Questo quanto alla religione; si moltiplicavano per altre ragioni

gli sdegni. Oltrechè con gl'incessabili discorsi e scritti non si

lasciavano mai quietare i nobili, fu preso decreto, che si mandasse

a Parigi, come ministro della repubblica, l'avvocato Boccardi, e

si richiamasse Stefano Rivarola: si richiamasse ancora Cristoforo

Spinola, ministro a Londra: se non obbedissero, i beni loro fossero

posti al fisco, intanto si sequestrassero. L'atto rigoroso offendeva

i nobili; vieppiù gli animi s'inasprivano. Questo era riprensibile;

ma bene del tutto intollerabile fu un altro atto, con cui si ordinava

che i principali autori della convenzione fatta a Parigi da Vincenzo

Spinola, per la quale la repubblica si era obbligata a pagare quattro

milioni di tornesi alla Francia, fossero tenuti in solido a restituire

la detta somma all'erario, e se non la restituissero, fossero i beni

loro posti al fisco. Erano in questa faccenda interessate le principali

famiglie, specialmente i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i Fieschi,

i Gentili, i Carega, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i Catanei,

personaggi che tiravano con loro una dipendenza grandissima. Ciò faceva

maggiormente inviperire gli animi degli scontenti, i quali, vedendo di

non trovare dopo la mutazione alcun riposo nè per le sostanze nè per

le persone, pensavano a vendicarsi; non che si consigliassero di far

congiure o moti popolari perchè troppo erano sbigottiti a voler ciò

tentare, ma spargevano ad arte voci sinistre nel popolo, ed aspettavano

le prime occasioni per insorgere. Mescolavano il falso col vero: vero

era che il generalissimo aveva domandato parecchi milioni pel vivere

delle sue genti: questo anzi era stato uno dei principali motivi della

mutazione. Il governo poi, trovandosi ancor debole in quei principii

e non avendo altre radici che i discorsi vani dei democrati e il

patrocinio forastiero, andava lento alle tasse, e perciò aveva trovato

il rimedio di quell'ingiusto balzello. A tutto questo si aggiungevano

le rapine dei Barbareschi tanto più moleste, quanto più si aveva avuto

la speranza data espressamente che, cambiato il reggimento, la Francia

avrebbe tutelato dagli assalti dei Barbari le navigazioni dei Genovesi.

Motivo potente di malumore era altresì quello che due generali

franzesi, Casabianca e Duphot, fossero venuti a reggere e ad ordinare

i soldati, segno certo essere perita l'indipendenza. Ciò significava

inoltre che Buonaparte, o non si fidava dei Genovesi, o gli stimava

inabili alle cose militari: dal che nasceva che chi pensava altamente,

si teneva mal soddisfatto. Udivasi che si voleva si smantellassero le

fortezze di Savona e di San Remo, soli propugnacoli dell'indipendenza

verso Francia. Vedevano anche levarsi dalle porte della metropoli

i cannoni, il che interpretavano come voglia di aprir l'adito più

facile e più sicuro ai forastieri per invadere il cuore stesso della

repubblica. Gridavano, doversi insorgere contro reggitori fatti servi

dei forastieri. I nobili, i preti e gli aderenti loro, che non erano

pochi, fomentavano questi mali umori. Frano allora i reggitorii divisi

in due sette, dell'una delle quali compariva capo Serra, dell'altra

Corvetto, Ruzza e Carbonara; quello per un reggimento più stretto e

pendente all'aristocrazia: questi s'intendevano meglio con Faipoult,

alcuni per ambizione, altri a buon fine, credendo che, poichè i cieli

avevano destinato che i Franzesi divenissero padroni di Genova, miglior

partito era per arrivar a bene il vezzeggiarli che l'aspreggiarli,

perchè, volere o non volere, i Franzesi dominavano. Ma la maggior

dipendenza di questa parte verso Francia, dall'un canto la faceva

odiosa, dall'altro la rendeva dipendente, più che non sarebbe stato

necessario, dai democrati più ardenti, i quali non amavano Serra, anzi

il chiamavano tiranno e nuovo duca di Orleans. Questi semi pestiferi

erano pullulati, ne prendevano animo i nemici della mutazione e si

apprestavano a far novità. Già si udivano sinistri suoni dalle valli

di Bisagno e di Polcevera. Era la cagione od il pretesto la nuova

costituzione, violatrice, come spargevano, della religione, e che, come

si era data intenzione, si doveva accettare il dì 14 settembre. Per far

posare gli animi, annunziavano essere prorogata l'accettazione, e si

torrebbe quanto potesse offendere la coscienza dei fedeli.

In questo mezzo tempo Corvetto e Ruzza erano stati mandati a Buonaparte

per consultar con lui degli articoli che avevano fatto adombrare i

popoli. Ma gli umori popolari più presto si muovono che s'arrestano.

Dava loro l'ultima pinta di essersi fatto arrestare tanto in città

quanto nel contado alcuni nobili che si credevano pericolosi; cinque

Durazzi, due Doria, due Pallavicini, tre Spinola, un Ferrari, uomini

per nome e per ricchezza di molta dipendenza. Incominciavano il dì 4

settembre a tumultuare le popolazioni di Bisagno. Suonavano le campane

a martello, i curati esortavano e guidavano i sollevati, si facevano

adunanze nelle ville dei nobili, poi, crescendo il numero ed il furore,

armati di armi diverse ma con animi concordi, fatta una gran massa,

s'incamminavano infuriati verso la capitale. Duphot con una squadra

di Franzesi e di democrati andava loro all'incontro; il principal

nervo consisteva nelle artiglierie, di cui i sollevati mancavano.

Seguitava una mischia molto aspra in Albaro. Prevalevano finalmente

l'arte e la disciplina, contro il numero ed il furore: andavano in fuga

i sollevati; alcuni furono presi, altri in mezzo alla mescolata fuga

crudelmente uccisi. Tornavano i soldati di Duphot in Genova vincitori,

sanguinosi e non senza preda.

Non ancora del tutto spenta la sedizione di Bisagno, un nuovo rumore di

guerra già si faceva sentire nella Polcevera. Gli abitatori di questa

valle, mossi dall'esempio dei Bisagnani e dalle instigazioni di alcuni

ecclesiastici, si levavano ancor essi in gran numero e correvano contro

la capitale. Accostatisi a loro non pochi degli avanzati alle stragi di

Binasco, la moltitudine armata s'impadroniva per una battaglia di mano

del forte della Sperona; poi, più avanti procedendo, occupava tutto

il secondo cinto delle mura, restando solo esente la batteria di San

Benigno. Una prima squadra di soldati liguri e franzesi mandata in quel

primo tumulto contro di loro, vedutigli bene armati e bene fortificati,

se ne rimaneva e tornavasene. Poi si negoziava e si fermava un accordo.

Ma ecco che dai più ardenti Polceverini si spargeva che i giacobini

erano gente infida, e che solo avevano promesso il perdono per meglio

far le vendette. Novellamente s'inferocivano, e, prese impetuosamente

le armi, assaltavano il posto principalissimo di San Benigno. In questo

punto Duphot, vincitore di Albaro, che per l'indugiarsi del trattato,

aveva avuto tempo di raccorre e di ordinare tutti i suoi, aiutato

fortemente dal colonello Seras, soldato molto animoso, traversava la

città e correva contro la turba degli insorti. Seguitava una feroce

mischia, come di guerra civile. Combattevano valorosamente Duphot e

Seras, vecchi soldati: non resistevano meno valorosamente i paesani,

nuovi soldati; durava quattro ore la battaglia; furono non pochi i

morti, non pochi i feriti; superava infine la veterana disciplina: i

paesani scacciati dai posti, voltavano le spalle e seguitati con molta

pressa dai repubblicani, perdevano gran gente. Cinquecento, essendo

presi, empievano le carceri di Genova.

La fama della doppia vittoria di Albero e di San Benigno, e le forze

mandate sedavano i moti, che già erano sorti a Chiavari ed in altre

terre della riviera di levante, come altresì nei feudi imperiali,

o Monti Liguri che si voglian nominare. Ogni cosa si ricomponeva in

quiete, ma per terrore, non per amore; truce e minacciosa, non lieta e

consenziente.

Avuta la vittoria, si pensava alla vendetta. Creavasi un consiglio

militare, perchè nelle forme più pronte e più sommarie avesse a

giudicare i ribelli. Sette ad otto, ma di oscuro nome, dannati a

morte tingevano col sangue loro il suolo dell'atterrita Genova: non

pochi erano mandati al remo. Si apprestava il destino medesimo ad

altri. Faipoult avvertiva Buonaparte che si dannavano soltanto gli

ignobili: mettevagli in sospetto Serra; chiamavalo uomo pericoloso,

dissimulatore, ambizioso: stimava la quiete del pubblico in pericolo,

finchè Serra stesse al governo. I due Serra, giuntosi Gerolamo col

fratello, dal canto loro accusavano Faipoult e Duphot di essersi fatti

protettori di una parte turbatrice e pervertitrice di ogni buon ordine

politico, e d'impedire che la quiete tornasse in Genova. Niuno altro

mezzo di salute e di riposo esservi, dicevano, che quello di mandar via

Duphot, e di contenere nelle funzioni del suo ufficio Faipoult; senza

ciò nascerebbero necessariamente la debolezza dello Stato, l'anarchia,

i disordini, il sangue. Per tal guisa gli animi si invelenivano; ed era

vero che Faipoult addomandava imperiosamente al governo che annullasse

il decreto, pel quale aveva ordinato che la commissione militare

terminasse al più presto le sue operazioni. Addomandava oltre a ciò che

i nobili carcerati, anche innocenti, quali ostaggi si conducessero nel

castello di Milano.

In questo arrivava a Genova con nuovi soldati mandati da Buonaparte,

a cui le turbazioni genovesi davano sospetto, il generale Lannes, il

quale, non curandosi nè di governo nè di Faipoult, nè di preti nè di

frati, nè di nobili nè di plebei, nè di patriotti nè di aristocrati, e

solo alla forza mirando, si alloggiava alla soldatesca nella città e se

ne faceva padrone.

Intanto i legati, accordatisi con Buonaparte intorno ai cambiamenti

della costituzione della repubblica Ligure, la conducevano a compimento

e, lui permettente, era pubblicata. Fossevi un consiglio dei giovani,

uno degli anziani, e un direttorio; dividessesi la repubblica in

quindici dipartimenti; dei magistrati giudiziali, distrettuali e

municipali si statuisse a modo di Francia. Fu questo un modello tutto

franzese; e insomma la genovese costituzione fu data, non presa. Pure

fra le armi serrate ed i soldati apprestati fu sottoposta ai comizii

popolari. L'approvavano cento mila voti favorevoli, diciassette mila

contrarii. Facevansi feste, cantavansi inni, erano nel teatro allegrie

assai. Nominavansi i due consigli e dai consigli il direttorio.

Eleggevansi a questo Luigi Corvetto, Agostino Maglione, Niccolò

Littardi, Ambrogio Molfino, Paolo Costa; creavano Corvetto presidente.

Sul principiare dell'anno seguente prendevano il magistrato tutti i

nuovi ordini e s'instituiva la costituzione. Poi, partitosi Faipoult,

gli veniva sostituito un Soltin. A questo modo periva l'antica

repubblica di Genova, feroce, animosa, sanguinosa ed impaziente.

Periva per mano dei vincitori Genova, perchè ricca e con pochi

soldati; si conservava il Piemonte, perchè povero e con soldati.

Essendo ancora le cose dubbie coll'imperatore, importava alla Francia

l'avere in suo favore i soldati del re se di nuovo si dovesse tornare

sull'armi. Poi, quantunque il direttorio molto l'avesse in odio,

Buonaparte se ne compiaceva, invaghito per indole propria dei governi

assoluti ed allettato dalle adulazioni dei nobili piemontesi. Pure

non era possibile che le massime che correvano, i rivoltamenti della

vicina Genova, i giornali, le predicazioni, le trame di Milano non

partorissero in Piemonte effetti pregiudiziali alla quiete dello Stato.

Quanto prima fu fermata la tregua di Cherasco tra la Francia ed il

Piemonte, i ministri del re ed il re medesimo, anteponendo la salute

dello Stato all'inclinazione propria, posero ogni cura nel nodrire

l'amicizia con Francia, ed a questo fine indirizzavano tutti i

loro pensieri. La principale difficoltà a superarsi però in questo

consisteva, che si persuadesse al direttorio che il re per interesse

proprio doveva star aderente colla Francia, e che la Francia, anche per

interesse proprio, doveva avere per aderente il re.

A questo fine, e perchè un trattato di alleanza si stipulasse, aveva,

come già si è narrato, Carlo Emmanuele mandato suo ambasciadore a

Parigi il conte Balbo. Perchè poi potesse il conte più facilmente

entrar di sotto, aveva fra le mani molto denaro. Del che molto

sagacemente valendosi, si aveva acquistato molta entratura. Poi

facendosi avanti con progetti politici, massimamente di ordinamenti

delle cose italiane, insisteva e dimostrava, esser necessario

contentare il re di Sardegna, compensargli con nuovi acquisti Savoia

e Nizza, farlo insomma polente e grande; ma perchè non fosse scemata

autorità alle sue parole, come d'uomo che parlasse per sè, aveva

operato che Franzesi de' primi, coi quali si era accordato, queste

medesime cose per bocca e come per motivo proprio rappresentassero.

Per tal modo si proponeva al direttorio, fra gli altri, per mossa

del Balbo, ma per mezzo di Franzesi che avevano parte nello Stato,

un ordinamento per l'Italia superiore, pel quale l'Austria sarebbe

stata od intieramente esclusa dall'Italia, desiderio principale della

Francia, o frenata in quei termini che le si stabilissero per la pace.

L'ambasciatore piemontese, avendo trovato la materia tenera, e volendo

dimostrare che con la grandezza del re era congiunta la sicurtà e il

benefizio di Francia, procedeva più innanzi forse poco prudentemente,

perchè in ciò andava a ferire l'edifizio prediletto di Buonaparte.

Argomentava, e certamente con verità, che le nuove repubbliche italiane

non potevano di per sè stesse sussistere. Necessaria cosa essere

adunque che si compensassero al re le perdite fatte, e che se gli

assicurassero gli Stati; il che meglio e più fermamente non si poteva

fare che col metterlo in possesso della Lombardia.

Queste piemontesi insinuazioni erano astutissime, siccome quelle che

sempre toccavano quel tasto prediletto alle orecchie de' Franzesi tanto

desiderosi della declinazione dell'Austria in Italia e dell'aumento

della potenza propria. Perciò erano udite volontieri, non già dal

direttorio, sempre invasato dai suoi pensieri di rivoluzione, ma da

chi stava allato a lui e molto con lui poteva. Le avvalorava anche

con sue lettere Buonaparte. Scriveva egli al ministro degli affari

esteri, male conoscersi i popoli Cisalpini a Parigi; non portar la

spesa che si facessero ammazzare quaranta mila Franzesi per loro;

errare il ministro in pensando che la libertà potesse far fare gran

cose ad un popolo, come affermava, molle, superstizioso, commediante e

vile; volere il ministro ch'egli, Buonaparte, facesse miracoli, ma non

saperne fare; non avere nel suo esercito un solo Italiano, se non forse

quindici centinaia di piazzaruoli raggranellati a stento sulle piazze

di diverse città d'Italia, ribaldaglia piuttosto atta a rubare che

a far guerra; il re di Sardegna solo con un suo reggimento esser più

forte di tutta la Cisalpina; non permettesse, che qualche avventuriere,

o forse anche qualche ministro, gli desse a credere che ottanta mila

italiani fossero in armi; bugiardi essere i giornalisti parigini,

bugiarda la opinione in Francia rispetto agl'italiani: se i ministri

cisalpini gli dicessero, aggiungeva Buonaparte, ch'egli avesse allo

esercito più di quindici centinaia de' loro e più di due mila destinati

a mantenere il buon ordine in Milano; rispondesse loro che dicevano

bugia, e gli sgridasse, che lo meritavano; certe cose esser buone

a dirsi ne' caffè e nei discorsi, ma non ai governi; romanzi esser

quelle, che son buone a dirsi ne' manifesti e ne' discorsi stampati;

doversi ai governi parlare di un altro suono, perchè le falsità gli

sviano, e le male strade li fan rovinare; non l'amore degl'italiani per

la libertà e per l'equalità aver aiutato i Franzesi in Italia, ma sì

la disciplina dello esercito, il valore de' soldati, il rispetto per la

repubblica, il contenere i sospetti, il castigare gli avversi; aver ad

essere un abile legislatore quello che potesse invogliar dell'armi i

cisalpini; esser loro una nazione snervata e codarda: forse col tempo

si ordinerebbe bene la loro repubblica infino a metter su trenta mila

soldati di tollerabil gente, massime se conducessero qualche polso di

Svizzeri, ma per allora non vi si poter far su fondamento. Nè maggior

capitale potersi fare de' patrioti cisalpini e genovesi; doversi aver

per certo, che se i Franzesi se ne gissero, il popolo gli ammazzerebbe

tutti. Adunque, concludeva, se ausiliarii di niun conto sono e Genovesi

e cisalpini, nissun miglior partito restare alla Francia, per avere un

ausiliario buono in Italia a diminuzione della potenza austriaca, che

stringere amicizia col re di Sardegna e fermare con lui un trattato di

alleanza.

Infatti un trattato di tal sorte tra Francia e Sardegna già si era

negoziato quando ancora l'imperadore combatteva in Italia e tuttavia

erano gli eventi della guerra dubbii. Infine era stato concluso il dì

5 aprile da parte della Francia pel generale Clarke, da quella della

Sardegna pel ministro Priocca. I primi e principali capitoli erano,

fosse l'alleanza offensiva e difensiva prima della pace del continente,

solamente difensiva dopo; non obbligasse il re a far guerra ad altro

principe che all'imperadore di Germania, ed il re se ne stesse neutrale

colla Inghilterra; guarentivansi reciprocamente le due parti i loro

Stati d'Europa e si obbligavano a non dar soccorso ai nemici sì esterni

che interni; fornisse il re nove mila fanti, mille cavalli, quaranta

cannoni; obbedissero questi soldati al generalissimo di Francia,

partecipassero nelle taglie poste in sui paesi vinti in proporzione del

numero loro; quelle poste sugli Stati del re cessassero; niuna parte

potesse fare accordo col nemico comune se non comune: si stipulasse

un trattato di commercio; la repubblica di Francia, come più possibil

fosse, avvantaggiasse alla pace generale, o del continente, le

condizioni del re di Sardegna.

Questo trattato conteneva una condizione principalissima e di tutto

momento pel re, e quest'era la guarentigia degli Stati contro i nemici

sì esterni che interni, gli uni agli altri pericolosi, i primi per la

forza, i secondi per quella sequela delle cose milanesi e genovesi.

Restava che i consigli di Francia ratificassero il trattato, perchè

già il direttorio l'aveva approvato. Qui sorsero parecchie cagioni

d'indugio, prima da parte del governo regio, che desiderava che la

ratificazione fosse susseguente alla pace con Roma, e che il suo

ministro a Vienna ne fosse uscito e condotto in salvo; poi per parte

della Francia, perchè a questo tempo stesso erano stati fermati i

preliminari di Leoben; e siccome la principal condizione dell'alleanza

consisteva nel far guerra di concerto contro l'Austria, pareva che il

ratificare ed il pubblicare il trattato potesse sturbare le pratiche

di fresco aperte con l'imperadore. Ma il re, sentiti i preliminari di

Leoben, insisteva ostinatissimamente per la ratificazione, perchè aveva

timore delle turbazioni interne, e sospettava, giacchè lo imperadore

era sceso agli accordi, che il direttorio si ritirasse da lui e si

stipulassero ne' sorti negoziati cose contrarie ai suoi interessi.

Temeva di restar solo esposto ai risentimenti dell'Austria, tanto più

formidabili, quanto egli con maggior sincerità e calore si era gettato

dalla parte franzese. Per questo Balbo usava ogni opera a Parigi, e con

ragioni forti e con mezzi più forti ancora che le ragioni, acciocchè

il trattato si appresentasse per la ratificazione dal direttorio ai

consigli. Secondava Buonaparte con le lettere i tentativi del conte.

Alle cose dette da Buonaparte, rispondeva dal canto suo Carlo Maurizio

di Talleyrand, non volere il direttorio ratificare il trattato

conchiuso col re di Sardegna, per molte ragioni che venia specificando.

Ma o che Balbo avesse trovato modo di ammollire queste durezze, forse

mostrate appunto perch'ei trovasse modo di ammollire, o che le cose

di guerra pressassero, e prevedesse il direttorio una nuova rottura

coll'Austria, il trattato d'alleanza con Sardegna era mandato dal

direttorio ai consigli, e questi il ratificarono.

Mentre così il governo repubblicano di Francia studiava modo di usare

le forze del re di Sardegna durante la guerra e di distruggerlo

durante la pace, i semi venuti di Francia e pullulati con tanto

vigore in Milano ed in Genova, incominciavano a partorire i frutti

loro in Piemonte. Principiavasi dalle congiure segrete, procedevasi

alle ribellioni aperte. Davano incentivo a queste mosse, oltre le

opinioni de' tempi, le condizioni infelici di quel paese; imposizioni

gravissime, quantità esorbitante di carta monetata che scapitava del

cinquanta per cento, moneta erosomista anch'essa in copia eccessiva

e disavanzante del dieci per cento; a questo i gravami de' soldati

repubblicani, o di stanza nel paese, o di passo, le leve di genti, sì

pei regolari che per le milizie, molto onerose, l'orgoglioso procedere

de' nobili, certamente intempestivo, stantechè da esso principalmente

nasceva la mala contentezza de' popoli e contro di loro specialmente

si dirizzavano le opinioni. A tutto questo non portava rimedio nè la

natura temperata del re, nè la santità della regina, nè i consigli

prudenti de' ministri. Era la quiete di Torino raccomandata al conte

di Castellengo, uomo tanto deforme di corpo quanto svegliato d'animo.

Della nobiltà non si curava, de' re poco, della libertà si rideva,

della non libertà parimenti, i patriotti perseguitava piuttosto

per vanagloria dell'arte che per opinione. Un Bonino, cameriere del

marchese di Cravanzana, ed un Pafio, materassaio, furono sostenuti

come di aver voluto assaltare a mano armata il re sulla strada per

alla Veneria a fine di fare una rivoluzione. Credevano trovar molta

gente; non trovarono nissuno. Intanto l'astio delle due parti vieppiù

s'inacerbiva. Insolentivano i soldati regi a Novara con lacerar di

forza certe nappe d'oro che i giovani Novaresi portavano sui cappelli:

fuvvi qualche tumulto e qualche ferita. Tumultuava il popolo a Fossano,

pretendendo il caro de' viveri, faceva oltraggio alle case del conte

di San Paolo, uomo dotto e buono, ma lo chiamavano usuraio: poi i

sollevati prendevano certi cannoni; il che non era più tumulto per le

vettovaglie, ma ribellione: a Torino s'incominciava a gridar il nome di

libertà, preso principio dalla bottega d'un panattiere che non voleva

vender pane. Questi erano cattivi segni d'un peggior avvenire; ed

appunto in Genova era nata la rivoluzione. Accresceva il terrore ed il

livore un caso molto lagrimevole: che un medico Boyer con un compagno

Berteux si arrestavano come rei di congiure. Era Boyer giovane virtuoso

e di famiglia ornata ancor essa di tutte le virtù che possano capire in

mortali uomini. Amici e nemici piangevano le sue disgrazie: tanto amore

lasciava nell'estremo supplizio.

I tumulti intanto si dilatavano. Già Racconigi, Carignano, Chiari e

Moretta, terre vicine a Torino, contro il dominio regio si muovevano.

In Asti soprattutto succedeva un fatto terribile, perchè fatti prigioni

i mille cinquecento soldati regi che vi stanziavano, insignorivansi

intieramente non solo della città, ma ancora del castello. Molti

altri luoghi vi aderivano. Al tempo medesimo nella già tentata Novara

prevalevano i regi, ma più per insidia che per onorevole vittoria.

Poi i soldati correndo alla scapestrata, incominciavano a mettere a

sacco le case di coloro che erano in voce di desiderar le novità; poi

saccheggiavano le case degli aristocrati, e stava per poco che la città

non andasse tutta a ruba.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 59 / 99 段