Genova pericolava; ma molte erano le insidie interne. Spargevansi

artifiziosamente voci che la Francia voleva dare la riviera di Ponente

al re di Sardegna, e si affermava che una tale calamità sola si poteva

allontanare con ridurre il governo a forma più consimile a quella

di Francia. Queste voci Faipoult, magnificando la fede della sua

repubblica e quasi sdegnandosi, asseverava essere false e calunniose.

Buonaparte ed egli richiedevano nuovi prestiti di parecchi milioni

alla signoria, consumata ed odiosa ai popoli se li concedesse, accusata

d'inimicizia verso Francia se li negasse. Il farla vile fu anche parte

dell'insidia: perchè un consiglio militare franzese, adunatosi nella

sede stessa della repubblica, processava e condannava al bando da tutti

i territorii di Genova il marchese Agostino Spinola, come reo delle

turbazioni sorte contro i Franzesi nei feudi imperiali. Non era più

sovranità dove un tribunale forestiero dannava un cittadino: mancava

col buon concetto la forza dello stato. Nè l'opera dei novatori di

dentro si trascurava. A questi erano capi alcuni Genovesi, alcuni

forastieri: fra i primi osservabile era massimamente lo speziale

Morando, uomo precipitoso e di estremi pensieri; fra' secondi più

vivo e più operativo si mostrava un Vitaliani da Napoli. Erano costoro

favoriti da Faipoult più nascostamente per la sua qualità pubblica, da

Saliceti, a questi fini venuto a Genova, più apertamente. Vociferava

Saliceti, doversi, poichè l'aristocrazia in Venezia si era spenta,

spegnere anche quella di Genova. I novatori, sicuri omai dello

esito, si adunavano, s'indettavano, s'accordavano, s'apprestavano;

più il termine si avvicinava e più palesemente operavano. Avvertito

il governo, creava inquisitori di Stato con ampia facoltà, e per

opera loro carcerava Vitaliani. Se ne risentiva gravemente Faipoult;

richiedeva la sua indennità come di Franzese, perchè addetto

all'ambasciata. La signoria essendo sforzata, rimetteva il Napolitano

in libertà. Vitaliani e Morando con somma attività si adoperavano.

A loro si faceva compagno un Filippo Doria, o per ambizione o per

opinione. Si pruovava all'estremo caso ad insorgere; gl'inquisitori

di Stato facevano carcerare due dei più audaci e temerarii novatori,

sperando che il timore potesse frenare quella gente incitatrice.

Fu indarno, poichè tanto favore l'aiutava dentro e fuori. Questa fu

scintilla a suscitare ad incendio il fuoco che covava. Non così tosto

giungeva ai congiurati la novella della carcerazione dei compagni, che

furiosamente dato alle armi, e proprie od a questo fine apprestate in

casa Morando, ed avendo Morando medesimo con Vitaliani e con Filippo

Doria a guida, facevano improvvisamente, era il giorno 21 maggio, un

tumulto terribile. Si rallegrava Faipoult che la rivoluzione nascesse

in Genova per opera dei Genovesi, perchè in quella rivoluzione

ei voleva ben essere, ma non parere. Venuti a lui due legati del

senato, Gian Luca Durazzo e Francesco Cataneo, il pregavano che

facesse dimostrazione di non secondare i novatori, ed operasse che

la frenesia dei giornali milanesi contro Genova cessasse. Dava loro

la volta sotto sulla prima richiesta, speranza per la seconda. Si

metteva poscia sull'esortargli a riformare essi medesimi lo Stato ed

a biasimarli dei tridui e delle novene come di dimostrazioni dirette

ad odio dei Franzesi: cercava di temporeggiare, perchè gli accidenti

di Venezia finissero. I congiurati con ischiamazzi orribili e con

grida spaventose, cantando a tratto la marsigliese, s'incamminavano

al palazzo ducale. Aggiungevansi per istrada, come suole avvenire,

nuovi congiurati, e fra il popolo i più tristi e chi più ambiva il

sangue o il sacco. A tanto rumore si adunava una calca incredibile

fra quelle strette vie di Genova; serravansi a furia le botteghe; i

buoni fuggivano, od erano tratti dalla tempesta. La folla tumultuosa

giunta al palazzo, dov'era raccolto il senato, con minacciose grida

addomandava i carcerati. Rispondevano con molta costanza i padri, a

buona ragione sostenersi, si farebbe giustizia, fra breve paleserebbero

al popolo l'intento loro. I sollevati avrebbero voluto sforzare il

palazzo; il vietavano le guardie; si rimanevano perchè in quel primo

impeto non avevano nè armi sufficienti, nè accordo, nè numero che

bastasse. Riscaldati dal vino e dalle cose fatte, passavano la notte

fra l'allegrezza dei piaceri presenti e la cupidigia dei tumulti

avvenire.

Sorgeva ai 22 l'alba che doveva addurre a Genova un giorno

funestissimo. Prorompevano dai ritrovi loro i congiurati, e, ad ogni

passo ingrossandosi per l'accostamento di nuovi compagni, facevano

una turba assai numerosa, con non pochi Lombardi ed alquanti Franzesi

ancora. Il senato senza difese pel caso improvviso, si era perduto

d'animo ed aspettava invece di operare.

Il popolo fedele al principe non si moveva. Andando loro il moto a

seconda, i sollevati ardivano cose maggiori ed orrende. Traevano alle

prigioni della Malpaga, sentina infame d'indebitati e di falliti,

e rotte le porte non senza qualche violenza sanguinosa, e liberati

ed armati i prigionieri, se li facevano compagni ai disegni loro.

Cresceva il furore. Impadronitisi della darsena, davano la libertà

ai condannati, e poste loro l'armi in mano correvano con l'infame

satellizio di ladri e d'assassini a disfare uno dei più illustri

governi del mondo.

Fatto indi concorso sulla piazza, e preso maggior animo da quei primi

successi, bandivano con allegria e romore incredibile, essere spenta

l'aristocrazia, Genova libera, i poveri esenti da' tributi, cassi gli

antichi magistrati, creati i nuovi. Ma ancora temevano le porte in

mano del governo, i popoli di Bisagno e della Polcevera deditissimi al

nome del principe ed all'antica repubblica. Però, credendo non esser

compiuta l'opera se allo aver acquistato l'interno non aggiungevano

l'assicurarsi delle porte e delle mura, spedivano, a ciò consigliati

da Morando e da Doria, i più audaci ed i meglio armati ed occupar

l'arsenale, il ponte reale, la lanterna, le porte di San Tommaso e di

San Benigno. Il che veniva agevolmente fatto, sorpresi essendo e pochi

i difensori.

Intanto s'era il senato raccolto timoroso e non pari tanto estremo.

Consultavano discordi, statuivano spaventati. Mandavano legati

a Faipoult, perchè lo pregassero s'interponesse a concordia ed

offerissero riforme negli ordini antichi. Piaceva la profferta al

Franzese, per essergli aperta l'occasione, e, condottosi al senato,

con efficacissime parole esortava i padri, cedessero al tempo,

s'accomodassero al secolo, riformassero lo Stato, verso gli ordini

democratici l'allargassero, questa sola via di salute restare.

Stanziavano, si traessero quattro patrizi, i quali, convenendo con

quattro deputati del popolo, fra di loro accordassero come e quanto la

forma antica dovesse scendere alla democrazia. S'eleggevano i patrizii,

gli eletti del popolo non comparivano; riuscì vano il tentativo. La

massa de' novatori infuriata correva al ducale palazzo e contro di lui

piantava un cannone, sforzandosi di entrarvi; ma cessava vedutolo ben

custodito. Tuttavia pareva che più rimedio non vi fosse per reprimere

la ribellione.

Ma ciò che non aveva fatto il senato senz'animo e senza forza, il

faceva il popolo. Si adunava, correndo da ogni lato, principalmente

dal porto, una gran massa di popolo minuto, carbonari, e facchini

massimamente, ed opponendo allo improvviso grida a grida, nappe a

nappe, armi ad armi, rendevano dubbia una vittoria che già pareva

certa. Facevano risuonare per tutta la città voce festose ad un tempo e

minacciose. Gli amatori del governo antico, siccome quelli che avevano

a combattere coi libertini bene armati, anche di artiglierie a cagione

della presa dell'arsenale, avvisavano d'impadronirsi dell'armeria,

nella quale essendo entrati, distribuite a ciascuno l'armi, con ardore

inestimabile si mettevano a correre contro la parte contraria. A loro

si accostavano i soldati regolari rimasti fedeli alla repubblica, e fra

questi alcuni che sapevano maneggiar le artiglierie. Si attaccava una

battaglia asprissima, dove i padri combattevano contro i figliuoli, i

fratelli contro i fratelli, ed il suono delle armi civili, già da lungo

tempo insolito, si udiva da lungi ne' più segreti recessi de' liguri

Apennini. Durava la battaglia parecchie ore; prevaleva finalmente

la parte del senato, ricuperati, non senza molta fatica e sangue,

dagli uomini fedeli a lui tutti i posti. Il quale fatto saputosi da'

Morandiani, era cagione che precipitosamente abbandonassero l'impresa.

La maggior parte fuggirono o nelle private case si nascosero: i più

animosi, ristrettisi insieme, si facevano sforzatamente strada al ponte

reale, che si teneva ancora per loro mediante il valore di Filippo

Doria. Li seguitavano i vincitori, e s'accendeva a questo ponte una

battaglia ostinatissima, combattendo dall'un dei lati la disperazione,

dall'altro il furore, ed il numero ognor crescente delle genti. Erano

finalmente oppressi i Morandiani con ferite e morte di molti: morì

Doria medesimo. Usavano i vincitori molta crudeltà come nelle guerre

civili: il cadavere di Doria fu lunga pezza ludibrio a quegli uomini

infieriti.

In mezzo a quella furia perirono parecchi Franzesi, parte mescolati coi

sollevati, parte non mescolati. Ciò fu in mal punto, perchè Buonaparte

ne prese occasione per disfare il governo. Si vegliava la notte fra il

dolore de' morti, il terrore de' vivi: s'accendevano i lumi alle case

da chi per gioia, da chi per paura, perchè i carbonari minacciavano. Il

senato vincitore per opera altrui, di nuovo si adunava per consultare

sulle turbate cose. Mostravasi Giacomo Brignole doge al popolo,

da cui era veduto e salutato con grandissimi segni di allegrezza.

Faipoult, veduto che la forza de' novatori era stato indarno, tornava

sull'esortare e più accesamente di prima insisteva sulla necessità

delle riforme.

Si stava intanto per la signoria in grandissima apprensione del come

l'avrebbe sentita Buonaparte. Gli scriveva il doge in nome del senato

lettere molto sommesse di rammarico e di scusa pei Franzesi uccisi.

Arrivavano, portate da Lavallette, aiutante del generalissimo, risposte

funestissime: non potere, scriveva, la repubblica franzese tollerare

gli assassinii e le vie di fatto di ogni sorte commesse contro i

Franzesi in Genova da un popolo senza freno, suscitato da coloro che

avevano fatto ardere la Modesta e maltrattare i Franzesi cittadini:

se fra ventiquattr'ore i carcerati non si liberassero, se coloro che

il popolo contro di loro avevano provocato non si carcerassero, se

la feccia di quel popolazzo non disarmasse, aver vissuto la genovese

aristocrazia e partirsi da Genova il ministro della repubblica: stare

la vita de' senatori per quella de' Franzesi in Genova, tutto lo Stato

per le proprietà loro. Del resto tale fu la forza della verità che

Faipoult attestava ed affermava a Buonaparte, che il governo genovese

aveva fatto in quell'accidente quanto per lui si era potuto per

evitar i disordini; che in facoltà sua non era di comandare a coloro

che, non che gli obbedissero, gli comandavano ed il difendevano; che

delle uccisioni de' Franzesi i patriotti erano stati cagione per aver

inalberato i tre colori; che senza questa insolenza democratica, nissun

Franzese avrebbe perduto la vita; che i democrati soli avevano messo

in pericolo i Franzesi; ch'essi avevano fatto oltraggio alla repubblica

Franzese per aver usurpato i suoi colori nazionali: ch'essi finalmente

avevano operato pazzamente per l'impeto sregolato, infamemente per

l'apertura delle carceri e delle galere.

Quest'era la condizione di Genova: il senato sbigottito, e servo della

moltitudine, e diviso per le opinioni, tra il non poter inveire contro

il popolo perchè lo avea salvato, ed il dover inveire perchè gli agenti

del direttorio gridavano vendetta. La moltitudine armata, fatta la

buona opera di redimere il principe, prorompeva, come suole, in opere

ree, oltraggiando e manomettendo gli onesti cittadini, solo perchè gli

aveva per sospetti. Già la casa di Morando spogliata da capo a fondo,

incomiciavano a spogliar le case con solo degl'innocenti, ma ancora

dei benemeriti. Ogni cosa piena di terrore. Insisteva più acerbo che

mai Faipoult, perchè si scarcerassero i Franzesi, si arrestassero

gli uccisori, si dichiarasse non aver i Franzesi avuto parte nella

ribellione. Infuriava Lavallette e secondava Faipoult. Affermava che

i carbonari erano stati pagati perchè uccidessero i Franzesi, e che

per ordine espresso erano stati assassinati. Orrore, dolore, terrore

prendeva i senatori alla richiesta. Resistevano in prima, poi, spinti

dall'ultima necessità, arrendendosi facilmente quei della parte

franzese, a loro malgrado consentirono.

Il fine principale a cui miravano tutte le arti, gli spaventi e

le minacce, non era punto la liberazione di pochi carcerati, nè

l'incarcerazione di pochi magistrati. Volevasi la mutazione. Perilchè,

vintesi dagli agenti repubblicani le prime domande, insorgevano con

maggior calore, richiedendo il senato riducesse lo stato a forma più

democratica e facesse abilità ai legati che si volevano mandar al

generalissimo, di accordar con lui il cambiamento che si desiderava;

e alla richiesta aggiungendo rappresentazioni, considerazioni ed

esortazioni calorosissime.

Cotali esortazioni fortissime in sè stesse, operavano gagliardamente.

Pure trovava non poca difficoltà; perchè molti dei senatori vedevano

in quei reggimenti democratici, non amore nè gratitudine per la

rinunziazione dei privilegii, ma scherni e persecuzione, nè cambiando

era andare dall'aristocrazia alla democrazia, ma bensì dal dominio

consueto al dominio di una parte prepotente. Atterriva anche l'esempio

di Venezia, che già si vedeva non avere, pel cambiamento fatto, trovato

nè la libertà nè la concordia. Così si stava in pendente, e come accade

nei casi dubbii e pericolosi, si amava lo stare solo perchè lo stare

era consueto.

Mentre si deliberava nel piccolo consiglio di quanto si dovesse fare in

quella occorrenza di suprema anzi di unica importanza per la patria,

comparivano le prime squadre di Rusca, le quali, sparsesi prima per

la Polcevera, si distendevano poscia insino alle porte di Genova. Si

udiva eziandio che Serrurier poco lontano succedeva con le sue, e che

da Cremona si muovevano nuovi soldati per dar rinforzo a Rusca ed a

Serrurier ove da per sè non bastassero. Erasi alcuni giorni innanzi

appresentata alla bocca del porto l'armata di Brueys; ma per la istanza

del Senato e per la tempera del popolo, che non l'avrebbe lasciata

entrare quietamente, aveva Faipoult operato, che l'ammiraglio se ne

tornasse verso Tolone. Sebbene però quell'armata si fosse ritirata, si

sapeva che andava volteggiandosi ora a vista ed ora poco lontana dalla

riviera di ponente, e poteva dare animo e fare spalla facilmente ai

novatori della riviera ed a quei della metropoli. Nè fu l'esito diverso

dal prevedere; perchè tra la presenza di Rusca nella Polcevera, alcune

squadre di soldati franzesi sparsi nella riviera e la prossimità di

Brueys, si tumultuava in vari luoghi, non senza sangue; gli abitanti

delle ville e delle montagne combattevano acremente i novatori. Ciò

nonostante questi ultimi erano rimasti superiori in Savona, e già in

essa e nel Finale e nel porto Maurizio avevano piantato l'albero che

chiamavano della libertà. Il senato, minacciato da una setta potente

nella sua sede medesima, attorniato da soldati forastieri, lacerato

dalla guerra civile, stretto continuamente dagli agenti di Francia, che

sempre parlavano dello sdegno del direttorio e di Buonaparte, non aveva

più libertà di deliberare.

Cedevano i padri, perchè il contrastare era impossibile. Statuivano, si

riformerebbe lo Stato; la mutazione, quantunque in termini generali, al

popolo si annunzierebbe. Mandavano poi legati a Buonaparte, con facoltà

di accordare con lui la forma futura degli ordini politici, i nobili

Michiel Angelo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gerolamo Serra. Partivano i

deputati per Montebello, alloggiamento di Buonaparte. Partivano anche,

conseguito l'intento, per alla volta medesima Faipoult e Lavallette,

per informare il generale dell'adempimento delle commissioni loro,

e per consigliarlo intorno alle persone che per gl'interessi della

Francia si convenisse introdurre nel nuovo reggimento.

Il doge, i governatori ed i procuratori della repubblica avvertivano

del fatto il pubblico; esortando se ne vivessero intanto quieti e non

corrompessero con moti inopportuni un'occasione dalla quale dipendevano

il riposo e la felicità di tutti. Spedivano al tempo stesso il nobile

Stefano Rivarola a Parigi, comandandogli in una faccenda di tanto

momento per la repubblica s'ingegnasse con ogni possibil modo di fare,

che la forma antica il meno che fare si potesse si alterasse e la

integrità dei territorii in sicuro si ponesse.

Il direttorio di Francia era per le cose d'Italia piuttosto servo che

padrone di Buonaparte, e però a Montebello piuttosto che a Parigi si

doveva definire il destino di Genova. Quivi consuonando i pensieri di

Buonaparte, che la somma delle cose si confidasse non a gente fanatica

e spaventevole ai re, ma bensì ad uomini temperati e savii, che o per

necessità consentivano al cambiamento o volevano la democrazia mista

con leggi, non pura e senza leggi, con quelli dei legati, ed anche

la volontà del vincitore non essendo contrastabile, non fu lungo il

negoziare, e a dì 5 giugno si concludeva un accordo per mezzo loro tra

la repubblica di Francia e quella di Genova, pei principali capitoli

del quale si statuiva: che il governo rimettesse alla nazione, così

richiedendo la felicità della medesima, il deposito della sovranità

che gli aveva confidato; ch'ei riconoscesse la sovranità stare nella

universalità dei cittadini; che l'autorità legislativa si commettesse a

due consigli rappresentativi, uno di trecento, l'altro di cencinquanta

consiglieri; che la potestà esecutiva fosse investita in un senato

di dodici e a cui presiedesse un doge; il doge ed i senatori dai

consigli si eleggessero; ogni comune avesse ad esser retto da ufficiali

municipali, ogni distretto da ufficiali distrettuali; le potestà

giudiziali e militari, e così pure le divisioni dei territorii secondo

il modello da farsi in una congregazione a posta si ordinassero, con

ciò però che la religione cattolica salva ed intera si serbasse; i

debiti dei pubblico si guarentissero; il porto franco ed il banco di

San Giorgio si conservassero; ai nobili poveri, per quanto possibil

fosse, si provvedesse; che ogni privilegio per abolito si avesse; che

intanto si creasse un reggimento temporaneo di ventidue, ed a cui il

doge presiedesse; che questo reggimento prendesse il magistrato il

dì 14 di giugno. Statuisse delle indennità dei Franzesi offesi nei

giorni 22 e 23 maggio; finalmente la repubblica perdonasse a tutti che

l'avessero offesa nei giorni suddetti, e mantenesse l'integrità dei

territorii della repubblica genovese.

Mandava Buonaparte questi capitoli al doge con lettere portatrici

di dolci parole mostrando, molta affezione verso la repubblica e

consigliando fossero savi, fossero uniti e non dubitassero della

protezione della Francia. Eleggeva al reggimento temporale Giacomo

Brignole, doge, ed altri soggetti a lui piacenti, e col pensiero, non

solamente di dare autorità ad uomini prudenti e lontani da voglie

estreme, ma ancora, mescolando uomini di diverse condizioni, di

mostrare che la sovranità non cadeva già in pochi, ma bensì in tutti,

cosa che avrebbe dovuto far quietare, contentando le ambizioni, molli

mali umori. Ma nelle rivoluzioni le ambizioni sono incontentabili,

e come se le faccende pubbliche potessero maneggiarsi continuamente

dalla moltitudine, il restringerle in pochi magistrati era riputato

aristocrazia; gli esclusi gridavano tirannide, gente pericolosissima

perchè pretendeva parole d'amore di patria.

Incominciava appena a farsi giorno, che già le piazze e le contrade

erano piene di gente, accorrendo da una parte il popolo tratto dalla

novità del caso, dall'altra i libertini portati dall'allegrezza e dal

desiderio di far certe dimostrazioni che credevano libertà; ed era

uno spettacolo mirabile il vedere tutta quella città mossa a gioia,

che, ancora non faceva un mese, si era veduta mossa a sangue. «Viva

la libertà, muoia l'aristocrazia, viva Francia, viva Buonaparte,»

gridavano le genovesi voci; in ogni angolo piantavansi gli alberi della

libertà; i balli, i canti ed i discorsi che si facevano loro intorno

erano eccessivi. Morando era fuori di sè dalla contentezza, sebbene

non del tutto si soddisfacesse dei membri del governo temporaneo,

parendogli aristocrati anzi che no. Vitaliani predicava. I nobili o

si nascondevano nelle più segrete case o fuggivano dalla città, e ne

avevano ben anche il perchè; che ad un primo trarre il popolo mosso e

stimolato dai novatori più vivi, gli avrebbe manomessi.

La servile imitazione verso la tragicomedia della rivoluzione franzese

dominava; ed ecco una calca di gente trarre con grida al ducale

palazzo, i patriotti li guidavano, con animo di levarne il libro

d'oro, infame catalogo, come dicevano, volume esecrato dell'antica

aristocrazia. La plebe, rotte a forza le porte dell'archivio, se lo

portava con incredibili scede e giullerie sulla piazza dell'Acquaverde,

e quivi, acceso un fuoco, lo ardeva, e le grida e le risa e gli

scherni furono molti. Ardevano col libro d'oro anche la bussola del

doge e l'urna dove s'imborsavano i nomi dei senatori pegli squittinii.

Vi si aggiunsero altri stemmi gentilizii raccolti a furia di popolo

da diversi luoghi; poi piantavano sulle ceneri delle reliquie

aristocratiche, come dicevano, il solito fusto, e gli applausi e le

musiche e i discorsi andavano al colmo.

Arso il libro d'oro, trascorreva il popolo, ed anche i carbonari vi si

mescolavano, ad un atto assai più biasimevole, e questo fu di rompere

ed atterrare la statua di Andrea Doria, che per memoria ed onore delle

sue virtù e de' suoi meriti verso la patria, i Genovesi antichi avevano

eretto nella corte del palazzo ducale. Dalle ingiurie si trapassava ad

insolenze criminose; perchè, sospettando che fossero ancora sostenuti

nelle carceri alcuni fra coloro che erano stati arrestati nei giorni

22 e 23 maggio, vi correvano a folla, ed, avendole sforzate, davano

comodità di fuggirsi a parecchi malfattori contaminando a questo modo

il nuovo governo con lo stesso fatto col quale avevano già assaltato

l'antico; tristi principii di libertà e di stato civile.

Come prima ebbero i nuovi magistrati preso l'ufficio, mandavano fuori

un manifesto, ringraziando Buonaparte della benevolenza mostrata

verso la repubblica, lodando i privilegiati della rinunziazione dei

privilegii, commendando i preti dello aver usato l'autorità loro a

stabilimento della libertà; invitavano i popoli della riviera ad unirsi

e ad affratellarsi con Genova; esortavano tutti a vivere quieti e

concordi. Venivano a congratularsi ed a parlare encomii dell'acquistata

libertà le città principali delle riviere; l'allegrezza si diffondeva;

la fratellanza e la concordia fra le varie parti della dizione genovese

parevano pigliar radice. Accresceva l'allegrezza il sentire che i

feudi imperiali avevano fatto dedizione di sè medesimi a Genova e

mandato deputati. Poi, per esser allora odioso quel nome di feudi,

li chiamavano Monti Liguri. Erano volontieri accettati nella società

genovese, lodati e ringraziati i deputati.

Ordinavasi intanto il corpo municipale di Genova, soggetto molto

geloso. Prendevano i municipali il magistrato il dì primo luglio con

non mediocre apparato, e non mancavano i soliti discorsi. Ma l'affare

più importante che si esaminava nelle consulte genovesi, era quello

di formar il modello della nuova costituzione. Perlochè, conformandosi

ai patti di Montebello, creava il governo la stabilita congregazione,

chiamando e dalla città e dalla riviera e d'oltremonti uomini di

riputato valore. S'adunavano bene spesso, ma servilmente procedendo,

modellavano alla franzese e secondo i comandamenti di Buonaparte.

Serra, un di loro, s'intendeva col generalissimo ed aveva più dominio

degli altri. N'era imputato dai patriotti che incominciavano a

mostrarsi mal soddisfatti di lui, chiamandolo aristocrata. Piacevano a

Buonaparte quasi tutti i pensieri di Serra, e, come se fossero suoi, ne

scriveva lettere al governo genovese.

Incominciavano a prepararsi i semi delle future discordie. Si faceva

principio della religione, non che toccassero le opinioni dogmatiche,

ma soltanto la disciplina. I popoli confondevano l'una coll'altra; i

chierici non che li disingannassero, li mantenevano nel falso concetto.

Comandava il governo che non fosse lecito ai vescovi di promuovere,

senza sua licenza, alcuno agli ordini sacri, se non coloro, che, già

suddiaconi o diaconi essendo, desiderassero ricevere il diaconato o il

pretato, e parimente, senza suo beneplacito, nessuno potesse, o uomo o

donna si fosse, vestir l'abito di nessuna regola di frati o di monache;

ordinamenti presi in mala parte dai più, perchè la setta contraria al

nuovo Stato se ne prevaleva. Poi decretava che ogni cherico, o regolare

o secolare che si fosse, se forastiero, dovesse fra certo termine e con

certe condizioni uscire dai territorii. Parevano questi stanziamenti

molto insoliti; ma bene più insolito e più strano appariva quell'altro

precetto, col quale si ordinava che uomini deputati dal governo a

tempo e dopo i divini uffici predicassero la democrazia alle genti. Fu

questo un gran tentativo; non succedeva bene, perchè in molti luoghi

i deputati non fecero frutto, in altri furono scherniti, in alcuni

scacciati. Si sollevarono universalmente gli animi religiosi contro

questa novità: i nemici dello Stato crescevano.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 58 / 99 段