Intanto i macchinatori non si ristavano in Venezia, non contenti al

cambiamento parziale autorizzato dal consiglio grande. Spargevano

voci insidiose, non potersi resistere, dovere lo Stato accomodarsi

al secolo con un totale cambiamento negli ordini primitivi; potere

Venezia vivere ancora gloriosa lungo tempo; antiquate essere le sue

forme, alcune inutili, alcune dannose, alcune ridicole; popolo, popolo

vuol essere; non patriziato, non aristocrazia; la ragione aver a

governare gli Stati; i diritti essere per natura uguali, dover essere

uguale l'autorità; nuovi secoli sorgere alla rigenerata umanità; nuova

libertà nascere, non di pochi potenti, comandanti a molti schiavi,

ma di tutti sovrani comandanti a nessuno schiavo. Quindi la cosa

ritraevano a Venezia: detestavano Pietro Gradenigo, lodavano Baiamonte

Tiepolo; i piombi, i molinelli, il canale Orfano con frequenti discorsi

memoravano, gl'inquisitori di Stato abbominavano. Capi a costoro

erano un Giovanni Andrea Spada, di fresco uscito dai piombi, antico

daziero, e, come troviamo scritto, antico esploratore e rapportatore

degl'inquisitori, ed un Tommaso Pietro Zorzi, di professione droghiere.

Seguitavano, ma più celatamente e più con desiderii dimostrati che

con opere attive, un Gallino da Padova, un Giuliani da Desenzano,

un Sordina da Corfù, finalmente un Dandolo da Venezia, uomo assai

chiaro per fama, per dottrina, per eloquenza e per un certo splendore

d'animo e di corpo che molto il rendevano osservabile. S'aggiungevano,

come suol avvenire, donne amatrici d'una politica libertà che non

intendevano; ma siccome elle avevano l'animo volto al bene, così

formavano nelle facili fantasie loro una immagine di libertà piena di

ogni bene, spoglia di ogni male.

Ma trattando di coloro che tenevano lo Stato, alcuni per debolezza non

erano capaci di risoluzione generosa ed obbedivano al tempo. Altri

per ambizione o per opinione secondavano il moto. S'accostavano ai

promotori di novità, parte ingannati, parte ingannatori; non pochi

altri che credevano che una mutazione nelle forme politiche avesse a

ritrar la repubblica da quell'abisso in cui era precipitata. Aveva

contrastato a tutti questi gagliardamente Francesco Pesaro; poi

quando cesse dalle faccende della patria, anzi dalla patria stessa,

contrastava la maggior parte dei savi di terraferma, fra di loro più

animosi mostrandosi e più vivi Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo.

Principalissimo fondamento ai disegni dei novatori era Villetard,

segretario del ministro di Francia, il quale, sebbene fosse stata dal

generalissimo intimata solennemente la guerra ai Veneziani, continuava

a starsene come persona pubblica a Venezia; ed anzi teneva alzato

alla sua porta lo stemma della repubblica di Francia, testimonianza

sensibile della rotta irregolarità di quei tempi e della debolezza

del governo veneziano. Era Villetard giovane molto infiammato nelle

opinioni di quei tempi, ma d'animo integerrimo: i suoi maneggi in

Venezia piuttosto da un grande errore di mente che da perversità di

cuore procedevano; le geometrie politiche gli avevano stravolto lo

intelletto.

Adunati ed ordinati in tal modo tutti gli amminicoli di distruzione,

restava ad ordinarsi il modo di usargli, perchè sortissero l'effetto

proposto; del che i capi non istavano lungo tempo in forse. Villetard,

Donato e Battaglia continuamente istavano presso il governo, acciocchè

riformando gli ordini e riducendoli alla forma democratica, pensasse

finalmente alla salute sua. Spaventavano rapportando che il numero

degli scontenti e dei novatori era incredibile, che cresceva ogni dì

più, che già erano sedici mila, che già si congiurava alla rovina dello

Stato, e molte altre cose aggiungendo.

Tutte queste rapportazioni partorivano effetti maravigliosi in animi

ammolliti da lunga pace ed insoliti a sì terribili rimescolamenti.

I raggiratori, veduto il tempo propizio e temendo che la riforma si

arrestasse a mezza strada, e che solo il governo si allargasse, ma non

scendesse fino alla forma democratica, si misero in sul fare maggiori

spaventi e in sul volere che del tutto il patriziato si abolisse.

Di questo negozio arrivavano cenni da Milano, dove Buonaparte si

era condotto coi due legati veneti, ai quali era stato aggiunto per

terzo Alvise Mocenigo. Recavano le Milanesi novelle, la salute della

repubblica consistere nella abolizione del patriziato e nella creazione

della democrazia pura. Di questo scrivevano i veneti legati; di questo

quell'Haller che si era fatto da pubblicano uomo di Stato. Perchè poi

non mancasse a questa fraude anche la parte del ladroneccio, si dava

voce che sei mila zecchini di beveraggio, senza dir per chi, avrebbero

fatto gran forza. Adunque tra gli spaventi e le speranze, tra le

minaccie e le promesse, si piegava la consulta del doge, e con lei il

maggior consiglio, il dì 4 di maggio, ad ampliare il mandato ai legati,

acciocchè potessero consentire all'annullamento del patriziato ed alla

creazione della democrazia. Fu anche fatto abilità al savio cassiere

di rimettere all'ebreo Vivante, perchè li trasmettesse a Milano,

i sei mila zecchini in tante paste d'oro e d'argento che ancora si

ritrovavano nella zecca.

Avendo Venezia ceduto, vieppiù insorgevano i repubblicani. Non si

soddisfacevano del tutto del mandato fatto ai legati di consentire

al cambiamento totale della forma del governo; desideravano che il

maggior consiglio di per sè stesso rinunziasse alla sovranità, abolisse

il patriziato e creasse la democrazia. Pareva questa mutazione più

solenne e più sicura. Desideravano al tempo stesso di occupare co'

soldati franzesi Venezia, e far apparire che l'occupazione di una

città tanto nobile e tanto importante in Europa fosse spontaneamente

chiamata da dentro, non violentemente prodotta da fuori. In questo si

proponevano mille altri fini di non poco momento, ed erano l'entrare

di queto, l'avere intiero ed intatto l'arsenale e tutto che fosse del

pubblico, il poter volgere tutte le forze del territorio veneto contro

l'imperatore, se la pace non si effettuasse, e contro l'Inghilterra,

che tuttavia perseverava in condizione ostile. Per la qual cosa, mentre

Villetard e chi operava con lui tendevano insidie al governo in Venezia

per ispegnerlo, Buonaparte negoziava molto apertamente fra i conviti e

le feste un trattato coi legati della repubblica in Milano.

All'indurre il gran consiglio a cambiare lui medesimo la forma del

governo, ed all'introduzione di un presidio franzese indirizzavano

Villetard ed i Veneti che il secondavano, tutti i loro pensieri. Per

questo si rendeva necessario il privare Venezia delle sue difese con

disarmare i legni e con allontanare gli Schiavoni che vi alloggiavano

in numero di circa dodicimila. Per questo Morosini, che aveva il

carico di preservare quell'antica sede della sua patria, spargeva che i

congiurati crescevano di numero e di forza, che oggimai non si potevano

più frenare, che nuovi soldati abbisognavano. Intanto da persone

apposta si accusava la fede degli Schiavoni, si affermava, voler loro

fare un moto per saccheggiare. Dava favore a questi spaventi Condulmer,

affermando non essere le difese apprestate nelle lagune abili ad

arrestare i Franzesi, ove si risolvessero a passarle per assaltar

Venezia; già esser grossi a Mestre, già da Fusina minacciare, già

Brondolo e Chioggia pericolare dalle armi loro.

Quando più operava nell'animo dei patrizii il terrore, parendo ai

congiurati che fosse il momento propizio, si appresentavano per

suggestione di Villetard, alle camere del doge Spada e Zorzi, facendo

una gran pressa di essere uditi per cosa che, come dicevano, importava

alla salute della repubblica. Furono destinati ad udirli Pietro Donato

e Francesco Battaglia, e quindi, sulle loro rapportazioni, ad intendere

dal segretario di Francia quello che vero fosse dei detti di Spada e

di Zorzi. Tornati riferivano, Villetard, non per modo di richiesta, ma

di consiglio, avere dimostrato, importare alla salute della repubblica

che si abolisse nel giorno stesso il patriziato, s'instituisse la

democrazia e di più le seguenti condizioni si effettuassero: si

carcerasse il conte d'Entraigues, agente del re Luigi, e tutti i

suoi ricordi si dessero in mano del generalissimo; si liberassero i

carcerati per opinione; gli Schiavoni partissero; si surrogasse una

guardia nazionale; si pubblicasse un manifesto per voce del governo; si

creasse un municipio di trentasei Veneziani di ogni classe; le città

di terraferma e delle isole venete s'invitassero a mandar deputati in

Venezia a fine di comporvi un consesso generale di governo temporaneo;

tutti i delitti politici si condonassero; vi fosse libertà di stampare,

sì veramente che del passato nè quanto alle persone nè quanto al

governo non si parlasse; si chiamassero i Franzesi a presidiar la

città con quattromila soldati, ed occupassero l'arsenale, il castello

Sant'Andrea, Chioggia e tutte le isole circonvicine che fossero a

grado del generalissimo; con questo l'assedio si togliesse; la guardia

nazionale custodisse la camera ed altri posti d'onore. Il doge Manin

fosse presidente del municipio, Andrea Spada vicepresidente; Querini

si richiamasse da Parigi; si mandassero deputati a Buonaparte per

annunziar la nuova forma del governo; si spacciasse col fine medesimo

alle repubbliche Batava, Cispadana, Transpadana e Genovese.

Accordati tutti questi capitoli fra i deputati della consulta del

doge ed il segretario di Francia, che altri ne volea aggiungere, ma fu

dissuaso da Battaglia, restava che il maggior consiglio gli approvasse.

Per questo Donato e Battaglia avevano persuaso a Villetard, il quale

voleva che senza soprastamento si mettesse mano all'opera, aspettasse

tre o quattro giorni, affinchè potessero fare le pratiche necessarie

per indurre il maggior consiglio alla risoluzione. Incominciavano il

maneggio con le solite promesse e coi soliti spaventi; fra le altre

insidie si mandava attorno una lettera di Haller, apportatrice delle

risoluzioni di Buonaparte, che cessassero i diritti ereditarii, che

si creasse la democrazia, che si fondasse il governo rappresentativo:

se nol facessero volontariamente, verrebbe egli a farlo per forza. Di

notte tempo Spada svegliava all'improvviso Battaglia, e gli mostrava

la lettera, la mattina molto per tempo la recava alla signoria.

Intanto gli Schiavoni, sola sicurezza contro gli assalti e forastieri

ed interni, erano stati fatti imbarcare, e già se ne stavano sulle

navi aspettando il vento prospero per alla volta di Zara; le lagune

disarmate da Condulmer.

Era il giorno 12 di maggio destinato da chi regge queste umane cose

alla distruzione della veneta repubblica. Era adunato il maggior

consiglio, gli arsenalotti, ma pochi, il custodivano; le navi

difenditrici ritirate dall'estuario si accostavano vuote al lido; si

vedeva un avviluppamento degli ultimi Schiavoni che s'imbarcavano;

il popolo atterrito, nè ben sapendo che significassero que' tristi

presagi, si raccoglieva in folla intorno al palazzo: i congiurati

di dentro discorrevano per ridurre il maggior consiglio a spegnere

l'antico governo; i congiurati di fuori spargevano mali semi. Aiutava

le fraudi loro la risoluzione del primo maggio favorevole al modificare

le antiche forme. La setta democratica trionfava.

Orava il doge pallido e tremante sui pericoli presenti: parlava delle

congiure, de' desiderii di Buonaparte, dell'inutile resistenza,

e delle promesse date, se si riformasse: proponeva in fine il

governo rappresentativo. Mentre si stava deliberando, ecco udirsi

improvvisamente alcune scariche d'archibusi fatte per festa e per forma

di saluto nell'atto del partire dagli Schiavoni, che nel sottoposto

canale s'imbarcavano; rispondevano ugualmente per festa e per forma

di saluto coi tiri loro i Bocchesi alloggiati a San Zaccheria. Un

subito spavento prendeva gli adunati padri; credettero che fossero

i congiurati intenti ad ammazzare il doge e tutto il ceto patrizio,

siccome ne era corsa fama per le congiure; si aggiravano per la

sala privi d'animo e di consiglio. Gridavano confusamente e con gran

pressa, parte, parte, che in lingua veneziana significava, squittinisi,

squittinisi. Posto il partito, si vinceva con 512 voti favorevoli,

20 contrari, 5 non sinceri. A fine di preservare incolumi, diceva il

decreto, la religione, le vite e le sostanze degli amatissimi sudditi

della città di Venezia, e di allontanare l'imminente pericolo di

novità violente, ed altresì sulla fede che fossero i giusti riguardi

avuti verso il ceto patrizio, e verso tutti i partecipi dello Stato,

e con questo che la sicurtà della zecca e del banco fosse guarantita,

conforme ai partiti già presi il primo e quarto giorno di maggio;

accettava il maggior consiglio il governo rappresentativo, purchè a

questo fossero conformi i desiderii del generalissimo di Francia; ed

importando che in nissun modo senza tutela la patria comune restasse,

si faceva carico ai magistrati di provvedervi. A questo modo i patrizii

veneti dell'antichissima loro autorità si dispogliarono, non con

dignità in una tanta disgrazia, ma minacciati da due sudditi di oscuro

nome ed aggirati da due colleghi infedeli; non per armi perirono nè

per assalto di un nemico aperto, ma per fraude di amici disleali. Non

mancò il popolo al governo, ma il governo al popolo, e morì una pianta

con le radici buone, perchè era la testa guasta; nè ebbero i patrizi

il conforto dello aver perduto lo Stato per virtù superchiata, perchè

coraggio non mostrarono e la cautela fu vizio. Epperò se i buoni ebbero

compassione a Venezia pel destino, la biasimarono per debolezza; i

tristi la schernirono. Ma certamente esempio terribile fu; il caso di

Venezia turbò allora tutto il gius pubblico d'Europa.

Poichè i patrizii ebbero preso il partito di rinunziare all'autorità

propria e di rimettere lo Stato nelle mani di Buonaparte, tale un

timore gli assalse in quelle stanze piene tuttavia delle immagini

de' loro forti antenati e di quanto fu da essi fatto di grande e

di glorioso sì in pace che in guerra, che, non sapendo più nè dove

restassero nè dove gissero, si abbandonarono, come perduti ad ogni

affetto più disperato. Si ritraevano alcuni alle stanze private del

doge che, tutto smarrito, aveva dato ordine che di tutti i ducali segni

si dispogliassero: altri usciti all'aperto per ritirarsi alle case

loro, lagrimando e gridando: Non è più Venezia, non è più San Marco,

facevano uno spettacolo miserabile in mezzo alle turbe affollate,

che ancora non ben sapevano chè alla patria sovrastasse. I novatori,

che pensavano essere avvenuto quello che aspettavano, trepidando

dall'allegrezza gridavano: Viva la libertà. Ma il popolo, che prima

era stato incerto, nè poteva recarsi nell'animo tanta abbiezione

dalla parte de' patrizii, saputo il fatto, si accendeva di una furia

incredibile ed incominciava minaccioso a fare una gran tumultuazione,

chiamando unitamente il nome di San Marco. Cresceva la folla, a cui si

erano fatti compagni pochi Dalmati non ancora imbarcati. Accorrevano

le donne, i vecchi ed i fanciulli. Cominciavano le turbe rabbiose a

correre gridando e schiamazzando. Ma non può il popolo sollevato star

lungo tempo sui generali, anzi tosto dà nei particolari o d'amore

o d'odio. Correva alle case d'un pizzicagnolo che aveva fatto certe

dimostrazioni a favor di uno uscito dai piombi, ed, in men che non si

dice, sperdeva e rompeva ogni mobile: poi trovatagli una nappa di tre

colori addosso gliela conficcava in fronte; già uno Schiavone stava

in atto di mozzargli il capo, quando il mal arrivato, per iscampo

della vita, prometteva di palesare i rei della congiura. Nè così tosto

usciva dalla sua bocca il nome di qualcuno, che una mano di popolo

partiva per mettere a sacco la casa del nominato. Saccheggiavansi per

tale modo Zorzi, Gallino, Spada, Zatta libraio. Fu avuto rispetto ai

palazzi de' ministri, anche a quello di Francia. Villetard, non sapendo

fino a qual termine potesse trascorrere quel furor popolare, si era

nascosto dal ministro di Spagna: là scriveva a quel governo ch'egli

medesimo aveva distrutto, che frenasse quell'impeto. Poi egli e Donato,

ai quali più d'ogni altro importava il calmar quel furore, facevano

opera che si adunassero alcune compagnie di soldati italiani, e ne

presidiavano il ponte di Rialto. Vi conduceva Bernardino Renier due

cannoni, coi quali tratto ed ucciso tre o quattro popolani, poneva fine

a quello incomposto accidente. Usavano Villetard, Donato e Battaglia la

occasione, e, preparato e mandato il navilio a Mestre, la notte del 16

al 17 maggio, levavano, sotto il comandamento di Baraguey d'Hilliers,

quattro mila soldati franzesi. La mattina molto per tempo si scoprivano

schierati sulla piazza di San Marco soldati ed armi forastiere non mai

viste in Venezia da quindici secoli. Creossi il municipio, si promisero

cose che non si attennero, lusingossi con le parole, gravitossi coi

fatti, e tanto si continuò l'inganno che la ricca e potente Venezia

rimase spogliata del tutto ed inerme.

Avevano Buonaparte ed i legati veneziani, ai quali, come si è narrato,

erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste novelle degli

accidenti di Venezia, specialmente della rinunzia fatta nel giorno 12

dai patrizi e della dissoluzione dell'antico governo aristocratico.

Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi aveva dato

il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati nè a conclusione di

trattato. Ciò nondimeno le pratiche si continuarono pei loro fini,

tanto per parte dei Veneziani come del generalissimo. Adunque si

stipulava da ambe le parti il giorno 16 maggio in Milano un trattato

di pace e di amicizia tra la repubblica Franzese e la Veneziana:

cessassero tra di loro tutte le offese; rinunziasse da parte sua il

gran consiglio al suo diritto di sovranità, ordinasse la annullazione

dell'aristocrazia ereditaria, riconoscesse la sovranità dello Stato

consistere nella universalità dei cittadini: a tutte queste cose

consentisse con patto che il nuovo governo guarentisse il debito

pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le provvisioni a vita: la

repubblica Franzese concedesse, siccome n'era stata richiesta, una

schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi conservasse intero l'ordine

e la tranquillità, vi tutelasse le persone e le proprietà, procurasse

la esecuzione delle prime risoluzioni del governo nuovo; questi soldati

partissero da Venezia tostochè il nuovo governo dichiarasse non averne

più bisogno; le altre truppe franzesi sgombrassero gli altri territorii

veneti, tostochè la pace del continente fosse conchiusa: si facesse

sollecitamente il processo agl'inquisitori di Stato, ed al comandante

del Lido; la repubblica Franzese perdonasse ad ogni altro Veneziano.

Questi erano i capitoli mostrabili: i segreti contenevano altri

effetti importanti: si accorderebbero le due repubbliche pel cambio di

territorii, la Veneziana pagasse alla Franzese tre milioni di tornesi,

somministrasse una valuta di altrettanti in arnesi di marineria,

le desse tre navi di fila con due fregate fornite di tutto punto,

consegnasse a' commissarii a ciò destinati venti quadri, e cinquecento

manoscritti a scelta del generalissimo: la repubblica Franzese si

interponesse a pace comune tra la Veneziana e la reggenza di Algeri.

Di tale forma furono i capitoli del trattato concluso in Milano tra

Buonaparte e i Veneziani. A loro fu aggiunto quest'altro, che le due

parti ratificassero nel più breve spazio il trattato. Il ratificarono

in fatti i municipali di Venezia, persuadendosi, non si vede come nè

perchè, che tutta l'autorità della repubblica e del maggior consiglio

in loro fosse investita. Negava Buonaparte la ratificazione, allegando

essere da parte dei mandatarii veneziani cessato il mandato, perchè era

estinto il mandatore.

La forza aveva insidiato Venezia, le chimere di una libertà fallace le

diedero il tracollo. La medesima forza e le chimere medesime usando

contro Genova, la si tirava ancor essa all'ultimo eccidio. Laonde,

non ancora terminata, ma già prossima a terminarsi la tragedia di

Venezia, scriveva Buonaparte, a Faipoult, ministro di Francia a Genova,

ed operatore attivo dei disegni franzesi, che la rovina di Venezia

doveva partorire necessariamente la rovina di Genova. Sapeva che il

governo genovese non avrebbe gagliardamente contrastato, quantunque

in lui fosse più vigore che in quello di Venezia, sì perchè alcuni dei

senatori erano abbacinati dai fantasmi dei tempi, e sì perchè nel ceto

medio era molta opinione contraria, credendo molti che la democrazia

fosse da anteporsi all'aristocrazia, come se democratici fossero i modi

di reggimento politico indotti in Italia in quei tempi. Aggiungevansi

i capitali genovesi investiti in gran parte in Francia, ed i traffichi

tra Francia e Genova frequentissimi, cose molto tenere e capaci a far

calare i Genovesi ad un primo rumore d'armi. Infine pei passi frequenti

delle genti di Francia sulle riviere, erano sorte in esse le opinioni

nuove. Savona titubava e per questo e per le antiche emulazioni. Alcune

fortezze e molti siti del Genovesato erano in mano dei buonapartiani.

Nè a questo contento il direttorio, aveva operato che Rusca e Serrurier

appoco appoco e sotto altri colori le schiere loro accostassero a

Genova, e che l'ammiraglio Brueys comparisse con navi grosse e sottili

nelle acque delle riviere.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 57 / 99 段