Ecco la sera del 17 marzo arrivare improvvisamente le novelle, essere

giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali franzesi condotti da un

Antonio Nicolini, Bresciano, aiutanti di Kilmaine, ed impedire il passo

ad una squadra di cavalleria che da Brescia mandava il provveditore

a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori, perchè

una massa di circa cinquecento tra lombardi e bergamaschi, guidati

da capi franzesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con due

cannoni, certamente avuti da' Franzesi, perciocchè portavano lo stemma

imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina del 18 già

erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo punto aprir

le cannoniere del castello che miravano ai palazzo. Dei congiurati,

quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi andato

all'incontro de' lombardi, e chi sparso in vari luoghi eccitava il

popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà che si armassero i soldati

della repubblica e con la forza si resistesse ai ribelli; Battaglia

titubava per paura dei Franzesi, de' nobili e di tutto: certo il

minor male che si possa dire di lui è che ebbe paura. La somma fu, che

sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante,

dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei

repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto

a fulminare; poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche

veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà de' novatori.

Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato, ch'era fuggito.

Arrestarono Battaglia, e per poco stette che non lo uccidessero. Lo

serravano poscia in castello, dov'era custodito da soldati franzesi.

Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia

a Venezia. Scriveva il senato le sue querele al ministro Lallemand;

le scriveva al nobile Querini in Francia. Si rispondeva che non si

sapeva capire, che i Franzesi non s'ingerivano, che la Francia era

amica a Venezia, che qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle

soldatesche. Ma la importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della

somma delle cose in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due

savi del collegio, Francesco Pesaro e Giambattista Corner, affinchè

gli dimostrassero quanto offendessero la neutralità e la sovranità

della repubblica le cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera

de' comandanti franzesi, e quanto fossero contrarie alle protestazioni

di amicizia che la repubblica di Francia continuamente ed anche

recentemente aveva fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo ed

asseverantemente protestassero dell'incorrotta fede e della costante

amicizia del senato verso la Francia; stringesserlo a disapprovare

pubblicamente la condotta de' comandanti delle due città ribellate

ed a restituire i due castelli, fonti evidenti della ribellione;

richiedesserlo infine che consentisse che il senato con le armi in

mano rimettesse sotto la obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il

generale repubblicano, espostogli il fatto da' legati, rispondeva, non

abbastanza ancora essere sicure le sorti della guerra, perchè potesse

restituire alla repubblica i castelli occupati: potrebbe il senato fare

quanto gli sarebbe a grado per sottomettere i ribelli, purchè le genti

franzesi e gl'interessi loro non ne fossero offesi: del comandante di

Bergamo, perchè questi più di quel di Brescia si era mescolato nella

rivoluzione, ordinerebbe fosse condotto a Milano e processato; sarebbe,

se colpevole, castigato: allegava, essere sincera la fede della Francia

verso Venezia. Trapassando poscia più oltre, si offeriva ad usare le

proprie forze per ridurre i novatori a devozione del senato, e che ove

ne fosse richiesto, il farebbe. Toccava finalmente che sarebbe bene che

Venezia più strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.

Ma mentre affermava Buonaparte, essere in potestà del senato il fare

quanto gli parrebbe conveniente per ridurre allo ordine i ribelli,

pubblicava Landrieux a Bergamo, forse volendo ricoprire, con mostrar

severità i sospetti, che potevano concepirsi di lui dai repubblicani di

Francia e d'Italia, che nissuna gente armata sarebbe lasciata entrare

nè in Brescia nè in Bergamo, e che se alcuna vi si appresentasse,

questa avrebbe assalito, come nemico, con tutte le sue forze. Le cose

però da più alta sede pendevano che da Landrieux, perchè visitato a

Parigi dal nobile Querini uno dei cinque del direttorio, e dettogli,

che poichè i Franzesi protestavano non volersi mescolare nel governo

interno delle città venete, doveva riuscire cosa indifferente al

direttorio se il senato rimettesse nel dovere i Bergamaschi, rispondeva

risolutamente il quinqueviro, non lo sperasse e che finchè fossero in

Bergamo truppe franzesi, non l'avrebbe mai il direttorio permesso. E

terminava dicendo, che infine non toccava alla repubblica di Venezia a

comandare alla Franzese, e che vedeva bene che i discorsi del Querini

dimostravano che il governo veneto non si fidava della lealtà del

direttorio, ma che se così fosse, avrebbe potuto farlo pentire. Da

ciò si vede quale concetto si dovesse fare della condiscendenza di

Buonaparte.

Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i

legati, parendo loro cosa enorme, pericolosa e di pessimo esempio, che

soldati forastieri si adoperassero per tornare a devozione i ribelli

della repubblica. Per la qual cosa negavano l'offerta, restringendosi

con dire che, poichè i castelli erano in mano dei Franzesi e servivano

di appoggio ai turbatori dell'antico Stato, ragion voleva, acciocchè si

pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche dimostrazione pubblica

per disapprovare i moti che si erano suscitati. Al che non consentendo

rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle nuove opinioni che molto

avevano aiutato le sue armi, sarebbe certamente incolpato se ora si

dimostrasse avverso a coloro che si erano scoperti fautori del nome

e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si sarebbe piegato,

quando il direttorio precisamente comandato glie l'avesse. Tornava

poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia colla Francia,

proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava esser questo il

mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Rispondevano i legati della

repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia; dell'alleanza

risolverebbe quando, ritratta l'Europa da quell'immenso disordine

e ricomposta in questo Stato, potrebbe con sicurezza di consiglio

deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore: poi

tornando sulle antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani

il ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver

ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava

voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava quanto fosse in

lui lo sprezzo della neutralità.

Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava

a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine,

generale che reggeva la Lombardia, biasimando il comandante di Bergamo.

Ma come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o

finte che fossero, perchè la lettera che gli si attribuisce è di data

incerta, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema, opera

non solo certa, ma anche evidente delle truppe Franzesi. Occupavano

violentemente la città, e, distrutta per la forza e per l'inganno

l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne givano affermando che

i Franzesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Creavasi il

municipio, piantavasi l'albero, ballavavisi intorno, appiccavasi una

fune al collo del Lione di San Marco come se fosse tempo da ridere;

facevasi la luminaria, gridavasi libertà. Il podestà fu lasciato

partire senza offesa.

Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere

nuovi pensieri tanto nei capi franzesi, quanto nel senato veneziano,

così come ancora fra i sudditi che si conservavano fedeli. Vedevano i

primi che l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era

di somma importanza ai loro ulteriori disegni. Principale fondamento

ad ogni moto era Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini

fieri e bellicosi. Quivi pur accorrevano Dombrowski co' suoi Polacchi,

Lahoz co' suoi Italiani, e davano incentivi con le parole, animo con

le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani, Milanesi,

Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuatamente, chi con lingue

pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per

combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al

colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi erano

incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse

andar sossopra tutta ed a ruina la veneziana repubblica. Lahoz,

Gambara, Lecchi ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato

in questi moti, trionfavano.

Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma

veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente

della potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori

cose, proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra

dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza

e per essere passo del fiume. Mentre ne tramavano gl'inganni, non

erano le cose sicure pei Franzesi, che tuttavia si trovavano a fronte

dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva

anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in

Verona contro i Veneziani, gli rappresentava che il moto di lei sarebbe

riuscito pericoloso e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca

gli stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse

tempo più propizio. Rispondeva, gisse pure e sommuovesse Verona. Nè in

Brescia stavano oziosi i novatori rispetto a quella città.

Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del

governo veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi

dei Bresciani sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra

quegli stessi che macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro

sì grave pericolo. Vi mandava, con dar voce di cagioni diverse dai

sospetti, parecchi reggimenti di Schiavoni; vi mandava due provveditori

straordinarii, Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e

Nicolò Erizzo, uomo di natura molto calda ed amantissimo del nome

veneziano. Ma perchè le radici della forza erano nel paese, dava

facoltà amplissima al conte Francesco degli Emilii, personaggio

ricchissimo e di molto seguito, acciocchè armasse la gente del

contado, promettesse e desse soldi, ogni e qualunque cosa che in poter

suo fosse, facesse per isventare le macchinazioni dei repubblicani.

Accettava volentieri il carico il conte Emilii, e tra per l'autorità

del suo nome e l'efficacia delle sue ricchezze faceva non poco frutto,

soldando gente, provvedendo armi, ammassando munizioni, traendo a sè

buoni e cattivi per tenere in piedi la insidiata repubblica. Faceva

compagni alla sua impresa il conte Verità ed il conte Malenza co'

suoi due figliuoli, uomini anch'essi molto infiammati nel difendere

l'antico dominio dei Veneziani. Il secondavano efficacemente i preti ed

i frati con le esortazioni loro, alle quali maggior forza accrescevano

lo strazio testè fatto del papa, e lo spoglio di Loreto: gli animi,

già infieriti per tante ingiurie, di maggior veleno s'imbevevano per

l'oltraggiata religione. Accresceva lo sdegno lo orribile governo

che facevano delle provincie le truppe repubblicane, sì quelle che

stanziavano, come quelle che viaggiavano. Vieppiù inaspriva i popoli

una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli rapiti dai Tedeschi in

guerra erano fatti pagare dai comuni.

Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò; perchè andata contro

questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di

qualche Franzese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani aiutati

dagli abitatori della valle di Sabbia. Queste erano le masse ordinate

dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole esempio

di fedeltà e di ardire dava nello fazione di Salò il provveditore

Francesco Cicogna. I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di

cento, furono condotti a trionfo per Verona; i sudditi, carcerati

come rei di Stato. La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi

sbigottiti in tutta la terra ferma. Armavansi a gara i popoli e

protestavano della fede loro verso il senato. E questo moto fu apposto

a delitto ai Veneziani dai Franzesi e da' lor partigiani.

Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I

moti della terraferma erano spontanei e solo cagionati dalla rabbia

concetta dai popoli infastiditi delle insolenze e sdegnati dalle

ingiurie dei forastieri. Perciò il senato li poteva qualificare come

opera non sua e sempre protestare, quanto spetta alla direzione dei

governo, della perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in

Italia, secondando il talento proprio, e, credendo di far cosa grata

al generalissimo, pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo

un atto falso ad uno dei magistrati più principali, far in modo che il

governo veneziano egli medesimo paresse colpevole di ree instigazioni

contro i Franzesi. Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto

attribuendolo a Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica

in terra ferma, col quale si stimolavano i popoli a correre contro i

Franzesi e ad ucciderli. Fu questo manifesto composto per opera di un

Salvadori, novatore molto operativo di Milano e rapportatore palese e

segreto di Buonaparte, poi caduto in miseria tale che, gittatosi in

fiume a Parigi, terminò con fine disperato una vita poco onorevole.

Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale che si scriveva

in casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati

ancor essi dalla illusione e dalle vertigini di quell'età. Quantunque

astutamente gli sia stata apposta la data del 20 marzo, uscì veramente

al 5 aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a Judenburgo

a questo tempo, e già fatto sicuro della pace con l'imperadore, non

aveva più timore delle masse veneziane. Non daremo nè il manifesto nè

le parole gravissime nelle quali in tale proposito proruppe uno storico

famoso; ma dobbiam dire che il manifesto si spargeva in copia dai

patriotti e dai capi franzesi, massimamente da Landrieux. Nè credendo

i macchinatori di questa fraude, che tutto l'operato fin qui bastasse,

perchè i popoli vi prestassero fede, Lahoz, capo e guida di tutte le

genti Lombarde e Polacche, gli avvertiva con bando pubblico che la

neutralità era stata rotta dai tradimenti di Battaglia, il quale,

soggiungeva, si era pazzamente persuaso che «Voi altri contadini,

privi in tutto di arte militare, sareste, i vincitori dei Franzesi,

la prima nazione dell'universo pel coraggio e la scienza della guerra.

Sappiate adunque che il generale Buonaparte ha ordinato che Battaglia

sia messo in ferri ed impiccato; che saranno pure impiccati coloro che

v'inciteranno alla ribellione; le vostre case saranno arse, le famiglie

desolate; uscite d'errore e presto; deponete le armi, portatele al

comando di Brescia, mandategli deputati; quando no, perirete tutti.»

Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del

manifesto per far vedere ai popoli ch'ei fosse vero; e que' ferri e

quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi

allora in Venezia, non era in podestà loro nè di farlo arrestare nè di

farlo impiccare. Allontanava da sè Battaglia l'infamia del manifesto

con ismentirlo; lo smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava;

perchè i tempi erano più forti delle protestazioni.

Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio de' Veneziani,

era spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed innocente

Stato. Restava che le condizioni divenissero tanto sicure rispetto agli

Austriaci, che si potesse senza pericolo mandar fuori quello che già da

lungo tempo si era il generalissimo nell'animo concetto. A questo gli

dava occasione la tregua sottoscritta coi legali dell'imperadore il dì

7 aprile a Judenburgo. Ed in fatti non così tosto l'ebbe firmata, che

incominciò le dimostrazioni ostili contro i Veneziani; il che mandò

ad esecuzione in varii modi, ma che tutti tendevamo al meedesimo fine.

Primieramente mandò il suo aiutante Junot con amare condizioni a fare

un violento ufficio a Venezia non senza grave ferita alla dignità

della repubblica. Arrivato Junot, altieramente richiedeva per parte

del generalissimo di essere udito incontanente in pien collegio dal

serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi; era il sabbato,

in cui per antico costume non sedevano i magistrati, intenti in quel

giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri. Ne avvertivano Junot;

ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane impazientissimo,

insisteva dicendo o l'udissero subito o appiccherebbe le cedole della

guerra ai muri. Credettero i padri che il derogare all'uso antico fosse

minore scandalo di quanto era capace di commettere quel soldato, e

consentirono ad udirlo la mattina del sabbato. Introdotto in collegio,

dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre capi della

quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di terraferma ed i

cinque agli ordini, leggeva una lettera che scriveva Buonaparte al doge

il dì 9 aprile da Judenburgo, ed era questa: «Tutta la terraferma della

serenissima repubblica di Venezia è in armi: in ogni parte sollevati ed

armati gridano i paesani morte ai Franzesi; molte centinaia di soldati

dell'esercito Italico già sono stati uccisi, invano voi disapprovate

le turbe raccolte pei vostri ordini. Credete voi che nel momento in

cui mi trovo nel cuore della Germania, io non possa far rispettare

il primo popolo dell'universo? Credete voi che le legioni d'Italia

sopporteranno pazientemente le stragi che voi eccitate? Il sangue de'

miei compagni sarà vendicato: a sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi

a molti doppii il coraggio ogni battaglione, ogni soldato franzese.

Con empia perfidia corrispose il senato di Venezia ai generosi modi

usati da noi con lui. Il mio aiutante, che vi reca la presente, è

portatore o di pace o di guerra. Se voi subito non dissolvete le masse,

se non arrestate e non date in mia mano gli autori degli omicidii, la

guerra è dichiarata. Non è già il Turco sulle frontiere vostre, nissun

nemico vi minaccia, d'animo deliberato voi avete inventato pretesti

per giustificar le masse armate contro l'esercito: ma ventiquattr'ore

di tempo e non saran più: non siamo più ai tempi di Carlo VIII. Se,

contro il chiaro intendimento del governo franzese, voi mi sforzate

alla guerra, non pensate per questo che, ad esempio degli assassini che

voi avete armati, i soldati franzesi siano per devastar le campagne del

popolo innocente e sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed

egli benedirà un giorno sino i delitti che avranno obbligato l'esercito

franzese a liberarlo dal vostro tirannico governo.»

Qui non è bisogno d'aggiugner discorsi per giudicare di così fatta

intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il

loro sovrano, non si sarebbero mossi e non avrebbero ucciso i soldati

franzesi se gl'insidiatori non avessero seminato la ribellione. Del

resto alcuni pur troppo furono uccisi, ma non a centinaia come la

solita gonfiezza ebbe allegato. Ridotto il principe di sì antica e

nobile repubblica a condizione tanto abbietta, rispose pacatamente,

delibererebbe il senato; avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e

di amicizia verso la nazione franzese. Intanto le crudeli calunnie,

l'incredibile insulto, le disgrazie imminenti avevano riempito l'animo

de' circostanti di orrore e di terrore.

Acerbe lettere scriveva il dì medesimo del 9 aprile il generalissimo

a Lallemand: non potersi più dubitare che lo armarsi de' Veneziani

non avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia;

non aver mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte

le altre degli Stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata

contro di lui; meno ancora potuto comprendere come per calmare quel

piccolo ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè

quando si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la

mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli

atti dei provveditori di Brescia, Bergamo e Crema, in cui si affermava

essere la sollevazione opera de' Franzesi, esser bugie inventate a

disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato

veneziano; avere il senato usato la occasione in cui egli, inoltratosi

nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per

mandar ad effetto una fraude che sarebbe priva d'esempio se non fossero

quelle ordite contro Carlo VIII ed i Vespri Siciliani; essere stati i

Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento in cui

i soldati erano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i

Veneziani più fortunati di Roma; la fortuna della repubblica Franzese,

stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune

veneziane.

Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una

nave veneziana, a fine di tutelare una conserva tedesca, combattuto

la fregata franzese la Bruna; essere stata arsa la casa del console

a Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza

il governatore; dieci mila paesani armati e pagati dai senato aver

ucciso tra Milano e Bergamo cinquanta Franzesi; piene essere, malgrado

delle promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova e Treviso;

arrestarsi in ogni luogo gli amici della Francia; gridarsi per ogni

parte morte ai Franzesi; furibondi i predicatori pubblicare da ogni

cattedra la volontà del senato, stimolare contro la Francia; vera

ed effettiva condizione di guerra essere tra Francia e Venezia;

saperlo Venezia stessa, che altro modo non trovava di giustificarsi,

che il disapprovare con parole quelle masse che coi fatti armava e

pagava: domandasse adunque Lallemand, conchiudeva, a Venezia, che

risolutamente rispondesse se avesse pace o guerra con Francia: se

guerra, partisse incontanente; se pace, domandasse che i carcerati per

opinione e di non altro rei che di amare i Franzesi, fossero rimessi

in libertà; che tutti i presidii, salvo gli ordinarii quali erano sei

mesi prima, uscissero dalle piazze di terraferma; che tutti i paesani

si disarmassero e si riducessero alla condizione di un mese prima;

provvedesse il senato, che le cose fossero in terraferma tranquille e

sicure, e non pensasse solo alle lagune: gl'incenditori della casa del

console a Zante si punissero, e la casa si ristorasse a spese della

repubblica; il capitano, che aveva combattuto la Bruna, si punisse,

ed il costo della conserva nemica, protetta contro i patti della

neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di Bergamo e di

Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di nuovo le

cose allo stato quieto.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 54 / 99 段