Kerpen, che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevan
sloggiato e percosso di modo che, abbandonato anche Brissio, pensava a
ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile e
posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove
si spartono le acque dell'Adige e dell'Inn, ultima difesa d'Alemagna
contro chi viene dalle terre d'Italia. I Franzesi lo assaltavano
audacemente in quel fortissimo alloggiamento, fu dura e sanguinosa la
battaglia; furono costretti a tornarsene indietro. Joubert adunque si
fermava a Brissio, dove poteva a suo grado o stare osservando le cose
del Tirolo o marciare per Bruneck e Toblach a Linz, e di là fino a
Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna che
quello che era elezione per lui, diventasse necessità.
Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, li chiamava Kerpen: secondava
con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio
di grande autorità e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi
abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano
all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro; nè il
sesso nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi e donne
e fanciulli, dato di mano alle armi che il caso od il furore parava
loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate
sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed
impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gli
impedivano. Passava tant'oltre questo improvviso tumulto, che sul
principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi
e di grida guerriere, meglio di ventimila combattenti erano in pronto
contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistarli. Intanto
i generali tedeschi, che sapevano che le moltitudini disordinate
sono piuttosto preda che danno ad un nemico bene ordinato, avevano
distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultante, e
mescolatovi per dar polso e regola alcuni drappelli di regolari.
Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi
popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla
leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi
alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le
bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa, avanti, a'
fianchi e addietro, sospetta e pericolosa.
Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati
anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano,
si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani.
Con questo pensiero Laudon calava minacciosamente da quei luoghi alti
e dirupati ed andava a battere a mezza strada fra Brissio e Bolzano,
col fine di tagliar il ritorno ai Franzesi, alle parti dissottane
dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le
vanguardie franzesi, le faceva piegare e s'impadroniva di Bolzano.
Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive
dell'Adige per congiungersi con Kerpen e per istringere vieppiù
Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava
la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Franzesi più in su quanto
più avvicinava Laudon; già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne
stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le
sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i
repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo molto a Joubert
accerchiato da tre parti non rimaneva più altro scampo che a levante
per la valle del Puster, poscia per quella della Drava fino a Villaco.
Partitosi da Brissio il dì 5 aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen
che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisac, arrivava
il giorno 8 a salvamento a Linz, dove trovava alcuni squadroni di
cavalleria che il generalissimo, geloso di quel passo mandava ad
incontrarlo. Poscia, marciando sollecitamente in giù per la riva della
Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano
serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione
dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando
all'ingiù dell'Adige i Franzesi, entrava vittorioso in Trento e
Roveredo, s'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva.
Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi tedesche
nella pianura trapposta tra l'Adige ed il Mincio, partoriva effetti
importanti.
La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di
Massena ad un evento terminativo per quanto spetta alla difesa degli
Stati ereditari d'Austria. Già per la molta importanza del passo
della Ponteba, aveva comandato l'arciduca a Ocskay che lo custodiva,
ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva
in pensiero di sopraccorrere con forze superiori contro Massena e
di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il
quale intento se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe
fatto a Buonaparte quello che Buonaparte voleva fare a lui, cioè
separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo che erano la sua
sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato
alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo
ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a
Tarvisio per a Ponteba; li seguitava di pari passo, conducendo con
sè le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento
fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicurato della vittoria;
ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le
novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba
contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato
indietro fino a Tarvisio, che anzi, velocemente seguitato dal nemico,
aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso
Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai
rimedi: comandava ad Ocskay che tornasse incontanente e cacciasse i
repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchè
Ocskay, accelerando il cammino, era già arrivato a Wurtzen, terra
troppo più lontana che abbisognasse, perchè ei potesse giungere a tempo
alla fazione. Non si perdeva di animo per tanto sinistro l'arciduca,
e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar
col valore quello che la timidità aveva perduto. A questo fine ordinava
a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare e restituissero ad
ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente
marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di
Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio cacciavane i repubblicani,
e perseguitandoli, li respingeva fin oltre al villaggio di Salfnitz,
e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi
nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse
ritardato dai luoghi aspri o dagli impedimenti delle artiglierie che
voleva condurre con sè, non potè arrivare a tempo alla fazione, per
modo che il seguente giorno che fu ai 23 di marzo, Massena, raccolti
ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil, rimasto
solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i
luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu
molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente,
nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso e fece in questa
battaglia le veci non meno di esperto capitano che di animoso soldato,
ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente
fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione che rotto ancora fosse
poco dopo Baialitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso,
rivoltosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini
di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una
battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi
ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti
da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare
frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte
le armi, si arrendeva.
Perduta la speranza di offendere, pensava il generale dell'Austria
ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e
fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve
di Croazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungheria d'ordinarsi, ed al
campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale
Seckendorf sulla strada di Lubiana, acciocchè intendesse alla difesa
della Carniola e delle rive dalla Sava; quest'era l'ala sua sinistra.
Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza
di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di
Reuss, col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti
a San Vito e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre
principali aditi per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni
austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi
stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti
del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'intorno,
avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua
audacia del volersi internare negli Stati ereditarii. Ma il capitano di
Francia, che voleva pure che le sue armi romoreggiassero in Alemagna,
parte per amore di gloria, parte per isperanza che chi parteggiava
per la pace a Vienna si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse
vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto
con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lubiana e Clagenfurt.
Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte,
perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire la
impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche
Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la
facilità dei passi.
La guerra d'Italia, che prima era picciola parte dei disegni franzesi,
era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte
principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperadore, che
si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera
certamente che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna
persona al mondo, se non forse Buonaparte, avrebbe potuto, non che
credere, immaginare, quando poco più di un anno avanti si combatteva
nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto.
Giunto a Clagenfurt, ed, avuto avviso che i partigiani della pace
a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava
di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle
consulte dell'imperadore. A questa deliberazione fu anche indotto
dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè,
sebbene il senato veneziano fosse debole, erano i popoli della
terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte
dai repubblicani e minacciavano di far novità contro di loro. Al
che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia
accadute per istigazioni segrete e palesi dei Franzesi e dei loro
partigiani. Da un altro lato aveva Buonaparte sentito i primi romori
di Kerpen e Laudon nel Tirolo e già la Croazia minacciava Trieste.
Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè,
se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva,
sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scriveva
adunque il dì 31 marzo all'arciduca, l'Europa, sanguinosa desiderar la
pace, desiderarla ed averne fatto dimostrazione il direttorio: «Voi
foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche
il benefattore dell'umanità: anche vincendo non potrete fare che non
ne sia lacerata l'Alemagna; se questa mia proposta fosse per divenir
cagione che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più
contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in
ulteriori vittorie.»
Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace
per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei
popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di
tanta importanza ed a sè non competente; aspetterebbe i comandamenti
del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già
molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.
Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far
certo con la vittoria quello che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca,
che si era messo al fermo di voler temporeggiare, fuggendo la necessità
del combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni
del retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da
Fraisach, da Newmarket; ritraevasi ancora da Unzmarket sulla Mura e
da Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva
avanti le acque che dall'estrema falda dei norici monti se ne corrono
per la dritta del Danubio; già le mura dell'antica ed invitta Vienna
erano vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori.
Ma già da Vienna, ancorchè la condizione di Buonaparte fosse divenuta
pericolosa per la subita comparsa di Laudon nella campagna di
Brescia, per l'arrivo d'un colonnello Casimiro a Trieste mandatovi
dall'arciduca, e per essere sul mezzo della fronte lo arciduca
medesimo grosso e rannodato e con tutte le popolazioni all'intorno che
dimostravano animo stabile nella divozione verso l'antico signore;
arrivavano, all'alloggiamento di Judenburgo i generali Belegarde
e Meerfelt con mandato di sospendere le offese e di comporre le
differenze. Uditi benignamente dal generale di Francia, si accordarono,
il giorno 7 aprile, che si sospendessero da ambe le parti le offese
per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più inclinato Buonaparte a
volere condizioni vantaggiose per l'Austria con offerire compensi, fu
prolungata la tregua insino a che fossero accordati i preliminari di
pace che, secondo il corso di quei negoziati, si vedevano non lontani.
Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si venne fra
i plenipontenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari nella
terra di Leoben, il dì 18 del medesimo mese. Alcuni dei capitoli furono
palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse l'imperador
alla Francia i Paesi-Bassi, riconoscesse le frontiere della repubblica
quali le avevano le leggi franzesi definite, consentisse alla creazione
d'una repubblica in Lombardia. Parlavasi nei segreti dei compensi
da darsi all'imperadore; ma, essendosi stipulato che Mantova si
restituisse all'imperadore medesimo, il direttorio non volle consentire
questa condizione, certamente gravissima in sè stessa, e per gli
effetti che portava con sè. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi
negoziati, pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica
traspadana o lombarda che la si voglia nominare.
Già precedentemente si è veduto che Bergamo era stato occupato da
Buonaparte come istrumento potente a volgere a sua devozione l'animo
dei popoli della terraferma veneta. Fu del tutto violento il modo e
contrario a tutti gli usi della neutralità. Entrarono i repubblicani
in Bergamo, Baraguey d'Hilliers li guidava, con cannoni ordinati a modo
di guerra, con le micce accese, s'impadronirono delle porte, recaronsi
in mano le artiglierie veneziane, intimarono al podestà Ottolini,
facesse sgombrar dalla terra tutte le truppe venete; se nol facesse
userebbero la forza. In tale guisa s'insignorirono di Bergamo coloro
che accusavano Venezia della violata neutralità. Ma questo non era
che il principio ed il fondamento delle trame che si ordivano. Erasi
per opera di Buonaparte creata in Milano una congregazione segreta,
nella quale entravano in gran numero i repubblicani italiani, ed il cui
fine era di operare rivoluzioni nel paese veneziano. Alcuni Franzesi
vi erano mescolati che intendevano ai medesimi fini. Tra questi, un
Landrieux, capo dello stato maggiore di cavalleria, era stato eletto
dalla congregazione qual operator principale a turbare le cose venete.
Ma Landrieux, o che egli avesse per onestà di natura realmente in
odio queste opere pestifere, o che per motivo meno sincero, come ne lo
sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con gl'inquisitori di
stato di Venezia, fe' sapere, o per mezzo loro o immediatamente, ad
Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano mandasse per conferir
con lui, le svelerebbe cose che massimamente importavano alla salute
della repubblica veneziana. Mandava il segretario Stefani; trovava
questi in Milano un avvocato Serpieri, romano, trovava Andrieux,
che alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava Landrieux
a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere in abbominio le
rivoluzioni; già averne impedito una in Ispagna, voler impedire
quella dello Stato veneto: avere fra un mese ad esser pace con
l'Austria se fosse impedita la rivoluzione degli Stati veneziani, nel
caso contrario, non esservi più modo di conciliazione; abbracciare
Buonaparte nell'ambizione sua la sovranità d'Italia. Soggiungeva poscia
che la rivoluzione dello Stato veneto era opera della congregazione
segreta di Milano; dovere aver principio in Brescia, poi dilatarsi in
Bergamo e Crema; uomini apposta, seminatori di denaro e di ribellione,
essere sparsi fra i contadini delle valli, matura non essere ancora la
trama, avere ad essere fra otto o dieci giorni: erano i 9 di marzo.
Trattenessesi, esortava, in Milano Stefani, svelasse il tutto per un
procaccio fidato a Battaglia, provveditore straordinario di Brescia;
perchè, affermava, impedita la rivoluzione in Brescia s'impedirebbe
anche negli altri luoghi. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo;
ebbe raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente
al provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per
avere avuto sentore o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più
presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.
Era la mattina del 12 marzo, quando un moto insolito si manifestava
in Bergamo; i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano,
aiutare i Franzesi l'impresa; fermavansi tratto tratto ai capi
delle strade, poi di nuovo marciavano; guardie franzesi raddoppiate
alle porte, cannoni condotti dal castello in piazza, due rivolti
al palazzo; interrogato il comandante franzese dal podestà che
cosa volesse significare questo, accusava pattuglie insolite di
soldati veneziani e della sbirraglia. Erano in Bergamo due compagnie
di cavalleria croata, due di fanti d'oltremare, tre d'Italiani,
forse, con tutto questo, trenta sbirri; non montavano fra tutti a
quattrocento; i Franzesi quattromila, se non mentivano le polizze,
perchè per altrettanti forniva i viveri la provincia. Di quei pochi,
col castello in mano, con tutte le artiglierie in suo potere, temeva
il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti gli amatori dello
Stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo. Lefevre, comandante
per Francia, fatti chiamare a sè i deputati alle provvisioni, intimava
loro, avessero a sottoscrivere il voto per la libertà ed unione del
Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol facessero, andrebbe
la vita. In questo mezzo, due uffiziali repubblicani, l'Hermite e
Boussion, presiedevano ai voti per la libertà ed unione alla Cispadana.
Sottoscrivevano alcuni per amore, molti per forza. Era un andare e
venire, una confusione, un trambusto incredibile. Scendeva la notte
intanto e rendeva più terribile l'aspetto delle cose. In questo mentre
si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo stendardo veneto
che ancora sventolava sulle mura del castello. Era ancor libero
Ottolini; instava presso a Lefevre, comandante, della santità dei
neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera, faceva
udire questo suono che il popolo di Bergamo era libero, che per
questo egli aveva fatto torre lo stendardo veneto; che le intraprese
lettere del podestà (queste erano le lettere con le quali Ottolini
mandava agl'inquisitori di stato la nota dei congiurati, e che erano
state intercette ed aperte da Lefevre) gli servivano di regola; che
però egli, Ottolini, avesse a sgombrare tosto da Bergamo; quando no,
il manderebbe carcerato a Milano. Mentre il comandante minacciava
Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e con loro i conti
Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa franzese. Di bel nuovo
intimavano ad Ottolini, partisse subito o sarebbe mandato a Milano.
Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in potere
dei novatori; i soldati veneti, prima disarmati poi mandati a Brescia.
Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per
informare, come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano
entrati in ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del
popolo sovrano di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo
conquistato la libertà, desiderare collegarla con quella della
Cispadana; l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo
cispadano.
Pubblicavansi frequenti scritti, parte seri, parte faceti,
parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di
Venezia, sugl'inquisitori di Stato, sulla tirannide di Ottolini,
sull'aristocrazia, sull'oligarchia e simili altre parole greche: strana
occupazione di menti nel condannare in altri ciò che era in sè.
Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana.
Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione a Brescia per vieppiù
stabilire nella devozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso
Ottolini, quando era ancora in ufficio, d'informare il provveditore
straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa
città, e gli aveva mandato i nomi dei congiurati, dei quali non si era
punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti,
il che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il 21 del
mese, e ad arrestarli e ad ucciderli. Inoltre, il rappresentante veneto
a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore straordinario,
stesse avvertito, perchè la congiura era vicina ad aver effetto: si
armasse, non si fidasse del comandante franzese del castello di Brescia
perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose turbavano l'animo
del provveditore, e lo tenevano sospeso; non sapeva a qual partito
appigliarsi; le artiglierie in mano de' Franzesi; il castello poteva
fulminare la città. Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva
qualche entratura d'amicizia, macchinarsi in Brescia, contro lo Stato,
da gente scellerata sotto nome di protezione franzese; e stantechè
tutte le artiglierie venete erano in poter suo, richiederlo che lo
accomodasse di sei ad otto, perchè si potesse difendere; richiederlo,
oltre a ciò, vietasse ai soldati lombardi il passo per la città,
frenasse chi si vantava della protezione di Francia. Dei cannoni
nulla rispondeva Buonaparte; dei Lombardi e del frenare rescriveva,
non doversi perseguitare gli uomini in grazia delle loro opinioni,
non essere delitto se uno inclinava più ai Franzesi che ai Tedeschi,
come se in questo caso si trattasse tra Franzesi e Tedeschi, e non tra
ribelli ed uno stato al quale egli aveva tolto i mezzi di difesa; e
come se ancora si trattasse di opinioni e non di fatti e di congiure
contro lo Stato. Desiderava finalmente di vedere il provveditore.
Accrescevano il pericolo ed il terrore i moti di Bergamo. Le cose si
avvicinavano all'estremo fine.