con le salve

le artiglierie, i popoli applaudivano, le bandiere si sventolavano:

celebrava l'arcivescovo sull'altare apposito la messa; in questo mentre

a quando a quando rimbombavano le artiglierie. Dopo il santo sacrificio

benediva l'arcivescovo ad una ad una le presentate bandiere. Seguitava

un concerto strepitosissimo e pure melodioso d'inni, di suoni, di _viva

repubblicani_. Sorgeva in mezzo l'altare della patria; aveva sui lati

inscrizioni secondo il tempo: sopra, un fuoco acceso simboleggiatore

dell'amore della patria; a' piedi urne con motti dimostrativi del

desiderio, e della gratitudine verso i soldati franzesi morti nelle

cisalpine battaglie per la salute della repubblica. Quest'erano

le cisalpine allegrezze e cerimonie. Assisteva Buonaparte seduto

in ispecial seggio alla testa, al quale, come a vincitore di tante

guerre ed a fondatore della repubblica, riguardavano principalmente

i popoli circostanti. Nè piccola parte dello spettacolo erano gli

uomini delegati di Ferrara, di Bologna, dell'Emilia, di Mantova stessa,

ancorchè non ancora fosse unita alla repubblica, venuti ad esser

presenti a quella solennità, non solo inconsueta, ma non vista mai nel

corso dei secoli, grande testimonianza d'amore e di concordia italiana.

Serbelloni, presidente del direttorio, dal luogo suo levatosi, e sopra

un più elevato seggio postosi, fatto silenzio in mezzo agli adunati

popoli favellava, e giunto a quel passo: «Accendiamoci di un amor

santo di patria, giuriamo concordemente di viver liberi o di morire:

il direttorio della Cisalpina repubblica lo giura il primo e ve ne dà

l'esempio,» sguainata la spada ed i suoi colleghi levati i cappelli,

ad alta voce giuravano. Giuravano al tempo stesso gli uomini deputati,

giuravano i capi de' reggimenti, giurava l'adunato popolo intiero: i

viva, le grida, i plausi, il batter delle mani, il lanciare i cappelli,

lo sventolar delle bandiere facevano uno spettacolo misto, romoroso ed

allegro.

Ciò detto, continuava orando il presidente, «manterrebbe col sangue e

con la vita, se fosse d'uopo, il direttorio la costituzione e le leggi.

Sovvengavi, terminava, o cittadini, sovvengavi che questa terra che

abitiamo, è la terra de' Curzi, degli Scevola, de' Catoni; imitiamo

quelle grandi anime, in ogni umano caso imitiamole e lascino ogni

speranza di vincerci i nostri nemici, e insieme la Europa si accorga

che qui l'antica Roma rinasce.»

Qui ricominciavano i plausi ed i cannoni strepitavano. A questo modo

s'instituiva la repubblica Cisalpina, mandata da un principio che

pareva eterno ad un dubbio e corto avvenire. Furonvi tutto il giorno

corsi di carri e di cavalli, suoni, balli, festini in ogni canto, poi

la sera bellissime luminarie sì dentro che fuori del teatro. Insomma

fu una grande e solenne allegrezza; e queste feste non in altra città

del mondo riescono tanto liete e tanto magnifiche, quanto nella bella e

splendida Milano.

Perchè poi la memoria di un giorno tanto solenne nella mente de'

posteri si conservasse, decretava il direttorio, che si rizzassero nel

campo della confederazione ad onore di ciascuna schiera dello esercito

franzese otto piramidi quadrangolari; sur un lato di ciascuna piramide

si scolpisse un segno eterno della gratitudine e dell'amicizia del

popolo cisalpino verso la repubblica Franzese e l'esercito d'Italia;

s'inscrivessero su due altri lati i nomi di que' forti uomini che

avevano dato la vita per la patria loro e per la libertà cisalpina

nelle battaglie; che lo ultimo lato si serbasse intatto per iscolpirvi,

ove fosse venuto il tempo, i nomi di quei prodi cittadini, che

fortemente combattendo avrebbero procurato col sangue loro salute e

libertà alla patria cisalpina.

Contaminava l'allegrezza de' patriotti l'essersi fatta serrare dal

direttorio la società di pubblica instruzione. Si trovò pretesto

dell'essere contraria agli ordini della constituzione.

Continuava ad usare Buonaparte la autorità suprema. Nominava i

giudici, gli amministratori de' distretti o de' dipartimenti, o que'

dei municipii. Si faceva poi più tardi ad eleggere i membri dei due

consigli, cioè del consiglio grande o de' giovani, e del consiglio de'

seniori o degli anziani.

I popoli all'intorno, che se ne vivevano o con governi temporanei

e tumultuarii, veduto le forme più regolari e più promettenti della

Cisalpina, e quell'affezione particolare che il capitano invitto le

portava, si davano a lei l'uno dopo l'altro. Bologna, Imola e Ferrara

furono le prime a mostrar desiderio dell'unione, le due ultime più

ardentemente per invidia a Bologna, la prima più a rilento per la

memoria dell'antica superiorità. La giunta bolognese titubava; ma

tanti furono i maneggi de' patriotti più accesi e l'intromettersi de'

cisalpini, che ne fu vinta la sua durezza, ed accedeva anche essa alla

prediletta repubblica; accostamento di grandissima importanza, perchè

era Bologna città grossa e piena d'uomini forti e generosi. Unite le

legazioni, pensava Buonaparte a compire il direttorio; vi chiamava per

quinto un Costabili Containi di Ferrara.

Principalmente accrebbe la grandezza cisalpina la unione della forte

Brescia, membro tanto principale della terraferma. Fu tratto presidente

del consiglio grande Fenaroli, nativo di questa città, il quale, avuta

principal parte nelle precedenti mutazioni, si mostrava molto ardente

per la conservazione dello Stato nuovo.

Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di

quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe che pel trattato

di Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra

di lei, s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I

Cisalpini poi, fatto di per sè stessi impeto nell'Oltre-Po piacentino,

consentendo facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 60 / 99 段