Seguitavano i Franzesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato

Kerpen, che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevan

sloggiato e percosso di modo che, abbandonato anche Brissio, pensava a

ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile e

posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove

si spartono le acque dell'Adige e dell'Inn, ultima difesa d'Alemagna

contro chi viene dalle terre d'Italia. I Franzesi lo assaltavano

audacemente in quel fortissimo alloggiamento, fu dura e sanguinosa la

battaglia; furono costretti a tornarsene indietro. Joubert adunque si

fermava a Brissio, dove poteva a suo grado o stare osservando le cose

del Tirolo o marciare per Bruneck e Toblach a Linz, e di là fino a

Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna che

quello che era elezione per lui, diventasse necessità.

Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, li chiamava Kerpen: secondava

con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio

di grande autorità e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi

abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano

all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro; nè il

sesso nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi e donne

e fanciulli, dato di mano alle armi che il caso od il furore parava

loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate

sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed

impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gli

impedivano. Passava tant'oltre questo improvviso tumulto, che sul

principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi

e di grida guerriere, meglio di ventimila combattenti erano in pronto

contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistarli. Intanto

i generali tedeschi, che sapevano che le moltitudini disordinate

sono piuttosto preda che danno ad un nemico bene ordinato, avevano

distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultante, e

mescolatovi per dar polso e regola alcuni drappelli di regolari.

Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi

popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla

leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi

alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le

bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa, avanti, a'

fianchi e addietro, sospetta e pericolosa.

Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati

anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano,

si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani.

Con questo pensiero Laudon calava minacciosamente da quei luoghi alti

e dirupati ed andava a battere a mezza strada fra Brissio e Bolzano,

col fine di tagliar il ritorno ai Franzesi, alle parti dissottane

dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le

vanguardie franzesi, le faceva piegare e s'impadroniva di Bolzano.

Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive

dell'Adige per congiungersi con Kerpen e per istringere vieppiù

Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava

la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Franzesi più in su quanto

più avvicinava Laudon; già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne

stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le

sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i

repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo molto a Joubert

accerchiato da tre parti non rimaneva più altro scampo che a levante

per la valle del Puster, poscia per quella della Drava fino a Villaco.

Partitosi da Brissio il dì 5 aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen

che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisac, arrivava

il giorno 8 a salvamento a Linz, dove trovava alcuni squadroni di

cavalleria che il generalissimo, geloso di quel passo mandava ad

incontrarlo. Poscia, marciando sollecitamente in giù per la riva della

Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano

serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione

dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando

all'ingiù dell'Adige i Franzesi, entrava vittorioso in Trento e

Roveredo, s'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva.

Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi tedesche

nella pianura trapposta tra l'Adige ed il Mincio, partoriva effetti

importanti.

La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di

Massena ad un evento terminativo per quanto spetta alla difesa degli

Stati ereditari d'Austria. Già per la molta importanza del passo

della Ponteba, aveva comandato l'arciduca a Ocskay che lo custodiva,

ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva

in pensiero di sopraccorrere con forze superiori contro Massena e

di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il

quale intento se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe

fatto a Buonaparte quello che Buonaparte voleva fare a lui, cioè

separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo che erano la sua

sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato

alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo

ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a

Tarvisio per a Ponteba; li seguitava di pari passo, conducendo con

sè le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento

fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicurato della vittoria;

ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le

novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba

contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato

indietro fino a Tarvisio, che anzi, velocemente seguitato dal nemico,

aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso

Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai

rimedi: comandava ad Ocskay che tornasse incontanente e cacciasse i

repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchè

Ocskay, accelerando il cammino, era già arrivato a Wurtzen, terra

troppo più lontana che abbisognasse, perchè ei potesse giungere a tempo

alla fazione. Non si perdeva di animo per tanto sinistro l'arciduca,

e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar

col valore quello che la timidità aveva perduto. A questo fine ordinava

a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare e restituissero ad

ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente

marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di

Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio cacciavane i repubblicani,

e perseguitandoli, li respingeva fin oltre al villaggio di Salfnitz,

e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi

nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse

ritardato dai luoghi aspri o dagli impedimenti delle artiglierie che

voleva condurre con sè, non potè arrivare a tempo alla fazione, per

modo che il seguente giorno che fu ai 23 di marzo, Massena, raccolti

ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil, rimasto

solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i

luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu

molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente,

nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso e fece in questa

battaglia le veci non meno di esperto capitano che di animoso soldato,

ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente

fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione che rotto ancora fosse

poco dopo Baialitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso,

rivoltosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini

di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una

battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi

ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti

da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare

frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte

le armi, si arrendeva.

Perduta la speranza di offendere, pensava il generale dell'Austria

ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e

fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve

di Croazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungheria d'ordinarsi, ed al

campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale

Seckendorf sulla strada di Lubiana, acciocchè intendesse alla difesa

della Carniola e delle rive dalla Sava; quest'era l'ala sua sinistra.

Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza

di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di

Reuss, col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti

a San Vito e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre

principali aditi per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni

austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi

stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti

del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'intorno,

avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua

audacia del volersi internare negli Stati ereditarii. Ma il capitano di

Francia, che voleva pure che le sue armi romoreggiassero in Alemagna,

parte per amore di gloria, parte per isperanza che chi parteggiava

per la pace a Vienna si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse

vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto

con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lubiana e Clagenfurt.

Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte,

perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire la

impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche

Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la

facilità dei passi.

La guerra d'Italia, che prima era picciola parte dei disegni franzesi,

era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte

principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperadore, che

si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera

certamente che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna

persona al mondo, se non forse Buonaparte, avrebbe potuto, non che

credere, immaginare, quando poco più di un anno avanti si combatteva

nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto.

Giunto a Clagenfurt, ed, avuto avviso che i partigiani della pace

a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava

di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle

consulte dell'imperadore. A questa deliberazione fu anche indotto

dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè,

sebbene il senato veneziano fosse debole, erano i popoli della

terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte

dai repubblicani e minacciavano di far novità contro di loro. Al

che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia

accadute per istigazioni segrete e palesi dei Franzesi e dei loro

partigiani. Da un altro lato aveva Buonaparte sentito i primi romori

di Kerpen e Laudon nel Tirolo e già la Croazia minacciava Trieste.

Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè,

se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva,

sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scriveva

adunque il dì 31 marzo all'arciduca, l'Europa, sanguinosa desiderar la

pace, desiderarla ed averne fatto dimostrazione il direttorio: «Voi

foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche

il benefattore dell'umanità: anche vincendo non potrete fare che non

ne sia lacerata l'Alemagna; se questa mia proposta fosse per divenir

cagione che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più

contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in

ulteriori vittorie.»

Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace

per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei

popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di

tanta importanza ed a sè non competente; aspetterebbe i comandamenti

del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già

molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.

Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far

certo con la vittoria quello che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca,

che si era messo al fermo di voler temporeggiare, fuggendo la necessità

del combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni

del retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da

Fraisach, da Newmarket; ritraevasi ancora da Unzmarket sulla Mura e

da Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva

avanti le acque che dall'estrema falda dei norici monti se ne corrono

per la dritta del Danubio; già le mura dell'antica ed invitta Vienna

erano vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori.

Ma già da Vienna, ancorchè la condizione di Buonaparte fosse divenuta

pericolosa per la subita comparsa di Laudon nella campagna di

Brescia, per l'arrivo d'un colonnello Casimiro a Trieste mandatovi

dall'arciduca, e per essere sul mezzo della fronte lo arciduca

medesimo grosso e rannodato e con tutte le popolazioni all'intorno che

dimostravano animo stabile nella divozione verso l'antico signore;

arrivavano, all'alloggiamento di Judenburgo i generali Belegarde

e Meerfelt con mandato di sospendere le offese e di comporre le

differenze. Uditi benignamente dal generale di Francia, si accordarono,

il giorno 7 aprile, che si sospendessero da ambe le parti le offese

per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più inclinato Buonaparte a

volere condizioni vantaggiose per l'Austria con offerire compensi, fu

prolungata la tregua insino a che fossero accordati i preliminari di

pace che, secondo il corso di quei negoziati, si vedevano non lontani.

Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si venne fra

i plenipontenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari nella

terra di Leoben, il dì 18 del medesimo mese. Alcuni dei capitoli furono

palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse l'imperador

alla Francia i Paesi-Bassi, riconoscesse le frontiere della repubblica

quali le avevano le leggi franzesi definite, consentisse alla creazione

d'una repubblica in Lombardia. Parlavasi nei segreti dei compensi

da darsi all'imperadore; ma, essendosi stipulato che Mantova si

restituisse all'imperadore medesimo, il direttorio non volle consentire

questa condizione, certamente gravissima in sè stessa, e per gli

effetti che portava con sè. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi

negoziati, pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica

traspadana o lombarda che la si voglia nominare.

Già precedentemente si è veduto che Bergamo era stato occupato da

Buonaparte come istrumento potente a volgere a sua devozione l'animo

dei popoli della terraferma veneta. Fu del tutto violento il modo e

contrario a tutti gli usi della neutralità. Entrarono i repubblicani

in Bergamo, Baraguey d'Hilliers li guidava, con cannoni ordinati a modo

di guerra, con le micce accese, s'impadronirono delle porte, recaronsi

in mano le artiglierie veneziane, intimarono al podestà Ottolini,

facesse sgombrar dalla terra tutte le truppe venete; se nol facesse

userebbero la forza. In tale guisa s'insignorirono di Bergamo coloro

che accusavano Venezia della violata neutralità. Ma questo non era

che il principio ed il fondamento delle trame che si ordivano. Erasi

per opera di Buonaparte creata in Milano una congregazione segreta,

nella quale entravano in gran numero i repubblicani italiani, ed il cui

fine era di operare rivoluzioni nel paese veneziano. Alcuni Franzesi

vi erano mescolati che intendevano ai medesimi fini. Tra questi, un

Landrieux, capo dello stato maggiore di cavalleria, era stato eletto

dalla congregazione qual operator principale a turbare le cose venete.

Ma Landrieux, o che egli avesse per onestà di natura realmente in

odio queste opere pestifere, o che per motivo meno sincero, come ne lo

sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con gl'inquisitori di

stato di Venezia, fe' sapere, o per mezzo loro o immediatamente, ad

Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano mandasse per conferir

con lui, le svelerebbe cose che massimamente importavano alla salute

della repubblica veneziana. Mandava il segretario Stefani; trovava

questi in Milano un avvocato Serpieri, romano, trovava Andrieux,

che alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava Landrieux

a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere in abbominio le

rivoluzioni; già averne impedito una in Ispagna, voler impedire

quella dello Stato veneto: avere fra un mese ad esser pace con

l'Austria se fosse impedita la rivoluzione degli Stati veneziani, nel

caso contrario, non esservi più modo di conciliazione; abbracciare

Buonaparte nell'ambizione sua la sovranità d'Italia. Soggiungeva poscia

che la rivoluzione dello Stato veneto era opera della congregazione

segreta di Milano; dovere aver principio in Brescia, poi dilatarsi in

Bergamo e Crema; uomini apposta, seminatori di denaro e di ribellione,

essere sparsi fra i contadini delle valli, matura non essere ancora la

trama, avere ad essere fra otto o dieci giorni: erano i 9 di marzo.

Trattenessesi, esortava, in Milano Stefani, svelasse il tutto per un

procaccio fidato a Battaglia, provveditore straordinario di Brescia;

perchè, affermava, impedita la rivoluzione in Brescia s'impedirebbe

anche negli altri luoghi. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo;

ebbe raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente

al provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per

avere avuto sentore o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più

presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.

Era la mattina del 12 marzo, quando un moto insolito si manifestava

in Bergamo; i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano,

aiutare i Franzesi l'impresa; fermavansi tratto tratto ai capi

delle strade, poi di nuovo marciavano; guardie franzesi raddoppiate

alle porte, cannoni condotti dal castello in piazza, due rivolti

al palazzo; interrogato il comandante franzese dal podestà che

cosa volesse significare questo, accusava pattuglie insolite di

soldati veneziani e della sbirraglia. Erano in Bergamo due compagnie

di cavalleria croata, due di fanti d'oltremare, tre d'Italiani,

forse, con tutto questo, trenta sbirri; non montavano fra tutti a

quattrocento; i Franzesi quattromila, se non mentivano le polizze,

perchè per altrettanti forniva i viveri la provincia. Di quei pochi,

col castello in mano, con tutte le artiglierie in suo potere, temeva

il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti gli amatori dello

Stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo. Lefevre, comandante

per Francia, fatti chiamare a sè i deputati alle provvisioni, intimava

loro, avessero a sottoscrivere il voto per la libertà ed unione del

Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol facessero, andrebbe

la vita. In questo mezzo, due uffiziali repubblicani, l'Hermite e

Boussion, presiedevano ai voti per la libertà ed unione alla Cispadana.

Sottoscrivevano alcuni per amore, molti per forza. Era un andare e

venire, una confusione, un trambusto incredibile. Scendeva la notte

intanto e rendeva più terribile l'aspetto delle cose. In questo mentre

si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo stendardo veneto

che ancora sventolava sulle mura del castello. Era ancor libero

Ottolini; instava presso a Lefevre, comandante, della santità dei

neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera, faceva

udire questo suono che il popolo di Bergamo era libero, che per

questo egli aveva fatto torre lo stendardo veneto; che le intraprese

lettere del podestà (queste erano le lettere con le quali Ottolini

mandava agl'inquisitori di stato la nota dei congiurati, e che erano

state intercette ed aperte da Lefevre) gli servivano di regola; che

però egli, Ottolini, avesse a sgombrare tosto da Bergamo; quando no,

il manderebbe carcerato a Milano. Mentre il comandante minacciava

Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e con loro i conti

Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa franzese. Di bel nuovo

intimavano ad Ottolini, partisse subito o sarebbe mandato a Milano.

Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in potere

dei novatori; i soldati veneti, prima disarmati poi mandati a Brescia.

Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per

informare, come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano

entrati in ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del

popolo sovrano di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo

conquistato la libertà, desiderare collegarla con quella della

Cispadana; l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo

cispadano.

Pubblicavansi frequenti scritti, parte seri, parte faceti,

parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di

Venezia, sugl'inquisitori di Stato, sulla tirannide di Ottolini,

sull'aristocrazia, sull'oligarchia e simili altre parole greche: strana

occupazione di menti nel condannare in altri ciò che era in sè.

Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana.

Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione a Brescia per vieppiù

stabilire nella devozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso

Ottolini, quando era ancora in ufficio, d'informare il provveditore

straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa

città, e gli aveva mandato i nomi dei congiurati, dei quali non si era

punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti,

il che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il 21 del

mese, e ad arrestarli e ad ucciderli. Inoltre, il rappresentante veneto

a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore straordinario,

stesse avvertito, perchè la congiura era vicina ad aver effetto: si

armasse, non si fidasse del comandante franzese del castello di Brescia

perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose turbavano l'animo

del provveditore, e lo tenevano sospeso; non sapeva a qual partito

appigliarsi; le artiglierie in mano de' Franzesi; il castello poteva

fulminare la città. Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva

qualche entratura d'amicizia, macchinarsi in Brescia, contro lo Stato,

da gente scellerata sotto nome di protezione franzese; e stantechè

tutte le artiglierie venete erano in poter suo, richiederlo che lo

accomodasse di sei ad otto, perchè si potesse difendere; richiederlo,

oltre a ciò, vietasse ai soldati lombardi il passo per la città,

frenasse chi si vantava della protezione di Francia. Dei cannoni

nulla rispondeva Buonaparte; dei Lombardi e del frenare rescriveva,

non doversi perseguitare gli uomini in grazia delle loro opinioni,

non essere delitto se uno inclinava più ai Franzesi che ai Tedeschi,

come se in questo caso si trattasse tra Franzesi e Tedeschi, e non tra

ribelli ed uno stato al quale egli aveva tolto i mezzi di difesa; e

come se ancora si trattasse di opinioni e non di fatti e di congiure

contro lo Stato. Desiderava finalmente di vedere il provveditore.

Accrescevano il pericolo ed il terrore i moti di Bergamo. Le cose si

avvicinavano all'estremo fine.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 53 / 99 段