Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato

rappresentando. Rispondeva per bocca del doge il senato a Buonaparte:

«Nella somma amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle

vostre lettere avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni

sulla ingenuità della nostra condotta, ci riesce di qualche conforto

il vederci aperta la via di poterle pienamente dileguare con le

pronte e precise nostre risposte. Vuole il senato ed ha sempre voluto

vivere in pace ed amicizia con la repubblica di Francia, e piacergli

in questo punto ratificare solennemente questa sua risolutissima

volontà. Nè potrebbe certamente una così aperta e così solenne

dichiarazione venir oscurata da accidenti, che con lei non hanno

correlazione alcuna: poichè, sorta la fatale e del tutto inaspettata

rivoluzione nelle città nostre oltre Mincio, la fede e l'amore delle

popolazioni le fece correre spontaneamente all'armi col solo intento

di frenar la ribellione, e di respingere le violenze dei sollevati.

A questo unico fine implorarono esse dal proprio governo assistenza e

presidii; che se in tanto turbamento di cose sorsero alcuni accidenti

disgustosi, alla confusione inevitabile debbono unicamente non alla

volontà del governo attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato

che, per allontanare anche il più rimoto pericolo, ha con recente

manifesto comandato ai sudditi, che contro i sollevati non istessero

ad usar le armi, se non nel caso della propria difesa. Ma essendo noi

su tale argomento disposti a secondare con le opportune risoluzioni

i vostri desiderii, bene conoscerà l'equità vostra che al tempo

medesimo diventa necessario che l'amore volontario delle popolazioni

fedeli verso di noi e la comune nostra tranquillità siano guarentite

da insulti esterni e da perturbazioni interne. Vuole ed è pronto il

senato a soddisfarvi dell'altra richiesta, per castigo e consegna di

coloro che han commesso uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e

sarà per noi diligentemente ordinato che siano conosciuti, arrestati,

secondo i meriti loro, castigati. Per conseguire più acconciamente ed

a contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo

due legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra

e quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra

autorità verso il vostro governo per ricondurre all'ordine ed al

primiero stato le città d'oltre Mincio che si sono da noi allontanate.

Con questo vi confermiamo di nuovo e protestiamo la costanza e la

sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un

con la molta osservanza in cui abbiamo la vostra illustre e riputata

persona.»

Deputava il senato per alleggerire i sospetti e per intrattenere

Buonaparte dall'estremo fato della patria, Francesco Donato e Leonardo

Giustiniani. Intanto funeste novelle, consentanee all'aspetto delle

cose presenti ed annunziatrici di ultima ruina, arrivavano da Vienna

e da Parigi. Simili cose scriveva il nobile Querini pur da Parigi,

ma come se velate da maggior dissimulazione alle orecchie sue

pervenissero; perchè ora erano minacciose le parole del direttorio

ed ora dolci; ora accusava Venezia ed ora la scusava; e da tante

ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre l'ambasciatore veneto, se

non che si macchinava qualche gran trama contro la repubblica. Ma

perchè non mancasse alcuna lagrimevole condizione in così grave e così

vicino pericolo, fu provato da gente vendereccia di sottrarle denaro

sotto promessa di salute. Un certo Viscovich, di nazione Dalmata, si

appresentava al nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare

la repubblica; che in quel punto stava deliberando il direttorio

se convenisse spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano

forte al senato, o di condurle a compimento con dare fomento ed aiuto

ai ribelli; che due Direttori erano in favore della repubblica, due

contro, il quinto in pendente; che quello era il tempo di spendere

per la salute comune; che ove il senato volesse dar sette milioni di

franchi, Venezia sarebbe preservata; che di presente abbisognavano

seicentomila franchi pel direttore titubante con altri centomila pei

beveraggi agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità

di obbligare il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi

dal Viscovich, che la cosa era alle strette, che quello non era tempo

da perdere, che se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la

morte della repubblica, si lasciava tirare al dir del sì per somma sua

divozione verso la patria e sottoscriveva biglietti per seicentomila

franchi sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito

finchè non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a

Buonaparte, intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma e

ridurre le città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini;

bensì gli fu consegnata una carta col titolo in fronte e con la marca

del direttorio esecutivo e sottoscrizione del segretario di Barras, per

cui si affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta

dal direttorio a Buonaparte. Fu il trattato approvato dal governo a

Venezia: mandavasi al console di Genova, s'intendesse con Pallavicini

perchè obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione

l'ambasciadore di quello che avesse a succedere: ma, vedendo le cose

della terraferma andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich

della restituzione dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione.

Furono presentati a Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il

cambiamento dello Stato, acciocchè ne effettuasse il pagamento: li

protestava; fu carcerato ed esaminato per ordine del direttorio per

querela di aver voluto corrompere il governo franzese. Questa fu

veramente un'arte cupa; perchè se vi fu corruzione, e certamente in

qualcuno fu, ella non andò già da Querini ad altri, ma da altri a

Querini.

Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte,

accompagnato da un'estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per

l'importanza sua e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle

storie, era vicino a sorgere nella principale città della veneta

terraferma. Abbiamo già raccontato come i repubblicani si erano

messi in punto di far rivoltare contro il senato lo Stato veneto.

Insidiarono principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano alcuna

cosa intentata, e la popolazione veronese contaminavano con promesse

agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà, con

abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato,

all'incontro, avendo avuto sentore anzi certezza delle trame di

Verona, vi aveva mandato, come già dicemmo, provveditori straordinari,

uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti schiavone. Vi

arrivavano oltre a ciò i villani dei contorni, ai quali erano state

messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano anche

le parti vigilanti, l'una per impedire gli effetti delle suggestioni

e delle sommosse d'oltre Mincio, l'altra per aiutarli. Gli animi

infiammati dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti,

si mostravano pronti non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma

ancora a prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un

segno che uscisse, potevano partorir una generale commozione. In tanta

concitazione reciproca le cagioni potevano nascere egualmente dall'una

e dall'altra parte.

Era debole il presidio franzese in Verona nè atto per sè a tanta mole:

ma si sperava nei maneggi segreti e nell'opera de' novatori, ed, oltre

a ciò, incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di Victor. Si

accostava inoltre Lahoz coi Lombardi e Polacchi, accostavansi le masse

repubblicane di Brescia e di Bergamo ed il forte presidio di Mantova

poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano

Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica,

ma probo e religioso, vedendo il pericolo, tratteneva ogni Franzese

che da Francia venisse o in Francia ritornasse, per modo che riuscì

a raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento

Cisalpini, valorosa gente capitanata in gran parte da Franzesi ed

assai disposta a secondarli. Già segni annunziatori di quanto doveva

succedere si spargevano per le campagne; erano in ogni luogo minaccie,

mischie ed uccisioni. Incessantemente si predicava, volere i Franzesi

fare una rivoluzione per impadronirsi delle sostanze de' popoli, e

singolarmente del monte di pietà, dov'erano grandissime ricchezze.

Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minaccie tra Franzesi e

Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra Franzesi e Veronesi,

ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Godeva il provveditore nel

vedere animi sì pronti e tante difese apprestate; raccomandava l'ordine

e la quiete, comandava non offendessero persona; solo stessero armati

e pronti. Preparavansi i magistrati a propulsare qualunque assalto; il

generale Balland, surrogato a Kilmaine nel governo militare di Verona,

sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al provveditore, esortandolo

a provvedere che i disordini cessassero. Rispondeva il Veneziano che il

farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma toccava rimproverando i maneggi

degl'insidiatori, mandati a posta per sommuovere le provincie.

Era il dì 17 aprile, secondo giorno di Pasqua, quando, alle ore quattro

meridiane, scoppiava ad un tratto la terribil sollevazione veronese.

Incominciava da insulti e da minori fatti da' soldati veneziani e da'

Veronesi armati, contro le guardie franzesi sparse in varii luoghi

della città. Il comandante Carrere, veduto quanto il tempo fosse

minaccioso, ristringeva i suoi sulla piazza d'armi, pronto a correre

dove bisogna fosse. In cotal guisa stava armato e raccolto lo spazio

di un'ora, quando Balland fece trarre, erano le cinque della sera,

qual segno di guerra, cannonate da' castelli. A quel rimbombo si

conduceva spacciatamente Carrere con la sua schiera nel Castel-Vecchio,

contro il quale già combattevano i Veronesi dalle case vicine. Il

rumore inaspettato delle artiglierie franzesi diè cagione di credere

ai Veronesi già tanto infiammati che fosse intenzione di Balland di

trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono punto; perchè poco dopo

traeva furiosamente contro il palazzo pubblico, che ne fu lacero

e guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le creste del

palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento lo aspetto della

città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro i

Franzesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare di

campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla cosa.

Dei Franzesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli, massime

al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma non fu

senza pericolo, perchè rabbiosamente li seguitava il popolo che li

voleva ammazzare e bersagliandoli dalle finestre con palle, con sassi,

con ogni sorta d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e mortale. Il

furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora i vecchi,

le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un sangue odiato

le ingiurie ed i patimenti. Molti de' Franzesi in tal modo fuggenti

restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito. Chi

non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza ne' più

segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano

loro sicure; perciocchè non pochi, rottasi da' padroni la ospitalità,

vi restarono miseramente uccisi. Alcuni furono gittati ne' pozzi,

altri trafitti da' pugnali, altri risospinti fuori delle porte,

perchè fossero segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida

orribili, fra il rimbombo delle artiglierie dei castelli, fra i tocchi

incessanti del suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori

dell'esercito, molte donne, molti fanciulli, molti erano ammalati in

Verona, e questi furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte

da un popolo che pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le

ingiurie, le ruberie, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro

di lui contaminato il nome di Francia. Ma la pressa, le minaccie, la

crudeltà, che il cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanta

infinita barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalati

alcuni furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere,

nè la debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un

ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei

quali null'altra cosa di uomo restava che il volto. Se per assenza

di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva

più fiero di prima ove fosse scoperto un Franzese; e di nuovo si dava

mano alle stragi. Non in meno pericolosa condizione si ritrovavano i

patriotti o veronesi o forastieri: che anzi maggiore contro di loro

si mostrava la rabbia del popolo che con più diligenza li cercava, e

quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i più si erano ricoverati

ne' castelli, altri conficcati ne' nascondigli passarono fra la

speranza ed il timore parecchi giorni.

Ma non tutto fu barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi

Veronesi, ed il conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi

degli insorti, conservarono, nascondendoli, a molti Franzesi, la vita,

atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui

correvano pericolo della propria. Spargevasi intanto per le campagne il

grido del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici

accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio

furore già languiva, l'accostamento del nuovo il rinfrescava. Le grida

e le stragi ricominciavano, nè cessarono le uccisioni se non quando

non vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si

veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli Ebrei, oltre

l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già

i fondachi del pubblico pericolavano; e non fu poco che i provveditori

potessero impedire che coloro i quali sì ferocemente combattevano per

Venezia le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Correva il

sangue per le case, correva per le contrade, i castelli tuonavano, gli

Schiavoni infuriavano: anzi uniti al popolo, volevano dar l'assalto a

quei nidi, come dicevano, dove si erano confinati i tiranni d'Italia.

Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni,

avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli

animi veronesi nè il trarre continuo dei castelli il comportavano, ma

frenare la barbarie ed introdurre ordine e misura là dov'era solamente

confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero,

che per poco il popolo non l'aveva per sospetto e si proponeva,

posposta l'autorità di lui, di voler fare da sè. Importava intanto

l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte

che tuttavia si trovavano in possessione dei Franzesi. Il maggior

presidio era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilii,

che alloggiava nella terra di Castel Nuovo con due pezzi di cannone,

seicento Schiavoni, due mila cinquecento contadini, e fronteggiava

un grosso corpo di Franzesi e d'Italiani affinchè non corressero

contro Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente

in suo aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il

presidio, recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con

tutti i suoi, il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso

della porta Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio

il conte Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare

liberamente e soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli

Emilii, assalivano i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente

il Vecchio, e più fortemente dentro di essi si difendevano i Franzesi,

certi essendo, che in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati

morti i non combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la

possessione dei luoghi, ma ancora la salute e la vita loro.

Il maggior propugnacolo che avessero era il castello montano di San

Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto

un grosso alloggio a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere

quel castello; che anzi, più oltre procedendo, avevano piantato due

cannoni in San Leonardo, donde per essere il sito sopraeminente al

castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Franzesi

uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivano

stragi, incendii, ruine. I villici avevano di volontà propria spedito

corrieri al generale austriaco Laudon; Balland aveva dato avviso a

Chabran, a Brescia, ed a Kilmaine, in Mantova; Victor medesimo era

stato da lui avvertito del pericolo: anche da Bologna s'accostava una

schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il

nembo che da ogni parte gli veniva addosso, aveva aperto una pratica

d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il

generale di Francia richiedeva, per prima ed indispensabile condizione,

che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle

comunicazioni dello esercito, il presidio veneziano alle poche genti

di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica

dallo accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia

infiammate, non volevano a patto nissuno udire che avessero a deporre

le armi: viemmaggiormente s'infuriavano.

Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa che

rappresentavano essere mescolata con la causa dello Stato la causa

della religione. Generavano i discorsi loro effetti incredibili.

Stupivano massimamente e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo

maraviglioso che sorse in mezzo a quella avviluppata tempesta, e questo

fu di un frate cappuccino che predicava ogni giorno sulla piazza,

stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Le parole

sue, dette e replicate più volte, destavano negli animi già tanto

concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli

uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro

furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva

in Venezia un caso pieno di insolenza ad un tempo e di crudele

risentimento.

Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo istituto ed a

cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse

armata, potesse entrare nell'estuario; il quale divieto era stato

significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in

Venezia, ed il Franzese ne aveva come tutti gli altri avuto notizia.

Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e

conveniente cosa, com'era veramente, che non si dovesse turbare con la

presenza d'armi forastiere la sede del governo. Ma ecco la sera del 20

aprile avvicinarsi al Lido di san Nicolò un legno armato in forma di

corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno

Franzese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato

alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato

e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra

medesima aveva obbedito. Il capitano, o per insolenza propria o

altrimenti che fosse, non curando le esortazioni del Pizzamano e

seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto e vi poneva

l'ancora con violazione manifesta d'una legge veneziana in Venezia.

Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, come

per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera veneziana; pensiero

veramente strano del volere, con pubblica dimostrazione, render onore

ad una potenza nel momento stesso in cui sotto gli occhi del suo

principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima

legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni franzesi, giunto

alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere al comandante

veneziano che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori.

Perilchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva rendendo fuoco

per fuoco, contro il legno franzese. Era da arrestarsi il legno, ed

obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir del porto. Ma le cose

non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere che più

oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni che allora

passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier

tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia e devota a

Venezia, assaltavano con grandissima forza e con arma bianca la nave

del capitano franzese, nella quale sfogando, troppo più che all'umanità

si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia.

Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Franzesi, fra i

quali il capitano medesimo: otto restarono feriti; che anzi se gli

ufficiali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati

loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi.

Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico

decreto Pizzamano e gli ufficiali; largiva di un caposoldo i gregari;

mandava un sunto del fatto ai legati Donato e Giustiniani acciocchè

il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da

altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro

di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato che cercasse

Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse

il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedette

fino alla risposta di Buonaparte.

Terrore era in Venezia e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima

si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione.

Combattevano tuttavia i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto

perchè questo ardore era estremo, si doveva temere che non tardasse

a raffreddarsi. Già i Franzesi ingrossavano tutto all'intorno.

S'accostava Kilmaine venuto da Mantova. Chabran compariva sotto le

mura verso la porta di San Zeno; le prime squadre di Victor arrivavano

in luogo donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di

Judenborgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque

i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo

del colonnello Beaupoil; ma la pratica non ebbe perfezione, perchè

il popolo non volle udire che avesse a depor l'armi e non fossero

esclusi i Franzesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava

ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli.

Erano col primo il generale Chevalier e Landrieux, col secondo il conte

degli Emilii, il conte Giusti ed un Merighi, personaggio molto amato

dai Sanzenati. Pervenivano intanto le novelle che Lahoz con una banda

di tre mila soldati tra Italiani e Polacchi, al soldo della repubblica

Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contra

le leve campagnuole di quel distretto.

Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava

Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo

veneto contro i Franzesi, quando stavano a fronte di un nimico potente;

che per questo era stato costretto Buonaparte a far la tregua; che i

Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux (e qui ognuno pensi

da sè), che i rei disegni del senato contro i Franzesi erano pruovati

dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia

de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi

per amore verso il principe e per opporsi ai ribelli apertamente

incitati e protetti dai Franzesi; l'intervenzione dei Franzesi in

tutti questi moti viemmaggiormente dimostrarsi da ciò che i turbatori

della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland come

in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di

lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo

aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro e vendicare il loro

principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti

ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato

minacciava che entrerebbe per forza, arderebbe e saccheggerebbe Verona.

Già s'impadroniva di San Leonardo, con che assicurava il castello

San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il

fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i

castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano

spesso i Franzesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine

si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate che gli

contrastavano il passo. Già il rumore della victoriana schiera ormai

vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si

facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa

poteva impedire che vi entrassero.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 55 / 99 段