giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali franzesi condotti da un
Antonio Nicolini, Bresciano, aiutanti di Kilmaine, ed impedire il passo
ad una squadra di cavalleria che da Brescia mandava il provveditore
a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori, perchè
una massa di circa cinquecento tra lombardi e bergamaschi, guidati
da capi franzesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con due
cannoni, certamente avuti da' Franzesi, perciocchè portavano lo stemma
imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina del 18 già
erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo punto aprir
le cannoniere del castello che miravano ai palazzo. Dei congiurati,
quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi andato
all'incontro de' lombardi, e chi sparso in vari luoghi eccitava il
popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà che si armassero i soldati
della repubblica e con la forza si resistesse ai ribelli; Battaglia
titubava per paura dei Franzesi, de' nobili e di tutto: certo il
minor male che si possa dire di lui è che ebbe paura. La somma fu, che
sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante,
dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei
repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto
a fulminare; poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche
veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà de' novatori.
Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato, ch'era fuggito.
Arrestarono Battaglia, e per poco stette che non lo uccidessero. Lo
serravano poscia in castello, dov'era custodito da soldati franzesi.
Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia
a Venezia. Scriveva il senato le sue querele al ministro Lallemand;
le scriveva al nobile Querini in Francia. Si rispondeva che non si
sapeva capire, che i Franzesi non s'ingerivano, che la Francia era
amica a Venezia, che qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle
soldatesche. Ma la importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della
somma delle cose in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due
savi del collegio, Francesco Pesaro e Giambattista Corner, affinchè
gli dimostrassero quanto offendessero la neutralità e la sovranità
della repubblica le cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera
de' comandanti franzesi, e quanto fossero contrarie alle protestazioni
di amicizia che la repubblica di Francia continuamente ed anche
recentemente aveva fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo ed
asseverantemente protestassero dell'incorrotta fede e della costante
amicizia del senato verso la Francia; stringesserlo a disapprovare
pubblicamente la condotta de' comandanti delle due città ribellate
ed a restituire i due castelli, fonti evidenti della ribellione;
richiedesserlo infine che consentisse che il senato con le armi in
mano rimettesse sotto la obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il
generale repubblicano, espostogli il fatto da' legati, rispondeva, non
abbastanza ancora essere sicure le sorti della guerra, perchè potesse
restituire alla repubblica i castelli occupati: potrebbe il senato fare
quanto gli sarebbe a grado per sottomettere i ribelli, purchè le genti
franzesi e gl'interessi loro non ne fossero offesi: del comandante di
Bergamo, perchè questi più di quel di Brescia si era mescolato nella
rivoluzione, ordinerebbe fosse condotto a Milano e processato; sarebbe,
se colpevole, castigato: allegava, essere sincera la fede della Francia
verso Venezia. Trapassando poscia più oltre, si offeriva ad usare le
proprie forze per ridurre i novatori a devozione del senato, e che ove
ne fosse richiesto, il farebbe. Toccava finalmente che sarebbe bene che
Venezia più strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.
Ma mentre affermava Buonaparte, essere in potestà del senato il fare
quanto gli parrebbe conveniente per ridurre allo ordine i ribelli,
pubblicava Landrieux a Bergamo, forse volendo ricoprire, con mostrar
severità i sospetti, che potevano concepirsi di lui dai repubblicani di
Francia e d'Italia, che nissuna gente armata sarebbe lasciata entrare
nè in Brescia nè in Bergamo, e che se alcuna vi si appresentasse,
questa avrebbe assalito, come nemico, con tutte le sue forze. Le cose
però da più alta sede pendevano che da Landrieux, perchè visitato a
Parigi dal nobile Querini uno dei cinque del direttorio, e dettogli,
che poichè i Franzesi protestavano non volersi mescolare nel governo
interno delle città venete, doveva riuscire cosa indifferente al
direttorio se il senato rimettesse nel dovere i Bergamaschi, rispondeva
risolutamente il quinqueviro, non lo sperasse e che finchè fossero in
Bergamo truppe franzesi, non l'avrebbe mai il direttorio permesso. E
terminava dicendo, che infine non toccava alla repubblica di Venezia a
comandare alla Franzese, e che vedeva bene che i discorsi del Querini
dimostravano che il governo veneto non si fidava della lealtà del
direttorio, ma che se così fosse, avrebbe potuto farlo pentire. Da
ciò si vede quale concetto si dovesse fare della condiscendenza di
Buonaparte.
Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i
legati, parendo loro cosa enorme, pericolosa e di pessimo esempio, che
soldati forastieri si adoperassero per tornare a devozione i ribelli
della repubblica. Per la qual cosa negavano l'offerta, restringendosi
con dire che, poichè i castelli erano in mano dei Franzesi e servivano
di appoggio ai turbatori dell'antico Stato, ragion voleva, acciocchè si
pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche dimostrazione pubblica
per disapprovare i moti che si erano suscitati. Al che non consentendo
rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle nuove opinioni che molto
avevano aiutato le sue armi, sarebbe certamente incolpato se ora si
dimostrasse avverso a coloro che si erano scoperti fautori del nome
e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si sarebbe piegato,
quando il direttorio precisamente comandato glie l'avesse. Tornava
poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia colla Francia,
proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava esser questo il
mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Rispondevano i legati della
repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia; dell'alleanza
risolverebbe quando, ritratta l'Europa da quell'immenso disordine
e ricomposta in questo Stato, potrebbe con sicurezza di consiglio
deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore: poi
tornando sulle antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani
il ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver
ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava
voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava quanto fosse in
lui lo sprezzo della neutralità.
Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava
a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine,
generale che reggeva la Lombardia, biasimando il comandante di Bergamo.
Ma come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o
finte che fossero, perchè la lettera che gli si attribuisce è di data
incerta, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema, opera
non solo certa, ma anche evidente delle truppe Franzesi. Occupavano
violentemente la città, e, distrutta per la forza e per l'inganno
l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne givano affermando che
i Franzesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Creavasi il
municipio, piantavasi l'albero, ballavavisi intorno, appiccavasi una
fune al collo del Lione di San Marco come se fosse tempo da ridere;
facevasi la luminaria, gridavasi libertà. Il podestà fu lasciato
partire senza offesa.
Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere
nuovi pensieri tanto nei capi franzesi, quanto nel senato veneziano,
così come ancora fra i sudditi che si conservavano fedeli. Vedevano i
primi che l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era
di somma importanza ai loro ulteriori disegni. Principale fondamento
ad ogni moto era Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini
fieri e bellicosi. Quivi pur accorrevano Dombrowski co' suoi Polacchi,
Lahoz co' suoi Italiani, e davano incentivi con le parole, animo con
le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani, Milanesi,
Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuatamente, chi con lingue
pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per
combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al
colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi erano
incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse
andar sossopra tutta ed a ruina la veneziana repubblica. Lahoz,
Gambara, Lecchi ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato
in questi moti, trionfavano.
Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma
veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente
della potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori
cose, proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra
dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza
e per essere passo del fiume. Mentre ne tramavano gl'inganni, non
erano le cose sicure pei Franzesi, che tuttavia si trovavano a fronte
dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva
anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in
Verona contro i Veneziani, gli rappresentava che il moto di lei sarebbe
riuscito pericoloso e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca
gli stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse
tempo più propizio. Rispondeva, gisse pure e sommuovesse Verona. Nè in
Brescia stavano oziosi i novatori rispetto a quella città.
Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del
governo veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi
dei Bresciani sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra
quegli stessi che macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro
sì grave pericolo. Vi mandava, con dar voce di cagioni diverse dai
sospetti, parecchi reggimenti di Schiavoni; vi mandava due provveditori
straordinarii, Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e
Nicolò Erizzo, uomo di natura molto calda ed amantissimo del nome
veneziano. Ma perchè le radici della forza erano nel paese, dava
facoltà amplissima al conte Francesco degli Emilii, personaggio
ricchissimo e di molto seguito, acciocchè armasse la gente del
contado, promettesse e desse soldi, ogni e qualunque cosa che in poter
suo fosse, facesse per isventare le macchinazioni dei repubblicani.
Accettava volentieri il carico il conte Emilii, e tra per l'autorità
del suo nome e l'efficacia delle sue ricchezze faceva non poco frutto,
soldando gente, provvedendo armi, ammassando munizioni, traendo a sè
buoni e cattivi per tenere in piedi la insidiata repubblica. Faceva
compagni alla sua impresa il conte Verità ed il conte Malenza co'
suoi due figliuoli, uomini anch'essi molto infiammati nel difendere
l'antico dominio dei Veneziani. Il secondavano efficacemente i preti ed
i frati con le esortazioni loro, alle quali maggior forza accrescevano
lo strazio testè fatto del papa, e lo spoglio di Loreto: gli animi,
già infieriti per tante ingiurie, di maggior veleno s'imbevevano per
l'oltraggiata religione. Accresceva lo sdegno lo orribile governo
che facevano delle provincie le truppe repubblicane, sì quelle che
stanziavano, come quelle che viaggiavano. Vieppiù inaspriva i popoli
una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli rapiti dai Tedeschi in
guerra erano fatti pagare dai comuni.
Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò; perchè andata contro
questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di
qualche Franzese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani aiutati
dagli abitatori della valle di Sabbia. Queste erano le masse ordinate
dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole esempio
di fedeltà e di ardire dava nello fazione di Salò il provveditore
Francesco Cicogna. I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di
cento, furono condotti a trionfo per Verona; i sudditi, carcerati
come rei di Stato. La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi
sbigottiti in tutta la terra ferma. Armavansi a gara i popoli e
protestavano della fede loro verso il senato. E questo moto fu apposto
a delitto ai Veneziani dai Franzesi e da' lor partigiani.
Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I
moti della terraferma erano spontanei e solo cagionati dalla rabbia
concetta dai popoli infastiditi delle insolenze e sdegnati dalle
ingiurie dei forastieri. Perciò il senato li poteva qualificare come
opera non sua e sempre protestare, quanto spetta alla direzione dei
governo, della perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in
Italia, secondando il talento proprio, e, credendo di far cosa grata
al generalissimo, pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo
un atto falso ad uno dei magistrati più principali, far in modo che il
governo veneziano egli medesimo paresse colpevole di ree instigazioni
contro i Franzesi. Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto
attribuendolo a Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica
in terra ferma, col quale si stimolavano i popoli a correre contro i
Franzesi e ad ucciderli. Fu questo manifesto composto per opera di un
Salvadori, novatore molto operativo di Milano e rapportatore palese e
segreto di Buonaparte, poi caduto in miseria tale che, gittatosi in
fiume a Parigi, terminò con fine disperato una vita poco onorevole.
Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale che si scriveva
in casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati
ancor essi dalla illusione e dalle vertigini di quell'età. Quantunque
astutamente gli sia stata apposta la data del 20 marzo, uscì veramente
al 5 aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a Judenburgo
a questo tempo, e già fatto sicuro della pace con l'imperadore, non
aveva più timore delle masse veneziane. Non daremo nè il manifesto nè
le parole gravissime nelle quali in tale proposito proruppe uno storico
famoso; ma dobbiam dire che il manifesto si spargeva in copia dai
patriotti e dai capi franzesi, massimamente da Landrieux. Nè credendo
i macchinatori di questa fraude, che tutto l'operato fin qui bastasse,
perchè i popoli vi prestassero fede, Lahoz, capo e guida di tutte le
genti Lombarde e Polacche, gli avvertiva con bando pubblico che la
neutralità era stata rotta dai tradimenti di Battaglia, il quale,
soggiungeva, si era pazzamente persuaso che «Voi altri contadini,
privi in tutto di arte militare, sareste, i vincitori dei Franzesi,
la prima nazione dell'universo pel coraggio e la scienza della guerra.
Sappiate adunque che il generale Buonaparte ha ordinato che Battaglia
sia messo in ferri ed impiccato; che saranno pure impiccati coloro che
v'inciteranno alla ribellione; le vostre case saranno arse, le famiglie
desolate; uscite d'errore e presto; deponete le armi, portatele al
comando di Brescia, mandategli deputati; quando no, perirete tutti.»
Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del
manifesto per far vedere ai popoli ch'ei fosse vero; e que' ferri e
quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi
allora in Venezia, non era in podestà loro nè di farlo arrestare nè di
farlo impiccare. Allontanava da sè Battaglia l'infamia del manifesto
con ismentirlo; lo smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava;
perchè i tempi erano più forti delle protestazioni.
Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio de' Veneziani,
era spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed innocente
Stato. Restava che le condizioni divenissero tanto sicure rispetto agli
Austriaci, che si potesse senza pericolo mandar fuori quello che già da
lungo tempo si era il generalissimo nell'animo concetto. A questo gli
dava occasione la tregua sottoscritta coi legali dell'imperadore il dì
7 aprile a Judenburgo. Ed in fatti non così tosto l'ebbe firmata, che
incominciò le dimostrazioni ostili contro i Veneziani; il che mandò
ad esecuzione in varii modi, ma che tutti tendevamo al meedesimo fine.
Primieramente mandò il suo aiutante Junot con amare condizioni a fare
un violento ufficio a Venezia non senza grave ferita alla dignità
della repubblica. Arrivato Junot, altieramente richiedeva per parte
del generalissimo di essere udito incontanente in pien collegio dal
serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi; era il sabbato,
in cui per antico costume non sedevano i magistrati, intenti in quel
giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri. Ne avvertivano Junot;
ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane impazientissimo,
insisteva dicendo o l'udissero subito o appiccherebbe le cedole della
guerra ai muri. Credettero i padri che il derogare all'uso antico fosse
minore scandalo di quanto era capace di commettere quel soldato, e
consentirono ad udirlo la mattina del sabbato. Introdotto in collegio,
dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre capi della
quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di terraferma ed i
cinque agli ordini, leggeva una lettera che scriveva Buonaparte al doge
il dì 9 aprile da Judenburgo, ed era questa: «Tutta la terraferma della
serenissima repubblica di Venezia è in armi: in ogni parte sollevati ed
armati gridano i paesani morte ai Franzesi; molte centinaia di soldati
dell'esercito Italico già sono stati uccisi, invano voi disapprovate
le turbe raccolte pei vostri ordini. Credete voi che nel momento in
cui mi trovo nel cuore della Germania, io non possa far rispettare
il primo popolo dell'universo? Credete voi che le legioni d'Italia
sopporteranno pazientemente le stragi che voi eccitate? Il sangue de'
miei compagni sarà vendicato: a sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi
a molti doppii il coraggio ogni battaglione, ogni soldato franzese.
Con empia perfidia corrispose il senato di Venezia ai generosi modi
usati da noi con lui. Il mio aiutante, che vi reca la presente, è
portatore o di pace o di guerra. Se voi subito non dissolvete le masse,
se non arrestate e non date in mia mano gli autori degli omicidii, la
guerra è dichiarata. Non è già il Turco sulle frontiere vostre, nissun
nemico vi minaccia, d'animo deliberato voi avete inventato pretesti
per giustificar le masse armate contro l'esercito: ma ventiquattr'ore
di tempo e non saran più: non siamo più ai tempi di Carlo VIII. Se,
contro il chiaro intendimento del governo franzese, voi mi sforzate
alla guerra, non pensate per questo che, ad esempio degli assassini che
voi avete armati, i soldati franzesi siano per devastar le campagne del
popolo innocente e sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed
egli benedirà un giorno sino i delitti che avranno obbligato l'esercito
franzese a liberarlo dal vostro tirannico governo.»
Qui non è bisogno d'aggiugner discorsi per giudicare di così fatta
intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il
loro sovrano, non si sarebbero mossi e non avrebbero ucciso i soldati
franzesi se gl'insidiatori non avessero seminato la ribellione. Del
resto alcuni pur troppo furono uccisi, ma non a centinaia come la
solita gonfiezza ebbe allegato. Ridotto il principe di sì antica e
nobile repubblica a condizione tanto abbietta, rispose pacatamente,
delibererebbe il senato; avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e
di amicizia verso la nazione franzese. Intanto le crudeli calunnie,
l'incredibile insulto, le disgrazie imminenti avevano riempito l'animo
de' circostanti di orrore e di terrore.
Acerbe lettere scriveva il dì medesimo del 9 aprile il generalissimo
a Lallemand: non potersi più dubitare che lo armarsi de' Veneziani
non avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia;
non aver mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte
le altre degli Stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata
contro di lui; meno ancora potuto comprendere come per calmare quel
piccolo ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè
quando si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la
mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli
atti dei provveditori di Brescia, Bergamo e Crema, in cui si affermava
essere la sollevazione opera de' Franzesi, esser bugie inventate a
disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato
veneziano; avere il senato usato la occasione in cui egli, inoltratosi
nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per
mandar ad effetto una fraude che sarebbe priva d'esempio se non fossero
quelle ordite contro Carlo VIII ed i Vespri Siciliani; essere stati i
Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento in cui
i soldati erano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i
Veneziani più fortunati di Roma; la fortuna della repubblica Franzese,
stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune
veneziane.
Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una
nave veneziana, a fine di tutelare una conserva tedesca, combattuto
la fregata franzese la Bruna; essere stata arsa la casa del console
a Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza
il governatore; dieci mila paesani armati e pagati dai senato aver
ucciso tra Milano e Bergamo cinquanta Franzesi; piene essere, malgrado
delle promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova e Treviso;
arrestarsi in ogni luogo gli amici della Francia; gridarsi per ogni
parte morte ai Franzesi; furibondi i predicatori pubblicare da ogni
cattedra la volontà del senato, stimolare contro la Francia; vera
ed effettiva condizione di guerra essere tra Francia e Venezia;
saperlo Venezia stessa, che altro modo non trovava di giustificarsi,
che il disapprovare con parole quelle masse che coi fatti armava e
pagava: domandasse adunque Lallemand, conchiudeva, a Venezia, che
risolutamente rispondesse se avesse pace o guerra con Francia: se
guerra, partisse incontanente; se pace, domandasse che i carcerati per
opinione e di non altro rei che di amare i Franzesi, fossero rimessi
in libertà; che tutti i presidii, salvo gli ordinarii quali erano sei
mesi prima, uscissero dalle piazze di terraferma; che tutti i paesani
si disarmassero e si riducessero alla condizione di un mese prima;
provvedesse il senato, che le cose fossero in terraferma tranquille e
sicure, e non pensasse solo alle lagune: gl'incenditori della casa del
console a Zante si punissero, e la casa si ristorasse a spese della
repubblica; il capitano, che aveva combattuto la Bruna, si punisse,
ed il costo della conserva nemica, protetta contro i patti della
neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di Bergamo e di
Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di nuovo le
cose allo stato quieto.